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Tag: Wall Street

Crisi terminale per il capitalismo?

Autore: liberospirito 9 Nov 2013, Comments (0)

Questo intervento (proveniente da http://albainformazione.wordpress.com) di Leonardo Boff, un autore a noi caro, riflette in forma sintetica ma mai superficiale sulla crisi in corso, cogliendone le diverse implicazioni (economiche, ecologiche, finanche spirituali). Un altro tassello in più su cui riflettere. Crisi terminale e definitiva del modello capitalista o curva asintotica in cui la crisi si protrae indefinitamente?

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Da qualche tempo a questa parte sostengo l’idea che l’attuale crisi del capitalismo va oltre il suo carattere congiunturale e strutturale, cioè è terminale. Si può affermare che è giunta la fine dello spirito del capitalismo sempre pronto ad adattarsi al sopraggiungere di qualsiasi circostanza? Sono conscio che poche persone sostengono questa tesi. Tuttavia sono due le ragioni che mi spingono verso questa interpretazione.

La prima ragione è che la crisi è terminale perché tutti noi, ma particolarmente il capitalismo, abbiamo oltrepassato i limiti di sostenibilità della Terra. Abbiamo occupato e depredato tutto il pianeta, distruggendo l’equilibrio sottile che lo regge ed esaurendo i suoi beni e servizi fino al punto che esso non riesce più a rigenerare ciò che gli è stato sottratto. Verso la fine del XIX secolo Karl Marx scriveva in modo profetico che la tendenza del capitale si orientava verso la distruzione delle sue due fonti di ricchezza e di riproduzione: la natura e il lavoro. Ed è ciò che sta avvenendo.

Difatti la natura è sottoposta a un grosso stress come non lo è mai stata prima, almeno per quanto concerne quest’ultimo secolo, senza prendere in considerazione le quindici più grandi estinzioni che il pianeta ha conosciuto attraverso tutta la sua storia di oltre quattro miliardi di anni. I fenomeni estremi che si sono verificati in tutte le latitudini e i cambi climatici che tendono verso un sempre maggiore surriscaldamento globale confermano la tesi di Marx. In assenza della natura il capitalismo come potrà riprodursi? Ha ormai raggiunto un limite insormontabile.

Il capitalismo precarizza o prescinde del lavoro. Esiste un grosso sviluppo che fa a meno del lavoro. Il sistema produttivo informatizzato e robotizzato produce di più e meglio con la quasi totale assenza di manodopera. La conseguenza diretta è la disoccupazione strutturale.

Milioni di persone non entreranno mai a formare parte del mondo del lavoro, neppure come esercito di riserva. Il lavoro poiché dipende dal capitale, è da quest’ultimo ignorato. In Spagna la disoccupazione raggiunge il 20% del totale della popolazione e il 40% dei giovani. In Portogallo il 12% del paese e il 30% dei giovani. Questo significa che esiste una grave crisi sociale come quella che colpisce in questo momento la Grecia. Si sacrifica tutta la società in nome di un’economia pensata non per soddisfare la domanda sociale, ma per pagare il debito delle banche e del sistema finanziario. Marx ha ragione: il lavoro sfruttato non costituisce più fonte di ricchezza. Lo è la macchina.

La seconda ragione si riferisce alla crisi umanitaria che il capitalismo sta generando. In passato si limitava ai paesi periferici. Non si può risolvere la questione economica smontando la società. Le vittime, collegate dalle nuove reti della comunicazione, resistono, si ribellano e minacciano l’ordine. Sempre un maggior numero di persone, specialmente i giovani, non accetta la logica perversa dell’economia politica capitalista: la dittatura delle finanze che con il mercato sottopone gli Stati ai propri interessi e la redditività dei capitali speculativi che circolano da una borsa a un’altra, ottenendo profitti senza produrre assolutamente nulla se non maggiori profitti per i rentier.

È stato il capitale a produrre il veleno che lo può uccidere: mentre richiedeva ai lavoratori una formazione tecnica sempre migliore e una maggiore competitività per essere all’altezza di una crescita sempre più accelerata, involontariamente ha creato degli individui che pensano. Essi lentamente vanno scoprendo la perversità del sistema che scuoia le persone in nome di un’accumulazione meramente materiale, la quale si mostra insensibile al momento di esigere una sempre maggiore efficienza fino a stressare profondamente i lavoratori, spingendoli alla disperazione e in alcuni casi anche al suicidio come accade in alcuni paesi, compreso il Brasile.

Le strade di diversi paesi europei e arabi, gli “indignados” che occupano le piazze della Spagna e della Grecia sono l’espressione di una ribellione contro il sistema politico vigente a rimorchio del mercato e della logica del capitale. I giovani spagnoli urlano: «non è una crisi, è un furto». I ladri sono insediati a Wall Street, nel FMI e nella BCE. In altre parole sono i sommi sacerdoti del capitale globalizzato e sfruttatore.

Con l’aggravarsi della crisi in tutto il mondo si svilupperanno le moltitudini che non tollereranno più le conseguenze dello sfruttamento delle proprie vite e della vita della Terra a oltranza e si ribelleranno contro questo sistema economico che ora è in agonia, non per invecchiamento, ma per la forza del veleno e delle contraddizioni che ha generato, punendo la Madre Terra e tormentando la vita dei suoi figli e delle sue figlie.

Leonardo Boff

Il grande imbroglio

Autore: liberospirito 27 Giu 2013, Comments (0)

In questo post non si parlerà di “religione e libertà”, come recita il sottotitolo del blog. Si dirà solo delle libertà da cui veniamo quotidianamente e impunemente defraudati attraverso il “grande imbroglio” della macchina finanziaria. Lo facciamo pubblicando un articolo di Luciano Gallino uscito su «La Repubblica» di ieri (da leggere insieme a quello di Guido Viale comparso oggi su «Il manifesto»). E la religione – aggiungerà qualcuno – dove la mettiamo? Diceva Benjamin, nel secolo scorso, senza le cose rozze e materiali per cui si lotta non possono esistere nemmeno quelle più fini e spirituali. Ma queste ultime (le cose spirituali) – ricordava sempre Benjamin nelle sue Tesi di filosofia della storia – vivono comunque nella lotta; come fiducia, coraggio, umore e via dicendo. Se religione non è affare che riguarda il proprio privato foro interiore, ma si riversa sulla vita intera, non può restarsene in silenzio, accantucciata, ma deve alzarsi in piedi e far sentire la sua voce. Ed è il momento.

 Paperone

La macchina cieca dei mercati finanziari

 Uscito di prigione dov’era finito per aver esagerato con i suoi traffici, il finanziere Gordon Gekko dice al pubblico stipato in sala che, guardando il mondo da dietro le sbarre, ha fatto delle profonde riflessioni. E le condensa in una domanda: «Stiamo diventando tutti pazzi?» La scena fa parte di un film su Wall Street, ma la stessa domanda uno poteva porsela giovedì 20 giugno mentre gli schermi tv e tutti i notiziari online sparavano ancora una volta notizie del tipo: “I mercati prendono male le dichiarazioni del governatore della Fed”; “crollo delle borse europee”; “bruciati centinaia di miliardi”; “preoccupati per il futuro, i mercati affondano le borse”. E, manco a dirlo, “risale lo spread”.
Esistono due ordini di motivi che giustificano il chiedersi se – cominciando dai media e dai politici – non stiamo sbagliando tutto preoccupandoci dinanzi a simili notizie di superficie in cambio di ciò che realmente significano. In primo luogo ci sono dei motivi, per così dire, tecnici. Nel mondo circolano oltre 700 trilioni di dollari (in valore nominale) di derivati, di cui soltanto il dieci per cento, e forse meno, passa attraverso le borse. Il resto è scambiato tra privati, come si dice “al banco”, per cui nessun indice può rilevarne il valore. Ma anche per i titoli quotati in borsa le cose non vanno meglio. Infatti si stima che le transazioni che vanno a comporre gli indici resi pubblici riguardino appena il 40 per cento dei titoli scambiati; gli altri si negoziano su piattaforme private (soprannominate dark pools, ossia “bacini opachi” o “stagni scuri”) cui hanno accesso soltanto grandi investitori. Di quel 40 per cento, almeno quattro quinti hanno finalità puramente speculative a breve termine – niente a che vedere con investimenti “pazienti” a lungo termine nell’economia reale.
Non basta. Di tali transazioni a breve, circa il 35-40 per cento nell’eurozona, e il 75-80 per cento nel Regno Unito e in Usa, si svolgono mediante computer governati da algoritmi che esplorano su quale piazza del mondo il tale titolo (o divisa, o tasso di interesse o altro) vale meno e su quale vale di più, per avviare istantaneamente una transazione. L’ultimo primato noto di velocità dei computer finanziari è di 22.000 (ventiduemila) operazioni al secondo, ma è probabile sia già stato battuto. Ne segue che chi parla di “giudizio dei mercati” dovrebbe piuttosto parlare di “giudizio dei computer”. Con il relativo corredo di ingorghi informatici, processi imprevisti di retroazione, episodi d’imitazione coatta, idonei a produrre in pochi minuti aumenti o cadute eccessive dei titoli, del tutto disconnessi da fattori reali.
In sostanza, i mercati finanziari presentati al pubblico come fossero divinità scese in terra, alla cui volontà e giudizio bisogna obbedire se no arrivano i guai, sono in realtà macchine cieche e irresponsabili, in gran parte opachi agli stessi operatori e ancor più ai regolatori. E, per di più, pateticamente inefficienti. Soltanto dal 2007 in poi la loro inefficienza è costata a Usa e Ue tra i 15 e i 30 trilioni di dollari. Emergono qui i motivi politici per guardare ai mercati in modo diverso da quello che ci chiedono. Cominciando, ad esempio, a rivolgere ai governanti e alle istituzioni Ue una domanda (un po’ diversa da quella di Gekko, ma nello stesso spirito): se in effetti sono i mercati ad essere dissennatamente indisciplinati, perché mai continuate a raccontarci che se noi cittadini non ci assoggettiamo a una severa disciplina in tema di pensioni, condizioni di lavoro, sanità, istruzione, i mercati ci puniranno?
In verità una domanda del genere governi e istituzioni Ue se la sono posta da tempo, pur senza smettere di bacchettarci perché saremmo noi gli indisciplinati. Fin dal 2007 la Ue aveva introdotto una prima Direttiva sui mercati degli strumenti finanziari (acronimo internazionale Mifid). Non è servita praticamente a nulla, meno che mai a temperare la crisi. Ma governi e istituzioni Ue non si sono arresi. Prendendosi non più di cinque o sei anni di tempo, intanto che i mercati finanziari contribuivano a devastare l’esistenza di milioni di persone, si sono messi alacremente al lavoro per elaborare una Mifid II. E poche settimane fa l’hanno sfornata – in ben tre versioni differenti. Esiste infatti una versione del Consiglio dell’Unione, una del Parlamento europeo e una della Commissione europea. Gli esperti assicurano che nel volgere di un anno avremo finalmente una versione definitiva, che emergerà dal “trialogo” fra le tre istituzioni. Quando entrerà pienamente in vigore, nel volgere di un biennio o due dopo l’approvazione come si usa, anche i mercati finanziari saranno finalmente assoggettati a una robusta disciplina, non soltanto i cittadini che han dovuto sopportare, a colpi di austerità, il costo delle loro sregolatezze. Saranno trascorsi non più di otto o dieci anni dall’inizio della crisi.
È tuttavia probabile che di una vera e propria azione disciplinare i mercati finanziari non ne subiranno molta, e di certo non tanto presto. In effetti, il meno che si possa dire della tripla Mifid è che le divergenze fra le tre versioni sono altrettanto numerose e consistenti delle convergenze, mentre in tutte quante sono pure numerose e vaste le lacune. Da un lato ci sono notevoli distanze nei modi proposti per regolare le piattaforme di scambio private (i dark pools), le transazioni computerizzate ad alta frequenza, l’accesso degli operatori alle stanze di compensazione. Dall’altro lato, non si prevede alcun dispositivo per regolare i mercati ombra; vietare la creazione e la diffusione di derivati pericolosi perché fanno salire i prezzi degli alimenti di base; limitare l’entità delle operazioni meramente speculative. Ovviamente, tra divergenze e assenze le potenti lobbies dell’industria finanziaria ci guazzano. Sono già riuscite a ritardare l’introduzione di qualsiasi riforma di una decina d’anni dopo gli esordi della crisi, una riforma che sia una di qualche incisività a riguardo sia dei mercati sia del sistema bancario; se insistono, magari riescono pure a raddoppiare questi tempi. I governi e le istituzioni Ue hanno dunque larghi spazi e tempi lunghi davanti, per insistere nel disciplinare i cittadini invece dei mercati finanziari.

Luciano Gallino

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