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Tag: vaticano

A seguire il commento di un nostro collaboratore sulla recente ostensione in Roma delle spoglie mortali di p. Pio e del meno noto p. Leopoldo da Castelnuovo. Tale contributo si inserisce nel più ampio controsservatorio sul Giubileo, attualmente in corso sul web e su riviste.

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All’inizio del mese di febbraio a Roma, prima presso la basilica di San Lorenzo al Verano (sede romana dei Cappuccini) e poi nella basilica di San Pietro è avvenuta l’ostensione delle spoglie mortali di Padre Pio da Pietralcina e di Leopoldo da Castelnuovo.

Se del primo non c’è nulla che non sia già stato detto, il secondo è, per i più, un illustre sconosciuto. Ma – e veniamo al punto – per la Chiesa Cattolica e per migliaia di fedeli, Leopoldo da Castelnuovo non è affatto un’anonima “spalla” o una semplice comparsa, anzi. É (meglio: è stato) un frate cappuccino  vissuto dal 1866 al 1942, e fatto santo da papa Wojtyla nel 1983.

I “meriti di servizio” che gli hanno fatto guadagnare l’aureola sono stati conquistati avendo passato praticamente tutta la vita dentro a un confessionale (dalla parte del confessore, ovviamente).

Al secolo Bogdan Ivan Mandić, Leopoldo, un po’ per amore e un po’ per forza (la fragile costituzione fisica gli impedì di dedicarsi alla missione in terre lontane e alla predicazione in patria, come egli avrebbe desiderato) fu quindi essenzialmente un frate confessore. Ma non un frate confessore qualunque: narrano infatti le cronache che a lui si rivolgessero non solo i semplici popolani, ma anche membri di famiglie aristocratiche e addirittura molti fra i professori della (laica) Università di Padova, città nella quale il religioso cappuccino visse e operò per gran parte della sua vita. Questo perché gran parte della sua fama era dovuta alla sua benevolenza e alla facilità con cui concedeva l’assoluzione (al punto che fu più volte accusato di “lassismo” da parte degli stessi confratelli), facendosi spesso e volentieri addirittura carico egli stesso delle penitenze inflitte ai propri “confessandi”.

Insomma: un sant’uomo o un pover’uomo, a seconda – come sempre – del punto di vista.

Ma non ci interessa qui discutere della vita e delle opere di Bogdan Mandić, quanto piuttosto del significato che questo Papa e questa Chiesa gli hanno voluto attribuire, mettendolo in mostra assieme al confratello Pio, in occasione della prima manifestazione di massa del Giubileo Straordinario nell’Anno del Signore 2016.

Si è detto sopra che questo è uno di quei casi in cui “il minore” spiega e sostanzia “il maggiore”, e i due, assieme, illuminano e illustrano ciò che sta loro attorno.

Che tradotto significa: se Padre Pio è il personaggio che tutti conoscono perché è stato, prima di tutto, un confessore, tanto quanto Padre Leopoldo, i due lo sono stati in maniera radicalmente diversa: se infatti il secondo ha operato nel segreto del confessionale e da lì non si è mai mosso, il primo ha agito – ed è rimasto anche dopo morto – sotto i riflettori della ribalta.

Ma se quello dei due che fa più comodo alla Chiesa – e che per questo viene “ostentato”- è Pio (perché garantisce folle abbondanti e abbondanti offerte) è Leopoldo a portare con sé il messaggio che, in questo momento, si vuole fare passare, ai fedeli e ai non-fedeli.

C’è un elemento – che a volte si tende a dimenticare – fondativo e cogente della politica ecclesiale attuale, la quale vede come suo protagonista assoluto Jorge Mario Bergoglio, in arte Francesco I: quest’ultimo è un gesuita. E chi c’è, ora come ora, meglio di un gesuita per risollevare le sorti della malandata Chiesa Cattolica?

Il motivo è presto detto: il fulcro della leva del potere, il punto di forza della dottrina teologica e politica dei Gesuiti è, ed è stato fin dalla fondazione dell’Ordine, la confessione.

A motivo del fatto che la confessione dei Gesuiti ha sempre avuto una caratteristica teologica e pastorale (leggi: “cura delle anime”) fondamentale: è “probabilistica”. Ovvero: a fronte dell’errare oggettivo, ha più valore la volontà dell’errante nel non aver voluto (o saputo di) errare. In altre parole: il peccato è certo, ma il peccatore solo “probabile”. Quindi aumenta anche la “probabilità” che questi ha di essere perdonato e giustificato.

Ma questo non è forse stato lo stesso modus agendi di frate Leopoldo? E questo è il messaggio che il progressista, l’aperturista, l’innovatore papa Francesco ha il compito e il desiderio di comunicare al mondo: guardate Leopoldo, guardate Pio, ammirateli… e confessatevi!

Confessatevi, e la Chiesa nella sua misericordia avrà pietà di voi e sarà sempre pronta ad accogliervi fra le sue braccia. Non abbiate paura, fatevi avanti: più siete e meglio è!

Perché (ma questo non lo dite con nessuno, mi raccomando…) è confessandovi che metterete la vostra scalcagnata e sconclusionata vita nelle mani amorevoli e accoglienti di Santa Madre Chiesa; perché è confessandovi che la farete giudice e maestra della vostra esistenza; perché è confessandovi che ammetterete una buona volta la vostra dipendenza da qualcos’Altro che non siete voi… ma che siamo Noi!

La confessione è l’araba fenice che rinasce dalle ceneri del Concilio di Trento, dopo il fuoco purificatore della Riforma Protestante (non a caso prossimo obiettivo di “riconciliazione” – nome attuale della confessione, per i non addetti – del pontificato francescano); rinascita della quale è principale artefice -guarda caso- proprio la Compagnia di Gesù.

[Breve inciso: in un altro momento critico per la Chiesa, successivo al Concilio Vaticano II, fu Giovanni Paolo II a rivolgersi ad un’altra Compagnia, quella “delle Opere”. Ma questa è un’altra storia.]

Ecco allora che una volta trovata la chiave, è facile interpretare i gesti, le parole, le scelte e le motivazioni. È facile “smascherare” ciò che viene “rappresentato”.

Perché anche al di là della buona fede con cui viene attuato tutto questo, anche sotto la forma della “misericordia” – tema del Giubileo Straordinario – la confessione cattolica era ed è la negazione esatta dell’assunzione di responsabilità e dell’autonomia di giudizio dell’uomo e della donna, dal momento che ha bisogno di un’alterità che si faccia carico degli errori e delle mancanze di un individuo. Perché la confessione fa leva sul senso di colpa, lo alimenta, volgendo a proprio vantaggio la “naturale” condizione di “limite” propria dell’essere umano e schiacciando la carne (debole per definizione) con la prepotenza dello Spirito. Il trucco consiste nel far credere all’uomo che sia egli stesso ad avere bisogno di scaricarsi la coscienza e di dovere giustificarsi davanti a un dio. D’altronde, non è forse vero che «Il più grande inganno del diavolo è quello di farci credere che lui non esiste» (Charles Baudelaire)? Un gioco di specchi, la cui illusione non verrà mai abbastanza svelata.

La Chiesa – anche la Chiesa dell’attuale papa, ebbene sì – non ha mai fatto altro che questo: sostituire Dio all’uomo, il che in fin dei conti significa sostituire se stessa e la sua dottrina (in nome di Dio) all’esistenza concreta di ogni uomo, pretendendo di insegnargli, a lui povero derelitto incapace di farlo da sé solo, a stare al mondo. Certo, lei lo fa per il suo bene (che madre misericordiosa sarebbe, altrimenti?) oltrechè, naturalmente, ad majorem Dei gloriam!

 Andrea Babini

Scandali e redenzioni impossibili

Autore: liberospirito 14 Nov 2015, Comments (0)

Diceva Hegel che la lettura del giornale rappresenta la preghiera del mattino del borghese. In regime di secolarizzazione le cose vanno più o meno così. E oggi non ci sono solo i quotidiani, lo sappiamo, c’è la rete, ecc. ecc. Dunque, chi segue con una certa regolarità le notizie diffuse dai media sarà senz’altro incappato in quello che viene chiamato l’affare Vatilealks. Vale a dire gli scandali che si annidano dentro le mura vaticane. Certo è che tali scandali (comprese gli interventi pubblici a riguardo da parte dello stesso papa) funzioneranno benissimo per la promozione dei due libri-inchiesta di Nuzzi e Fittipaldi. Così va il mondo. A dirla tutta: a noi questi scandali non scandalizzano più di tanto (con l’EcclesiasteNihil sub sole novum). E’ comunque bene che le cose vengano alla luce, aprendo almeno un po’ gli occhi ai dormienti. Dal sito di MicroMega proponiamo un’intervista di Valerio Gigante a Emiliano Fittipaldi, autore di uno dei due libri in questione. In estrema sintesi: secondo noi non si può redimere qualcosa che è costitutivamente irredimibile (almeno dal Concilio di Nicea in poi…). In altri termini: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti» (Lc 9,60).

vatileaks

Il tuo libro è stato accolto in modo contrastante dai giornalisti che si occupano di informazione ecclesiastica. Molti ti hanno rimproverato di non fare un buon servizio alla causa di papa Francesco. Ma il ruolo di un giornalista, di chi fa una inchiesta, è quello di servire una “causa”?

Quello che hai rilevato non è avvenuto solo nel mondo dell’informazione vaticana, ma nel mondo giornalistico tout court. Basta pensare che Massimo Franco nel corso di una trasmissione televisiva mi ha incalzato chiedendomi se prima di pubblicare il mio libro non mi fossi posto il dubbio di essere stato strumentalizzato da qualcuno. È una domanda maligna, perché un giornalista in generale e uno di inchiesta in particolare ha il compito di trovare una notizia – se ne è capace –
verificarla, capire se sia di interesse pubblico, se sia deontologicamente corretto pubblicarla e poi, fatto questo, ha il diritto ma anche il dovere di pubblicare, altrimenti è sospettabile di essere un potenziale ricattatore, che tiene per sé informazioni rilevanti. Una domanda del genere di quella di Franco in Paesi come gli Stati Uniti non avrebbero mai potuto farla. Fatte le dovute differenze, sarebbe stato come chiedere ai giornalisti che svelarono il Watergate portando successivamente Nixon alle dimissioni se fossero stati strumentalizzati dalle loro fonti.
La domanda di fondo è invece secondo me questa, e cioè se noi giornalisti dobbiamo raccontare ciò che il potere politico, economico, ecclesiastico rappresenta di se stesso; oppure, come credo di aver fatto, raccontare quello che il potere non vuole che sia raccontato.

La figura, il carisma, i modi informali e lo stile sobrio del papa hanno, di fatto, contribuito ad occultare all’opinione pubblica ed all’informazione ciò che invece il tuo libro ha svelato. Dalle tue ricerche che immagine ti sei fatto del ruolo svolto dal papa in questi oltre due anni di pontificato?

Il mio libro racconta quello che non il papa, ma la propaganda vaticana era riuscita ad occultare, sostenendo che sotto Francesco la riforma della Chiesa fosse stata già in fase avanzata. In realtà io penso che Francesco stia veramente tentando di riformare la Chiesa. Lo sta facendo in maniera molto cauta, anche perché è papa da soli 2 anni e mezzo, e che abbia trovato delle resistenze straordinarie, come abbiamo visto anche durante il Sinodo sulla Famiglia. La Chiesa povera dei poveri che Francesco auspica e chiede ai suoi cardinali che sia realizzata è ancora molto lontana dal diventare realtà. Ovviamente un giornalista ha il compito, se riesce a scoprirlo, di raccontare questa verità, anche se molto scomoda perché imbarazza non soltanto il Vaticano, ma tutti quelli che nei mass media hanno voluto fare da semplici amplificatori della propaganda vaticana, senza approfondirla e svelarne le contraddizioni.

È però un fatto incontrovertibile che il card. Pell, sulla cui figura ti soffermi a lungo nel tuo libro, lo abbia voluto papa Francesco…

Rispondo con una battuta: il papa avrebbe bisogno di un buon direttore del personale… nel senso che è vero: i commissari della Commissione referente sull’Organizzazione della Struttura Economico-Amministrativa della Santa Sede (Cosea) sono stati scelti da lui; e anche Pell, il braccio destro economico della nuova gigantesca segreteria dell’economia è stato nominato da Bergoglio. Ma il papa viene da Buenos Aires, non può conoscere tutto e tutti. Si è, a mio giudizio, fidato di qualcuno in Curia che gli ha consigliato di scegliere Pell perché il cardinale australiano ha una fama di ottimo amministratore finanziario, che si è formata sin dai tempi in cui era arcivescovo. Si tratta però di una fama che nasconde più di una insidia, nel senso che Pell, per tutelare la sua diocesi dal punto di vista finanziario, ha attuato una politica molto aggressiva nei confronti delle vittime dei pedofili che chiedevano alla sua Chiesa, quella di Sydney, ingenti risarcimenti. Una relazione della commissione di inchiesta sulla pedofilia istituita dal governo di Canberra, di cui riferisco nel mio libro, definisce il comportamento di Pell addirittura non in linea con quello di un buon cristiano. Insomma, Pell era già chiacchierato al tempo della sua nomina. E chiamarlo in Vaticano è stata senza dubbio una scelta sbagliata.

C’è poi la questione degli immobili vaticani affittati a prezzi di favore a vip, raccomandati e potenti di vario tipo. Un’altra bella contraddizione per il papa che fa costruire le docce per i poveri dentro le mura vaticane e chiede a diocesi ed istituti religiosi di aprire le proprie case ai migranti ed ai rifugiati…

In questi anni ci si è concentrati solo sul povero Bertone, per la storia del suo appartamento che poi è risultato essere di dimensioni inferiori, seppure cospicue, rispetto a quello che è stato scritto sui giornali. Ma ci sono ecclesiastici che vivono in appartamenti molto più grandi di quello di Bertone. Sono circa 5000 gli appartamenti di Propaganda Fide, molti sfitti, che valgono una cifra che secondo me è sottostimata, ma che si aggirerebbe intorno ai 4miliardi di euro. Questa cifra permette però di fare una significativa considerazione. Alla luce di essa, infatti, la storica inchiesta dell’Europeo del 1977 che quantificava in un quarto circa degli immobili presenti a Roma quelli di proprietà riconducibili alla Chiesa cattolica risulterebbe decisamente esagerata, anche al netto di tutti gli immobili di proprietà della diocesi di Roma, delle varie Congregazioni ed istituti religiosi, delle arciconfraternite, ecc. Non si arriva comunque nemmeno vicini ad un quarto del valore totale del patrimonio immobiliare presente a Roma, stimato attorno ai 590 miliardi. Un aspetto che ridimensiona moltissimo quello che ha rappresentato uno dei cavalli di battaglia della propaganda anticlericale. Una ulteriore dimostrazione che il mio libro intende solo fare chiarezza e verità. Non è certo un libro pregiudizialmente anticlericale. Altrimenti questi dati nemmeno li avrei riportati.

Resta però il fatto che se il papa non sa chi abita negli immobili di proprietà del Vaticano sa però come e dove vivono i suoi cardinali…

Certo, lo sa e a lui piacerebbe che i cardinali si comportassero in maniera più sobria. Lo stesso card. Parolin, lo scrivo nel mio libro, era a Santa Marta ma la scorsa estate si è spostato nel Palazzo Apostolico. Più in generale, è tutta la gestione del patrimonio immobiliare che fa discutere. Ci sono affitti a prezzi molto bassi. La Cosea ha spiegato che per anni sono state accettate trattative al ribasso sugli affitti. Un andazzo che Filoni, il prefetto di Propaganda Fide, sta cercando di cambiare in modo che alla scadenza degli attuali contratti i prezzi di locazione possano essere adeguati alle tariffe di mercato. Questo per dire che Francesco e chi segue la sua linea cerca comunque di darsi da fare.

Arriviamo alla questione forse più scandalosa tra tutte quelle che racconti, quella dello Ior. Lì la propaganda che parlava di rivoluzione, trasparenza, pulizia era in atto da anni, dai tempi di Benedetto XVI. Tutti raccontavano di una dinamica inarrestabile di adeguamento agli standard internazionali. Invece…

Allo Ior è ancora in atto un enorme scontro di potere. E a governarlo sono stati messi personaggi controversi, come Joseph Zahra e Jean-Baptiste de Franssus. Soprattutto Zahra, finanziere maltese di un paese fino al 2010 considerato paradiso fiscale. A maggio Zahra aveva chiesto al papa il permesso di aprire per conto del vaticano una Sicav (una società d’investimento a capitale variabile) in Lussemburgo. Intendeva così gestire più liberamente i miliardi dello Ior. In un paese, per di più, che presentava indubbi vantaggi dal punto di vista fiscale. Il progetto era stato approvato dal Consiglio di sovrintendenza della banca, ma poi è stato bloccato dalla Commissione cardinalizia di vigilanza e dal papa in persona. Poi c’è Renè Brulhart, capo dell’Aif, che ha sottoscritto un accordo di gentleman agreement con la Banca d’Italia sulla trasparenza; nonostante ciò, si scopre che sono ancora aperti presso lo Ior un centinaio di conti intestati a laici che non dovrebbero averlo. E in ogni caso nessuno sa dove siano finiti i soldi dei vecchi clienti fuoriusciti negli ultimi anni. Migliaia di posizioni che restano misteriose; capitali che, contrariamente alla favoletta della trasparenza, non sappiamo dove siano andati. Si sospetta in parte in Germania, dove le autorità antiriciclaggio sono assai deboli rispetto a quelle di altri Paesi europei e della stessa Uif italiana. Se poi si aggiunge che lo Ior ha chiuso il 2014 realizzando utili per circa per circa 70 milioni, ma che i 4 fondi istituiti presso lo Ior che dovrebbero fare beneficienza non hanno praticamente mosso denaro, il quadro si fa ancora più desolante. Anche perché l’unico fondo che ha fatto un po’ di beneficienza è il “fondo missioni”, che negli ultimi due anni ha stanziato solo 17mila euro!

Questo scandalo esplode a pochi anni di distanza dal precedente. Oggi il re, cioè la Chiesa gerarchica (e forse anche il papa), è di nuovo nudo. E rivestirlo per l’ennesima volta non sarà facile. Cosa pensi succederà ora nella Chiesa?

Sono un sostenitore del papa, di cui ho grande fiducia. Ne vedo i limiti ma anche la grandezza. Spero quindi che il mio libro permetta a Francesco di avere le mani più libere. I fatti raccontati nel mio libro in tanti forse li intuivano, alcuni li sapevano, ma ora tutti hanno la possibilità di verificarli. Tanto più che ad una settimana dall’uscita delle anticipazioni sul mio libro non c’è stata una smentita, nemmeno su qualche aspetto secondario dell’inchiesta. Tutto ciò consentirà – almeno è ciò che auspico – al papa di agire in maniera più rapida ed incisiva. Anche perché ora c’è un’opinione pubblica che comincerà ad esigere reali cambiamenti. Assai più che in passato. E al Vaticano non basteranno più intenzioni, dichiarazioni, gesti simbolici come l’apertura delle docce per i barboni. Tutte cose assolutamente utili, ma che diventano propaganda se non sono accompagnate da reali scelte che la Chiesa è chiamata a fare a favore della trasparenza e in ultima analisi per chi ha veramente bisogno.

Credo insomma che a maggior ragione dopo il mio libro Francesco, assieme con alcuni uomini che sono al suo fianco, a partire dal segretario di stato Parolin, potrà avviare un’opera riformatrice ancora più decisa.

Dei discorsi pubblici del nuovo papa se ne parla tanto. In genere positivamente. Le voci fuori dal coro, aperte e senza pregiudizi sono rare. Fra queste c’è l’articolo a firma di Marcello Vigili, apparso recentemente sul sito www.italialaica.it, che pubblichiamo qui sotto. Il testo non parla solo del papa, ma dell’atteggiamento comune, da “sepolcri imbiancati”, sia delle gerarchie politiche di casa nostra, sia delle gerarchie ecclesiastiche. Le parole dure e incisive di Francesco I contro le caste politche e religiose si scontrano contro muri di gomma senza fine. Il fatto che quei discorsi, addirittura esaltati, non vengano mai tradotti in prassi dalla Chiesa o dai politici estimatori del papa, dovrebbe essere il vero tema di riflessione. 

sepolcri imbiancati

La crisi ucraina, la visita di Obama in Italia e il suo appuntamento in Vaticano non possono certo essere considerati motivi sufficienti per giustificare lo scarso interesse mostrato dai nostri commentatori politici per la dura lezione impartita da papa Francesco ai parlamentari italiani durante la messa organizzata per il 27 marzo in San Pietro dal cappellano di Montecitorio. Erano presenti 492 parlamentari, 9 ministri, 19 sottosegretari, 3 parlamentari europei e 23 ex parlamentari.

Un evento che ha offerto al papa l’opportunità di confermare la scarsa considerazione verso la classe politica italiana, già manifestata in altre occasioni a partire dalla sua visita a Lampedusa. Commentando i testi biblici del giorno, ha denunciato i farisei che hanno rifiutato l’amore del Signore, additandoli come esempio negativo di classe dirigente che si era allontanata dal popolo. Ed era soltanto con l’interesse nelle sue cose: nel suo gruppo, nel suo partito, nelle sue lotte interne.

Il riferimento ai suoi diretti interlocutori è stato evidente a tutti.

A loro era rivolto l’invito a riflettere ricordando che per i peccatori c’è perdono, ma non c’è per quei peccatori che sono scivolati diventando corrotti. È tanto difficile che un corrotto riesca a tornare indietro. Il peccatore sì, perché il Signore è misericordioso e ci aspetta tutti. Ma il corrotto è fissato nelle sue cose, e questi erano corrotti.

Erano Uomini di buone maniere, ma di cattive abitudini. Gesù li chiama, ‘sepolcri imbiancati’.

Sono parole dure e incisive quali nessuno dei suoi predecessori aveva usato, nel sollecitarli all’impegno e ad essere adeguati alla gravità dei tempi.

Non sembra, però, che siano servite a promuovere pentimenti e assunzioni di responsabilità, in verità, neppure nelle gerarchie ecclesiastiche e nei movimenti ecclesiali, che li hanno fin qui appoggiati, e non rinunciano a interloquire con loro.

Eppure indirettamente, ma non troppo, le parole del papa sono rivolte anche a loro che continuano a chiedere favori e privilegi come il Sinedrio dei tempi di Gesù che tresca con Erode e con Pilato per far fuori questo nazareno ribelle: predica amore e uguaglianza alle folle osannanti, che però lo abbandonano dopo aver goduto dei suoi miracoli e averlo acclamato come Messia.

Il cardinal Bagnasco, sempre pronto a cogliere ogni piccola minaccia ai privilegi cattolici, è intervenuto per confermare l’impegno a rafforzare il predominio ideologico sulla scuola. Ha denunciato la diffusione nelle scuole pubbliche di tre volumetti informativi, Educare alla diversità a scuola, a cura dell’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) per contrastare l’omofobia ottenendone dal Ministro l’immediato ritiro.

In verità frequenti sono i casi in cui si evidenzia che le parole di papa Francesco, pur esaltate, non sono tradotte nella prassi della sua Chiesa.

Recentemente la stessa Conferenza episcopale italiana, nel recepire nella sua ultima riunione, il pesante intervento della Congregazione per la Dottrina della Fede, che ha chiesto di modificare le “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” da essa approvate nel 2012, lo ha di fato ignorato confermando il suo ruolo esclusivo in materia. Nel nuovo testo non si riconosce l’obbligo di deporre o di esibire documenti ad autorità esterne, non si garantisce alle vittime il diritto di essere parte nel procedimento canonico e assolutamente nulla si dice su possibili risarcimenti nei loro confronti. Tutto viene lasciato al prudente discernimento del vescovo o al suo solo “dovere morale di contribuire al bene comune! .

Il Movimento Noi siamo Chiesa ha così commentato: Ma la fiducia nella discrezionalità e nella buona volontà del singolo vescovo è stata ridotta a zero dai tanti anni in cui la totalità dei vescovi nel nostro paese ha sempre avuto come del tutto prioritaria la preoccupazione per l’onore della Chiesa, non intesa come comunità dei credenti ma come corpo sacerdotale.

Non c’è quindi da meravigliarsi se il richiamo di papa Francesco è stato così facilmente ignorato anche dai parlamentari, cattolici e non, che, invece, proprio in questi giorni sono chiamati ad una maggiore responsabilità nell’esercizio del loro mandato. La fase di revisione del sistema istituzionale si è aperta drammaticamente perché resa accidentata dalla scelta di Renzi di usare l’arma del ricatto e di travisare le posizioni degli oppositori per imporre le sue scelte.

Le sue false accuse contro il Presidente Grasso, reo di volere un Senato rinnovato ma diverso da quello da lui previsto, e il disprezzo per i firmatari del documento, che rileva nelle sue scelte una deriva autoritaria, non sollecitano, infatti, un franco dibattito ma pretendono un pronunciamento di fedeltà a chi sarà, presto, chiamato a formare le liste dei candidati per le prossime elezioni.

Forte sarà per i parlamentari la “tentazione” di lasciarsi corrompere a servire la volontà del capo piuttosto che l’interesse della comunità nazionale.

Un parlamentare è corrotto non solo se incassa una mazzetta, ma anche se offre il suo sostegno al miglior offerente e non vota” secondo coscienza”.

Marcello Vigili

Auguri Francesco, nonostante tutto…

Autore: liberospirito 13 Mar 2014, Comments (0)

Oggi è un continuo rimando da parte dei media riguardo l’avvenuto primo anno del pontificato di Francesco I. I commenti si sono pressoché uniformati, tanto per cambiare… Una voce fuori dal coro la possiamo leggere sul sito di don Vitaliano Della Sala (www.donvitaliano.it).

don vitaliano della sala

È trascorso solo un anno dalla rinuncia di papa Ratzinger e dall’elezione di papa Bergoglio. Solo un anno: per chi lo vive un’eternità; per l’eternità un attimo. «Dissi un giorno a uno spaventapasseri: “Devi essere stanco di stare in questo campo solitario”. E lui rispose: “La gioia di spaventare è profonda e durevole, e non me ne stanco mai”. “È vero – aggiunsi – anch’io infatti ho conosciuto quella gioia”. E lui a me: “Solo quelli che sono imbottiti di paglia possono conoscerla”. Allora me ne andai, senza comprendere se il suo fosse stato complimento o disprezzo. Trascorse un anno, e quando mi ritrovai di nuovo a passare di là, vidi che due cornacchie stavano costruendo il nido sopra il suo cappello: la gioia di spaventare è degna di una testa di paglia!» (Gibran).

Solo un anno fa eravamo alle prese con una gerarchia vaticana che godeva nel mostrare il suo volto peggiore, con tratti marcatamente reazionari e antidemocratici, incline a sorvolare sulla pedofilia e sugli scandali legati alla banca vaticana, capace di punire duramente non solo chi dissentiva, ma anche chi si permetteva di porsi domande sull’ecclesiologia, sull’infallibilità del papa, sulla reale portata storica del Concilio, sul sacerdozio alle donne, sul celibato dei preti, sui diversi modi di essere famiglia, su quei valori cosiddetti “non negoziabili”. Discutere di questi e altri argomenti ha significato, per molti, subire punizioni canoniche di ogni tipo: «La gioia di spaventare è profonda e durevole, e non me ne stanco mai». Non avveniva da decenni che nella Chiesa ci fosse tanto terrore ad esternare le proprie idee, come è avvenuto nel trentennio di pontificato Wojtyla-Ratzinger; con loro si sono rafforzati i tratti di una Chiesa intollerante, arrogante, inumana, che pretende il rispetto dei diritti dell’essere umano all’esterno, ma non li rispetta per nulla al proprio interno.

Ora, dopo un anno, tutto sembra essere cambiato. La gerarchia, che ha al vertice papa Francesco, non spaventa più “gli uccelli” che, anzi, cominciano a costruire il nido sul cappello di chi, solo un anno fa, spaventava e scacciava chi non la pensava o viveva secondo il pensiero unico. Mi chiedo, e con me se lo chiedono in tanti: è veramente iniziato il tempo di una Chiesa inclusiva, che non emargina, non usa la pesante scure del giudizio contro nessuno, una Chiesa degli esclusi e non dell’esclusione? Ammirando i gesti e ascoltando le parole del papa sembrerebbe di sì; ma poi arrivano immancabili le smentite, i chiarimenti, le precisazioni, le pignolerie morali del solito p. Lombardi, affabile direttore della Sala Stampa vaticana, o del cardinale di turno: una sorta di “profilattico” imposto alla libertà dello Spirito Santo, che vorrebbe soffiare dove vuole.

Forse in piazza San Pietro o in televisione è evidente il cambiamento. Non così in molte parrocchie e diocesi. Che Francesco, come l’omonimo di Assisi, stia sostenendo e restaurando la Chiesa in rovina, non me ne sto accorgendo affatto, e penso di non essere il solo.

Perciò, se mi telefonasse papa Francesco, oltre agli auguri e all’assicurazione di preghiere, “con cristiana franchezza” gli chiederei se non è giunta l’ora di aprire, di spalancare le porte e le finestre di ogni forma di conclave, per far sapere a tutta la Chiesa il perché di certe scelte; ad esempio, perché i cardinali hanno eletto proprio Bergoglio. Si giocherebbe così a carte scoperte, e sarebbe un bene per tutti, alla faccia degli intrighi e dei retroscena.

E perché non discutere di gerarchia? È possibile – è auspicabile – che si capovolga la piramide gerarchica della Chiesa cattolica, e il papa ridiventi “servo dei servi di Dio”? Oppure perché, evangelicamente, non la si spiana del tutto per far ridiventare la Chiesa una comunità di fratelli e sorelle?

E, infine, gli chiederei: la Chiesa è, come afferma il Concilio, «una umana realtà impregnata di divina presenza» o un regno che assomiglia troppo a quelli medievali e poco a quello di Dio, descritto dal Vangelo? In quello secondo Marco, Gesù racconta una parabola, che ricorda il racconto di Gibran, nella quale paragona il Regno di Dio a un granello di senape, il più piccolo tra i semi che però diventa un albero frondoso, «e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra»: paradigma della Chiesa-altra che tanti cristiani sognano e si impegnano a costruire. E in quello secondo Luca, Gesù conclude le anti-beatitudini con un arrabbiato «guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi»: se ci si sforza di essere un vero profeta, un autentico discepolo di Cristo, si finisce immancabilmente per essere contrastati dal sistema di potere; quando questo ti ossequia, ti loda, ti applaude, vuol dire che non sei un buon discepolo, significa che hai tradito il messaggio di Gesù, troppo scomodo per essere applaudito da tutti. Al contrario, quando il potere che controlla la società, ti osteggia, ti perseguita, ti zittisce, allora rallegrati, perché sei sicuro di stare dalla parte del Signore!

Sono certo che papa Francesco sarebbe dispostissimo a discutere di questi e di altri argomenti… ma già prevedo l’immancabile smentita di p. Lombardi & Co.

Perciò, auguri di cuore, papa Francesco.

don Vitaliano Della Sala

“Teo-pro”. A chi?

Autore: liberospirito 23 Giu 2013, Comments (0)

Presentiamo un articolo apparso su “Repubblica” (il 17 giugno scorso) a firma di Paolo Rodari. Riflette sulle aperture nei confronti del nuovo papa compiute da numerosi intellettuali abitualmente critici nei confronti dei mondi vaticani: da Badiou a Zizek fino ad Agamben. Tutto ciò da motivi su cui pensare. Quanto meno andrebbero ribadite alcune elementari verità, a cominciare dal fatto che cristianesimo e cattolicesimo non coincidono necessariamente (ma in terra d’Italia molti preferiscono dimenticare) e che l’esistenza di un’autorità come quella ancora detenuta dal papa (anche se si tratta di un “papa buono”) richiederebbe una radicale rivisitazione, anzichè facili (fin troppo facili) entusiasmi. E altro, molto altro ancora…

bergoglio e ratzinger

Le neo armate del papa

Dai teo-con ai teo-pro. Le “armate” del Papa cambiano casacca. A sancire il passaggio di testimone tanti segni. Non ultimo, una pagina appositamente dedicata al tema da Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani che per anni ha dato voce a quegli intellettuali disposti a tutto pur di riconoscere un ruolo alla religione cristiana non separata dalla sfera pubblica, i teo-con appunto. “Atei devoti”, li ha chiamati qualcuno. «Importanti uomini di cultura non credenti, ma che avvertono il rischio di staccarsi dalle radici cristiane della nostra civiltà», li definì, invece, Benedetto XVI al convengo della Cei di Verona del 2006. Fu come un’investitura ufficiale, quella di Ratzinger, una chiamata alle armi per un esercito disposto a tutto pur di seguirlo.

Ma i Papi cambiano. E chi non vuole soccombere deve allinearsi. Lo scorso 9 giugno Avvenire segnala un cambio di rotta, una virata in perfetto tempismo con l’avvento del primo Papa che ha scelto di chiamarsi Francesco, in onore di una Chiesa diversa, umile, povera, degli ultimi. «C’erano una volta i teo-con, versione italiana dei neo-con americani molto attivi nell’era Bush», scrive Avvenire.

C’erano una volta e ora non ci sono più: «Il dizionario è da aggiornare. Perché si sta affermando a livello internazionale una corrente filosofica teo-pro: intellettuali rigorosamente non credenti e decisamente “progressisti”, i quali prendono il pensiero teologico cristiano (soprattutto quello di san Paolo) e lo trasformano in un dibattito filosofico nuovo e propositivo per l’Occidente».

Come a dire: se fino a pochi mesi fa la difesa dei princìpi non negoziabili andava di pari passo con il kerigma, l’annuncio del Vangelo, ora con Francesco le gerarchie sono ribaltate. I princìpi restano, certo, ma l’accento è anzitutto sull’annuncio della misericordia.

E così non sono più i conservatori americani alla Michael Novak, Richard John Neuhaus, George Weigel, o gli atei devoti italiani alla Marcello Pera e Giuliano Ferrara – ma il direttore del Foglio, a onor del vero, non si è mai considerato tale – a essere tenuti in auge, quanto i nomi, eterogenei fra loro, che Kurt Appel, docente di teologia alla Facoltà teologica di Milano, ha percorso in un volume a più voci dedicato a Cristianesimo e Occidente. Quale futuro Immaginare? (edizioni Glossa).

Dal francese Alain Badiou all’italiano Giorgio Agamben, fino allo sloveno Slavoj Zizek, sono diversi gli intellettuali che, riscoprendo san Paolo come alternativa al relativismo assoluto e mettendo al centro del proprio pensare uno sguardo verso l’altro anzitutto di misericordia, entrano di diritto nelle file dell’“esercito” bergogliano.

Del resto il filosofo francese Rémi Brague l’aveva predetto. Nel volume del 1992 Il futuro dell’Occidente (Bompiani), introdusse la distinzione che tra cristiani e “cristianisti”, prevendendo i pericoli per la Chiesa della corrente che successivamente si sarebbe chiamata teo-con, ma non solo di quella: «Cristianista – scrive Brague -, è chi s’interessa, del (proprio) cristianesimo e non di Cristo. Vede il cristianesimo, astraendolo, come una “tavola di valori”.

E ci sono i cristianisti identitari e i cristianisti del e nel “cattolicesimo democratico”. Il cristianista identitario insiste sul tema dell’Occidente e del suo valore. Richiamando il cristianesimo come uno strumento per il persistere di una “purezza”!». Mentre «il cristianista cattolicodemocratico pratica e impone un cristianesimo come faccenda individuale e socialmente irrilevante e/o arrendevole. Irreprensibile sul piano della vita privata finisce per asservirsi al “volontarismo politico” delle sinistre riconoscendogli, con la sconfessione pratica dell’antropologia cristiana, una presunta superiorità etica».

Esiste una sintesi? Difficile rispondere. Di certo, i cosiddetti teo-pro, nonostante l’endorsement di Avvenire, non sembrano riuscire a stare nel mezzo. Anche loro rivalutano il cristianesimo, però soltanto in chiave culturale. Non c’è conversione in loro, c’è soltanto un riscatto culturale, da sinistra, del cristianesimo. La differenza fra loro e i nuovi atei, insomma, (da Richard Dawkins a Sam Harris fino a Christopher Hitchens) risiede soltanto nel fatto che per questi ultimi il cristianesimo è falso e insano. Mentre per i teo pro è un qualcosa da valorizzare ma non a cui aderire. Avvenire li prende, invece, a modello. Ma cosa diranno i settori più conservatori del cattolicesimo in merito? E cosa i teologi più illuminati del cattolicesimo oggi?

Pierangelo Sequeri, preside della facoltà teologica dell’Italia settentrionale, vede note positive. Dice, infatti, che «la corrente teo-pro è interessante perché marca una distanza netta dal pensiero debole e rappresenta una via per ridare vita all’autentico umanesimo».

Di autentico umanesimo, in effetti, parla Zizek quando in La mostruosità di Cristo (Transeuropa) spiega con San Paolo che è questo il tempo di «una vita vera nell’amore, accessibile a tutti noi attraverso la grazia». È il tempo, dice, di «un cristianesimo focalizzato sull’agape».

Eppure i rischi ci sono, come Brague insegna. Dice in proposito il sociologo Luca Diotallevi, fresco autore di La pretesa. Quale rapporto tra Vangelo e ordine sociale ( Rubbettino). «Da una parte esistono nostalgie di cristianesimo giocate come avversione alla modernità avanzata. In un certo senso la versione originale dei teo-con è la declinazione di destra di questo fenomeno. Ma ne esiste anche una di sinistra, speculare, affine alla prima.

Nella direzione opposta, è invece presente, e robusta, nel mondo anglosassone ma anche in quello francese, l’idea di un cristianesimo come vettore di un cammino che accetta e sfida la modernità avanzata per una società in cui il primato dell’amore non contrasti con una prospettiva sociale ancora più libera e aperta.

L’alternativa principale è quella tra un cristianesimo che rifiuta e uno che affronta e attraversa la modernità avanzata. Quando Tony Blair si converte al cattolicesimo dice proprio che una civitas aperta ha bisogno del cristianesimo. Nel mondo francofono è il filosofo Jean-Luc Nancy, erede di Jacques Derrida, a dire che la decostruzione, e dunque il principio dell’apertura, sono un prodotto del cristianesimo e che vive di cristianesimo.

In questo prevalere della speranza sulla nostalgia, che è anche lo spirito del Vaticano II, si può cogliere l’eco della patristica e di una lettura liberante di Agostino. Per lui, nel secolo della civitas terrena permixta alla civitas celeste l’amore alimenta la libertà e conosce e non teme il conflitto. Il filone che è stato chiamato teo-pro è esso stesso attraversato da un alternativa più profonda, intorno alla conciliabilità o meno di libertà e amore».

Paolo Rodari

Hic Rhodus, hic salta…

Autore: liberospirito 5 Apr 2013, Comments (0)

Abbiamo già parlato degli apprezzamenti nei confronti di Francesco I (espressi anche da figure solitamente critiche nei confronti delle gerarchie vaticane) e delle rare voci dissonanti riguardo a ciò. Riportiamo un articolo di Luca Kocci, apparso un paio di giorni fa su “Il manifesto”, in cui vengono messe sul tappeto alcune decisioni cruciali che dovranno essere prese dal nuovo papa. Come dire: Hic Rhodus, hic salta. Lì, proprio lì, lo vederemo alla prova e allora si potrà comprendere se quei segni manifestati al momento dell’insediamento di Francesco I – che alludevano a un cambio di orientamento – preannunciavano il novum che tanti desiderano oppure tutto ciò a cui abbiamo assistito era solo marketing, null’altro che un’astuta operazione cosmetica.

francesco I

Francesco alla prova di governo

La luna di miele è terminata, adesso comincia il vero pontificato di papa Francesco. Concluse le celebrazioni della Pasqua, esauriti i bagni di folla – l’ ultimo lunedì: in piazza San Pietro ad ascoltare il Regina Coeli, che nel tempo pasquale sostituisce l’ Angelus, c’erano 40mila fedeli –, finita l’ abbuffata mediatica, Bergoglio dovrà ora dare l’ avvio all’ azione di governo della Chiesa.

I punti all’ ordine del giorno, alcuni dei quali particolarmente spinosi, sono numerosi: la sostituzione del card. Bertone alla guida della Segreteria di Stato, le nomine dei capi dei dicasteri curiali – ovvero i ministri del governo vaticano –, lo Ior e altre questioni finanziarie. Da queste decisioni si capirà meglio se quello di Bergoglio sarà un pontificato realmente riformatore oppure se il papa venuto «dalla fine del mondo» si limiterà ad innovare le forme e le apparenze lasciando però immutata la sostanza e le strutture dell’istituzione ecclesiastica.

Molti dei gesti compiuti e delle parole fin qui pronunciate sono un evidente segno di discontinuità con il recente passato: la rinuncia ai paramenti distintivi del potere papale; la scelta di appellarsi «vescovo di Roma» piuttosto che pontefice; la prima messa nella Cappella sistina celebrata dall’ altare rivolto verso i fedeli (che nell’ occasione erano i cardinali elettori) e non da quello preconciliare addossato alla parete, quindi dando le spalle ai fedeli, come invece fece Ratzinger; un seggio al posto del trono papale durante le udienze; la lavanda dei piedi ai detenuti del carcere minorile di Casal del Marmo, fra cui due ragazze, che tanto ha fatto infuriare i tradizionalisti; l’ incontro con il fratello di Emanuela Orlandi, Pietro, prima sistematicamente ignorato e tenuto a debita distanza dai sacri palazzi; l’ uso di espressioni come «popolo» e «Chiesa povera e per i poveri» (ma non «Chiesa dei poveri», come disse il Concilio).

Si tratterà ora di vedere se tale discontinuità riguarderà anche l’ azione di governo, a cominciare dalla scelta della nuova Segreteria di Stato, fin’ ora guidata da Bertone, il quale, complice anche la fiducia assoluta in lui riposta da Ratzinger, ha concentrato nelle sue mani un potere enorme – non sempre ben digerito dagli altri cardinali di Curia: non a caso molti documenti del Vatileaks riguardavano proprio la gestione Bertone – e ha piazzato i suoi uomini nei gangli vitali del potere vaticano, dai dicasteri economici (l’ Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica, la Prefettura degli affari economici, il Governatorato) allo Ior. Bertone ha superato l’ età della pensione (ha 78 anni, si lascia a 75), è stato riconfermato «donec aliter provideatur» (fino a che non si provveda altrimenti) ma ha le settimane contate. La scelta del suo successore sarà decisiva per capire la direzione del pontificato di Bergoglio, che da giorni ha avviato le consultazioni con diversi cardinali latinoamericani e alcuni capi dicastero.

Capitolo Ior. Bertone sembra averlo “blindato” per i prossimi 5 anni: è stato appena nominato il nuovo presidente (il tedesco Von Freyberg, che però non è un bertoniano), confermato il Consiglio di sovrintendenza (un Consiglio di amministrazione laico) e rinnovata la Commissione cardinalizia di vigilanza (dove uno dei cardinali “ostili” al segretario di Stato, Nicora, è stato sostituito con il fedelissimo Calcagno), di cui lo stesso Bertone è presidente. E circola la notizia secondo cui lo Ior potrebbe essere posto sotto il controllo della Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano, il dicastero che insieme al Governatorato amministra lo Stato vaticano, guidata da un altro fedelissimo di Bertone, il card. Bertello. Sembrerebbe che non ci siano grandi possibilità di manovra. Ma il nuovo papa, se vorrà, potrà rimescolare le carte, tenendo anche conto che entro l’estate Moneyval, l’organismo di controllo antiriciclaggio del Consiglio d’Europa, dovrà decidere se ammettere il Vaticano nella white list dei Paesi virtuosi.

Nel rinnovo potranno avere un peso anche due vicende giudiziarie che stanno coinvolgendo, come persone informate sui fatti, due pesi massimi della Curia: il presidente del Pontificio consiglio per la famiglia, mons. Vincenzo Paglia (vicino alla Comunità di sant’Egidio) e lo stesso Bertone. La diocesi di Terni, amministrata da Paglia fino a pochi mesi fa, è sotto osservazione dai magistrati della Procura per un buco di bilancio di 18-20 milioni di euro in seguito ad alcune operazioni immobiliari spericolate. Bertone invece, forse già in settimana, sarà sentito dai giudici del Tribunale civile di Roma che stanno dirimendo la contesa sull’eredità del marchese Alessandro Gerini (uno dei grandi palazzinari romani degli anni ’50-’70) fra i salesiani – la congregazione religiosa di Bertone, beneficiaria del lascito milionario – e gli eredi Gerini, che ne contestano la regolarità: se venisse confermata la condanna, i salesiani dovrebbero sborsare una cifra di 99 milioni di euro.

Luca Kocci

 

Habemus papam. La censura del silenzio

Autore: liberospirito 23 Mar 2013, Comments (0)

Con stupore e delusione abbiamo ascoltato alcuni commenti a caldo – largamente positivi – espressi da alcune note figure dissidenti all’interno della Chiesa in merito alla nomina di Francesco I. Ecco di seguito, invece, la riflessione di Lidia Menapace (recuperata da www.italialaica.it) sull’elezione del nuovo papa. E’ davvero una delle rare voci fuori dal coro e per questo è bene assegnarle il dovuto risalto. Per chi non la conoscesse, Lidia Menapace, già giovanissima partigiana, è una figura storica del cristianesimo del dissenso, quello orientato a coniugare religione e politica; è stata deputata al parlamento per Rifondazione Comunista e attualmente fa parte del comitato nazionale dell’ANPI.

habemus-papam

Stavo guardando il tg3 delle 19, come sempre quando sono a casa ed è arrivata la notizia e la vista della fumata bianca che ha mandato in pezzi tutti i discorsi sul nuovo papa. Sono rimasta a seguire tutta la trasmissione fino alla fine.
Il nuovo papa mi ha fatto una grande impressione per la sua prestanza e imponenza fisica, soverchiava di tutta la testa i circostanti, era fermo e non emozionato. Ha mostrato subito una grande abilità comunicativa con il parlare  semplice e le battute, ha inaugurato un simbolico gestuale  notevole, come quello di chiedere al popolo che pregasse per lui e lo benedicesse prima che il papa benedicesse il popolo, ho notato che usa abitualmente il linguaggio inclusivo fratelli e sorelle, uomini e donne.
Ma in testa mi risuonava il suo nome insieme a quello di mons. Pio Laghi, un nome infausto e da vergognarsi, mi si ripresentava la rabbia e il rifiuto di Pertini nei confronti di Videla. Mi sono ripromessa di riordinare le impressioni, ma – nelle trasmissioni ufficiali – su quell’oscuro e tremendo periodo della dittatura di Videla si scivola via con frasi a mezzabocca. Insomma vige già una specie di congiura del silenzio. Il nuovo papa ha già messo insieme molti primati, anche quello dei gesti schietti e del parlare  non aulico, ma quanto a doppiezza sembra restare  entro i confini della consuetudine per di più essendo gesuita (anche questo è un primato, non c’é mai stato finora un papa della compagnia di Gesù). Ho seguito nei giorni successivi le vicende, dato oltretutto che Francesco  ha letteralmente occupato la tv pubblica con  programmi direttamente confezionati dal servizio vaticano.
ll clou è stata  la serata del 14/15: mi sono passati davanti  due millenni di storia del cattolicesimo attraverso il racconto del pontificato e anche del Concilio Vaticano II e non ho visto né sentito se non volti nomi voci fatti eventi  interessi di uomini maschi, non una faccia di donna, non un nome di donna, non una questione che riguardasse le donne. Verremo citate quando il papa tirerà fuori il suo noto rigore etico, immagino contro divorzio, omosessualità, aborto: certamente sarà con i poveri e con l’assistenza, non con i diritti. Sembra  il metodo della comunità di S. Egidio, molta beneficenza e gesti di generosità e umiltà come quelli di servire a tavola nelle mense della Caritas, ma il più rigido fondamentalismo nei confronti della libertà.
È proprio vero che il patriarcato ha vinto su tutta la linea, dal papa a Grillo, che propone due uomini come candidati del M5S per le presidenze di Camera e Senato.  Non so se un così accentuato trionfo patriarcale potrà tirar fuori le chiese e le religioni dalla loro crisi, certamente – per la crisi capitalistica – il patriarcato portatore di barbarie non consente di predisporre né immaginare un futuro alternativo.
Lidia Menapace
lidia menapace

 

Liturgical design

Autore: liberospirito 17 Ago 2012, Comments (0)

Sicuramente i nostri venticinque lettori ne saranno all’oscuro. Diamo pertanto notizia di cessata attività della ditta Tridentinum (www.tridentinum.com), la quale però segnala sul suo sito che gli ordini sin qui inevasi verranno consegnati entro dicembre di quest’anno. Ma di cosa si occupava la Tridentinum? Qualcuno ricorderà le scene del film Roma di Fellini, dove si assisteva a una sfilata di moda ecclesiastica. La realtà a volte supera la fantasia. Abbigliamento liturgico (liturgical design, così si autodefinisce la ditta) è (o meglio: era) il suo settore merceologico. Dal catalogo (risalente però al 2010) possiamo evincere prodotti e prezzi relativi. Qualche esempio: mitria a 30.000 euro; pianeta a 18.000 euro; casula a 10.900 euro; scarpe alla modica cifra di 1.500 euro, così come i guanti. Aggiungiamo che le cifre (del 2010) sono quelle “riservate ai venditori”, per cui il prezzo al dettaglio subisce ulteriori incrementi.

Non ci è dato sapere se la cessata attività della ditta sopraindicata sia imputabile alla crisi economica o altro. Ben attiva risulta invece la ditta Annibale Gammarelli (www.gammarelli.com) di Roma, la quale – come viene segnalato nella homepage del sito – «è conosciuta in tutto il mondo ecclesiastico (…). Sei generazioni di Gammarelli hanno avuto l’onore di servire migliaia di sacerdoti e centinaia di Vescovi e Cardinali e oggi la sartoria Gammarelli si onora di servire Sua Santità Benedetto XVI».

Ai Gammarelli e ad altri sarti romani ricorrono i porporati di tutto il mondo perché solo qui trovano i tessuti del colore giusto. «Il rosso cardinalizio si chiama rosso ponsò», sottolinea Annibale Gammarelli in un’intervista, «e non esiste in commercio. Il tessuto di questo colore viene creato da ditte italiane su nostra commissione. Idem il colore per i vescovi, che è il paonazzo romano».

Il catalogo della benamata ditta Gammarelli è consultabile on line e risulta assai ricco; il lettore curioso potrà ammirare la gamma dei prodotti. Purtroppo non troverà i prezzi. I Gammarelli sono discreti e rimandano all’area riservata o a contatti diretti da parte dell’acquirente. Pertanto non sapremo se i prezzi si trovano allineati al catalogo della Tridentinum o meno.

Ci fermiamo qui e ce n’è d’avanzo. A questo punto sarebbe quasi d’obbligo una qualche riflessione sulla povertà religiosa, l’umiltà, la modestia e via dicendo. O un paragone, quantomeno rapsodico, con il rabbi di Nazareth e tutto il suo seguito. Ma vogliamo risparmiare simili esercizi ai frequentatori del nostro blog. Senza essere dotati di poteri telepatici, siamo convinti che, senza nulla aggiungere,
ci intendiamo alla perfezione circa il giudizio sul liturgical design e gli abituali fruitori di tali prodotti. (Solo una breve citazione in coda: «Osservate come crescono i gigli dei campi: essi non faticano e non filano; eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro»).

Scriblerus

Repetita iuvant. Notizie simili le abbiamo già riportate, ma tant’è. Riprendiamo un articolo apparso su “Adista Notizie” (n. 28 del 21/07/2012). Ogni commento – come si suol dire – è superfluo.

Chissà se, nonostante il bilancio in attivo (v. notizia precedente), a causa  della crisi economica mondiale e dei costi altissimi dei viaggi del papa per visite apostoliche e pastorali, in Italia ed all’estero, anche il Vaticano darà  avvio ad una spending review , nel solco di quella recentemente varata dal  governo italiano. Se accadrà, non sarà però certo in tempi brevi. Perché finora  l’escamotage individuato dal Vaticano per contenere i costi degli spostamenti di  Benedetto XVI resta efficacissimo: le spese per i viaggi ed i soggiorni del papa, per i palchi ed i maxischermi, gli impianti di amplificazione, le
strutture costruite ad hoc per consentire lo svolgimento delle kermesse papali, i ricevimenti, gli spostamenti, ecc. gravano sempre sui Comuni ospitanti (e quindi sui contribuenti); sempre sui fedeli delle diocesi interessate, che pagano con le offerte raccolte nelle Chiese; e sulle Curie, che versano un contributo “volontario”, ma obbligatorio; e gravano talvolta anche sulle casse dello Stato, nel caso ad esempio che quello papale sia rubricato come “grande evento” (ma lo Stato, va ricordato, mette sempre a disposizione gli elicotteri dell’Aereonautica Militare per trasportare il seguito del papa, oltre a
provvedere alla sua sicurezza personale ed all’ordine pubblico, in parte a carico anche delle polizie locali).
L’ultimo esempio è rappresentato dalla visita pastorale di Benedetto XVI nella diocesi di Frascati, il 15 luglio scorso. Visita lampo, per la verità, poiché il papa, dopo aver celebrato messa nella locale piazza S. Pietro, ha fatto ritorno nella residenza estiva di Castel Gandolfo per la recita dell’Angelus di mezzogiorno. Visita lampo, ciononostante piuttosto onerosa, dal momento che, oltre a tutte le offerte raccolte nelle chiese tuscolane la giornata del 15, alle parrocchie è stato chiesto di dare anche un contributo straordinario. Rigidamente pianificato e quantificato, nei termini della biblica “decima”: «Carissimo Confratello sacerdote – ha scritto infatti il vescovo, mons. Raffaello Martinelli (già collaboratore di Ratzinger alla Congregazione per la Dottrina della Fede), in una mail del 4 luglio indirizzata a tutti i parroci della sua diocesi – in occasione della visita del Santo Padre di domenica 15 luglio prossimo, ti ricordo l’impegno di offrire, per le attività caritative internazionali del Papa, un contributo, pari ad almeno il 10% delle entrate annuali della tua parrocchia, nella forma che ti avevo già indicato, e cioè trasmettendo alla Curia, entro il prossimo 10 luglio, in busta chiusa un assegno, non trasferibile, intestato a Sua Santità Benedetto XVI; un biglietto di accompagno, indicante il nome della tua parrocchia. Tutte le buste chiuse saranno poi consegnate al Santo Padre, durante la Concelebrazione Eucaristica, da Lui presieduta. Grazie! Mons. Martinelli».

Facciamo un po’ di conti. In una zona come quella tuscolana è difficile che le parrocchie abbiano entrate inferiori ai 100mila euro annui (per difetto, anche perché molte parrocchie non mettono a bilancio le offerte dei fedeli, considerate “diritto di stola” del parroco). Le parrocchie del territorio diocesano sono 25. È quindi realistico pensare che gli assegni in busta chiusa che i parroci devolveranno al papa superino tutti assieme la cifra di 250mila euro. A tale somma va poi aggiunto il totale delle offerte che verranno raccolte nelle questue, durante le messe. Infine, l’inevitabile contributo della diocesi.

Una delle ultime visite pastorali di Benedetto XVI, quella ad Arezzo del 13 maggio, costò in totale 500mila euro. Di questi, 120 mila euro furono a carico della Regione Toscana, 90mila del Comune; più un contributo della Provincia, oltre a quello della diocesi ed alle offerte di fedeli e enti vari. Certo, la visita a Frascati avrà costi prevedibilmente più bassi, per la minore durata ed il programma meno denso. Ma il papa viaggia sempre insieme ad un nutrito seguito, che prevede il segretario personale, il prefetto della Casa pontificia, il reggente, l’assistente, il cameriere e il medico personale, numerosi uomini della scorta, (agenti della gendarmeria e della Guardia svizzera), oltre a cerimonieri, fotografi e giornalisti dell’Osservatore Romano, operatori della Tv e della Radio Vaticana. Insomma, la
cifra sarà inferiore ai 500mila euro, ma non di moltissimo.

In ogni caso, per una trasferta di qualche ora, una visita “fuori porta”, a pochi chilometri di distanza da Castelgandolfo, le ingenti “offerte” di parrocchie e fedeli di Frascati costituiscono un contributo assai rilevante.

Un papa da cinquecentomila euro

Autore: liberospirito 11 Mag 2012, Comments (0)

Voi cosa ne pensate? Assurda follia, fiera della vanità, manie faraoniche… c’e da vergognarsi, altro che. Riportiamo l’articolo, a cura di Cinzia Giubbini, apparso su “Il Manifesto” in data 3 maggio 2012, che ci informa sui costi delle visite papali. PS: Ma il rabbi di Nazareth quando si spostava per i luoghi della Galilea come faceva? Quanto spendeva?

Cinquecentomila euro per andare da Roma a Arezzo. Non è uno scherzo: è il costo pubblico per la visita pastorale in programma il 13 maggio nella diocesi Arezzo-Cortona-San Sepolcro, quando Benedetto XVI visiterà il santuario di Verna. Si tratta, certamente, della spesa standard per i viaggi papali, ma si sa che in Vaticano
non sono campioni di trasparenza: niente di male se si trattasse dell’impiego del patrimonio della Chiesa.
Peccato che quei soldi ce li metta anche lo stato. Stavolta la storia è venuta fuori grazie a un’interrogazione parlamentare presentata dai radicali Donatella Poretti e Marco Perduca. Secondo i due senatori tutti verseranno l’obolo: governo, regione Toscana, provincia e comune di Arezzo. Si legge infatti nell’interrogazione: «Sono 120 mila euro quelli che stanzierà la regione Toscana, 90 mila quelli del comune. Ad oggi non è ancora chiaro il contributo della provincia e quello a carico della diocesi tramite offerte dei fedeli ed enti vari. Inoltre, apprendiamo anche che il governo si farà carico di parte delle spese».
Ma non solo, perché il papa prevede di utilizzare gli elicotteri dell’Aeronautica militare. Tutto sommato, però, il pontefice è un capo di stato estero. Non se la potrebbe pagare da solo la sua sicurezza? Anche perché la spesa comincia a farsi pesante se è vero, come scrivono i senatori che «solitamente con il Pontefice viaggiano il suo segretario personale, il Prefetto della Casa Pontifica, il Reggente, l’assistente, numerosi uomini della scorta vaticana, composta da agenti della Gendarmeria guidata dall’aretino Domenico Giani, e della Guardia Svizzera, i cerimonieri, i fotografi e giornalisti dell’Osservatore Romano, gli operatori della Tv e Radio Vaticana, il cameriere e il medico personale».
Sulla questione ha risposto al manifesto la regione Toscana. Che in una nota fa sapere di aver deciso di spendere i 120mila euro «su richiesta della Curia»: «Eventi di questo rilievo, che coinvolgono un territorio nel suo complesso, hanno sempre comportato, sia a livello nazionale che locale, una partecipazione attiva delle istituzioni interessate», afferma la Regione, che invita a guardare il lato positivo della faccenda: «Si tratta di un evento che sarà seguito da tutti i media e che porterà all’attenzione del mondo alcune delle località più suggestive e ricche d’arte della Toscana. Con le conseguenze economiche che ne potranno derivare». Insomma, papa Ratzinger è pur sempre una «star» e le sue visite sono una macchina sforna-soldi.
Privati e pubblici.

Addio al Piccolo Cesare

Autore: liberospirito 20 Gen 2011, Comments (0)

E’ di oggi la notizia sui quotidiani della decisione da parte del Vaticano di provare a scaricare Berlusconi a causa del sexy-gate che lo vedo coinvolto. ”La Santa Sede sta seguendo con attenzione e con particolare preoccupazione queste vicende italiane”, ha dichiarato il segretario di Stato Vaticano, cardinale Tarcisio Bertone. E’ lo stesso personaggio che all’incirca un mese fa si è congratulato con il premier per aver pienamente recepito le indicazioni della Santa Sede su temi definiti “eticamente sensibili” (famiglia, istruzione, difesa della vita), definendo come eccellente lo stato delle relazioni tra le due sponde del Tevere. Con quelle parole Bertone confermava, suo malgrado, quanto riportava sulla rivista “Rocca” Giancarlo Zizola a proposito del pensiero dei vertici vaticani, il quale, stando alla sintesi di un osservatore anonimo, ”non importa se il potere sia di destra o di sinistra, importa chi ci dà di più”.

Staremo a vedere se l’intervento del Vaticano contribuirà alla messa in liquidazione del “piccolo cesare” di Arcore e se saprà essere minimamente coerente su ciò. Staremo a vedere, appunto. Intanto riportiamo qui sotto le parole di Enrico Peyretti (intellettuale e ricercatore impegnato nel movimento per la nonviolenza e la pace), apparse sulla rete tempo fa, che costituiscono una sana denuncia.

 Una gerarchia insensata

 Enrico Peyretti

Sento, insistente, fra i cattolici seri e pensosi, non più disagio ma ripugnanza per queste ripetute prese di posizione di una gerarchia insensata a favore del governo Berlusconi. Non si tratta di destra o sinistra: si tratta di un governo che è “fuori” da tutte le parti: fuori dalla Costituzione, fuori dalla giustizia verso i più poveri (tanto all’interno quanto fra i migranti in cerca di vita respinti in mano a dittatori e predoni), fuori dalla legalità, fuori dalla parola veritiera e onesta, fuori dalla minima onestà civile.

Cosa vedono e cosa vogliono questi gerarchi di una organizzazione ecclesiastica fine a se stessa, con ogni mezzo? Con quale responsabilità parlano? Con quale conoscenza della realtà? Con quale coscienza dei primari valori umani e civili? Ma sanno a chi vendono la chiesa? I cristiani cattolici coscienti si facciano sentire, con voce forte. È il nostro dovere.

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