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Tag: valdesi

Settembre, le scuole riaprono e con esse gli annosi problemi legati al mondo dell’educazione. Quest’anno, fra l’altro, incombe minacciosa la “Buona scuola” marchiata Renzi. Ma non è di ciò che intendiamo occuparci in questo post, bensì di un vecchio discorso, quello della necessaria laicità della scuola intesa come bene pubblico. Dove laicità non significa espellere domande riguardanti quella dimensione di senso che chiamiamo religione, ma la possibilità di porre tali questioni e di affrontarle con apertura, tolleranza e soprattutto equidistanza rispetto a questa o quella confessione religiosa o non-religiosa. Tutto qui. Condividiamo pertanto la posizione espressa su questo tema dai valdesi. A tale scopo proponiamo la lettura di un breve intervento proveniente dal sito della Chiesa valdese (www.chiesavaldese.org).

SchoolPrayer

Il campo educativo è sempre stato uno di quelli in cui si è verificato in modo particolarmente acceso il conflitto fra la Chiesa e lo Stato. Questo fenomeno si è registrato nell’Ottocento ma è sempre esistito nella società italiana. Non a caso le tensioni fra governo fascista e Roma si sono avute in questo settore. La reintroduzione della religione cattolica come materia di insegnamento nelle scuole pubbliche con il Concordato ha modificato profondamente il carattere laico che la scuola italiana aveva avuto sino a quel momento.

La presenza clericale mantenuta anche con i governi della Repubblica si è andata paradossalmente accentuando anche negli ultimi decenni con il finanziamento alle scuole cattoliche e l’assunzione in ruolo di professori di religione. Gli evangelici hanno sempre rivendicato il carattere laico della scuola di Stato, laico nel senso di una neutralità ed equidistanza rispetto ad ogni comunità religiosa. Per quanto riguarda l’educazione religiosa essi sono convinti che spetti alla comunità dei credenti assumere quel compito nelle sedi proprie e non in quelle pubbliche. Questo non dovrebbe escludere però la possibilità che la scuola offra agli alunni l’opportunità di approfondire il fatto religioso come espressione della cultura e della storia del paese.

Un insegnamento del cristianesimo nelle sue diverse espressioni ma anche delle maggiori religioni, affidata a docenti preparati nelle facoltà universitarie e non ad insegnanti reclutati dalle diocesi, costituirebbe per gli italiani l’occasione di un approfondimento culturale fondamentale.

Gli italiani sono ignoranti in materia religiosa. Oltre il 50% ha idee confuse sugli autori della Bibbia e soltanto il 16% è in grado di mettere in ordine cronologico Noè, Abramo, Mosè e Gesù. Meno di due italiani su dieci sono in grado di citare i dieci comandamenti e il 41% ne sa citare uno soltanto. È quanto emerge da un’indagine condotta da Gfk Eurisko per conto della Chiesa valdese, i cui dati sono stati presentati a Torre Pellice nel corso di una serata pubblica promossa nell’ambito del Sinodo delle chiese metodiste e valdesi dal titolo “Santa ignoranza. Gli italiani, il pluralismo delle fedi, l’analfabetismo religioso”. L’Agenzia Sir ne ha parlato con Paolo Naso, coordinatore della Commissione studi della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei). Riportiamo sotto l’intervista. Qui però vogliamo aggiungere alcune personali riflessioni. L’ignoranza religiosa è si cosa grave e indica responsabilità precise di tale situazione, ma questo è solo un aspetto e forse non il più grave. Più importante del saper collocare in ordine cronologico i vari Noè, Abramo, Mosè e Gesù è l’essere in grado di esprimere un comportamento religioso nei fatti. A tale scopo ricordiamo qui un esperimento di psicologia applicata al comportamento, compiuto nella prima metà degli anni Settanta. L’esperimento venne soprannominato del ‘buon samaritano’. In breve: ad alcuni studenti (di diverso orientamento religioso) di un seminario teologico viene chiesto di recarsi nel locale di un edificio distante pochi minuti di strada; là avrebbero dovuto esporre le proprie posizioni su un argomento assegnato. Solo alla metà degli studenti viene riferito che il tema era la parabola del buon samaritano (Luca 10,25-37). Solo a una parte di questi ultimi viene anche detto di affrettarsi, agli altri invece non viene detto nulla. Nei pressi dell’entrata dell’edificio in cui dovevano entrare i giovani trovano una persona che giace a terra, richiedente aiuto. Di fronte a ciò alcuni studenti si fermano per prestare soccorso, altri proseguono per la loro strada. L’esito dell’esperimento fu il seguente: solo il 10% degli studenti in ritardo si era fermato, contro il 64% degli studenti che avevano più tempo a disposizione. L’essere cattolici o protestanti, conoscere più o meno bene la parabola del buon samaritano, risultarono fattori poco significativi; l’unica discriminante era il tempo in avanzo. Risulta qui evidente una sfasatura fra le parole (l’appartenenza religiosa) e le cose (il comportamento tenuto). Qui il comportamento irreligioso è assai più preoccupante dell’ignoranza religiosa. Questo dovrebbe dare da pensare oggi.

santa ignoranza

Che cosa l’ha colpita di più della ricerca Eurisko?
“Abbiamo riscontrato un’elevata punta di persone che senza esitazione si definisce cattolica. Il problema è che a questa identità corrisponde un assoluto analfabetismo religioso. Alla domanda per esempio, capostipite di ogni catechismo, riguardo alle tre virtù teologali, ha saputo rispondere solo il 17%. Oppure, riguardo alla lettura della Bibbia, solo il 30% lo fa al di fuori delle celebrazioni liturgiche. Rarissime poi le persone in grado di citare tutti e dieci i comandamenti: il 41% ne sa citare solo uno, di solito il ‘non uccidere’ o il ‘non rubare’. Solo poi il 16% sa mettere in ordine cronologico Noè, Abramo, Mosè e Gesù. Siamo quindi di fronte ad un dato gravissimo di assoluto analfabetismo religioso”.

È un fenomeno che c’è sempre stato o è andato peggiorando negli anni?
“È un fenomeno che è andato peggiorando negli anni. Abbiamo per esempio posto la domanda su chi ha iniziato la riforma protestante. Il dato che emerge è che circa il 50 % degli italiani sa che è stato Lutero. Quando abbiamo posto la stessa domanda a giovani sotto i 30 anni, quelli cioè che dovrebbero essere più freschi di studi, il dato si abbassa al 31%. Emerge allora un dato ancora più grave che riguarda in particolare i giovani. C’è di che preoccuparsi”.

Che cosa preoccupa di più?
“Un dato oggi di analfabetismo religioso così alto ha una pessima funzione sociale. Oggi le religioni sono chiamate in causa dal più ampio tema della interculturalità. Ignorare o non disporre di chiavi di comprensione della realtà religiosa significa venire meno alla cittadinanza sociale, alle dinamiche delle integrazioni, della semplice convivenza nello spazio pubblico”.

Vuol dire che c’è un legame tra i fenomeni di razzismo e l’analfabetismo religioso?
“Esiste un rapporto stringente. La forza più percepibile di razzismo è la discriminazione nei confronti di chi ha una religione diversa. Negli ultimi quattro anni, per esempio, sono state fatte campagne scientifiche di delegittimazione della presenza islamica nel nostro Paese con la motivazione che il musulmano è portatore di valori e sistemi di pensiero e vita incompatibili con la società italiana”.

Perché l’appartenenza religiosa dà così fastidio?
“La prima ragione è che siamo in Italia. Siamo cioè in un contesto nel quale l’identificazione religiosa ha un peso che non si riscontra in altre società come quella americana, inglese o svizzera. Il secondo elemento è dato dal fatto che alcuni partiti politici hanno diffuso echi dozzinali e volgari dello scontro di civiltà che sono diventati categorie di scontro politico. Ci sono cioè in Italia forze politiche che hanno deciso di fare political marketing agendo su questo tema. E gli effetti negativi in termini di pregiudizio sono purtroppo sotto gli occhi di tutti, quando le logiche discriminatorie ed esclusive diventano senso comune”.

Un’Italia che non sa decifrare il fenomeno del pluralismo religioso, che Paese diventerebbe?
“Da un lato un’Italia più povera culturalmente, perché non sa capire la sua storia di Paese multiculturale e non sa fare proprie le ricchezze e le tradizioni specifiche dell’altro. E dall’altro sarebbe un Paese più pronto all’implosione: il vettore religioso anziché essere un vettore di mediazione in funzione della coesione sociale diventerebbe un vettore di scontro. Se l’Italia quindi non mette seriamente mano ad una politica di alfabetizzazione religiosa in funzione della coesione sociale, a mio modo di vedere aggrava un percorso di implosione sociale: non ci capiamo, non dialoghiamo, non conviviamo serenamente e perpetriamo una logica di scontro. Certamente a basso conflitto, ma uno scontro lacerante del tessuto sociale”.

Per la libertà religiosa, sempre

Autore: liberospirito 17 Feb 2013, Comments (0)

Il 17 febbraio 1848 l’allora re di Sardegna Carlo Alberto poneva fine a secoli di discriminazione nei confronti dei valdesi e degli ebrei riconoscendo ai sudditi del regno i diritti civili e politici. Poco più di un editto di tolleranza che concedeva una libertà assai limitata, restando in vigore le restrizioni dell’età controriformista. Ripensando quella giornata, la Chiesa Valdese ha proposto la data del 17 febbraio come occasione per ricordare e rivendicare la pratica della libertà religiosa in Italia. Tale data, almeno fino ad ora, non è stata ancora investita dai crismi dell’ufficialità ed è bene – così pensiamo – che tale rimanga, al di fuori quindi di paludate e retoriche celebrazioni istituzionali, le quali finiscono per snaturare quanto di vivo e presente sa risuonare ancora dal passato. Diverse iniziative sono state pensate. In molte valli valdesi (a cominciare dalla Val Pellice) vengono accesi falò in memoria di quel giorno.

A Roma, invece, l’associazione nazionale di libero pensiero “Giordano Bruno”  (www.periodicoliberopensiero.it) ha indetto , in Campo dei Fiori, alle ore 17, un convegno dal titolo “Nel nome di Giordano Bruno. Il diritto alla dignità”. Infatti  il 17 febbraio è anche la data del rogo del filosofo nolano da parte del tribunale dell’inquisizione.

Riportiamo di seguito – dal sito della Chiesa Valdese (www.chiesavaldese.org)  – il testo con le riflessioni sul 17 febbraio.


Il 17 febbraio

E’ da sempre presente nella società umana l’abitudine di segnare il tempo con scansioni precise, date significative: l’inizio dell’anno, festività religiose e in tempi moderni ricordo di avvenimenti del passato che hanno segnato l’identità nazionale, da noi il XX settembre, il 25 aprile, il 2 giugno.

Di recente si è introdotto nei nostri passi una nuova categoria di date significative: i giorni della memoria. Momenti che dovrebbero costituire punti fermi nella presa di coscienza della nostra identità collettiva perché fissano avvenimenti che hanno segnato le generazioni passate, di cui è essenziale mantenere il ricordo.

Mentre le feste nazionali del passato rinnovavano ricordi di vittorie o di gloria (sia pur glorie effimere come tutto ciò che è umano) i giorni della memoria rievocano sofferenze, dolore. Forse perché il nostro secolo è stato segnato da tragedie immani e ha assistito ad un salto di qualità nel male di tipo quantitativo e qualitativo? O perché inconsciamente reagisce all’immagine falsa e irreale del benessere che il consumismo diffonde attorno a noi? Tutti belli, giovani, ricchi, sportivi, aitanti e sorridenti figli però dell’Olocausto e delle foibe?

Anche la nostra piccola comunità evangelica ha elaborato nel corso degli ultimi anni il suo giorno della memoria: la giornata della libertà. A metà febbraio, non a caso, perché la data viene da lontano, ha un secolo e mezzo di vita. Il 17 febbraio, giorno a cui si fa riferimento, ricorda le Lettere Patenti con cui Carlo Alberto, nel 1848, poneva fine a secoli di discriminazione riconoscendo ai suoi sudditi valdesi i diritti civili e politici. Un editto di tolleranza che concedeva libertà molto limitata, per quanto concerne infatti quella religiosa “nulla era innovato” e restavano perciò in vigore tutte le restrizioni dell’età controriformista.

Quella che è stata per decenni la festa dei valdesi è diventata, a ragione, la giornata degli evangelici per due motivi.

Anzitutto per ricordare un problema, quello della libertà, in questo caso religiosa, di coscienza, il fatto che la espressione della religione deve essere libera in una società moderna e il potere civile, lo Stato, non ha alcuna competenza in questo campo e tanto meno ha da privilegiarne una. La libertà religiosa non è l’appendice delle libertà civili ma la matrice, prima c’è la coscienza religiosa poi viene la politica, l’economia, il lavoro e il pensiero.

In secondo luogo per ricordare che la tolleranza è una concessione del Potere, la libertà è una conquista della coscienza. Lo Stato può concedere spazi controllati ma il vivere da uomini liberi, non solo di dire e fare liberamente ma di essere liberi è il risultato di una lunga battaglia. Gli uomini infatti, ed anche quelli che hanno responsabilità nella gestione della comunità civile, dello Stato, troppo spesso portati a identificare la libertà con il proprio interesse sono, per natura, restii a riconoscere la libertà altrui. La liberà religiosa nel nostro paese è stata una lunga conquista che dalle Lettere Patenti del 1848 è giunta sino alla Costituzione del dopo guerra e permane impegno attuale.
Un giorno della memoria positivo dunque, quello degli evangelici, che ricorda fatti lontani ma proiettati sul presente, impegni costruttivi, battaglie vinte, pagine ricche di umanità. Memoria non tanto di se sessi quanto di ideali, di conquiste, come il Vangelo.