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Tag: Tommaso d’Aquino

Tersa Forcades e la teologia queer

Autore: liberospirito 15 Ott 2020, Comments (0)

Pubblichiamo ampi stralci di un’intervista di Emanuela Provera alla teologa catalana Teresa Forcades apparsa MicroMega on line, in cui espone le sue posizioni di teologa queer. Certo la sua rilettura della Bibbia e della grande tradizione teologica da Tommaso d’Aquino in poi alla luce delle teorie queer è proficua e ricca di spunti, ma va aggiunto che non possiede quella forza dirompente e sovvertitrice rinvenibile in altri autori e autrici (un nome fra tutti: Marcella Althaus-Reid).

È con lo scopo di fare chiarezza che, nel 2020, Francesco ha istituito la seconda Commissione di studio sul diaconato femminile. La prima (del 2016) sembra abbia raggiunto un risultato solo parziale, tra l’altro non ancora reso noto. La partecipazione della donna nella chiesa passa attraverso l’accesso all’Ordine sacro? 

La partecipazione delle donne alla vita della Chiesa non passa necessariamente dall’ordinazione sacerdotale. La donna da sempre svolge un ruolo attivo in molti altri modi. Ma non vedo ostacoli di natura teologica alla ordinazione delle donne.

Nella chiesa cattolica sono gli uomini che confessano le donne. Non le sembra che le confessioni più sacre e più libere avvengano tra donne e con le donne? 

Prima del Terzo Concilio Lateranense (XII° secolo) le badesse confessavano le ‘loro monache’ ma non per questo la confessione era migliore. Non ci sono valide ragioni per impedire che le donne esercitino il sacramento della confessione, ma non credo che il genere influenzi la qualità della relazione; e questo vale sia per la confessione sia in qualunque altra situazione. Questo è il motivo per cui difendo l’idea queer.

L’essere umano è sempre singolare e non può rientrare in un’unica categoria (sia essa di genere, di classe o di razza). Da qui lei ha coniato il termine “teologia queer”. Quali sono i dati di realtà cui si è ispirata per sviluppare la sua riflessione? 

L’ispirazione proviene dai miei studi di teologia trinitaria che ho posto in relazione alla nozione di persona. Mi ha affascinato il modo con cui Tommaso d’Aquino ha sviluppato il carattere unico della persona; quindi, l’ho applicato al pensiero queer.

Dio è donna? E Gesù? 

Dio non è donna, Gesù non è donna. Dio non ha genere; Gesù ebbe un genere ed era maschile. L’importante però è comprendere che il genere è solo un punto di partenza che fa della persona qualcosa di necessariamente originale e inedito. Questo punto di partenza è come un trampolino più o meno adeguato a compiere il salto e in questo senso è importante – sia chiaro! – come educhiamo i bambini, le bambine. Non credo sia positivo incasellarli in una categoria di genere rigida anche se non va nemmeno bene credere che non esiste un genere e che possiamo prescindere da esso. Siccome sono fatta a immagine di Dio, sono portata a vivere la mia sessualità secondo la sua dimensione essenziale (la reciprocità libera e amorosa con un’altra persona) non secondo quello che non è essenziale (le categorie di genere). Solo quello che esiste in Dio è essenziale.

Che significato ha la verginità della Madonna? Era proprio necessario proclamarla? 

Se è concepito come un evento biologico miracoloso e isolato, la verginità di Maria mi sembra molto irrilevante. Non lo è invece se concepita come l’affermazione che la madre non esaurisce la sua personale irriducibilità nella maternità, che rimane ‘vergine’ nel senso di ‘libera’, possedendosi esistenzialmente e non completamente esternalizzata nella relazione con un marito (nel ruolo di moglie) o con un figlio (nel ruolo di madre). Maria di Nazaret fu sposa e madre, ma non solo. Era e rimase vergine, cioè libera, non era di proprietà di nessuno, né del marito né del figlio. E partendo da questa libertà ha detto ‘Fiat’, ‘Si faccia’, rinnovandolo per tutta la vita, poiché non ha mai perso la sua coscienza libera, la sua “verginità”. A partire da essa si è donata e ha vissuto il suo rapporto sponsale con Giuseppe e la sua maternità con Gesù. La verginità è la non strumentalizzazione della donna.

Penso che nella prima infanzia, la madre sia il riferimento emotivo che dà energia alla psiche del bambino o della bambina. È in relazione alla figura materna che nasce il genere binario: si è “come la madre” oppure “diversi dalla madre”. Ecco perché il tratto principale della femminilità è il carattere materno, la cura della persona amata, l’alimentazione, la consolazione, l’incoraggiamento, l’“essere un rifugio”, ma anche l’affascinare, essere cioè oggetto del desiderio come lo è la madre per il bambino: garante di felicità e significato, come fosse una vera casa.

Nella vita adulta siamo invece chiamati a “rinascere” (Giovanni 3), e non dalla madre ma dall’acqua e dallo spirito. Interpreto questa dichiarazione di Gesù come un invito a trascendere l’identità dell’infanzia per avventurarsi a vivere al di là di ogni etichetta, inclusa quella sessuale o di genere. In questo senso, posso chiamare la cristificazione queer.

La spiritualità salverà il mondo?

Autore: liberospirito 8 Ago 2016, Comments (0)

 La spiritualità salverà il mondo? A settembre uscirà in libreria un nuovo libro di Matthew Fox dal titolo La spiritualità del Creato: manuale di mistica ribelle (Gabrielli Editori). Anticipiamo ampi stralci dell’intervista che Fox ha rilasciato a Gianluigi Gugliermetto, pastore anglicano e fondatore dell’Associazione Spiritualità del Creato, e che costituirà la postfazione del volume. Abbiamo ricavato la conversazione dal sito di Adista, dove è possibile leggere la versione integrale.

matthew fox

Quando scrisse  La spiritualità del Creato, il mondo si trovava forse in una situazione di maggiore speranza. La guerra fredda era terminata, la guerra del Golfo non era ancora iniziata. Anche se lei venne ridotto al silenzio per un anno, e scrisse il libro alla fine di quel periodo, il tono generale del volume è molto ottimistico. È d’accordo? Scriverebbe lo stesso libro oggi? O, meglio: la sintesi della spiritualità del Creato che lei ha proposto in questo libro del 1991 è valida ancora oggi?

È vero, ovviamente, che la storia e la cultura si sono evolute da quando ho scritto questo libro. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, ad esempio, all’epoca alcuni teologi (tra cui Leonardo Boff e io stesso) eravamo posti sotto silenzio per periodi limitati, ma non eravamo ancora stati espulsi come invece accadde alcuni anni dopo. Successivamente, un totale di 106 teologi e teologhe (la lista si trova nel mio libro La Guerra del papa, Fazi, 2012) sono stati messi a tacere, espulsi e posti in condizioni tali di stress da provocar loro attacchi cardiaci ed esaurimenti nervosi. Il Vaticano dell’era Giovanni Paolo II e Benedetto XVI era impegnato a screditare la Teologia della Liberazione e le Comunità di Base, in combutta con il presidente Reagan e la CIA (un fatto che documento nel mio libro), ma non era ancora detto che ci sarebbero riusciti e che avrebbero sostituito dei leader cristiani autentici e davvero eroici, come mons. Romero, il vescovo Casaldáliga, il cardinale Arns, con persone estremamente obbedienti e appartenenti alla destra estrema, membri dell’Opus Dei, della Legione di Cristo, e altri ancora. Il marcio dei preti pedofili e la sua copertura da parte della gerarchia, a partire dal card. Law fino al card. Ratzinger, non era ancora visibile al pubblico. Quando il libro venne pubblicato c’era, quindi, più speranza riguardo alla Chiesa cattolica, a causa di una certa ingenuità. Dal punto di vista culturale, il libro venne ben prima dei drammatici eventi dell’11 settembre e la risposta cieca, guidata dal loro cervello rettiliano, data dall’amministrazione Bush-Cheney, con l’invasione dell’Iraq con ragioni false e con il pandemonio che ne seguì, con il Medio Oriente che continua a bruciare, dalla Siria all’Iraq, alla Libia e in altri luoghi ancora. E la successiva “primavera araba” come sappiamo ha ottenuto risultati ambivalenti. Riguardo la tesi fondamentale del libro, tuttavia, ritengo che stia ancora in piedi. Dopo tutto, io non sono un giornalista. Come teologo spirituale cerco di dare un nome alla correnti profonde della vicenda umana, sia quelle individuali sia quelle comunitarie, correnti che sono presenti in ogni caso, indipendentemente dagli avvenimenti internazionali. Ciò che dico in La spiritualità del Creato è ancora vero, secondo me: abbiamo bisogno ora più che mai di un risveglio interculturale che nasca da una passione profonda per la giustizia e la compassione, per un nuovo sistema economico che funzioni per tutti, per il rinnovo delle forme educative e di una filosofia dell’apprendimento che sottolinei la creatività invece dell’obbedienza, che ritenga l’eco-giustizia essenziale per la nostra sopravvivenza come specie (ovviamente anche delle altre specie) e che si impegni a raccogliere insieme le tradizioni sapienziali di tutta la Terra (inclusa la scienza di oggi) invece di continuare le guerre di religione e le divisioni ideologiche. Queste io le chiamo le “quattro E”: l’educazione, l’ecologia, l’economia e l’ecumenismo. È ovvio che la spiritualità del Creato, che pone il Creato come strada maestra dell’esperienza del divino e del senso del sacro, è al cuore del rinascimento che tutti stiamo cercando. Per questo io continuo a suggerire di passare dalla conoscenza alla sapienza, un passaggio che un vero rinascimento spirituale può effettuare, anzi deve. La scienza ha fatto grandi passi avanti negli ultimi 25 anni, quando questo libro venne pubblicato in lingua inglese, risvegliandoci tutti quanti, attraverso le sue scoperte, all’importanza dell’interconnessione come base della compassione (di cui parlo nel mio libro Compassione: spiritualità e giustizia sociale).

Quindi lei non è indotto al pessimismo dalle vicende dei nostri giorni?

Thomas Berry ha sottolineato che spesso è nei periodi più oscuri della storia che emergono le fasi più creative. Questo fu il caso della dinastia Han nella Cina del III secolo, e una cosa simile si è verificata nel Medioevo europeo. L’oscurità non deve indurre al pessimismo, ma può essere un invito ad accendere i focolai della creatività e dell’immaginazione sociale. Il movimento della spiritualità del Creato lo fa da decenni nell’area della pedagogia, con risultati stupendi, come anche nell’area dell’ecologia e dell’ecumenismo. E certamente dobbiamo spingere per una nuova economia che funzioni e abbiamo, tra gli altri, l’economista David Korten il quale è impegnato a tracciare un’economia che funzioni per tutti, inclusi i non-umani. Fu Tommaso d’Aquino ad avvertirci che «la disperazione è il più insidioso dei vizi» (mentre il peggiore dei peccati per lui è l’ingiustizia). Quando siamo disperati, osserva Tommaso, non ci amiamo, e per questo non amiamo gli altri. La disperazione caccia via la compassione dai nostri cuori. La speranza quindi è necessaria per sopravvivere, ma mi piace la definizione che della speranza dà l’eco-filosofo David Orr: «La speranza è un verbo che si tira su le maniche». La nostra speranza e il nostro ottimismo sono proporzionali alla fatica che decidiamo di metterci.

Quanto è importante per lei che la spiritualità rimanga distinta dalla religione? Pensa che la Chiesa cattolica, o altre Chiese, si stiano muovendo verso una stagione di riforme? Pensa che le persone possano essere raggiunte dalla spiritualità del Creato anche se non appartengono a nessuna istituzione religiosa?

Penso che la religione istituzionale così come la conosciamo stia per terminare la sua corsa, in Oriente come in Occidente. Gaia – la Terra – è così seriamente in pericolo e le istituzioni moderne sono così lontane dalle persone, che si può tracciare un parallelo tra periodi analoghi della storia dell’Occidente quando nacquero dei nuovi ordini. Penso alla nascita dei Benedettini nel VI secolo, ai Francescani e ai Domenicani nel XIII secolo, ai Gesuiti nel XVI secolo. Gli ordini rispondono più rapidamente ai cambiamenti culturali rispetto ai grandi apparati delle religioni istituzionali. In un certo senso, la moltiplicazione dei movimenti in seno al protestantesimo ha rispecchiato la nascita degli ordini nella Chiesa cattolica romana, ma non completamente. La base del protestantesimo è stata la reazione contro gli abusi della Chiesa cattolica, e sebbene la protesta e il no profetico siano una cosa molto positiva, il risultato ottenuto ha messo in secondo piano il sì mistico alla vita e il misticismo stesso. I limiti del protestantesimo, che oltretutto è nato contemporaneamente al mondo moderno, sono ben visibili oggi, come aveva predetto Paul Tillich 75 anni fa parlando di «fine dell’era protestante». Ma oggi noi viviamo anche nell’era della fine del cattolicesimo romano. Il pianeta Terra si trova in circostanze così preoccupanti che non può permettersi di aspettare che le religioni organizzate si diano una mossa. La Terra stessa sta chiamando molti giovani a realizzare nuove forme comunitarie, un nuovo connubio tra contemplazione e azione, tra misticismo e profezia, che ha luogo al di fuori delle mura dei monasteri e spesso al di fuori delle Chiese. Molti giovani stanno rispondendo con generosità e con coraggio a questa chiamata e sono ben pochi quelli che si aspettano che la guida venga assunta dalla Chiesa istituzionale. Inoltre, l’assunzione di tradizioni e di pratiche spirituali che provengono dall’Oriente e dai popoli indigeni è anch’essa un segno dei nostri tempi. Il suo successo non dipende tanto dalla religione istituzionale quanto dalla fame dei cuori e dal desiderio profondo che hanno le anime di gustare il divino per mezzo di pratiche di meditazione che sono non-dualistiche e che uniscono profondamente corpo, anima e spirito. Lo yoga e la meditazione zen sono degli esempi, ma ci sono molte altre pratiche, tra cui l’arte-come-meditazione, la messa cosmica, i mantra cristiani, lo studio dei nostri mistici occidentali, la permacultura e gli orti, e infine le pratiche di derivazione nativo-americana come la capanna sudatoria e la ricerca della visione. La spiritualità del Creato promuove tutte queste cose, rimanendo attenta a ciò che accade nella cultura. La religione e la spiritualità spesso prendono strade separate, e me ne rammarico. Ma la spiritualità viene per prima. Ovviamente è un bene invitare le persone che frequentano ancora i riti religiosi ad accostarsi all’ambito della spiritualità. (…)

Lei ha preceduto l’eco-teologia, oggi presente nelle scuole di teologia, ma è diventata una disciplina a sé. Come avvenne originariamente per lei la connessione tra teologia ed ecologia? È chiaro che la sua “spiritualità del Creato” non è limitata alla questione ecologica, e tuttavia è intimamente legata alla Terra. Qual è dunque la relazione tra la Terra e Dio?

È incoraggiante scoprire che le Chiese e la società intera hanno fatto dei grandi passi in avanti da quando questo libro è stato pubblicato per la prima volta, riguardo all’importanza dell’eco-teologia e delle pratiche ecologiche. Si possono indicare l’accordo di Parigi sul cambiamento climatico, le rivelazioni della scienza su tale cambiamento e sull’estinzione delle specie, l’enciclica di papa Francesco Laudato si’ (che, tra parentesi, è stata scritta in gran parte da una persona che è stata mio studente in un master di spiritualità del Creato), e il risveglio di interesse nei grandi mistici della spiritualità del Creato di ieri e di oggi. La chiave è la riscoperta della sacralità della Terra e della sua casa più vasta, l’universo. La Terra non ha mai peccato, soltanto gli esseri umani peccano. La Terra è una benedizione originaria che non ha eguali, e tutte le nostre benedizioni derivano da lei. Tutti gli esseri sono un altro Cristo, un Cristo Cosmico. Questa “terza natura” di Cristo, cioè il Cristo Cosmico, è stata ignorata per secoli, ma è presente nei primi scritti della tradizione cristiana: nelle lettere paoline, come ad esempio quella ai Colossesi, e altrove, come nel Vangelo di Tommaso che si potrebbe datare all’epoca di Paolo, prima ancora dei Vangeli sinottici. Dal momento che, come ha detto Thomas Berry, «l’ecologia è l’aspetto funzionale della cosmologia», il Cristo Cosmico è un Cristo ecologico. La luce e la bellezza della Terra ci mostrano la divinità creatrice, ma le sofferenze della madre Terra ci mostrano la crocifissione del Cristo cosmico nella nostra epoca. Uccidere la Terra, la diversità delle sue specie, le acque e i pesci, gli alberi e le foreste, significa crocifiggere di nuovo il santo Cristo. Gli imperi di oggi fanno alla Terra e alle creature quello che fece l’Impero romano a Gesù. Dio e la Terra sono in relazioni intime. (…)

 

Il libro si apre con la «nuova storia della creazione». Cos’è? In che senso si collega alla storia biblica? Il cristianesimo non dovrebbe mantenere la sua storia della creazione?

La scienza ci ha fatto dono di una nuova storia della creazione che unisce molti popoli del pianeta, al di là delle loro culture, etnie o tradizioni religiose. Questa è una buona cosa, perché le tribù umane sono sempre rimaste unite attorno alla loro storia della creazione, e oggi noi esseri umani stiamo diventando una sola tribù, pur nella differenza di filoni di idee e costumi culturali. Io non sto dicendo che dobbiamo gettar via la cornucopia di storie della creazione che abbiamo ricevuto dai nostri antenati, siano esse bibliche o derivanti dalle tradizioni indigene, ecc. Si tratta di un et-et. La storia scientifica risveglia la meraviglia e ci dice come siamo giunti fino qui. Si tratta di cose che è necessario conoscere e che sono più che banalmente edificanti. Sono verità universali, come è la scienza. Ma anche le nostre storie bibliche (e ce ne sono più di una, sia nella Bibbia ebraica sia in quella cristiana) hanno molto da insegnarci. Comunque, molte delle lezioni che possiamo apprendere non stanno tanto nella lettera dei fatti scientifici, ma nel nostro comportamento quando li veniamo a conoscere.

Lei offre una serie di «regole per vivere nell’universo». Qual è la sua relazione con la disciplina, nel senso che lei di solito sembra più interessato alla liberazione dalle regole che a dettarne di nuove. Inoltre, quant’è difficile obbedire alle regole di cui lei parla?

Quando parlo di “regola” parlo anche di “habitus” oppure di “virtus”, nel senso latino, oppure di valori. Perché questi valori prendano piede c’è bisogno di disciplina interiore e di sostegno collettivo. Ma se la società decide di aderire ad essi, diventa più facile farli vivere. Essi diventano parte della nostra educazione scolastica, delle storie collettive e dell’arte, sia essa musica, cinema, teatro, danza o riti. È compito di una collettività sana rendere più facile l’adesione a queste “regole”. Ci vogliono soprattutto coraggio e generosità, che io vado sempre cercando nelle persone perché ritengo che siano i segni più rilevanti dello spirito nel nostro tempo. Sono lieto di trovarli specialmente nei giovani. Celebrare questi valori e lodarli pubblicamente fa parte della sapienza intergenerazionale che vogliamo promuovere, come anche l’incarnarli nell’educazione, nella religione, ecc.  [Tra le “regole” di cui Fox parla nel libro si trovano la stravaganza, l’espansione, la varietà, il vuoto, la creatività, la giustizia e la bellezza – nota del curatore]. (…)

 

L’essere umano è – ci dicono gli acculturati –  homo loquens, cioè animale di linguaggio. Cosa significhi ciò non è possibile dirlo nello spazio di un post, mancano le parole, letteralmente. Qui ci interessano alcune parzialissime osservazioni in merito a certe modifiche in atto nell’uso di alcuni termini, poco più di una manciata di parole. A ben vedere, sono questioni non sono linguistiche, ma anche civili, politiche e altro ancora. Questo è il discorso del testo sottostante di Lidia Menapace, apparso su www.italialaica.it.

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I qualificativi elencati nel titolo possono servire per rendere i nostri discorsi meno approssimativi, vaghi, noiosi, allusivi, ambigui  di quanto non siano diventati, non per scelta, bensì per passivizzazione. Infatti approssimazione allusività ambiguità non sono sempre per sè negativamente connotati, ma perchè possano esprimere un senso positivo bisogna che vengano usati con criterio, spirito critico, avvertenze d’uso, conoscenza del loro etimo, ironia ecc.

Arrivata a questo punto mi accorgo che a chi legge potrà capitare  di chiedersi: “Ma cosa viene in mente alla Menapace di mettersi a spiegare le parole?”: si figura di essere ancora una profe in servizio, portiamo pazienza”. Portate pure pazienza, ma  so bene di essere in pensione da mo’ e invece spiego, perchè quando si é in una fase di confusione, é buona pratica registrare, mettere a punto il linguaggio: e non c’è sicuro bisogno di dimostrare che siamo nella confusione.
Comincio: ‘piccolo’, aggettivo che non ha bisogno di spiegazioni: mi capita spesso di osservare che l’Italia non è (ancora) un paese vinto, perchè andando in giro si incontrano molte iniziative, magari piccole o piccolissime, organizzate, pensate, agite e che raggiungono il fine cui erano destinate;  ad esse bisognerebbe ispirarsi; anzi farle conoscere e metterle in relazione è un vero lavoro politico oggi importante, forse decisivo. Con ciò non accetto una generalizzazione “ideologica” che dice : “Piccolo é bello”. Se si continua a considerarlo bello, non perchè è bello, ma perchè è piccolo, si cade nel minoritarismo ecc. Così ho anche potuto  far capire che cosa vuol dire “ideologia come falsa coscienza”, l’accezione di ideologia che Gramsci rifiuta. Osservo però che ormai ideologia è diventata una parolaccia e non la si può più usare. Ho provato per un po’ a dire: dico ideologia nel senso di  Weltanschauung” e per un po’ azzitivo, perchè davanti a una parola lunga e in tedesco, si deve far finta di sapere che cosa vuol dire, ma alla fine ideologia è uscita dall’uso, non potendo avere un significato  positivo immediatamente comprensibile senza ulteriore specificazione . Infatti la lingua è un organismo vivente ed economico; fino a che è viva inventa parole per cose nuove (avvocata, ministra, ecc); se incomincia a non dire nemmeno più “legge sul lavoro”, ma “jobact” persino nei testi uffficiali, vuol dire che incomincia a morire rispetto all’inglese, lingua dei padroni del mondo.
Quanto a “grande”, che non voglia dire lo stesso che “grosso” è una delle prime differenze che si imparano fin da piccoli/e.
Ma a proposito, che significa “i/e”? E veniamo, del tutto spontaneamente al linguaggo detto tecnicamente “inclusivo”.
Con questa locuzione si indica una abitudine linguistica da scegliere e perseguire, se si vuole che nel linguaggio entri la considerazione dell’esistenza -nella specie umana- di due generi.
So bene che ci  sono uomini che dicono: “Lo so che siamo uguali, per questo dico “uomo” intendendo anche “donna”. Di solito replico: va bene, se siamo  uguali io dirò “donna” intendendo anche “uomo” e si vede che non siamo uguali e che la vecchia regola grammaticale, che ha vinto i secoli, resta col suo significato iniziale. Infatti la citata regola più stabile del più solenne dogma dice: in italiano nelle concordanze prevale (!) il maschile (e fin qui si studia ancora pari pari): ma la regola continuava, secondo la definizione iniziale dettata dai grammatici: “prevale il maschile come genere più nobile”: perciò se accetto di essere chiamata uomo, vuol dire che penso che il genere femminile sia  un po’ ignobile, tanto è vero che si suol dire che una donna quando è brava, è più brava di un uomo, dunque è una eccezione, che conferma la regola.
Davvero “le parole sono pietre”
Di recente, forse ad appoggiare noi femministe cultrici del linguaggio inclusivo, le NU sono venute fuori a dire che le donne sono stabilmente la maggioranza della popolazione sul pianeta e in ogni paese che lo compone, sicché -si potrebbe continuare- chi dice o pensa o spera di essere in un regime politico di democrazia rappresentativa, sappia che non dice il vero, considerati i generi. Inoltre sempre le NU dicono che le donne -stabile maggioranza- occupano ovunque  i livelli più bassi e sono ovunque sottorappresentate. Perciò chi intende vivere in una democazia rappresentativa, si dia da fare affinché almeno la  facilissima regola del linguaggio inclusivo venga rispettata.
A regola anche ‘internazionale’ indica un uso un po’ arretrato, sarebbe meglio dire sovranazionale, trasnazionale: diamoci da fare, prima  che a furia di rispettare il nazionale conservandolo indenne in tutte le accezioni date, non ci dovesse capitare di riaprire vecchie questioni, riassumibili nel detto: tutto ciò che é lodevole nei linguaggio politico, diventa negativo se  gli si appiccica il prefisso:”nazionale”: da nazione nazionalismo; da nazionalità identità nazionale, insomma non c’è che da sfogliare termini fascisti o nazisti per vedere controprovato l’infausto influsso del suffisso o prefisso ‘nazionale’ a cominciare da nazismo, cioè nazionalsocialismo. Così il liberalnazionale è un peggiorativo del liberale , e il comunismo in un paese solo diventa quell’orrore che è il nazionalcomunismo in URSS.
Ma per tornare al linguaggio inclusivo, devo ancora dire che una semplice copia del maschile grammaticalmente femminilizzato non è assunzione della differenza tra i generi; noi femministe chiamiamo o chiamavamo (quando essendo all’inizio eravamo più aspre) emancipazione delle scimmiette quella che più correttamente si dice ‘emancipazione imitativa’ e che si conclude nel fatto che uomini più o meno illuminati scelgono donne da mettere in posizioni anche eminenti (come le ministre) purchè siano obbedienti e decorative.  Dalla consapevolezza che i generi sono due (almeno biologicamente) si arriva a definire la differenza come il termine corretto per esprimerle. E la differenza consente di govenare in parità nella differenza.
Adesso affronto il termine “beni comuni”, che non è propriamente quella splendida novità che vien spacciata, poiché la inventò Aristotele buonanima;  poi fu accolta da Tomaso d’Aquino, egli pure non proprio moderno: ma fu molto importante, dopo che gli Arabi ebbero tradotto Aristotele in latino e ne favorirono la diffusione nell’Occidente cristiano, che parlava latino. Importante perchè essendo il fine dello stato o comunque dell’organizzazione politica quello di  far esistere il bene, Aristotele  afferma che esso non è quel che ciascuno ha, bensì lo si raggiunge distribuendo comunemente ciò che è bene, ricchezza potere beni.  E che certi beni detti comuni sono in fin dei conti una specie di diritto originario: beni comuni in questa accezione sono l’aria l’acqua e la terra che dunque non possono essere totalmente appropriati privatamente.  Da ciò deriva il diritto  politico a pubblicizzare l’acqua.
Marx va più avanti, forse ispirandosi alla Bibbia che credo fosse  un fondamento anche inconsapevole della sua cultura, dato che era ebreo, sia pure non praticante e scolasticamente di cultura cristiana. Marx parla non  solo di beni comuni, bensì anche di beni e di valori d’uso. C’è anche dunque ciò che sfugge del tutto alla proprietà anche pubblica: l’aria, l’acqua e la terra. Molto significativa la faccenda della terra. Secondo la Scrittura la terra é di Dio, cioè -sullaterra-  di nessuno, è data in usufrutto agli umani e umane; deve essere lavorata senza sfruttarla troppo e perciò lasciata  riposare un anno ogni sette (anno sabbatico) e ogni sette anni sabbatici, cioè ogni 50 anni va redistribuita tutta quanta in uso a chi la lavora (Giubileo).
Sembrerà strano ma questa norma così avanzata non passa nel cristianesimo, che adotta invece la dottrina giuridica romana fino ad affermare  che la proprietà privata è un diritto naturale. Mah!
Lidia Menapace