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Tag: Tolstoj

Cristiani e anarchici. Un’intervista

Autore: liberospirito 13 Dic 2015, Comments (0)

Riprendiamo un discorso per noi centrale, quello del rapporto tra religione e libertà. Nello specifico parliamo di anarchismo religioso, a proposito del quale c’è una sezione intera sul nostro sito. Chi desidera approfondire può trovare lì diversi materiali da leggere ed eventualmente scaricare. Invece il post che segue riguarda un’intervista ad Alexandre Christoyannopoulos, coordinatore dell’ASIRA (Academics and Students Interested in Religious Anarchism), con cui siamo in contatto da  anni. Si tratta di un’esaustiva per quanto sintetica esposizione dell’anarchismo cristiano. L’intervista è ad opera di Dario Ronzoni ed è apparsa su www.linkiesta.it.

christayonopoulos

Si può essere cristiani e al tempo stesso anarchici? Certo che sì. Non sono molti che lo fanno, a dire il vero. È anche difficile individuarli e ancor di più etichettarli. Ma contano, tra le loro file, nomi illustri come lo scrittore russo Lev Tolstoj o il (meno noto) Jacques Ellul. Secondo Alexandre Christoyannopoulos, professore di Relazioni Internazionali  all’Università di Loughborough, autore di Christian Anarchism: A Political Commentary on the Gospel ci sono molti modi con cui si può essere e diventare anarchici e cristiani. «Uno di questi è il pacifismo: si rifiuta la violenza e al tempo stesso ci si ribella all’autorità che la commette». Ma è solo una parte dell’intera questione, che è molto, ma molto complicata.

Chi sono gli anarchici-cristiani?
Per tradizione, gran parte degli anarchici sono anti-clericali e atei. Ma non tutti. Alcuni hanno mantenuto legami, o anche qualcosa di più, con la religione. È difficile catalogarli. Prima di tutto perché le etichette sono molto scivolose. E poi perché non esiste un movimento ufficiale, una linea comune. Sono più una galassia di persone e di comunità, e si riconoscono a posteriori. In generale li accomuna il rifiuto di un’autorità superiore sulla base del cristianesimo. Certo, bisogna capire di quale tipo di cristianesimo si sta parlando.

Ad esempio?
Partiamo da Tolstoj: il suo cristianesimo passava per una lettura razionale dei testi sacri, si rapportava alla tradizioni individuando le sue posizioni anche nei testi dei Padri della Chiesa, più o meno costruendo un sistema coerente dal punto di vista teorico. Stiamo parlando di un autore, isolato e unico. Ce ne sono altri, come Jacques Ellul e Dave Andrews, che partono da posizioni protestanti e si rifanno alla tradizione anabattista. Per loro il rifiuto dell’autorità costituita è, in un certo modo, genetico. C’è anche Dorothy Day, che era anarchica e cattolica. Fondò il Movimento degli Operai Cattolici nel 1933 in piena depressione. Nel suo caso è evidente come l’interesse per i poveri, la non-violenza, la battaglia per i diritti delle donne trovassero corrispondenza in posizioni religiose. Non è chiaro, però, come avrebbe agito se il Papa le avesse imposto di fermarsi.

Esistono ancora anarchici-cristiani attivisti?
Certo. Il movimento dei lavoratori cattolico esiste ancora. Promuovono azioni di lotta e proteste contro le iniziative militari. Appartengono alla più larga sfera degli anarchici-cristiani pacifisti che si ribellano ai governi e alle autorità in nome del rifiuto della guerra dettato da convinzioni religiose. Anche a Occupy, per fare un esempio, c’erano gruppi cristiani.

Ma come si regolano nei confronti dell’autorità religiosa?
Per alcuni Dio non è solo colui che ha dettato le regole della religione, ma anche “amore”, “vita”. Lo individuano in aspetti dell’esistenza diversi e più ampi. Che è un modo per evitare la questione. Per quanto riguarda la Chiesa come istituzione le posizioni sono diverse. Tornando a Tolstoj: la Chiesa per lui era l’anti-Cristo: predicava in suo nome ma agiva facendo l’esatto contrario. Disonesta e pericolosa. Se invece guardiamo all’atteggiamento delle comunità, si registra, in genere un certo distacco. La Chiesa è identificata con la comunità in cui si vive e si opera. Quella di Roma, la Chiesa Cattolica, è solo una tra le tante. Nella storia ci sono stati molti esperimenti di comunità più radicali, meno legate al potere e alle istituzioni ufficiali: anche adesso è così.

Come vivono invece temi più complicati come l’aborto, o il matrimonio tra coppie omosessuali?
Non c’è una linea sola. Sono argomenti di dibattito, per ogni comunità ci sono posizioni sono diverse. In certi casi può prevalere la sacralità della vita, per cui sull’aborto si allineano alle posizioni, ad esempio, della Chiesa. Ma potrebbero anche non farlo. La questione è qui: possono rivendicare autonomia nelle loro opinioni senza dover sottostare alle decisioni di un’autorità precisa.

Quali tratti della figura di Gesù sono più “anarchici”?
Serve una premessa: si sta facendo un discorso anacronistico. Prima del 1800 la parola anarchico è comunque una forzatura. Se la si utilizza è perché costituisce una categoria utile per legare insieme fenomeni diversi, accomunati da un grado di libertà e autonomia dal potere e da una identificazione religiosa. Ecco: anche Gesù, quello cosiddetto “storico”, può essere visto così. La sua predicazione era sovversiva e radicale: contro la dominazione romana, ma anche contro le altre autorità. Rovesciare i tavoli del tempio è un atto decisivo. All’epoca il tempio era il fulcro del potere politico, religioso, militare, economico. In più, a differenza degli altri gruppi ribelli anti-romani del periodo è pacifista. La sua nuova società era molto diversa, e per questo l’establishment lo temeva. Era pericoloso. E sì, in un certo senso era anarchico.

Troppo silenzio

Autore: liberospirito 22 Dic 2011, Comments (0)

Mentre vivo la vita di questi tempi, mi confronto con i miei simili, leggo i giornali e cerco di comprendere quel che accade, mi capita di leggere anche un bel racconto di Lev Tolstoj (“Il Natale di Martin”) – per l’appunto siamo in periodo d’Avvento – dove si fa riferimento al noto brano evangelico: “Ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi dissetaste, fui forestiero e mi accoglieste. Quanto avete fatto a uno dei più piccoli dei miei fratelli, l’avete fatto a me”.

Dentro di me tutte le informazioni si mischiano e così mi domando dove stia la coscienza di tutti quei milioni – centinaia di milioni  – di persone, me compresa, che – cattoliche, protestanti o altro che siano – fanno riferimento al Libro, il libro che narra a tutti noi la buona novella della nascita di un uomo chiamato Gesù che, da duemila anni a questa parte, non ha mai smesso di essere quotidianamente crocifisso.

Credo che dovremmo vergognarci (e non parlo degli alti prelati delle varie chiese, che non prendo nemmeno in considerazione tanta è la falsità), tacere e prendere coscienza – non ci diciamo forse religiosi? – della nostra meschinità e delle paure che ci sovrastano.

Non dovrebbe la parola evangelica essere per noi fonte di forza, invito alla riflessione e all’azione conseguente? 

Come possiamo tacere invece di alzare in coro la voce di fronte alle ingiustizie (distruzione dei beni comuni, ingiustizia sociale, razzismo, disuguaglianza…) che si susseguono giorno dopo giorno?

Allora diamo fuoco a quel libro che ci fa solo comodo quando vogliamo sentirci buoni perché arriva il Natale, ipocritamente migliori di altri.

Diamogli fuoco perchè quelle parole non hanno messo alcuna radice nei nostri cuori e intorno c’è troppo silenzio.

S.P.

Su la testa… e su le maniche

Autore: liberospirito 23 Feb 2011, Comments (0)

Il vero volto del potere

Le gestione del potere è uno dei veri noccioli della disuguaglianza e dell’infelicità nel mondo.

Nelle nostre società il potere è messo in relazione con persone umane o giuridiche del mondo dell’economia, della finanza e della politica.

In realtà la lotta per il potere è ormai diffusa a ogni livello della società, dalla scuola materna al ricovero per gli anziani. È un tarlo che corrode l’essere umano, talvolta proprio per poca cosa.

È una catena di reazioni ed emozioni per il dominio del proprio orticello o per il controllo dell’altro (familiare, dipendente, collega ecc.) che falcia ogni giorno migliaia di vite con la sua violenza e la sua ipocrisia che si ispirano brutalmente all’esempio “formativo” e illuminante della nostra casta di governo.

Come è giusto che sia, in quanto simpatizzanti di ogni forma di eresia, invitiamo qui a una presa di coscienza di quello che sono veramente il potere e la gerarchizzazione sociale e di come le sosteniamo inconsciamente anche nelle nostre piccole scelte quotidiane.

Queste dinamiche societarie inique sono le stesse da sempre. Il cavallo senatore di Caligola non è propriamente dell’altro ieri. Oggi però il tutto è mascherato da un velo di “democrazia” illusorio che si avvale della potenza dei mass media che, come ha mirabilmente dimostrato Noam Chomsky, riscrivono costantemente la realtà ad uso e consumo dei potenti di turno.

Oggi la pillola viene indorata con l’offerta ecumenica dell’ostia elettorale, porta sul piattino d’argento al cittadino ad ogni rissa tra i ladroni della gestione della cosa pubblica.

Ma votare, a destra o a sinistra che sia, ormai è chiaro a tutti, significa quasi sempre solamente prendere parte all’edificazione della falsa democrazia voluta dai satrapi occulti o meno del potere e dalle classi dominanti. Votare significa strutturare una società gerarchicamente e voler partecipare al potere, corruttore per definizione anche biblica([1]). Gli esempi di gruppi politici che dal momento in cui hanno accettato la competizione politica e l’ingresso nel sistema si sono depotenziati o sono degenerati sono numerosi([2]). È lo stesso processo che nei secoli ha interessato tutti i gruppi antagonisti al sistema di potere una volta giunti ad accaparrarselo.

Il potere devasta se stesso e gli altri checché ne dica qualcun altro. E più è vasto e sovranazionale e peggio è. La tendenza è all’accentramento dispotico. Basta vedere cosa sono in grado di fare organismi internazionali come la Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale.

L’antica connessione potere-stato-violenza-oppressione è stata ben illustrata in un’opera di Mario Stoppino([3]). Lo studioso afferma che «Tra due partiti politici, uno di destra e l’altro di sinistra, vi possono essere grosse differenze, se si guarda ai programmi politici che essi intendono mettere in pratica una volta conquistato il governo([4]); ma essi appartengono entrambi alla stessa famiglia di animali politici, se si guarda alle strategie e alle tattiche che l’uno e l’altro utilizzano, nell’ambito di date regole del gioco, per cercare di riuscire vittoriosi nella lotta per il potere»([5]). Inoltre «Un individuo o gruppo può elaborare e coltivare un programma o una dottrina politica generale; ma non diventa perciò un attore propriamente politico (come parte della “classe politica”), e resta invece quel che si dice un “profeta disarmato”, se non si impegna nella lotta per il potere al fine di mettere effettivamente in pratica quel programma o quella dottrina. Per attuare un programma o una dottrina politica, occorre conquistare il potere politico di farlo: il che equivale a dire che occorre conquistare il potere politico, e dunque impegnarsi nella lotta per il potere»([6]). Ma la lotta per il potere «è la lotta per conquistare o per conservare le posizioni e i ruoli stabili dai quali si esercita il potere politico, cioè il potere associato al monopolio tendenziale della violenza»([7]). Dunque: programma politico = lotta per il potere = violenza = oppressione.

Coloro che vogliono aderire a un nuovo patto sociale di tipo libertario che si prefigura come auspicabile e inevitabile se vogliamo sopravvivere a questa catastrofe ecologica e socio-politica devono rompere definitivamente con questo meccanismo diabolico.

E senza aspettarsi alcuna tutela o dono della provvidenza nemmeno da parte di istituzioni giuridiche di qualsiasi tipo come tendenzialmente si tende a fare oggi aggrappandosi a petizioni, cause legali e battaglie in tribunale di ogni tipo. Infatti: «Chi dice diritto dice interesse»([8]). Prendiamone coscienza. La legge esprime gli interessi di chi l’ha formulata e sostiene la stabilità dell’intero sistema che opprime noi stessi e la natura.

Lo scrittore russo Lev N. Tolstoj, già più di un secolo fa, sottolineò l’importanza della coerenza e della necessità «di non tradire le proprie idee con la propria vita, di non tradire la propria dignità umana sottomettendosi a un’istituzione»([9]). Per Tolstoj «nessuna forma di governo, né elettiva, né ereditaria, né per diretta unzione divina, è stata fin oggi in grado di salvarsi dalla corruzione e dall’abuso del potere per fini privati. Al contrario, è risaputo che proprio le cariche rovinano gli uomini, e il miglior privato cittadino diventa inevitabilmente tanto più corrotto quanto più alta è la carica che viene a ricoprire»([10]). Anzi, la partecipazione a qualsiasi titolo alle istituzioni statali da parte di uomini intelligenti ed onesti ottiene come risultato solo quello di attribuire autorità morale a un organismo che di per sé non potrebbe mai averne. Senza quelle persone l’essenza brutale dello Stato sarebbe sotto gli occhi di tutti([11]). E in merito a quest’ultima Tolstoj fu esplicito: «Ogni governo, per poter essere un governo, deve essere composto dagli individui più insolenti, più brutali, più corrotti»([12]). E calcando la mano: «A queste associazioni a delinquere chiamate governi viene interamente rimessa la violenza contro la proprietà, contro la vita, contro il naturale sviluppo spirituale e morale di ogni individuo»([13]). Dalla scomparsa di queste istituzioni “criminali” ne sarebbe derivata secondo il nobile russo la scomparsa stessa o la diminuzione della violenza, che era la base organizzativa su cui esse si fondavano([14]). La fine di tutti i governi non avrebbe comunque significato anche l’estinguersi degli aspetti positivi delle norme di coesistenza sociale, dell’istruzione pubblica e della giustizia che avrebbero continuato ad esistere in una forma purificata dai mali del potere centralizzato([15]).

La percezione comune della politica e dei partiti è quindi così bassa per una ragione ben chiara ormai da quasi un secolo e mezzo.

L’indignazione popolare di fronte alle orge del potere di cui oggi vediamo alcune immagini sui media lascia a questo punto quindi abbastanza perplessi.

Ma davvero nel profondo c’è ancora qualcuno che si stupisce di fronte alla sostanza del potere e alle dinamiche che ingenera? Davvero ancora possiamo ritenere che la delega della propria esistenza ottenga risultati positivi che vanno nell’interesse di tutti? Davvero pensiamo che la comodità del teledivano sia così emancipante? Davvero pensiamo che possiamo proseguire come stiamo facendo lottando accanitamente per accaparrarci la presidenza del circolo bocciofila? Noi siamo lo specchio. Se non rinunciamo noi alla nostra fetta di micropotere quotidiano possiamo pensare veramente di cambiare le cose a livello societario? Deleghiamo ad altri come noi?

La debolezza è umana… ma anche  la forza. È una questione di volontà e di cooperazione. Non c’è molto da indignarsi. Su la testa… e su le maniche. 

Ⓐmen


[1]    Cfr. il libro dell’Ecclesiaste, Per un’analisi politica dettagliata dello stesso si veda Ellul, Jacques, La raison d’Être, Seuil, Paris, 1987.

[2]    Jacques Ellul riporta l’esempio dei Verdi tedeschi che negli anni ’80 del XX secolo espressero una potenzialità rivoluzionaria veramente notevole e che dopo l’accettazione dei seggi in Parlamento declinarono irrimediabilmente sia dal punto di vista ideologico che etico. Ellul, Jacques, Anarchia e cristianesimo, Elèuthera, Milano, 1993, p. 38.

[3]    Stoppino, Mario, Potere e teoria politica, ECIG, Genova, 1982, e in particolare pp. 153-183.

[4]    Oggigiorno questa differenza tra programmi di destra e di sinistra è in pratica scomparsa e tutto va uniformandosi alle esigenze del “libero mercato”.

[5]    Stoppino, Mario, Potere e teoria politica, cit., p. 272.

[6]    Loc. cit.

[7]    Ibid., p. 269.

[8]    Ellul, Jacques, La subversion du christianisme, Seuil, Paris, 1984, p. 154 [traduzione nostra].

[9]    Così Marco Bucciarelli nella Nota introduttiva a Tolstoj, Lev N., Scritti eretici, La Baronata, Lugano, 1986, p. 13.

[10]  Tolstoj, Lev N. “La salvezza è in voi” [1894], uno stralcio del quale si può trovare ora in Tolstoj, Lev N., Scritti eretici, cit., pp. 21-24, cfr. p. 23.

[11]  Tolstoj, Lev N., “A una signora liberale” [1896], ora in Tolstoj, Lev N., Scritti eretici, cit., pp. 49-57, cfr. 51.

[12]  Tolstoj, Lev N., “Il concetto di nazione” [1900], ora in Tolstoj, Lev N., Scritti eretici, cit., pp. 77-88, cfr. p. 83.

[13]  Ibid., p. 84.

[14]  Tolstoj, Lev N., “La schiavitù moderna ” [1900], uno stralcio del quale si trova ora in Tolstoj, Lev N., Scritti eretici, cit., pp. 101-102, cfr. p. 101.

[15]  Tolstoj, Lev N., “Il concetto di nazione” [1900], ora in Tolstoj, Lev N., Scritti eretici, cit., pp. 77-88, cfr. p. 86.

Tolstoj, ancora

Autore: liberospirito 3 Nov 2010, Comments (0)

Ritorniamo a parlare di Tolstoj, fornendo la data di un avvenimento interessante a lui dedicato, nel centenario della sua morte, avvenuta il 7 novembre 1910.

Mercoledì 10 novembre 2010 – ore 18.00
Presso la libreria “La Torre di Abele”, via Pietro Micca, 22 (piazza Solferino), a  Torino, si terrà un incontro dal titolo: 

Tolstoj: perchè non resistere al male?

Interviene Pier Cesare Bori – Università degli Studi di Bologna
Introduce Enrico Peyretti – Centro Studi Sereno Regis

Dopo la grande fama e successo per la sua opera letteraria, egli visse una svolta della sua vita, quando si dedicò totalmente al pensiero e all’opera per la pace e la nonviolenza.

L’influenza su Gandhi, su tutto il movimento per la pace, e la recezione di Tolstoj come radicale riformatore religioso e sociale, pedagogista, nonviolento, in questi cento anni, meritano l’attenzione di chi cerca alternative all’andamento del mondo.

Proprio sull’essenziale di questo “altro Tolstoj” parlerà Pier Cesare Bori, dell’Università di Bologna, specialista mondiale degli studi tolstojani.

Segnaliamo anche i libri di Bori, o da lui curati, entro la grande bibliografia tolstojana:

Pier Cesare Bori – Gianni Sofri, Gandhi e Tolstoj. Un carteggio e dintorni, Bologna, Il Mulino, 1985

Lev Tolstoj, La mia fede, prefazione di Pier Cesare Bori, Milano, Editoriale Giorgio Mondadori, 1988

Pier Cesare Bori, Tolstoj. Oltre la letteratura, Fiesole, Edizioni Cultura della Pace, 1991

Lev Tolstoj, Pensieri per ogni giorno, introduzione e traduzione di Pier Cesare Bori, Fiesole, Edizioni Cultura della Pace, 1995

Pier Cesare Bori, L’altro Tolstoj, Bologna, Il Mulino, 1995

Lev Tolstoj, Confessioni, a cura di Pier Cesare Bori e altri, Genova, Marietti, 1996

Ricordare Tolstoj

Autore: liberospirito 23 Set 2010, Comments (0)

Mi considerano anarchico, ma io non sono anarchico, sono cristiano. Il mio anarchismo è solo l’applicazione del cristianesimo ai rapporti fra gli uomini.

Tolstoj

 

Alle soglie del centenario della morte di Leone Tolstoj, avvenuta il 7 novembre 1910, diverse iniziative hanno ricordato o ricorderanno a vario titolo questa importante figura.

A luglio si è tenuto il campo assemblea del MIR (Movimento Internazionale della Riconciliazione) ad Albiano d’Ivrea, proponendo un momento di riflessione sul tema: Da Tolstoj a Gandhi: dalla resistenza passiva al Satyagraha. Ad aprile invece si era svolto un convegno internazionale promosso dal Dipartimento di Studi linguistici, letterari e filologici dell’Università degli Studi di Milano dal titolo: La sincerità di Tolstoj – Letteratura, pensiero e vita a 100 anni dalla morte, che ha visto la partecipazione di studiosi provenienti da atenei e istituti italiani e stranieri (ad esempio, l’Accademia delle Scienze di Mosca, il King’s College di Londra, il Museo Tolstoj di Mosca). Altre iniziative, grandi e piccole, si sono svolte o sono in corso di svolgimento in diverse città.

Invece, fra le pubblicazione dedicate a Tolstoj, recentemente uscite, ricordiamo qui  La fuga di Tolstoj di Alberto Cavallari, riproposto da Skira (precedentemente era stato pubblicato da Einaudi) e Tolstoj è morto di Vladimir Pozner (Adelphi), entrambe dedicate proprio all’ultima fase della vita dello scrittore russo e al suo progetto di una fuga da tutto e da tutti. Per non dire poi che continuano, con puntuale regolarità, stampe e ristampe dei suoi più celebrati romanzi.

Fra le altre cose, nel maggio di quest’anno era uscito un articolo sul quotidiano ”Avvenire” in cui si ricordava la presenza a Firenze di Tolstoj nel 1891 per partecipare a un convegno ecumenico internazionale che ebbe luogo nell’autunno di quell’anno dal titolo Conferenze sulla fusione di tutte le Chiese cristiane, a cui parteciparono intellettuali, politici ed ecclesiastici appartenenti a varie fedi. L’intervento tenuto da Tolstoj univa ricordi personali e affermazioni di principio, avvalorando il messaggio di pace e di convivenza tra i popoli e il rigetto della guerra e di ogni violenza. Dirà tra l’altro: “Una delle mie massime enunciate è: non opporsi al male (…) Per questo medesimo principio ho dovuto dichiarare un’iniquità la guerra, qualunque essa sia e qualunque ne sia la causa: i popoli della terra sono fratelli e hanno a vivere in santa pace (….) Come vedete, miei illustri colleghi, i miei principi hanno la loro base nel Vangelo e perciò ho potuto accettare il lusinghiero invito a questa conferenza e ben volentieri sono venuto qui in mezzo a voi per trattare del modo di ricondurre la religione cristiana alle primitive sue fonti, pure e limpide”.

E’ questo Tolstoj che intendiamo qui ricordare, accanto all’autore di capolavori indimenticabili, contro l’idea veicolata da una parte della critica letteraria, ancora oggi persistente, secondo cui bisognerebbe operare una separazione tra un “Tolstoj maggiore” – artefice di capolavori della letteratura mondiale -, da un “Tolstoj minore”, sostanzialmente da consegnare all’oblio, autore di lettere, appelli e articoli in cui traspare la sua radicale idea religiosa, politica e sociale, oltre alle sue critiche alle gerarchie ecclesiastiche e istituzionali.

Scriblerus