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Tag: Tibet

Pubblichiamo la traduzione di una intervista rilasciata in Francia dal Dalai Lama. Vengono toccati, anche se a volo d’uccello, temi di grande interesse: la pratica religiosa, il rapporto tra politica e spiritualità, i segnali di un futuro post-religioso .

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Intervista esclusiva con il maestro spirituale tibetano durante il suo soggiorno a Strasburgo. Sempre con la medesima ossessione: come evitare di cadere nella violenza?

Per una volta, la pressione del console cinese non ha avuto alcun effetto. A Strasburgo, il Dalai Lama è stato ricevuto a braccia aperte dal comune e dalle autorità europee. Il punto culminante del suo soggiorno nella capitale alsaziana, un fine-settimana da decifrare, davanti a un pubblico di ottomila persone riunite allo Zenith, un’ardua costruzione del nostro secolo. Lì ci ha ricevuti, in una piccola stanza senza finestre, all’interno del vasto edificio. Tra un pranzo veloce e un incontro con un bambino su una sedia a rotelle, ha risposto alle nostre domande, anche le più delicate, prima di salire sul palco e riprendere il filo delle sue spiegazioni metafisiche.

Quando evochiamo la tragedia ancora aperta del Tibet, in particolare la recente ondata di auto-immolazioni, il luccichio malizioso che di solito compare negli occhi del Dalai Lama all’improvviso sparisce. Dal 2009, centoquarantacinque tibetani si sono trasformati in torce viventi per protestare contro Pechino, convinti che il loro sacrificio rispettasse l’ingiunzione alla nonviolenza del loro leader spirituale.

L’impasse delle immolazioni

Questa domanda è estremamente difficile per me“, sospira. “Il suicidio, per i buddisti, è un atto violento. Non posso accettarlo. Ma se esprimessi il mio disaccordo, le famiglie, già ferite dalla perdita di un loro caro, verrebbero profondamente rattristate … Che cosa fare? Non c’è via d’uscita. Posso solo stare zitto”. Anche sul piano puramente politico, vede solo una situazione di stallo: “Qual è il beneficio di questi atti? Oltre al risalto pubblico, modifica ciò che pensano i ‘duri’ al potere? Ne dubito … “.

L’impazienza dei giovani tibetani, che sempre meno sopportano la morsa del giogo cinese, rappresenta un altro dilemma: “Un responsabile venuto da Lhasa mi ha spiegato che i vecchi erano piuttosto contenti della loro condizione attuale, ma che i giovani erano molto insoddisfatti. Mi ha assicurato che finché sono vivo non c’è rischio di violenza. Ma dopo? La mia risposta allora e ora è la stessa: il principio della nonviolenza deve essere rispettato, che io sia vivo o meno. Spero che i tibetani ricorderanno che questo principio è parte della loro cultura“. Il Dalai Lama respinge completamente l’idea che la violenza sia talvolta necessaria o utile. “Nulla di buono può mai venire dalla violenza“, insiste, ricordando la famosa frase del Buddha: “Se l’odio risponde all’odio, l’odio non si fermerà mai“.

Gusto del comico

Che fare quindi di fronte a un potere, come quello di Pechino, disposto a qualsiasi cosa per assicurarsi il suo perpetuarsi? “Innanzitutto dobbiamo ricordare che la Cina appartiene al popolo cinese, non al Partito comunista. Le persone saranno sempre lì. Si può dire lo stesso del Partito, tra dieci, venti o trenta anni? La nostra scelta è di mantenere i legami con i cinesi che sostengono la nostra causa, e fortunatamente ce ne sono sempre di più“.

Anche se è la guida spirituale di milioni di discepoli, il Nobel per la pace non esita a mostrare umorismo e dire buffonate degne di uno scolaro. Ora si copre la testa con un asciugamano bagnato per rinfrescare il suo cranio e, ovviamente, per scatenare l’ilarità generale. Tra il pericolo di prendersi troppo sul serio e quello di essere scambiato per un clown, ha chiaramente fatto la sua scelta.

Ma questo gusto del comico non gli impedisce di affermare con forza le sue convinzioni. Giudica il nostro mondo troppo radicato in valori ‘esterni’ – successo sociale, denaro, potere, comfort, ecc. – e, al contrario, privo di valori ‘interiori’ – senso del dialogo e del perdono, altruismo, ottimismo e soprattutto compassione. È, dice, questa cultura ‘materialistica’ che dà origine a comportamenti egoistici e genera i conflitti del nostro tempo. Per quanto riguarda i valori altruistici, questi non dovrebbero essere presi per desideri pii: “La scienza ha dimostrato che corrispondono alla natura profonda della specie umana“.

 

“Piuttosto marxista”

Un altro errore sarebbe quello di confinare tali valori nel regno della fede. È convinto che questi facciano parte di un’etica universale, che trascende le religioni e le culture. Per evitare di ripetere le tragedie del XX secolo, sostiene che questi valori andrebbero insegnati insieme alla scienza in tutte le scuole del mondo e presi sul serio, a cominciare dagli stati. Il 14° Dalai Lama ha deciso di dare l’esempio. Nel 2011, ha rinunciato a tutte le sue funzioni politiche. Ora vengono eletti dirigenti che presiedono al destino dei tibetani in esilio. “La democrazia è il miglior sistema politico, l’unico che in realtà permette il fiorire di questa etica universale. Anche se, in termini di economia, sono piuttosto marxista“, aggiunge, scoppiando a ridere. “Per quanto riguarda l’istituzione del Dalai Lama, nata secoli fa, l’ho completamente e felicemente abolita“, dice con un tocco di orgoglio. “Questo sistema che mescolava lo spirituale e il temporale era feudalesimo. È finito. Il mio successore, se ce ne sarà uno, non avrà alcun potere politico“.

Scienza della mente

Secondo il noto monaco buddhista francese Mathieu Ricard, il leader tibetano è fondamentalmente una sorta di rivoluzionario che non esita a distruggere le vecchie rovine per rivolgersi solo a concezioni e metodi che possono aiutarci oggi. “Sebbene sia un vero maestro buddhista, la religione e la cultura tibetana non sono, di per sé, ciò che più conta per lui. Se il buddhismo tibetano è prezioso, è soprattutto perché sembra essere l’erede di una vera scienza dello spirito sviluppata nell’antichità da una grande scuola filosofica indiana, la scuola Nalanda (la più importante università buddhista dell’India antica, n.d.t.)”. Questa ‘scienza della mente’ che descrive il nostro funzionamento mentale ed emotivo affascina anche i neurobiologi e gli psicologi, che hanno iniziato un insolito dialogo con gli studiosi tibetani.

A Strasburgo, il Dalai Lama ha partecipato a un convegno presso l’università sulla ricerca che sta studiando l’effetto di diversi metodi di meditazione sulla salute fisica e mentale. Il Dalai Lama riassume: “Il buddismo tibetano appare come un ponte tra scienza e spiritualità e consente di immaginare metodi per migliorare le relazioni tra gli umani“. “Think, think, think” (“pensa, pensa, pensa”), continua a ripetere, un dito sulla tempia, il Dalai Lama. “La preghiera, i rituali, il fervore verso un maestro spirituale sono buoni, ma non è ciò che porterà il cambiamento intimo di cui parla il buddhismo, né aiuta a cambiare il mondo. La fede cieca – inclusi i testi più sacri del buddhismo – è stupidità“. Quindi lasciamole, suggerisce, alle persone che non hanno avuto l’opportunità di sviluppare la propria intelligenza. Coloro che, al contrario, hanno questo ‘splendido strumento’, il cervello umano, devono usarlo per avanzare lungo il sentiero della conoscenza razionale. “Un miliardo di prostrazioni non vale un solo giorno di studio serio“.

Amore e compassione

Volentieri iconoclasta nei confronti del buddhismo, il Dalai Lama non risparmia le sue critiche alla pratica religiosa che si è allontanata dalla ‘essenza’, vale a dire l’amore e la compassione. “Quando vedo come alcuni leader religiosi, inclusi i buddhisti, difendono la loro fede, a volte mi chiedo se il mondo non sarebbe migliore senza religione“, esclama con quella famosa risata che risuona nel piccola stanza. Quanto all’islam, si rifiuta di renderlo un caso speciale: “Le azioni delle canaglie musulmane non provano nulla della natura dell’islam. Altrimenti, bisognerebbe dire che il buddhismo è una religione di odio a causa di alcuni monaci estremisti in Birmania. L’esistenza di versi che autorizzano la violenza nel Corano non dimostra nulla. Lo stesso tipo di fenomeno si trova in tutte le dottrine. Noi buddhisti abbiamo le famose ‘divinità adirate’ che uccidono nel nome del Dharma! Tutto questo, in fondo, non ha nulla a che fare con l’essenza della religione. È una questione di educazione, comprensione intellettuale, dialogo“. In breve, di una mentalità aperta. “Think, think, think!”

(traduzione di Federico Battistutta)

Fuoco nonviolento

Autore: liberospirito 16 Gen 2013, Comments (0)

E’ veramente difficile – meglio: è quasi impossibile – riuscire a seguire ingiustizie e soprusi che accadono nel mondo, dando altresì conto delle forme di ribellione in corso. Così, anche se in ritardo, mettiamo on line un articolo di Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, apparso il mese scorso su “La Stampa”. Il testo riguarda le autoimmolazioni compiute da persone  – monaci e monache, ma non solo – che hanno maturato la decisione di darsi fuoco per manifestare, in maniera estrema e ultimativa, la loro radicale protesta contro le autorità centrali cinesi che da anni occupano la  loro  terra e  le loro vite.

Ormai rischiamo l’assuefazione: una notizia d’agenzia ripresa ogni tanto nelle pagine interne, qualche colonna una volta all’anno nell’apposita “giornata mondiale per il Tibet”, un rapido accenno in margine a una visita del Dalai Lama, un box accostato a un resoconto di incontri diplomatico-commerciali. È tutto quello che giunge a noi della tragedia del popolo tibetano e della testimonianza di quanti non cessano di urlare, con le loro vite e la loro morte, alle nostre orecchie divenute sorde. Certo, il sentimento di rassegnazione prevale quando si misura l’impotenza di fronte alla realpolitik, ma la coscienza ci impedisce di lasciar tacere la provocazione nonviolenta dei monaci tibetani, ormai un centinaio dall’inizio della protesta, che decidono di darsi fuoco per denunciare l’oppressione del loro popolo, della loro cultura, della loro religione.
Credo che i monaci stessi sappiano che il loro gesto difficilmente varcherà le frontiere e tanto meno potrà mutare le decisioni del potere. Certo, qualcosa smuove nelle coscienze di chi ne viene a conoscenza, altrimenti non si spiegherebbe perché le autorità cinesi stiano cercando di reprimere il fenomeno, arrivando ad arrestare quanti sostengono e incoraggiano i candidati al martirio, ma non ci si può illudere che una maggiore consapevolezza da parte di pochi possa cambiare la situazione di oppressione del popolo tibetano. Allora, perché ci sono sempre nuovi giovani pronti a darsi alle fiamme? A chi vogliono parlare con quel gesto estremo? Cosa sperano di ottenere? E da parte nostra, se siamo convinti di non poter fare nulla perché le cose cambino, che senso ha continuare a seguire vicende che disturbano la nostra coscienza tranquilla? In realtà, ci siamo talmente abituati a misurare le azioni solo in base al risultato, a breve o lungo termine, che fatichiamo a concepire che qualcuno decida di agire gratuitamente, solo perché così ritiene giusto fare, senza attendersi successi o ricompense. Forse, vale allora la pena lasciarci interrogare da questo monaci disposti a consumare la propria vita tra le fiamme come incenso.
Ora, le persone a cui vogliono parlare non sono i media occidentali, così lontani, distratti e preoccupati come i loro governi di mantenere buone relazioni; non è l’opinione pubblica mondiale, salvo quando qualche evento globale come le Olimpiadi fa da potente cassa di risonanza. No, il destinatario di questo gesto estremo, divenuto ormai quasi quotidiano, è il loro stesso popolo: con la loro vita e la loro morte vogliono affermare la grandezza di una religione e di una cultura che non accetta di piegarsi al male, vogliono testimoniare a chi è scoraggiato dall’oppressione che si compiono azioni perché è giusto farle, che esistono ingiustizie che vanno denunciate a ogni costo, che ci sono valori per cui vale la pena dare la vita fino alla morte. Questo è il messaggio forte che possiamo recepire anche noi in occidente, è l’interrogativo lancinante che ci porta a ripensare le nostre priorità, la nostra capacità di reazione al male, la nostra disponibilità a pagare un prezzo per ciò che per noi non ha prezzo.
E non si creda che questa forma di protesta sia nata negli anni sessanta in Vietnam e sia divenuta così ampia in Cina in questi anni: non è legata al confronto-scontro con un potente nemico esterno, espressione di un ambito etico e culturale diverso. E’ pratica antichissima, attestata fin dalla prima metà del V secolo in Cina, con raccolte di biografie degli asceti buddhisti immolatisi nel fuoco: queste testimonianze – una decisiva la si trova in un capitolo della Sutra del Loto – rivelano che non si è mai di fronte a un gesto impulsivo, ma che invece una lunga prassi di ascesi e purificazione fatta di digiuni e meditazioni ha preparato il sacrificio estremo di donarsi al Buddha per il bene degli altri. Il martire che si nutre e si ricopre di incensi e profumi per poi ardere compie un’offerta libera e totale per la salvezza di tutti: non mira unicamente alla propria rinascita, ma al rinnovamento del mondo. E questo lo fa attraverso un’azione nonviolenta nel senso forte del termine, un’azione cioè che accetta di assumere su di sé la violenza senza replicarvi, senza rispondere alla violenza con la violenza, spezzando così la catena infinita dell’ingiustizia riparata con un’ingiustizia più grande. E’ come se di fronte al male e a chi lo compie il monaco affermasse non solo che il malvagio non potrà avere il suo corpo ma anche, verità ancor più destabilizzante, che non riuscirà a fargli assumere lo stesso atteggiamento malvagio.
Sarebbe improprio tracciare un parallelo con il servo sofferente di cui parla il libro di Isaia, con l’atteggiamento di Gesù di fronte ai suoi persecutori o con i martiri cristiani – che non si danno da sé la morte ma la “accolgono” dagli altri – eppure questa capacità di assumere su di sé la violenza per estinguerla e al contempo per professare ciò che è bene e giusto per tutti interpella cristiani e non cristiani, noi post-moderni sempre tentati di rimuovere la domanda su cosa è giusto per interrogarci solo sull’opportunità del nostro agire: «Vale la pena?» è diventato il nostro unico interrogativo, ormai sempre più accompagnato da un’immediata reazione negativa. Abbiamo dimenticato la fulminante risposta di Pessoa: «Tutto vale la pena, se l’anima non è piccola». La grande anima di questi giovani monaci tibetani ce lo ricorda, se solo vogliamo ascoltare il loro grido silenzioso, lasciandoci illuminare da quel fuoco nonviolento.

“La Stampa”, 16 dicembre 2012

Enzo Bianchi