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Tag: Teresa Forcades

Tersa Forcades e la teologia queer

Autore: liberospirito 15 Ott 2020, Comments (0)

Pubblichiamo ampi stralci di un’intervista di Emanuela Provera alla teologa catalana Teresa Forcades apparsa MicroMega on line, in cui espone le sue posizioni di teologa queer. Certo la sua rilettura della Bibbia e della grande tradizione teologica da Tommaso d’Aquino in poi alla luce delle teorie queer è proficua e ricca di spunti, ma va aggiunto che non possiede quella forza dirompente e sovvertitrice rinvenibile in altri autori e autrici (un nome fra tutti: Marcella Althaus-Reid).

È con lo scopo di fare chiarezza che, nel 2020, Francesco ha istituito la seconda Commissione di studio sul diaconato femminile. La prima (del 2016) sembra abbia raggiunto un risultato solo parziale, tra l’altro non ancora reso noto. La partecipazione della donna nella chiesa passa attraverso l’accesso all’Ordine sacro? 

La partecipazione delle donne alla vita della Chiesa non passa necessariamente dall’ordinazione sacerdotale. La donna da sempre svolge un ruolo attivo in molti altri modi. Ma non vedo ostacoli di natura teologica alla ordinazione delle donne.

Nella chiesa cattolica sono gli uomini che confessano le donne. Non le sembra che le confessioni più sacre e più libere avvengano tra donne e con le donne? 

Prima del Terzo Concilio Lateranense (XII° secolo) le badesse confessavano le ‘loro monache’ ma non per questo la confessione era migliore. Non ci sono valide ragioni per impedire che le donne esercitino il sacramento della confessione, ma non credo che il genere influenzi la qualità della relazione; e questo vale sia per la confessione sia in qualunque altra situazione. Questo è il motivo per cui difendo l’idea queer.

L’essere umano è sempre singolare e non può rientrare in un’unica categoria (sia essa di genere, di classe o di razza). Da qui lei ha coniato il termine “teologia queer”. Quali sono i dati di realtà cui si è ispirata per sviluppare la sua riflessione? 

L’ispirazione proviene dai miei studi di teologia trinitaria che ho posto in relazione alla nozione di persona. Mi ha affascinato il modo con cui Tommaso d’Aquino ha sviluppato il carattere unico della persona; quindi, l’ho applicato al pensiero queer.

Dio è donna? E Gesù? 

Dio non è donna, Gesù non è donna. Dio non ha genere; Gesù ebbe un genere ed era maschile. L’importante però è comprendere che il genere è solo un punto di partenza che fa della persona qualcosa di necessariamente originale e inedito. Questo punto di partenza è come un trampolino più o meno adeguato a compiere il salto e in questo senso è importante – sia chiaro! – come educhiamo i bambini, le bambine. Non credo sia positivo incasellarli in una categoria di genere rigida anche se non va nemmeno bene credere che non esiste un genere e che possiamo prescindere da esso. Siccome sono fatta a immagine di Dio, sono portata a vivere la mia sessualità secondo la sua dimensione essenziale (la reciprocità libera e amorosa con un’altra persona) non secondo quello che non è essenziale (le categorie di genere). Solo quello che esiste in Dio è essenziale.

Che significato ha la verginità della Madonna? Era proprio necessario proclamarla? 

Se è concepito come un evento biologico miracoloso e isolato, la verginità di Maria mi sembra molto irrilevante. Non lo è invece se concepita come l’affermazione che la madre non esaurisce la sua personale irriducibilità nella maternità, che rimane ‘vergine’ nel senso di ‘libera’, possedendosi esistenzialmente e non completamente esternalizzata nella relazione con un marito (nel ruolo di moglie) o con un figlio (nel ruolo di madre). Maria di Nazaret fu sposa e madre, ma non solo. Era e rimase vergine, cioè libera, non era di proprietà di nessuno, né del marito né del figlio. E partendo da questa libertà ha detto ‘Fiat’, ‘Si faccia’, rinnovandolo per tutta la vita, poiché non ha mai perso la sua coscienza libera, la sua “verginità”. A partire da essa si è donata e ha vissuto il suo rapporto sponsale con Giuseppe e la sua maternità con Gesù. La verginità è la non strumentalizzazione della donna.

Penso che nella prima infanzia, la madre sia il riferimento emotivo che dà energia alla psiche del bambino o della bambina. È in relazione alla figura materna che nasce il genere binario: si è “come la madre” oppure “diversi dalla madre”. Ecco perché il tratto principale della femminilità è il carattere materno, la cura della persona amata, l’alimentazione, la consolazione, l’incoraggiamento, l’“essere un rifugio”, ma anche l’affascinare, essere cioè oggetto del desiderio come lo è la madre per il bambino: garante di felicità e significato, come fosse una vera casa.

Nella vita adulta siamo invece chiamati a “rinascere” (Giovanni 3), e non dalla madre ma dall’acqua e dallo spirito. Interpreto questa dichiarazione di Gesù come un invito a trascendere l’identità dell’infanzia per avventurarsi a vivere al di là di ogni etichetta, inclusa quella sessuale o di genere. In questo senso, posso chiamare la cristificazione queer.

“L’amore è sempre sacramento di Dio”

Autore: liberospirito 10 Feb 2016, Comments (0)

I media, anche per la questione delle unioni civili e del riconoscimento dei diritti gay, si perdono (e non possono fare altrimenti) dietro alle chiacchiere dei politicanti di turno, interessati al tornaconto e alla sopravvivenza del proprio schieramento (oramai è pratica comune ricorrere ai sondaggi prima di rendere pubblica una qualche decisione). Ogni tanto – raramente – viene dato spazio a qualche voce eccentrica rispetto al coro dilagante. E’ il caso di questa bella intervista a Teresa Forcades, monaca benedettina catalana, che senza giri di parole prende posizione su questi temi. L’intervista, a cura di Geraldine Schwarz, è apparsa su “La Repubblica” di ieri.

teresa forcades

Cosa pensa delle unioni civili e dei matrimoni omosex, possono essere considerati come un sacramento, possono funzionare agli occhi di Dio e della società?
Un sacramento è la manifestazione dell’amore di Dio nello spazio e nel tempo. L’amore è sempre sacramento di Dio se rispetta la libertà dell’altro. L’amore possessivo, al contrario, anche se è tra un uomo e una donna, può non essere sacramentale nel significato profondo del termine.
Bambini “adottati” da una famiglia omosex, con due padri o con due madri, crede che possano crescere in modo sano?
Sí, assolutamente. Quello di cui i bambini hanno bisogno è di un amore adulto, maturo e responsabile da genitori che antepongano le loro necessità alle proprie e che sappiano nello stesso tempo porre loro dei giusti limiti e aiutarli a crescere. Il fatto di crescere con due donne o con due uomini non rappresenta nessun problema. Nel medioevo molti bambini crescevano in Monastero solo con donne o solo con uomini e molti di essi sono diventati santi.
Cosa pensa della maternità surrogata?
Il graduale accumulo di ricchezza nelle mani di pochi è lo scandalo del nostro secolo. La maternità surrogata è un abuso di potere in un mondo economicamente sbilanciato come quello attuale nel quale viviamo. Mette sempre più spesso donne povere nelle condizioni di scegliere se commercializzare e vendere la propria maternità o condannare se stesse e i loro figli alla miseria. E’ estremamente crudele, come lo è anche quando le donne devono emigrare e abbandonare la famiglia per guadagnare un minimo stipendio per sopravvivere o finiscono nella rete della prostituzione per la stessa ragione. Secondo l’ultimo rapporto della confederazione di studio di Oaxfam International, l’1% della popolazione mondiale possiede più ricchezza del restante 99%. A parte lo sfruttamento economico, rifiuto la maternità surrogata per ragioni etiche: la psiche di una persona comincia costituirsi durante la gravidanza attraverso la percezione della voce e gli effetti degli ormoni materni che circolano nei tessuti fetali e che si accordano alla  voce e dallo stato d’animo della madre. Quindi, la separazione dalla madre biologica è sempre traumatica per il bambino e deve evitarsi per quanto possibile.
Cosa pensa della posizione del Vaticano sui temi dei diritti civili e temi bioetici?
La dottrina della Chiesa difende la dignità della persona e rifiuta la sua strumentalizzazione però in alcuni casi come nell’aborto, o per l’eutanasia, il principio di autodeterminazione della persona che è un principio riconosciuto e difeso dalla Chiesa, si scontra con la difesa della vita e con il riconoscimento della vita come dono di Dio. Io credo che la chiesa debba continuare a difendere la vita come un dono del quale non si può disporre a proprio piacimento. Ma credo che la maniera migliore di farlo non sia promuovere leggi che criminalizzano le donne che interrompono la gravidanza. Non si può salvare la vita del feto senza mettere sotto accusa i diritti della madre. Allora è necessario chiedersi se vogliamo che uno Stato forzi una donna a scegliere per il bambino. In questo caso, solo in questo caso, io propendo per la madre. Io credo che non si possano strumentalizzare le persone: non si può fare della madre uno strumento per la vita del bambino ma allo stesso tempo, e questo vale per la pratica della surrogazione, non si può neanche fare del bambino uno strumento del desiderio.
Si sente rivoluzionaria e femminista come la definiscono alcuni? in che senso?
Mi sento una rivoluzionaria pacifica. Mi sento femminista perché voglio riconoscere il lavoro delle prime donne, pioniere del femminismo che si chiamarono così mentre lottavano per il diritto a entrare all’università, al voto, a essere governanti nella società o a detenere i massimi incarichi nella chiesa o nella religione. Sono contro la violenza e non la considero utile a cambiare la società però sono rivoluzionaria perché credo che la nostra società non si debba riformare ma debba proprio cambiare radicalmente. Per esempio difendo il diritto alla proprietà ma non sono d’accordo quando vuole essere un valore assoluto. In questo sono contro i principi capitalistici.
Ha intrapreso molte battaglie, c’è qualcuno che ha cercato di farla restare in silenzio? Quali sono le critiche che le vengono rivolte e se ha subito resistenze, da parte di quali ambienti?
Mi hanno censurato, cancellato conferenze sia in ambito medico che politico che religioso. Per la medicina, per le mie critiche contro le industrie farmaceutiche. Per la politica, per le mie critiche alla politica del governo israeliano nei confronti della popolazione palestinese. In ambito religioso, perché difendo le unioni omosessuali e per il mio femminismo. L’ultimo episodio quando dovevo andare in Israele per una conferenza e non mi hanno fatto entrare nel paese, mi hanno rimandata indietro.
Come vive questo suo doppio ruolo di impegno civile e preghiera?
Continuo a studiare e a scrivere e resto in solitudine, la preghiera mi dà forza e permette che io possa lottare senza acredine con il cuore aperto. Al monastero, dove a volte ritorno per qualche giorno, l’orario ufficiale è di cinque ore di preghiera e sei di lavoro. Fuori dal monastero l’attività è molto più intensa e sono fortunata se riesco a raggiungere un’ora di preghiera al giorno.
Quali sono oggi per lei gli ostacoli sul cammino delle donne nella Chiesa?
L’ostacolo maggiore è l’interiorizzazione di una coscienza che dice che le donne devono avere un ruolo secondario rispetto a quello degli uomini e che Dio desidera così.
Ha mai incontrato papa Francesco? 
No, ma mi piacerebbe.
Come ha deciso di diventare suora di clausura?
Sono andata al monastero come ospite. Stavo cercando un luogo per studiare e ho sentito una chiamata interiore. Dopo due anni sono entrata.
A giugno scadrà questo suo primo anno di pausa, ha deciso se continuerà a stare “fuori” o tornerà “dentro” in clausura?
Dipende se sarà ancora necessario avere qualche tipo di impegno con la politica. Fino a quando farò attività politica e per un massimo di tre anni vivrò fuori dal monastero ma può anche essere che tra pochi mesi tornerò a vivere dentro. Questo dipende da come si svilupperà la situazione politica in Catalogna dove mi batto per l’indipendenza.
Ha un padre spirituale? 
Più di uno e anche più di una madre. Mi sembra molto importante l’accompagnamento nella vita spirituale. Però è fondamentale anche saper accettare la responsabilità ultima del proprio cammino.