Crea sito

Tag: teologia

Amos Oz : in memoriam (1939 – 2018)

Autore: liberospirito 30 Dic 2018, Comments (0)

Ora mi torna in mente una vecchia storiella, dove uno dei personaggi – ovviamente siamo a Gerusalemme e dove sennò – è seduto in un piccolo caffè, e c’è una persona anziana seduta vicino a lui, così i due cominciano a chiacchierare. E poi salta fuori che il vecchio è Dio in persona. D’accordo, il personaggio non ci crede subito lì per lì, però grazie ad alcuni indizi si convince che è seduto al tavolino con Dio. Ha una domanda da fargli, ovviamente molto pressante. Dice: “Caro Dio, per favore dimmi una volta per tutte, chi possiede la vera fede? I cattolici o i protestanti o forse gli ebrei o magari i musulmani? Chi possiede la vera fede?” Allora Dio, in questa storia, risponde: “A dirti la verità, figlio, mio, non sono religioso, non lo sono mai stato, la religione nemmeno m’interessa”.

Amos Oz, Contro il fanatismo, Milano, Feltrinelli, 2004, p. 16-17

spong

John S. Spong  è un noto teologo statunitense. E’ stato vescovo della Chiesa Eposcopale, a Newark, nel New Jersey (vedi qui info su Spong da Wikipedia). Il suo pensiero teologico si caratterizza per una radicale proposta di un rinnovamento profondo della fede cristiana che l’ha condotto ad allontanarsi dal teismo e dalle dottrine religiose tradizionali. Secondo Spong il teismo, inteso come concetto che definisce Dio, ha definitivamente esaurito la sua funzione e, di conseguenza, la maggior parte del linguaggio teologico riferito al divino perde significato. Bisogna quindi elaborare un modo nuovo per pensare e parlare del divino. Spong sostiene che, se da un lato si è definitivamente consumata l’immagine tradizionale di una divinità trascendente/onnipotente/soprannaturale, esistente al di fuori e distinta dalla “creazione” (su cui occasionalmente interviene compiendo miracoli), resta però in piedi l’immagine del divino inteso come rapporto costante con la vita, con l’amore e con l’essere: la relazione uomo/Dio è pertanto un invito a essere pienamente umani, significa vedere che Dio è l’esperienza della vita, dell’amore e dell’essere che s’incontra dentro l’esperienza di un’umanità ampliata e arricchita. Per Spong, infatti, “il divino è la dimensione ultima e profonda dell’umano” ed è possibile incontrarla quando una persona diviene profondamente e fino in fondo umana.

Di Spong è stato appena pubblicato in italiano, presso l’editore Massari e a cura di Ferdinando Sudati, La nascita di Gesù tra miti e ipotesi, in cui viene compiuta un’attenta rivisitazione dei racconti sulla nascita di Gesù.

Come scrive Ferdinando Sudati nell’ampia introduzione che costituisce un utile viatico al volume: “Il nuovo lavoro di Spong sarà una felice sorpresa per molti lettori, soprattutto cattolici, che in questi anni si sono familiarizzati con il problema del Gesù storico. Vi troveranno in bella sintesi i dati della migliore storiografia critica e indipendente attorno ai vangeli dell’infanzia, cioè dei racconti del concepimento e della nascita di Gesù come sono riportati da Matteo e Luca. In realtà, il commento storico-critico a questi capitoli dei vangeli è dovuto a un credente, addirittura un vescovo, quindi a una persona che ha un grande interesse per Gesù di Nazareth. Può darsi che per qualcuno la sorpresa non abbia solo aspetti culturalmente e religiosamente piacevoli, ma sia fonte di disagio. Ciò a motivo della messa in discussione di un’eredità religiosa, ricevuta dal passato e ben sedimentata nella coscienza cristiana credente, da parte di un vescovo emerito della Chiesa episcopaliana qual è John Shelby Spong. Il disagio potrebbe risolversi in conflitto interiore e perfino in irritazione verso l’autore, generando un rifiuto della sua proposta. A queste persone, soprattutto, è rivolto l’invito a mantenere la calma e a pensare che si trovano nel mezzo di un’operazione, culturale che esige di essere affrontata con strumenti adeguati”.

Scriblerus

 

La teologia non può essere una scienza

Autore: liberospirito 28 Lug 2013, Comments (0)
In questo post proponiamo una riflessione su che cosa s’intenda per teologia. L’articolo è del pastore valdese Alessandro Esposito e proviene dal blog di Micromega (http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/). Non intendiamo compiere voli pindarici. Qui la teologia non è scienza rigorosa e disciplinata (e disciplinante), asettica e talvolta bacchettona, riservata a pochi addetti ai lavori, ma è domanda incessante di senso che scaturisce dalla nuda vita dell’essere umano (non a caso la riflessione prende avvio dal Libro di Giobbe e dalle sue domande radicali). Parliamo qui di un’ulteriorità di senso in cui, però, l’interrogazione sulle cose ultime non si separa – non vuole e non può separarsi! – dal rapporto con le altre: quelle penultime, terzultime, le preoccupazioni e gli affanni che la vita quotidianamente pone agli uomini e alle donne. Parliamo qui di un’interrogazione che richiede spazio e libertà e aspira alla libertà in spazi sempre più ampi.
giobbe di william blake
«Allora Giobbe rispose a Dio e disse: […] «Ascoltami ed io parlerò; ti rivolgerò delle domande e tu insegnami» (Giobbe 42:3-4)

Giobbe: testo potente, meraviglioso; libro vertiginoso della disputa dell’essere umano con Dio, delle rivendicazioni espresse dal giusto sofferente, della protesta che non si cela dietro il velo dell’ipocrisia ma si volge sincera, ai limiti dell’irriverenza, al presunto creatore di quella vita che, non di rado, appare inaccettabile all’innocente che patisce. Giobbe, che non tollera una ragione ossequiosa e ritiene legittima ogni domanda di fede, conosce però l’umiltà e, di fronte a un Dio che finalmente dialoga con lui e gli risponde, evita che l’interrogazione onesta e radicale diventi arroganza, presunzione, protervia. Fa un passo indietro, Giobbe: non lascia che l’orgoglio prevalga sulla comprensività e, dopo aver a lungo esposto la sua causa con ardore e convinzione, tace per far spazio a quanto Dio ha da dirgli. In tal modo Giobbe fa due volte teologia, nel senso più autentico: una prima volta parlando con Dio, anziché di lui; una seconda volta, lasciando che sia Dio a prendere la parola e ad istruirlo. Entrambe queste modalità, nobili, di fare teologia, sono da tempo, se non da sempre, in disuso: assai più sovente noi – spesso soltanto sedicenti – teologi amiamo scattare delle «istantanee» di Dio, che ne determinano e ne imprigionano un’immagine che contrabbandiamo poi, indebitamente, come l’unica in grado di restituire il suo volto. Di qui le violente aggressioni verbali ai danni di chi, del tutto legittimamente, da questa immagine dissente.

Tali atteggiamenti derivano, con ogni probabilità, da un fraintendimento originario relativo a che cosa sia la teologia: non pochi «teologi di professione», difatti, continuano a sostenere – ma meglio sarebbe dire ad illudersi – che la teologia sia una scienza, parola che deriva dal verbo latino scio e che rimanda al sapere, inteso però, nel nostro caso specifico, come possesso o, comunque, come «consolidamento» di convincimenti acquisiti e radicati, assai più che come ricerca. Si è così sviluppata una complessa, benché in verità del tutto approssimativa, «scienza di Dio», che ci viene generosamente elargita da solerti «addetti ai lavori», i quali, a donne e uomini comuni, concedono appena lo spazio di una tacita e possibilmente obbediente ammirazione, giacché la teologia, quella seria, s’intende, è opera dell’elaborazione scientifica di professionisti.

Ora, che teologi non ci si improvvisi è senz’altro vero e, senza dubbio, opportuno: i rischi legati all’estemporaneità esistono anche in quest’ambito ed il proliferare dei fondamentalismi sta lì a ricordarcelo. La superficialità rimane sempre e comunque la migliore alleata di una logica del dominio che ha tutto l’interesse a mantenere nell’ignoranza la gente comune, poiché chi ignora non si sente in diritto di esprimersi ed è dunque più facile da manipolare.

Diverse sono le realtà ecclesiastiche che, ancora oggi, prediligono questa strada, preferendo fedeli succubi a credenti adulti, meno gestibili ma senz’altro più fecondi. La proposta di una teologia come scienza rigorosa, però, rappresenta una via altrettanto rischiosa, non soltanto per l’inverificabilità del suo oggetto, ma, prima ancora, perché genera anch’essa meccanismi di esclusione e, soprattutto, perché snatura il cuore stesso del messaggio biblico, che non è in alcun modo messaggio accademico. Il limite fondamentale di questa prospettiva, assai diffusa nei luoghi in cui noi teologi generalmente veniamo formati, lo illustra assai bene il filosofo e psichiatra Karl Jaspers che, in una pagina assai illuminante, ammonisce:

«Per giungere ad una autentica comprensione, è necessario oltrepassare la scissione di soggetto e oggetto in cui le scienze costantemente si trattengono e che altro non è se non il risultato dell’adozione di un metodo impropriamente assunto come unico (…) Circoscritta nel suo metodo, la scienza si illude che il volto della realtà sia quello da lei percepito» (Karl Jaspers, Psicologia delle visioni del mondo, Astrolabio, Roma, 1950).

Questo è ciò che accade anche alla teologia quando la si voglia concepire alla stregua di una scienza: essa finisce per fare di Dio un oggetto che, come tale, risulta circoscrivibile, individuabile, definibile. Ma Dio, secondo il variopinto e creativo pensiero biblico, non è mai oggetto del nostro conoscere, ma soggetto che, come tale, chiama alla relazione: ed è la relazione, con la sua unicità e personalità, l’unico luogo in cui Dio, consegnandovisi ma non esaurendovisi, si dà a conoscere. La relazione, infatti, salvaguarda l’ulteriorità di Dio, la molteplicità dei suoi volti, l’inesauribilità delle sue rivelazioni; e, al contempo, attribuisce a noi donne e a noi uomini un ruolo insostituibile. La teologia, in questo modo, è chiamata a diventare luogo dell’approfondimento delle molteplici ed irripetibili relazioni che ciascuna e ciascuno intrattiene (o, per l’esattezza, è convinto di intrattenere) con Dio: a questo scopo, un linguaggio narrativo, che non a caso è quello predominante nei testi biblici, si rivela assai più adatto rispetto ad un approccio di tipo scientifico, che definisce ma non soddisfa, esplicita ma non rende ragione di quel mistero che resiste ad ogni – velleitario – tentativo di risoluzione definitiva. Con estremo acume, Karl Jaspers prosegue nella sua riflessione, osservando: «È possibile, difatti, spiegare qualcosa senza comprenderlo» (Karl Jaspers, Psicopatologia generale, Il Pensiero Scientifico, Roma, 2000).

Dio, come soggetto (ipotetico, va da sé), si può soltanto incontrare e conoscere, ma non spiegare: al contrario, ogni tentativo che tenda a volerlo esplicitare, in maniera tale da risultare pienamente trasparente al nostro sguardo, è destinato a fallire miseramente. L’incontro rende la conoscenza mobile, intimamente legata all’esperienza e, per ciò stesso, concreta ed umile: Dio posso conoscerlo soltanto nella misura in cui mi dichiaro disponibile ad incontrarlo di nuovo.

Come tutto ciò che appartiene alla nostra umanità, anche la conoscenza che possiamo avere di Dio è necessariamente e fortunatamente provvisoria, oltre che ipotetica, aperta al cambiamento e alla maturazione. Di fronte a Dio, proprio come dinanzi all’altra donna e all’altro uomo, siamo chiamati a ricorrere alla nostra capacità di lasciarci sorprendere, evitando di sbarrare gli orizzonti che ogni relazione, al contrario, consente di dischiudere ed ampliare. Di Dio restiamo in attesa, perché un volto nuovo, sino a prima sconosciuto di lui, di lei, venga ad infrangere gli schemi sempre troppo angusti delle nostre convinzioni, che spesso hanno la pretesa di spiegare senza, però, comprendere.

Alla comprensione, autentica perché umile, ci sprona invece Giobbe attraverso quell’atteggiamento al quale egli dimostra di non rinunciare sino alla fine e che ripropone imperterrito a quel Dio che, finalmente, si mostra disponibile al dialogo: l’interrogazione. Giobbe sa che nel domandare sincero non si cela mai il rischio della presunzione: chi rivolge un interrogativo lo fa perché resta in attesa di una risposta che, per quanto chiara e diretta, non può né deve essere conclusiva. Giobbe pone domande perché Dio possa istruirlo: la relazione con Dio, difatti, non può in alcun modo essere passiva, arrendevole, inerte. L’attesa di noi donne e noi uomini, al contrario, è attiva, persino provocatoria. Giobbe sollecita letteralmente Dio al dialogo: gli promette che lo ascolterà ma, al contempo, gli ricorda che non gli risparmierà le domande. Ammette il proprio limite Giobbe, riconosce la propria umanità e lo scacco a cui ogni nostra conoscenza è inevitabilmente esposta: ma questa condizione non lo spinge alla rinuncia, all’abdicazione, spesso identificate – ma in realtà confuse – con l’umiltà. Giobbe continua a domandare, ritiene realmente umile e radicalmente onesta soltanto questa espressione di insoddisfazione, di insaziabilità: vuole abitare la domanda, Giobbe, e non accetta né da noi, né da Dio, che la eludiamo accontentandoci di quelle risposte che hanno la pretesa di spiegare senza che, in realtà, ci aiutino a comprendere.

Perché comprendere, in verità, significa continuare a domandare: chi domanda, infatti, resta disponibile a conoscere, mantiene aperti gli spazi dell’interiorità senza saturarli ma dando, piuttosto, ascolto a quell’inquietudine che ci abita e ci determina. In tal modo possiamo apprendere a riconoscere e rispettare la nostra natura più profonda, che è quella del viandante, in cui, come ci ricorda il filosofo e psicologo Umberto Galimberti, «si succedono le esperienze del mondo, che sfuggono ad ogni tentativo che cerchi di fissarle [in maniera definitiva]; perché il viandante sa che la totalità e sfuggente, che il non-senso contamina il senso, che il possibile eccede sempre il reale e che ogni progetto che cerca la comprensione come abbraccio totale è pura follia» (La casa di psiche, Feltrinelli, Milano, 2005).

Alessandro Esposito