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Tag: Teatro Valle Occupato

In Italia i Senza Terra brasiliani

Autore: liberospirito 7 Gen 2014, Comments (0)

Il 7 dicembre scorso al Teatro Valle Occupato di Roma ha tenuto un intervento uno dei rappresentanti più in vista del Movimento dei Senza Terra – João Pedro Stédile -, entrando in dialogo con alcuni dei movimenti italiani (Forum italiano dei movimenti per l’acqua – Movimento NoTav – rete StopEnel – Genuino Clandestino – Ex Colorificio Liberato di Pisa). Riportiamo sotto una parte significativa dell’intervento. La trascrizione integrale è possibile leggerla al sito http://www.adistaonline.it.

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LA TERRA TREMERA’

È per me un privilegio essere qui con voi, in un teatro occupato dai lavoratori. Tutto quello che il Movimento dei Senza Terra (Mst) ha conquistato nel corso dei suoi trent’anni di vita è dovuto proprio alla pratica dell’occupazione di massa, della terra come delle banche, dell’università, dei mezzi di comunicazione, delle transnazionali. Sono contento di poter scambiare con voi alcune idee, riguardo alla congiuntura latinoamericana, a quella brasiliana e alla Riforma Agraria. Si tratta di idee discusse all’interno del Mst e con gli altri movimenti sociali del Brasile, anche nell’ambito di Via Campesina. […]

UN NUOVO MODELLO DI PRODUZIONE AGRICOLA

In questa fase, segnata dal dominio del capitalismo finanziario e delle transnazionali, sono in corso cambiamenti dei paradigmi della produzione agricola, in direzione della privatizzazione di tutte le risorse naturali. Così come, durante il XX secolo, i capitalisti si sono appropriati della terra introducendo la proprietà privata, allo stesso modo hanno iniziato a mettere le mani sull’acqua e ora si stanno impadronendo dei minerali, dei boschi, dei venti (con l’energia eolica) e persino dell’ossigeno rilasciato dalle foreste, trasformato in un titolo di credito di carbonio da scambiare alla borsa valori. Cosicché, in Brasile e in America Latina, alcune imprese hanno già convinto comunità indigene a vendere loro l’ossigeno delle foreste.

Questa invasione del capitale rispetto ai beni della natura ha messo in luce tuttavia diverse contraddizioni, le quali mostrano come il capitale generi le condizioni per la sua stessa distruzione e ci costringono, per esempio, a pensare all’agricoltura in modo diverso. I movimenti contadini che sono sorti e si sono sviluppati lungo il XX secolo avevano una visione economicista e corporativa, pur avendo assunto forme rivoluzionarie come quella messicana di Zapata, con la sua idea della “terra a chi la lavora”. Idea rivoluzionaria nel suo opporre il lavoro al capitale, ma anche frutto di un atteggiamento corporativo, come se la natura appartenesse solo ai contadini.

In che modo dobbiamo cambiare paradigma in relazione all’agricoltura? Per prima cosa, occorre capire che la funzione sociale principale dell’agricoltura è produrre alimenti, alimenti sani che portino vita. Il capitale riesce a produrre solo alimenti avvelenati che provocano il cancro, che uccidono la biodiversità, che producono squilibri nell’ambiente e nel clima. […]

Dobbiamo allora adottare un nuovo modello di produzione, quello agroecologico, inteso come un insieme di tecniche agricole orientato ad accrescere la produttività del lavoro. Non è vero che con l’agroecologia le persone debbano lavorare di più e solo con le proprie forze. Le conoscenze devono servire proprio a lavorare la terra con meno fatica e senza provocare squilibri ambientali. […]

LE VIE DI USCITA

Tutti noi siamo convinti del fatto che il capitalismo non rappresenti una via di salvezza. Tutti vogliamo un modello post-capitalista. Ma non dobbiamo legarci a etichette e formule che spesso dividono più che unire. Il nostro problema, ora, è creare un’unità dei movimenti popolari per accumulare forza sufficiente a produrre cambiamenti. Trovandoci in un periodo storico di riflusso del movimento di massa, è più difficile operare, perché le masse sono apatiche. Ma non è stato sempre così e non sarà sempre così. In questo quadro, ci possono tornare utili, per esempio, le indicazioni della scuola degli storici marxisti britannici come Eric Hobsbawm, Giovanni Arrighi, Edward P. Thompson, i quali ci spiegano che la lotta di classe all’interno del capitalismo non è una scala che sale verso l’alto, con la classe lavoratrice che elegge un consigliere, poi un sindaco, poi un presidente, fino ad arrivare in paradiso, ma non è nemmeno una scala che precipita verso il basso, con il capitale che vince, e vince, e ancora vince… A giudizio degli storici britannici, la lotta di classe procede invece per onde, secondo il rapporto di forze tra classi antagoniste. Ci sono periodi in cui la classe lavoratrice riesce ad accumulare forze e ad assumere l’offensiva contro il capitale. Altri in cui si determina uno scontro tra i due progetti del capitale e del lavoro, scontro che può portare a una crisi permanente di lotta per il potere o a situazioni prerivoluzionarie. Altri ancora in cui si registra un riflusso del movimento della classe lavoratrice, la quale, sconfitta politicamente e ideologicamente, è costretta a fare un passo indietro e a occuparsi delle questioni quotidiane della vita. Periodi, questi ultimi, in cui sono maggiori i rischi di deviazioni, sia verso un riformismo corporativo, sia verso un estremismo dottrinario. E, infine, periodi di resistenza, in cui la classe lavoratrice recupera le forze e si rianima: periodi che precedono la ripresa del movimento di massa.

Nonostante le difficoltà, in America Latina siamo riusciti a far eleggere governi di sinistra o comunque progressisti, ma tali governi non sono riusciti a realizzare cambiamenti strutturali, perché non sono stati il frutto di una ripresa del movimento di massa, ma piuttosto di una reazione popolare di indignazione di fronte al neoliberismo. Dopo un lungo periodo di riflusso del movimento di massa, pensiamo, però, di essere ora in un periodo di resistenza come preludio di un processo di ripresa – entro qualche anno, speriamo – della classe lavoratrice.

Viviamo tempi difficili, tempi di riflusso e di resistenza, tempi, per così dire, di lavoro clandestino, di lavoro che non si vede. In questo quadro, la sinistra deve re-imparare a parlare con la classe lavoratrice, quello che noi in Brasile chiamiamo lavoro di base: un lavoro che non finisce sui giornali, ma che esige dai militanti tempo, pazienza e umiltà, per cogliere quanto emerge dai luoghi in cui il popolo vive e lavora e aiutarlo a organizzarsi, perché nessun problema può essere risolto senza che il popolo si mobiliti. […]

Vi è poi la questione indigena. In Brasile vivono circa 280 popoli indigeni, per un totale di un milione di persone: troppo pochi e troppo dispersi nel territorio per resistere all’invasione del capitale. Senza contare che, non essendo agricoltori, subiscono anche le pressioni di chi pensa che le aree indigene non servano a niente. Noi del Mst e di Via Campesina riteniamo di dover difendere i popoli indigeni, anche solo per una questione morale e storica: sono i nostri antenati, hanno custodito la natura e ora possono sopravvivere solo con la solidarietà della classe lavoratrice. Come Mst, posso garantirvi che abbiamo cercato di non far mancare la nostra solidarietà, partecipando anche ad alcune lotte di rioccupazione di aree indigene. Vi sono due regioni nel sud del Paese in cui, in passato, è stata data ai contadini una terra che si è poi rivelata un’area indigena. Secondo i politici populisti, i contadini avrebbero dovuto opporsi alle rivendicazioni degli indios. Noi, invece, abbiamo detto loro: questa terra è degli indios e dunque deve essere restituita loro, ma dovete esigere dal governo un indennizzo. È chiaro che si tratta di un conflitto di grande complessità. Tanto che alcuni preti si sono schierati con i contadini, mentre i vescovi del Rio Grande del Sud hanno adottato una posizione corretta prendendo le difese degli indios.

João Pedro Stédile