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Tag: Survival International

Sui popoli incontattati: domande/risposte

Autore: liberospirito 27 Lug 2016, Comments (0)

Si leggono e si sentono dire tante inesattezze a proposito dei popoli cosiddetti incontattati: sulla loro effettiva esistenza, sui loro usi e costumi, sull’utilità o meno di proteggerli, sul rapporto con il mondo “civilizzato” e molte altre cose ancora. Per questi motivi proponiamo una lettura con alcune domande/risposte sul tema, formulate proprio da Survival International, l’organizzazione che della tutela dei diritti di queste popolazioni ha fatto la sua ragione d’essere.  

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Esistono tribù “sconosciute” o “perdute”?

No, si tratta solo di mero sensazionalismo. È estremamente improbabile che esistano tribù la cui esistenza sia completamente sconosciuta a qualcun altro.

Cosa si intende per “incontattate”?

Quando si parla di “tribù incontattate” ci si riferisce a gruppi umani che non hanno contatti pacifici con nessun membro delle culture o delle società dominanti. Nel mondo esistono circa 100 tribù incontattate.

Questo significa che non hanno contatti con nessun altro in assoluto?

No, tutti i popoli hanno dei vicini, anche quando sono molti distanti, e sanno della loro esistenza. Nel caso delle tribù incontattate, questi vicini potrebbero essere i membri di un’altra tribù, con cui potrebbe avere o meno relazioni amichevoli.

Potrebbero aver avuto contatti in passato?

Probabilmente sì. Alcune tribù potrebbero essere state in contatto con la società colonialista in passato, magari nei secoli scorsi, e poi essersi ritirate per sfuggire alle violenze veicolate dal contatto. Alcuni gruppi facevano parte di popoli più grandi, da cui si sono separati durante la fuga.

Alcune tribù che oggi vivono solo di caccia e raccolta, in passato coltivavano gli orti. Potrebbero aver smesso di coltivare perché costretti alla fuga continua.

Continuano a vivere nello stesso modo in cui vivevano nei secoli passati?

Assolutamente no, nessuno di loro. Grazie al commercio inter-tribale, alcuni gruppi amazzonici hanno cominciato ad usare le armi prima di incontrare i non-Indiani. Moltissime tribù incontattate fanno uso di utensili di metallo trovati, rubati o scambiati con i loro vicini, da molti anni, se non addirittura da generazioni. I popoli incontattati delle Isole Andamane usano pezzi di metallo provenienti da vecchi relitti. La patata dolce, l’alimento principale delle tribù polinesiane da molto prima del loro contatto con gli Europei, proviene dal Sud America.

Esistono società “incontaminate” o “originali”?

Tutti i popoli cambiano nel tempo, costantemente e in tutte le epoche, e così anche le tribù incontattate. Survival non parla di tribù o culture “incontaminate”. Non sono arretrate né primitive. Semplicemente, vivono in modo diverso.

Da quanto tempo vivono là?

Generalmente i popoli tribali vivono sulle loro terre da molte generazioni, se non da millenni.

Alcuni sostengono che l’esistenza delle tribù incontattate sia una menzogna.

Alcuni “primi contatti” vengono messi in scena a beneficio dei turisti, ma esistono veramente tante tribù realmente incontattate, e se ne scoprono continuamente di nuove. Spesso sono sorprendentemente vicine a gruppi umani con cui sono state in contatto per decenni, o anche più a lungo.

Cosa pensa Survival dell’ingresso nei loro territori?

Survival ritiene che nessuno dovrebbe avvicinare tribù che non siano già in regolare contatto con gli esterni. È pericoloso per tutti. Rendiamo pubblica, a grandi linee, la loro posizione solo se e quando è necessario per proteggere le loro terre.

I brasiliani usavano compiere spedizioni di “primo contatto”. Cosa ne pensa Survival?

Chi ha guidato tali spedizioni se né è pentito. Credeva che il contatto fosse necessario per salvare gli Indiani, ma spesso la tribù finiva con l’essere annientata in ogni caso. Oggi, l’opinione illuminata è quella che gli Indiani debbano essere lasciati soli e che lo sforzo debba concentrarsi sulla protezione del loro territorio.

Volare sulle loro terre non è comunque un tipo di contatto?

A volte è necessario farlo per verificare se si sono spostati altrove o se stanno subendo attacchi e invasioni. Può rivelarsi anche molto importante per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla loro situazione, e persino per dimostrarne l’esistenza. È necessario quando l’obiettivo è salvarle dalla distruzione, ma ovviamente, non si deve mai sorvolarle per piacere o turismo.

Ma il vedere gli aerei non condiziona la visione che le tribù hanno del mondo?

Le tribù incontattate vedono gli aerei passare sopra le loro terre da tanto tempo. L’idea che questo possa danneggiare la loro immagine di sé o le loro religioni è pura fantasia, basata sulla falsa supposizione che le loro culture siano fragili. L’esperienza dimostra che sono, in realtà, forti e capaci di adattarsi. A distruggere i popoli tribali non sono la vista o l’introduzione di oggetti esterni, bensì le violenze e le malattie che accompagnano l’invasione delle loro terre.

Come reagiscono ai sorvoli?

Si nascondono o mostrano ostilità. Ci fanno chiaramente capire che vogliono essere lasciati soli.

Forse si isolano perché non vedono i lati positivi del “nostro” stile di vita? Se li conoscessero, forse si unirebbero a noi…

Non ne avrebbero l’opportunità. In realtà, il futuro che gli viene offerto è solo quello di entrare a far parte della nuova società al livello più basso possibile – spesso come mendicanti e prostitute. La storia dimostra che solitamente i popoli tribali precipitano in una condizione molto peggiore dopo il contatto, e spesso si tratta della morte.

Perché sono in pericolo?

Gli stranieri vogliono la loro terra o le sue risorse. Vogliono sfruttarne il legname o i minerali, costruire dighe e strade, aprire allevamenti, insediamenti di coloni e tanto altro. Di solito il contatto è violento e ostile, ma i sicari più infidi sono spesso malattie comuni da noi, come influenza e morbillo, verso cui i popoli incontattati non hanno immunità; spesso queste epidemie li uccidono.

Di cosa hanno bisogno?

Che le loro terre siano protette.

Non possiamo certo lasciarli soli per sempre!

Se l’alternativa è la loro distruzione, perché no? A chi spetta la scelta, a loro o a “noi”? Se un popolo vuole stabilire un contatto con una società più ampia, trova certamente il modo di farlo. Se pensiamo siano esseri umani, allora hanno anche dei diritti umani. Il problema è che è ancora molto diffusa l’opinione che si tratti di persone primitive e incapaci di decidere per se stesse.

Perché lottare tanto per la loro sopravvivenza?

Prima di tutto, perché sono i popoli più vulnerabili del pianeta. Se vogliamo difendere i diritti umani, dovremmo sicuramente preoccuparci di chi soffre le minacce più gravi.

Secondariamente, i loro stili di vita, le loro lingue, le loro conoscenze delle piante e degli animali del loro ambiente (incluse le piante medicinali), sono unici. Sanno cose che noi ignoriamo.

Infine, essendo i popoli “più diversi” dagli altri, contribuiscono in modo incalcolabile alla diversità della vita umana. Se la diversità è importante in ogni ambito, questa è certamente tra le più preziose.

Pensare di poterli salvare è solo utopistico romanticismo?

No, significa invece affermare il diritto dei popoli di decidere per loro stessi piuttosto che essere distrutti per mano di una società invadente. Nessuno può pensare che sia “romantico” opporsi al colonialismo, alla schiavitù, all’apartheid o alla morte.

Diga italiana e catastrofe africana

Autore: liberospirito 17 Mar 2016, Comments (0)

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Apprendiamo che Survival International ha presentato formale istanza all’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) contro Salini Impregilo S.p.A. – il gigante del settore ingegneristico italiano – in merito alla costruzione della controversa diga Gibe III destinata a distruggere i mezzi di sussistenza di migliaia di persone tra Etiopia e Kenya.

La diga ha messo fine alle esondazioni stagionali di un fiume da cui 100.000 indigeni dipendono direttamente per abbeverare le loro mandrie e coltivare i campi, mentre altri 100.000 vi dipendono indirettamente. Secondo gli esperti, la diga potrebbe anche segnare la fine del Lago Turkana – il più grande lago in luogo desertico del mondo – con conseguenze catastrofiche per altri 300.000 indigeni che vivono intorno alle sue sponde.

L’Impresa in questione non ha chiesto il consenso alla popolazione locale prima di avviare i lavori di costruzione della diga, e ha inoltre affermato che i popoli sarebbero stati compensati delle loro perdite grazie a esondazioni artificiali. Ma tale promessa non si è mai concretizzata e migliaia di persone ora rischiano di morire di fame.

La regione, già preziosa in quanto culla dell’evoluzione umana, è anche un’area di eccezionale biodiversità, che conta due siti dichiarati dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità e cinque parchi nazionali. Il responsabile dell’Agenzia keniota per la Conservazione ha dichiarato la settimana scorsa che la diga sta provocando “uno dei peggiori disastri ambientali che si possano immaginare.”

Dal canto suo, durante una visita alla diga nel 2015 Matteo Renzi ha apertamente elogiato l’azienda italiana. (Non ci stupiamo: è lo stesso Presidente del Consiglio che ha dato il via libera alle trivelle nel Mediterraneo).

“Eppure, Salini ha ignorato evidenze schiaccianti, ha fatto false promesse e ha calpestato i diritti di centinaia di migliaia di persone” ha dichiarato Stephen Corry per conto di Survival International. Per dirla con semplici parole: derubare della loro terra popoli largamente autosufficienti e causare ingenti devastazioni ambientali non è ‘progresso’: per i popoli indigeni e per l’ambiente non è altro che una sentenza di morte.

Per che desidera partecipare concretamente alla mobilitazione in corso contro la costruzione della diga può inviare una e-mail al Direttore Generale della Cooperazione italiana Giampaolo Cantini per chiedergli di assicurare che i soldi dei contribuenti italiani non siano usati – direttamente o indirettamente – per sostenere lo sfratto dei popoli della valle dell’Omo.

 

Il progresso può uccidere

Autore: liberospirito 22 Feb 2016, Comments (0)

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“Survival International” ha pubblicato la seconda edizione del rapporto Il progresso può uccidere. Invitiamo a leggerlo (da vedere e da scaricare qui). Ci limitiamo a riportare le parole con cui la direttrice italiana di Survival, Francesca Casella, presenta la pubblicazione:

“Appropriarsi della terra dei popoli indigeni e imporre loro il nostro modello di sviluppo è causa di una miseria inenarrabile. I fatti sono indiscutibili, anche se spesso i libri di storia li tacciono o sminuiscono. A distruggere i popoli indigeni non è mai stata la mancanza di ‘progresso’, bensì il furto della loro terra e delle loro risorse, che molti hanno cercato di legittimare arrogandosi il presunto dovere di affrancare le tribù da una presunta arretratezza. Ma i popoli indigeni non sono né arretrati né primitivi. Non lo sono mai stati. Sono solo diversi, perché diverse sono le risposte che hanno dato alle sfide della vita. Ed esattamente come tutti noi, anche loro hanno continuato a evolversi e adattarsi a un mondo in perenne cambiamento. I dati che abbiamo raccolto nella nuova edizione del rapporto Il progresso può uccidere rappresentano solo la punta di un immenso iceberg fatto di malattie, frustrazioni, dipendenza e suicidi. (…) I popoli indigeni che vivono nelle loro terre sono invariabilmente più sani, e godono di una qualità di vita di gran lunga migliore di quella di milioni di cittadini impoveriti e marginalizzati da una crescente disuguaglianza mondiale. Garantire che possano continuare a mantenere il controllo delle loro terre e dei loro stili di vita è fondamentale non solo per il loro futuro, ma anche per quello dell’intera umanità. E nel caso in cui abbiano già perso la loro terra a causa della nostra avidità e del nostro razzismo, allora dobbiamo lottare per aiutarli a recuperarne quanta più possibile! Solo così potranno ricostruire la loro identità e la loro autosufficienza. Per i popoli indigeni, il vero ‘progresso’ comincia con il riconoscimento dei diritti territoriali e continua con la possibilità di decidere autonomamente del proprio sviluppo. Ma senza terra e libertà, cesseranno addirittura di esistere. Non possiamo permetterlo”.

Per i Guarani

Autore: liberospirito 21 Set 2015, Comments (0)

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Ricaviamo le informazioni che seguono dalle news di Survival International.

In breve: negli ultimi giorni, i Guarani (popolazione che vive principalmente nelle foreste del Brasile) hanno subito una serie di attacchi terribili, sistematici e premeditati da parte di sicari armati al servizio dei proprietari terrieri che occupano le terre ancestrali delle comunità.

Ad esempio a Nanderu Marangatu hanno assassinato un giovane leader e ferito con proiettili di gomma anti-sommossa altre persone, tra cui un bambino di un anno. Il 3 settembre, la comunità di Guyra Kambi’y è stata circondata da decine di veicoli pieni di allevatori e sicari armati. Hanno aperto il fuoco ripetutamente contro il villaggio costringendo gli indiani, compresi compresi bambini, a fuggire e a nascondersi nei piccoli lembi di foresta sopravvissuti. Poi hanno dato fuoco alle case e distrutto tutto. Ieri, altri sicari hanno rapito una trentina di Guarani di Pyelito Kuê spargendo sangue e terrore. Una donna è stata picchiata e stuprata. Gli strumenti di Tribal Voice forniti da Survival alla comunità per documentare la situazione sono stati distrutti.

Si sparano colpi contro i Guarani ogni giorno. E la cosa straziante è che i Guarani sanno che rioccupare parte delle loro terre ancestrali significa rischiare la vita. Ciò nonostante, non si arrenderanno. Perché senza la loro terra, senza la loro tekoha, non hanno speranza. E più nulla da perdere.

Per Survival il sostegno di tutti è vitale per la sopravvivenza dei Guarani. Ecco cosa si può fare:

Scrivere alla presidente del Brasile per chiederle di demarcare le terre dei Guarani e fermare l’assassinio dei loro leader;

Sostenere la campagna di Survival per i Guarani. Ogni euro raccolto aiuterà i Guarani a difendere i loro diritti umani, a riconquistare le terre ancestrali, a difendere le loro vite, a ripristinare i loro orti. Nessun importo sarà mai troppo piccolo.

Scrivere all’ambasciata brasiliana in Italia.

Brasile: popoli nativi e mondiali di calcio

Autore: liberospirito 12 Giu 2014, Comments (0)

I mondiali di calcio in Brasile sono alle porte e, insieme ad essi, arrivano pure tutte le assurdità del Barnum calcistico. L’associazione Survival International ha reso noto una serie di informazioni che mettono in relazione lo svolgimento dei mondiali con le condizioni di vita delle popolazioni indigene. E’ utile leggerle perchè i grandi organ di stampa preferiscono non parlarne. Basti questa notizia: il governo brasiliano ha stanziato 791 milioni di dollari per il sistema di sicurezza da mettere in atto durante la Coppa del Mondo; è una cifra almeno tre volte superiore al budget annuale del suo Dipartimento agli Affari Indigeni, sempre a corto di finanziamenti.

Chi intende dare il suo contributo a sostegno delle popolazioni indigene può andare a questa pagina di Survival International e seguire le loro proposte.

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Gli stadi di calcio sono costruiti sui territori indigeni, e la recente ricchezza del paese deriva dallo sfratto degli Indiani e dal furto delle loro terre. A seguire alcune informazioni su questi stadi e sui popoli nativi che vivono nei dintorni.

Stadio Maracanã (Rio de Janeiro): Maracanã è una parola indigena tupi che significa pappagallo (ma può anche riferirsi al maraca-na – un sonaglio fatto di semi usato dai Guarani durante le cerimonie religiose).  Con l’inizio dei lavori di ricostruzione dello stadio in vista della Coppa del Mondo, circa 70 Indiani appartenenti a 17 diverse tribù furono sfrattati da un edificio del XIX secolo, vicino allo stadio. Gli Indiani che lo abitavano volevano che l’edificio venisse preservato come Centro Culturale Indigeno, ma è stato raso al suolo per fare spazio a un gigantesco parcheggio e a un museo sul calcio. Nel 1910 quella casa coloniale aveva ospitato il primo Istituto di ricerca culturale indigena del Brasile. Subito dopo divenne l’ufficio principale per il Servizio di Protezione dell’Indio (l’odierno FUNAI). Fino al 1978 fu la sede centrale del Museo del Popolo Indiano del Brasile.

Stadio Cuiabá (Mato Grosso): tra le tribù che vivono in quest’area ci sono i Nambiquara, gli Umutina e i Pareci. Gli Umutina furono decimati dal morbillo e da altre malattie. Nel 1862 erano 400, ma nel 1943 ne sopravvivevano solo 73. Oggi il loro numero sta lentamente crescendo. I Nambiquara soffrirono terribilmente quando la fertile vallata del loro territorio ancestrale fu attraversata dalla superstrada BR-364, finanziata dalla Banca Mondiale. Erano 7.000 nel 1915, ma nel 1975 ne erano rimasti solo 530. Oggi i Nambiquara sono 2.000 ma le loro terre sono ancora invase dai cercatori di diamanti, dai taglialegna e dagli allevatori.

Stadio di Belo Horizonte (stato di Minas Gerais): A circa 100 km a nord-est di Belo Horizonte si trova un territorio indigeno chiamato “Fazenda Guarani”, abitato dai Krenak e dai Pataxó. Entrambe le tribù hanno subito enormi perdite nel tentativo di resistere all’espansione della frontiera coloniale. Negli anni ’60 lo stato brasiliano istituì due prigioni segrete gestite dalla polizia militare per punire e rieducare gli indigeni che resistevano all’invasione delle loro terre. La Commissione Nazionale brasiliana per la Verità sta ancora indagando sui maltrattamenti degli Indiani nelle prigioni.

Stadio di Manaus (stato di Amazonas):  sarà l’unica città amazzonica a ospitare la Coppa del Mondo. L’architettura dello stadio riprende lo stile di un cesto indigeno. Verso la fine del XVIII secolo la città di Manaus crebbe notevolmente grazie ai proventi del boom della gomma. Decine di migliaia di indigeni furono ridotti in schiavitù e costretti a estrarre la gomma. Nei confronti degli Indiani furono commesse atrocità terribili: a migliaia morirono per le torture, la malnutrizione e le malattie. Alcuni riuscirono a evitare la schiavitù rifugiandosi presso le sorgenti più remote degli affluenti del Rio delle Amazzoni, dove ancora oggi vivono cercando di evitare ogni contatto con la società nazionale. A un centinaio di chilometri da Manaus c’è il territorio dei Waimiri Atroari. La tribù oppose una valorosa resistenza ai cacciatori e ai lavoratori della gomma che invadevano il loro territorio; molti Indiani morirono negli scontri violenti. La tribù fu però contattata negli anni ’70, quando il governo spianò la loro foresta per costruire una superstrada. Centinaia di indigeni morirono per le malattie e negli scontri violenti con le unità dell’esercito inviate per sedare la resistenza. La Commissione Nazionale brasiliana per la Verità sta indagando sulle atrocità commesse in quel periodo nei confronti dei Waimiri Atroari.

Stadio di Brasilia: A solo cinque ore di macchina da Brasilia, alcuni piccoli gruppi di Indiani si nascondono nella vasta macchia spinosa. Sono gli Avá Canoeiro, gli ultimi 24 sopravvissuti di una tribù forte e fiera costretta a una vita in fuga dal 1780, e oggi sull’orlo dell’estinzione.

Stadi nel nord-est del Brasile: Recife, Salvador, Fortaleza e Natal: Delle 23 tribù della costa nord-orientale, solo i Fulnio hanno mantenuto la loro lingua. Quest’area fu una delle prime a essere colonizzate, ed oggi è teatro di alcuni dei conflitti territoriali più accesi. I Pataxó Hã Hã Hãe lottano da decenni per il loro diritto alla terra; nel corso del tempo hanno subito numerose violenze e i loro leader sono stati assassinati. A sei ore di macchina da Salvador, i Tupinambá vengono presi di mira dalla polizia, che ha assaltato i loro villaggi per sfrattarli dalle terre e fare spazio agli allevamenti di bestiame. Nell’agosto 2013 quattro Tupinambá sono stati uccisi e il loro corpi mutilati, e 26 case sono state distrutte.

I boscimani tra diamanti, gas e turismo

Autore: liberospirito 20 Feb 2014, Comments (0)

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“In futuro non ci sarà più nessuno capace di vivere la cultura boscimane se non ostentandola davanti ai turisti, per le agenzie che ci sfruttano per profitto”. Questo è quanto ha dichiarato Roy Sesana, leader dei Boscimani, a una giornalista dalla BBC parlando delle condizioni disperate dei Boscimani nei campi di reinsediamento istituiti dal governo.

E’ risaputo che alcune delle pitture rupestri delle colline Tsodilo del Bostwana potrebbero avere ventimila anni, o forse più, e sono opera degli antenati dei Boscimani contemporanei, che possono quindi affermare a pieno titolo di essere uno dei popoli più “indigeni” e “nativi” del pianeta. Pur vivendo lì da tempo immemorabile, i Boscimani non sanno cos’è uno stato, cosa siano i confini territoriali e tutto il resto. Ma il governo del Botswana non desiste dall’obiettivo di mettere fine all’esistenza degli ultimi cacciatori-raccoglitori del Kalahari.

Alla minaccia posta dai diamanti, recentemente si è aggiunta anche quella del fracking. Il governo ha infatti deciso di aprire la Central Kalahari Game Reserve (CKGR) allo sfruttamento del gas attraverso questa tecnica controversa, che comporta enormi consumi di acqua e genera sottoprodotti chimici tossici. In quanto membro di Conservation International, il presidente Khama dovrebbe sapere bene che numerosi scienziati e ambientalisti criticano aspramente il fracking. Eppure, ha scelto di ignorarlo, così come continua a ignorare la Corte suprema del suo paese, che nel 2006 ha chiuso il lungo processo giudiziario intentato dai Boscimani con una sentenza storica che riconosce loro il diritto di vivere e cacciare liberamente nella terra ancestrale.

Da quando sono stati rinvenuti giacimenti di diamanti nella riserva, molti anni fa, i Boscimani hanno cominciato a essere perseguitati dalle autorità in modo sistematico e senza sosta. Sono stati sfrattati dalle loro case e costretti a vivere in squallidi campi di reinsediamento; sono stati privati dell’acqua, intimiditi, arrestati e persino torturati con l’accusa di cacciare.

Con un provvedimento che ricorda l’Apartheid applicato un tempo in Sudafrica, oggi le autorità costringono i Boscimani anche a chiedere un permesso temporaneo per visitare le loro famiglie. Fermarsi nella Central Kalahari Game Reserve oltre il limite comporta l’arresto. E l’avvocato britannico, Gordon Bennet, che in passato li ha difesi con successo, nel luglio scorso è stato bandito dal paese. Personaggi autorevoli parlano di “pulizia etnica” e di trattamento “sub-umano”. Condanne sono venute, tra gli altri, anche dal Relatore Speciale ONU e dalla Commissione Africana dei Diritti Umani e dei Popoli.

Ma se da un lato il governo fa tutto quello che può per portare questo popolo sull’orlo dell’estinzione, dall’altro non esita a sfruttarlo come attrazione turistica. Sui depliant appaiono immagini patinate e costruite di Boscimani nell’atto di praticare la caccia e altre attività tradizionali che, di fatto, gli sono proibite. Impedire ai Boscimani di cacciare, così come hanno sempre fatto per millenni in perfetto equilibrio con la fauna e la flora del Botswana, significa togliergli letteralmente la possibilità di sopravvivere.

I Boscimani meritano di essere trattati con dignità e rispetto. Non è possibile permettere che venga cancellata una comunità che è parte irrinunciabile del nostro futuro.

Per questo Survival International ha lanciato una campagna per fare pressione dell’opinione pubblica. Questo è il link al sito di Survival International per seguire e sostenere la campagna in difesa dei Boscimani. Anche questo è un modo per difendere la Terra. Anche questa è ecoteologia.

Difendiamo la terra degli uomini rossi

Autore: liberospirito 17 Dic 2013, Comments (0)

Dal sito di Survival international apprendiamo che Ambrosio Vilhalva, leader indigeno e interprete del film “Birdwatchers – La terra degli uomini rossi”, è stato trovato morto nella sua capanna, accoltellato da ignoti. Nelle scorse settimane aveva ricevuto molte minacce.

Da anni lottava per difendere il diritto del suo popolo a vivere nella terra ancestrale, nello stato brasiliano del Mato Grosso do Sul. Nel 2004 aveva guidato con successo la sua comunità, nota come Guyra Roká, alla rioccupazione di un minuscolo fazzoletto della sua terra. Ancora oggi, però, grandi porzioni del territorio restano nelle mani di imprenditori che le hanno trasformate in vaste piantagioni di canna da zucchero lasciando i Guarani senza terra a sufficienza per vivere. Aveva detto: “Ecco cosa vorrei più di ogni altra cosa: terra e giustizia… Vivremo nella nostra terra ancestrale; non ci arrenderemo mai”.

I Guarani di Guyra Roká furono sfrattati dalla loro terra alcuni decenni fa, per mano degli allevatori. Per anni hanno vissuto senza niente, sul ciglio di una strada. Nel 2004 hanno rioccupato una parte della terra ancestrale, e ora vivono in un piccolo lembo di quello che prima era il loro territorio. La maggior parte della loro terra è stata spianata per far spazio a enormi piantagioni di canna da zucchero. Tra i principali proprietari terrieri coinvolti ci sono potete figure politiche locali. Oggi, ai Guarani non è rimasto quasi niente.

“Mio marito è stato ucciso perché si batteva per la demarcazione delle nostre terre ancestrali…” ha dichiarato Maria, moglie di Ambrosio. “Dicono che io sarò la prossima vittima… che sarò uccisa allo stesso modo.”

Survival International invita tutti a  mandare un messaggio urgente alla presidente del Brasile per chiedere che tutto il territorio di Guyra Roká sia ratificato e protetto come previsto dalla costituzione, e restituito immediatamente ai Guarani, prima che altri siano uccisi.  E’ possibile copiare e incollare il testo riportato qui sotto oppure scriverne uno personale, infatti un testo originale sarà ancor più efficace. Scriviamo pure in italiano!

Questo è l’indirizzo mail: [email protected]
e in copia a: [email protected]

Sua Eccellenza, sono rimasto sconcertato nell’apprendere dell’assassinio di Ambrosio Vilhalva, leader Guarani e star cinematografica. Le chiedo di completare subito la demarcazione e la ratifica della terra della sua comunità – Guyra Roká – prima che altri Guarani debbano subire lo stesso tragico destino. Cordiali saluti.

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“Safari umani” in India

Autore: liberospirito 29 Set 2013, Comments (0)

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In alcuni post ci siamo interessati dei popoli nativi e della loro cultura, sottolinenando l’importanza di salvaguardare queste popolazioni in quanto portatrici di sistemi culturali radicalmente alternativi ai nostri (quelli di un Occidente che si sta imponendo su tutto il pianeta) sotto diverse prospettive (a cominciare dalla visione dell’uomo, per giungere a toccare molti aspetti, dall’economia alla religione, ad esempio). Pertanto per noi rappresentano dei portatori di valori che non è possibile ignorare in nome del progresso (sarebbe a dire in nome dei profitti dei vari speculatori). Dal sito di Survival International apprendiamo dell’esistenza di una pratica aberrante: l’istituzione di “safari umani” presso le isole Andamane, in India.

Attualmente, la stagione turistica su queste isole va da settembre a maggio. Durante questo periodo migliaia di turisti effettuano “safari umani” ogni settimana, vale a dire viaggiano attraverso la foresta della tribù per andare a guardare gli Jarawa, una popolazione locale uscita recentemente dall’isolamento (“Alcuni vanno lì per dargli biscotti e fare fotografie… Guardarli è come un gioco. È un divertimento”, ha commentato con cinismo un tassista del luogo). Ora la tribù sarà costretta a subire queste forti intrusioni per tutto l’anno, dal momento che l’amministrazione delle Isole Andamane si sta preparando a promuovere le isole come destinazione turistica per tutto l’anno. Nel corso di fiere turistiche indiane e internazionali, un responsabile della Direzione Informazione, Pubblicità e Turismo, ha annunciato i piani di promozione per attività quali “safari ed escursioni nella foresta finalizzate a lanciare le isole come destinazione per tutte le stagioni”.

Tutto ciò ha allarmato chi ha a cuore la sorte dei cacciatori-raccoglitori Jarawa. I “safari umani” all’interno della foresta costituiscono un affronto alla dignità umana, non vi sono altre parole per definirli. Survival ha lanciato il boicottaggio delle Andamane; l’organizzazione per i diritti dei popoli indigeni chiede ai duecentomila viaggiatori che ogni anno si recano su queste isole di rinunciare a visitarle. L’obiettivo è la chiusura ai turisti della strada che attraversa la foresta degli Jarawa e la creazione di una via di comunicazione alternativa, al di fuori del territorio della tribù. Risulta chiaro che non è una richiesta irrealistica o impossibile: per questo ne diamo notizia.

I boscimani e la globalizzazione

Autore: liberospirito 30 Lug 2013, Comments (0)

L’immagine che illustra questo post proviene da un interessante servizio fotografico dal sito di Survival International (vedi galleria fotografica), e ci offre lo spunto per una breve riflessione sui popoli nativi e sulla loro attuale condizione.

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Proprio mentre la globalizzazione marcia a passi sempre più sostenuti, erodendo le diversità culturali, la presenza di una grande varietà di feste e rituali indigeni ci ricorda che gli uomini hanno elaborato nel corso della loro storia visioni del mondo diverse, così come priorità differenti, al punto di poter scegliere altri – efficaci – modi di vivere e di abitare la terra.

Per questi popoli la vita intera è periodicamente scandita da rituali. Si celebrano, ad esempio, riti in onore della terra che sostiene la loro vita, e degli spiriti che vegliano su di loro. Questi riti costellano i momenti più significativi: segnano il passare delle stagioni o i cicli della vita umana. Non solo: propiziano la fertilità dei raccolti e il successo delle battute di caccia; ma servono anche a purificare la terra, a far sì che il sole segua le sue rotazioni stagionali e a incoraggiare lo scioglimento delle nevi, così da poter irrigare i campi.

Perciò quando i popoli indigeni – come succede ormai sempre più – perdono le terre su cui hanno vissuto per secoli, non perdono solo dei mezzi di sostentamento, ma anche il fondamento della loro identità e i valori che ispirano la vita. Per questi motivi quando i popoli indigeni sono strappati dalle terre che hanno ispirato i loro canti, le danze, i miti e le memorie, spesso cadono in una profonda, dolorosa depressione. Perdono i punti di riferimento creativi attraverso cui conoscono sé stessi, gli altri e il mondo circostante. I rituali – che da tempi immemorabili conoscono e praticano – rappresentano una delle infinite possibilità di immaginare e interpretare la vita e il cosmo. Ma senza le terre ancestrali, il tessuto della loro identità collassa irrimediabilmente.

Il mondo degli spiriti è un aspetto integrante e onnipresente nella vita di molte società tribali. Nei loro riti cercano di entrare in contatto con questo mondo.

Ad esempio, i danzatori Boscimani durante la danza della trance girano intorno al fuoco, battendo le mani e cantando ritmicamente. I bozzoli di falena legati alle loro caviglie risuonano ad ogni passo. L’euforia indotta dalla danza può generare il num, un’energia febbricitante.

Feci un sogno, e la danza e la pratica della guarigione ebbero inizio. – spiega Xlarema Phuti, una donna boscimane, a Survival International – Quando mi mettevo a danzare, potevo percepire una persona dal suo sangue e dal suo odore; andavo da quella persona e cominciavo a curarla. Quando cado in trance, sento il sangue degli antenati e parlo con loro. Gli antenati parlano attraverso il mio sangue. Sento succedere qualcosa, qualcosa di spirituale. Quando danzo, riesco a vedere gli antenati con i miei occhi, e parlo con loro.

Tragicamente, i Boscimani dell’Africa meridionale sono il popolo più perseguitato della storia della regione, il Kalahari (tra Sudafrica, Namibia e Botswana). Hanno vissuto da cacciatori-raccoglitori per millenni, ma quando sono stati scoperti giacimenti di diamanti nella loro terra ancestrale, molti di loro sono stati sfrattati a forza e trasferiti in campi di reinsediamento fuori dalla riserva, dove oggi proliferano prostituzione, depressione, alcolismo e HIV – problemi che non avevano mai conosciuto prima.

Quando questi popoli indigeni vengono sfrattati dalle loro case e le loro terre vengono distrutte nel nome del “progresso”, la sofferenza che nasce è inevitabile. Le conseguenze dell’assimilazione forzata nella società dominante sono, molto spesso, alcolismo, malattie croniche, mortalità infantile e disoccupazione. Quando i popoli indigeni vengono strappati dalle terre che ispirano canti, danze, miti e memorie, cadono in una profonda, desolante depressione. Perdono i punti di riferimento creativi attraverso cui conoscono sé stessi, gli altri e il mondo, proprio perché i rituali rappresentano una delle infinite possibilità di immaginare e interpretare la vita. Senza le terre ancestrali, il tessuto della loro identità collassa. Quando i Boscimani danzano al ritmo della danza della trance intendono celebrare il legame con gli altri e con la Terra. Per questo la separazione dalle loro terre è una catastrofe, ma la soluzione a questi problemi è in realtà molto semplice, a volerla vedere: riconoscere i diritti territoriali per loro e per tutti i popoli nativi contro gli interessi delle imprese multinazionali.

hopi

L’etnia Hopi conta circa 18.000 individui, che vivono in alcuni villaggi nel nord-est dell’Arizona, all’interno della grande nazione Navajo. Chiamano la loro terra Hopituskwa. Sono un popolo con una profonda religiosità; la spiritualità permea ogni aspetto della loro esistenza ed è fondamentale per la salvaguardia della loro identità. In breve: il loro sistema di credenze abbraccia le continue interconnessioni del mondo naturale e quelle della vita e della morte. Con le parole di un vecchio Hopi: «La natura è tutto ciò che c’è di importante per gli Hopi. E’ la terra, tutti gli esseri viventi, l’acqua, gli alberi, le rocce – è tutto. Sono la forza e il potere che derivano da queste cose a tenere insieme il mondo». Tutte le loro narrazioni mitologiche sono state trasmessa alle diverse generazioni in maniera esclusivamente orale.

E’ recente la notizia dell’intenzione di un’importante casa d’aste parigina di tenere un’asta in cui sarebbero stati messi in vendita alcuni oggetti Hopi di grande importanza spirituale per loro, chiedendone l’immediata restituzione. Con le parole di Leigh Kuwanwisiwma, direttore dell’Hopi Tribe’s Cultural Presevation Office: «Il semplice fatto che sia stato posto un cartellino con il prezzo su oggetti così importanti a livello culturale e religioso è più che offensivo. Non hanno un valore di mercato. Punto». Per queste ragioni l’associazione Survival International aveva incaricato alcuni avvocati per sostenere la richiesta Hopi di sospendere l’asta, ma un giudice ha respinto tale istanza, sentenziando che «nonostante siano sacre agli Hopi, queste maschere non rappresentano nessuna creatura, né viva né morta».

Bizzarra argomentazione, come se i vari oggetti cultuali cattolici, per fare un esempio, rappresentassero con indubbia certezza «creature vive o morte». Qui non c’è solo di mezzo la volontà di mercificare ogni umana produzione, di per sé offensivo della dignità della persona o di un popolo, ma è all’opera un razzismo, tanto più odioso proprio perché implicito e strisciante. Per questo non si può tacere.

Qui si può leggere la lettera originale degli Hopi inviata alla casa d’aste Neret-Minet Tessier & Sarrou.

Qui si può leggere un dossier, elaborato da Survival, dedicato agli Hopi e gli Arhuaco (popolo indigeno della Colombia).

Scriblerus

awa

Siamo un po’ noiosi, molte volte ci ripetiamo. L’abbiamo detto: è lavoro improbo dare conto delle ingiustizie diffuse oggi sulla Terra (quelle di una certa dimensione, intendiamo dire…). Noi, ben consapevoli di centrare appena marginalmente l’obiettivo, ma che non si può  restare zitti dinanzi a certi accadimenti, passiamo qui una nuova notizia. La ricaviamo dal sito di Survival (http://www.survival.it/awa). Riguarda una delle tribù oggi più minacciate, gli Awà, uno degli ultimi popoli incontattati. Difendere loro significa difendere anche la Terra, gli animali, le piante, provare quel rispetto e quella reverenza nei loro confronti che qualsiasi sensibilità religiosa dovrebbe coltivare. L’organizzazione Survival International da tempo si sta mobilitando con diverse iniziative in difesa degli Awà e chiede sostegno e collaborazione. Invitiamo pertanto a visitare il loro sito e appoggiare le iniziative volte a proteggere e tutelare questo popolo.

Gli Awá, che vivono nella foresta brasiliana, conoscono il loro ambiente intimamente. La loro terra ancestrale viene chiamata “Harakwà”, “il luogo che conosciamo”. Infatti ogni valle, corso d’acqua e sentiero è inciso nella loro mappa mentale. Sanno dove trovare il miele migliore, quali dei grandi alberi della foresta stanno per dare frutti e quando la selvaggina è pronta per essere cacciata. Per loro, la foresta è perfezione pura: non sognano di vederla “sviluppata” o migliorata!

Essendo nomadi, le famiglie portano con sé solo quello di cui hanno bisogno, come archi e frecce, e gli animali piccoli. Ciò che possiedono proviene tutto dalla foresta: i cesti sono di foglie di palma, le funi di vite servono per scalare gli alberi e bruciano la resina per farsi luce. Come cacciatori-raccoglitori nomadi, gli Awá sono sempre in movimento. Ma non vagano senza scopo; il loro nomadismo è un preciso stile di vita, che alimenta un legame fondamentale con le loro terre. Non possono concepire di spostarsi, di lasciare il luogo dei loro antenati. Ma oggi gli Awà sono la tribù più minacciata del pianeta.

Alcuni geologi americani hanno scoperto nelle loro terre giacimenti di ferro immensi, forse il più ricco giacimento di ferro mai rinvenuto sulla Terra. Da lì è nato il “Progetto Gran Carajàs”, finanziato da USA, Giappone, Banca Mondiale e UE, con l’idea di far nascere la più grande miniera a cielo aperto del pianeta, con dighe, fonderie di alluminio, ferrovie e allevamenti di bestiame. Come prevedibile tale progetto sta avendo un effetto devastante sull’ambiente della regione e sui suoi popoli tribali.

Per questo gli Awà si trovano minacciati, almeno fino a quando il loro territorio non sarà dichiarato protetto e verrà concretamente rispettato. Loro non desiderano altro che poter vivere in pace, di poter decidere da soli della loro vita, al riparo dalle violenze degli invasori. Per questo è bene aiutarli.