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Tag: Serge Latouche

“Spiritualità laica” è un termine che ci è sufficientemente caro, per quanto suoni ambiguo. Infatti viviamo ancora in un tempo in cui frequentiamo termini logori e consunti, superati dai fatti, in attesa che un nuovo linguaggio possa fiorire e imporsi in tutta la sua evidenza. Di spiritualità laica ne ha parlato anche Serge Latouche mettendo in relazione decrescita, ecologia profonda e, appunto, spiritualità laica. Questa breve nota che pubblichiamo proviene dal “Quaderno di Ecofilosofia” (www.filosofiatv.org). 

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Nel sito www.decroissance.org, c’è una pagina dedicata alle faq sulla decrescita, ad un certo punto vien posta la questione dei rapporti tra decrescita e deep ecology: la risposta è totalmente sconfortante, perché invece di prospettare un’integrazione, delinea una totale contrapposizione precisando che la decrescita dovrebbe essere decisamente antropocentrica, al contrario dell’ecologia profonda!(1)

La sottomissione della Décroissance ad uno dei pilastri più importanti del pensiero sviluppista dominante, non può che stupire, perché equivale a disinnescare le potenzialità della decrescita come paradigma alternativo. Fortunatamente, vi sono anche posizioni di segno ben diverso: Serge Latouche, in uno degli ultimi libri pubblicati in Italia (2), conclude le sue interessanti riflessioni con una esplicita rivalutazione di Arne Naess e della Deep Ecology. Serge infatti osserva che il pensiero della decrescita ha bisogno di essere completato sul versante spirituale, tramite l’elaborazione di ciò che lui indica come “spiritualità laica”, per distinguerla dalle varie forme religiose. Latouche si esprime in questi termini: ”Trovo questo aspetto nell’ecologia profonda, anche se il termine in Francia è sospetto. L’ecologia profonda è quella che si oppone all’ambientalismo superficiale […]. Nell’ecosofia di Arne Naess ci sono molte cose in cui ci si può riconoscere” (p. 143)

(1) Riportiamo il testo così come compare nel sito citato. La décroissance est-elle de l’« écologie profonde » ? L’« écologie profonde » (deep ecology) se définit généralement par le « bio- centrisme », c’est-à-dire qu’elle considère l’humanité seulement comme une partie d’un ensemble vivant. La décroissance est au contraire anthropocentrique : elle place l’humain au centre et accorde à la nature une place très importante, mais qui demeure seconde. La décroissance est donc opposée à l’écologie profonde.

(2) Serge Latouche, L’economia è una menzogna, Bollati Boringhieri, 2014.

Terra promessa e moltitudini migranti

Autore: liberospirito 11 Ago 2015, Comments (0)

migranti

E’ notizia dell’altro giorno che l’esercito egiziano ha consentito a una pattuglia israeliana di entrare nel Sinai (quindi in territorio a sovranità egiziana) per arrestare migranti eritrei e sudanesi che tentavano di entrare in Israele. Secondo informazioni provenienti dall’Human Rights Watch negli ultimi anni sono migliaia i migranti africani arrestati, torturati, deportati, vittime di traffici o uccisi in quella terra che una volta qualcuno chiamava promessa. Colpisce anche la piena sinergia di intenti da parte degli eserciti egiziani e israeliani, nemici o avversari su tante cose, ma affratellati nell’infierire contro le moltitudini migranti.

Tale affratellamento persecutorio fra opposti del resto lo riscontriamo anche in Italia. E’ sempre dell’altro giorno la notizia della piena sintonia sulle politiche anti-migranti che accomuna il fascioleghismo di Salvini e i cosiddetti cittadini del Movimento 5 stelle. Proprio quando i dati dell’UNHCR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) attestano – dati alla mano – che in Italia vi è una media di 1 rifugiato ogni mille abitanti, mentre in Francia ce ne sono 4 e in Svezia oltre 14 (sempre ogni mille abitanti). E’ possibile che mille persone non possano creare uno spazio per accoglierne una sola?

Sarebbe bene che qualcuno cominciasse a dire a voce alta che ci troviamo dinanzi a processi storici che vanno di gran lunga oltre l’ordinario, fenomeni di portata epocale, biblica appunto, verso cui necessitano risposte anch’esse fuori dall’ordinario e di portata epocale, per una terra promessa a tutti i senzaterra e senzapatria. Che lo si voglia o no siamo dinanzi alla caduta di un altro impero d’Occidente e, come ebbe a dire un po’ di anni fa Serge Latouche, “abbiamo l’incredibile privilegio di assistere in diretta al crollo della nostra civiltà”.  Provare a ragionare al di fuori di questa prospettiva è un esercizio di miopia, forse consolatorio, ma che alla fine si pagherà caro.

Immaginario, decrescita e spiritualità

Autore: liberospirito 1 Ott 2012, Comments (0)

Si è svolta la settimana scorsa a Venezia la Terza conferenza internazionale sulla decrescita. All’interno di tale iniziativa ha avuto luogo un dibattito su “Immaginazione e spiritualità: per una conversione ecologica della società”, che ha visto la partecipazione di Serge Latouche, Alex Zanotelli e Marcelo Barros. Riportiamo la sintesi dell’incontro così come è stata illustrata sul sito www.ilcambiamento.it, nell’augurio di poter disporre, prima o poi, della trascrizione integrale degli interventi.

Nella basilica dei Frari di Venezia, Serge Latouche, tra i massimi esponenti della teoria della decrescita, era seduto tra padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, ora al rione Sanità di Napoli, noto per il suo impegno sociale e nei movimenti, e Marcelo Barros, brasiliano, teologo della liberazione, priore del monastero de la Annunciation Goìas Veldho. Gli oratori si sono detti subito meravigliati della grande affluenza in una chiesa “finalmente luogo pubblico di confronto” ha detto padre Zanotelli.

L’incontro, organizzato da Bilanci di Giustizia, è stato introdotto da don Gianni Fazzini, della Pastorale degli stili di vita e moderato da una donna, la teologa e pastora valdese Elisabetta Ribet che ha sollecitato gli ospiti sui temi più vari, dalla fede al cambiamento, dall’immaginario all’ecologia, dalla speranza alle azioni concrete che non si possono più rimandare.

“De-colonizzare l’immaginario”, come ha più volte scritto nei suoi testi, significa per Latouche “prendere coscienza che le nostre menti sono colonizzate dall’idolatria dell’economia alla quale l’Occidente si è convertito con la
modernità. Ora è tempo di de-economicizzare la nostra mente”. Marcelo Barros si è detto convinto che movimenti come quello della decrescita e dei Bilanci di giustizia possono cominciare questa opera di “conversione”, possibile “tornando a parlare la lingua del Vangelo. Io vengo da un paese dove gli indios sono stati schiavizzati, quindi, quando ci chiediamo se il cristianesimo può decolonizzare l’immaginario, dobbiamo intenderci su quale cristianesimo”. Per Zanotelli siamo un po’ tutti prigionieri del sistema e “solo quando ne esci ne vedi i limiti”. Il missionario ha accennato alla sua esperienza a Korogocho, baraccopoli di Nairobi, in Kenya: “Per me ci sono voluti dodici anni di lavoro lì per capire: il futuro del Cristianesimo dipende della abilità dei cristiani di assumersi le proprie responsabilità nei confronti della Terra, perché salvare la Terra, la prima Bibbia che abbiamo, è parte essenziale del salvare la presenza divina nel mondo. Se la tribù bianca non si converte, non c’è speranza per nessuno”.

Quanto alla speranza, ciascuno la invoca nella propria religione, con evidenti trasversalità: la sacralità della natura accomuna il pensiero della decrescita (“abbiamo perso la capacità di meravigliarci della bellezza della natura – ha detto Latouche – come delle opere dell’uomo: il computer è un oggetto straordinario, ma come possiamo meravigliarci di qualcosa che dopo sei mesi è già obsoleto?) a quello cristiano, anche se, ha aggiunto Zanotelli “in tanti anni mai nessuno mi ha confessato un peccato contro l’ambiente”. Zanotelli intravede segni di speranza in tante piccole esperienze che, se diventano mobilitazione, come è successo per i referendum sull’acqua, producono risultati. “La speranza nasce dal basso, dall’alto non aspettiamoci più nulla”, ha chiosato il missionario.

Ampio il confronto sul Sud del mondo, che per ragioni diverse ha plasmato il pensiero dei tre interlocutori. Latouche ha ricordato che è stata la sua esperienza professionale e di vita prima in Congo poi nel Laos a fargli abbandonare la fede nella religione dello sviluppo che negli anni Sessanta permeava tutta la cultura occidentale. “Nel Laos non c’era né sviluppo né sottosviluppo. C’era piuttosto la grande gioia di vivere di questo popolo che non aveva bisogno di lavorare tanto per la propria sussistenza e aveva molto tempo da dedicare allo svago. Lì ho capito che il mio lavoro di ‘sviluppista’ era quello di distruggere l’equilibrio di una società tradizionale e creare dei bisogni in funzione del mercato. Allora sono tornato in Francia e ho cominciato il mio percorso di critica allo sviluppo che ho poi approfondito ancora in Africa dove si può vivere bene anche fuori dall’economia, fuori dalla società dei consumi che genera solo frustrazione”. Barros ha invece sottolineato l’importanza della rinascita dei movimenti delle popolazioni indigene in America Latina che ha dato nuova dignità a popoli che negli anni Settanta venivano dati per estinti che invece “stanno dimostrando grande vitalità”.

“La rivoluzione bolivariana non è di Chavez, ma del popolo. Un giorno, in uno stadio affollato con 28 mila persone, un soldato indio mi ha chiesto “sei tu il prete che benedice la nostra rivoluzione? In quel momento ho avuto una rivelazione: non è la rivoluzione che va benedetta, è la rivoluzione che benedice noi, la rivoluzione è sana, spirituale”.

Tante le indicazioni sulle azioni da non procrastinare: non perdere la gioia, la convivialità, l’affetto, la fratellanza per Barros; chiedere perdono ai giovani per lo scempio ambientale che è stato fatto negli ultimi decenni e dare loro fiducia, ha detto padre Zanotelli, mentre l’ecologista Zanotelli ha chiesto la riduzione degli imballaggi (“in Germania gli stessi prodotti in vendita in Italia li trovate con meno incartamenti”) e delle bottiglie di plastica;
Latouche invita a buttare la televisione (“il vero strumento della colonizzazione dell’immaginario”) e a fare un po’ di tecno-digiuno: vivere senza cellulare, senza automobile, senza computer “è un atto politico”.

www.ilcambiamento.it

Civiltà della vita e/o civiltà della morte?

Autore: liberospirito 11 Mag 2011, Comments (0)

 

Dissidio cosmico e dualismo psichico

Risale agli anni Venti del secolo trascorso la delineazione da parte di Freud della presenza di due tendenze – pulsioni, per la precisione – presenti nell’animo umano: eros e thanatos. La prima, il cui nome deriva da quello della divinità greca dell’amore, mira a creare – secondo il fondatore della psicoanalisi – organizzazioni della realtà sempre più complesse o armonizzate. La seconda, invece, esprime una tendenza regressiva, tendente a far tornare ciò che è vivente a una forma di esistenza inorganica. Analoghi concetti (ma non identici) saranno poi quelli di destrudo, vale a dire l’energia della distruzione, e di libido, la pulsione sessuale; quest’ultima nell’interpretazione che fornirà successivamente C.G. Jung perderà il primitivo significato di pulsione sessuale, per acquisire quello assai più ampio di “energia psichica” e di “trasformazione spirituale”.

Ma ben prima degli esiti raggiunti dalla psicologia contemporanea, altri avevano notato la presenza di una sorta di dualismo psichico nell’essere umano. Lo stesso Freud riconobbe il suo debito nei confronti del filosofo presocratico Empedocle. Quest’ultimo parlava dell’esistenza di un dissidio cosmico fra i principi di philìa (amore o amicizia) e di neikos (odio o discordia).

Non solo: Eros, nelle religioni dell’antica Grecia, è il nome del dio dell’amore, anche se originariamente non era una divinità ma una pura forza di attrazione. In seguito, nell’opera di Esiodo ad esempio, prende le sembianze di una divinità primordiale, antica come Gea stessa (la terra). Il potere di Eros diventerà illimitato, rappresentando un elemento attivo fin dai tempi primordiali. Eros, in quel capolavoro che è il Simposio di Platone, viene descritto come figlio di Penia (la mancanza) e di Poros (l’ingegno). In questo modo egli incarna la ricerca di completezza che connota l’amore, con le mille astuzie a cui sono pronti coloro che amano per raggiungere i loro scopi; in chiave filosofica, la sua natura ingegnosa, porta Eros ad essere la via calda verso la conoscenza.

Viceversa, Thanatos, nella mitologia greca era una divinità che personificava la morte. Veniva descritto come figlio di Erebo (l’oscurità) e della Notte, nonché fratello gemello di Hypnos, il sonno. Era rappresentato come un uomo barbuto ed alato, insensibile alle preghiere perché dal cuore di ferro e dalle viscere di bronzo.

E fermiamoci qui, per quanto riguarda i rimandi ai miti e a gli dei della Grecia antica. Ci sarebbe da perdersi in quei labirinti di genealogie, di saghe, di avventure (un buon viatico per chi volesse inoltrarsi in quel mondo è costituito dai manuali di Károly Kerényi e di Robert Graves). Ora, questo ampio preambolo intende semplicemente illustrare come sia ben radicato nella percezione dell’umana cultura, fin dalle epoche più lontane,  la co-presenza di due tendenze che albergano all’interno dell’essere umano: una, aggregante, incline ad affermare – con forza, con esuberanza e passione – il valore della vita; l’altra, volta a negare e a respingere con pari intensità questo principio. Siamo tutti abitati dalla luce e dalle ombre, in noi esistono le potenzialità che hanno animato i personaggi più sublimi che la storia abbia mai conosciuto, così come quelle oscure e inquietanti che non vorremmo mai conoscere.   

 Il dentro è fuori

Questo dualismo non resta confinato nel foro interiore della vita psichica individuale, ma attraverso di essa si esprime nel sociale, in ogni momento e in ogni frangente. E’ lì, nelle decisioni che prendiamo, negli atti comunicativi, nei comportamenti individuali e nelle interazioni collettive. E ancora: è nelle città e nelle case che edifichiamo, nell’organizzazione sociale che siamo in grado di costruire.

Ecco, proviamo a questo punto a declinare un simile discorso con quello che sta accadendo in Giappone. In breve: tutto ciò è l’espressione di una cultura della vita o di una cultura della morte? I dati ignorati o sottaciuti dai vertici della Tepco e del governo giapponese – precedenti al terremoto e allo tsunami – che hanno condotto a mantenere in essere la centrale (mentre altri Paesi decidevano di adottare un nuovo approccio del risk management) come li collochiamo? Quali saranno state le ragioni per cui le autorità di Tokyo hanno deliberatamente ignorato i pericoli denunciati, due anni prima, da un funzionario dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica? Per difendere e tutelare la vita dei cittadini o per il suo contrario?

Le domande andrebbero ulteriormente estese. Ad esempio: che senso ha ricorrere ad una forma di energia che si è rivelata estremamente pericolosa per l’impatto sull’ambiente e la sicurezza delle persone (dal rischio di contaminazione, ai problemi irrisolti circa lo smaltimento delle scorie radioattive)? E ancora: associamo spontaneamente l’energia nucleare al pericolo di morte o alla pulsione di vita?

Ma non basta, non è solo la questione nucleare ad essere investita. Lo è innanzitutto l’economia che ad essa vuole con folle ostinazione ricorrere e il sistema sociale da essa prodotto. Cosa si propone e di chi è al servizio l’attuale dominio economico?

Non si possono non ricordare a tale proposito le allarmanti parole di Serge Latouche, che compaiono nuovamente nel volume L’invenzione dell’economia (tradotto l’anno passato per Bollati-Boringhieri), sull’odierna affermazione del mito totalitario dell’economia e del lavoro. Il dominio del discorso dell’economia comporta una scelta che rischia di portare a morte l’umanità stessa, volendo monetizzare ogni cosa, creando e modellando un mondo in cui l’economia è tutto – al contempo è il mezzo e il fine -, e la vita, la nuda vita degli uomini, delle donne, degli animali e delle piante è un nulla da manipolare al servizio dei pianificatori di turno.

E’ invece possibile pensare a una prospettiva in cui si possa affermare una civiltà in cui la vita sia affermata, così com’è, semplicemente? E’ così assurdo ripensare una storia in cui sono assenti le ossessioni di questi sistemi produttivi e finanziari, i quali ignorano programmaticamente i bisogni e i desideri dei viventi?

 Una benedizione originaria

Per finire. Qui, proprio qui, vanno ripensate le eredità che ci hanno lasciato le grandi tradizioni spirituali e religiose, le quali possono soccorrerci quando sanno mettere al centro della propria riflessione la “benedizione originaria” (per adoperare un’espressione di Matthew Fox, di cui si è già parlato in un precedente intervento), in grado di abbracciare ogni forma che abita e vive su questa terra. Forse per gli esseri umani non è possibile affrontare integralmente una questione così ampia, di dimensioni cosmiche, come quella che ci troviamo drammaticamente dinanzi, senza una sensibilità religiosa e una spiritualità anch’esse di portata cosmica. Così, alla fine, dopo tanto discorrere, ci troviamo riportati all’interno e nel vivo di quel conflitto cosmico tra vita e morte di cui parlavano e su cui si interrogavano, secoli e secoli fa, gli antichi greci. E, come sempre, è nelle nostre mani decidere quale strada imboccare.

Federico Battistutta

www.ilcambiamento.it