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Leggo sul sito del “Fatto quotidiano” un articolo sugli effetti che potrebbe produrre la diffusione del corona virus. Il coordinamento delle terapie intensive della Lombardia, al momento la regione maggiormente colpita dal virus, scrive al governatore Fontana: “In assenza di tempestive ed adeguate disposizioni da parte dell’autorità saremo costretti ad affrontare un evento che potremo solo qualificare come una disastrosa calamità sanitaria”. Ma dove sta la disastrosa calamità che potrebbe verificarsi? Porre un limite d’età per l’accesso alla terapia intensiva, in base alle maggiori possibilità di sopravvivenza. Questo è ciò che ipotizza la Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva in un documento tecnico in quindici punti in cui scrive che “può rendersi necessario porre un limite di età all’ingresso in terapia intensiva. Non si tratta di compiere scelte meramente di valore, ma di riservare risorse che potrebbero essere scarsissime a chi ha in primis più probabilità di sopravvivenza.”

A mali estremi, estremi rimedi, dunque. In parole povere si tratterebbe di applicare il principio della selezione naturale, vigente in tutto il mondo animale (e illustrato a suo tempo da Darwin), consistente nel favorire i più adatti, conferendo loro un vantaggio di sopravvivenza. E’ questo dunque ciò che può garantire ai propri cittadini uno degli stati economicamente più avanzati, culla della cultura e delle arti a livello mondiale?

Se a breve si dovesse giungere a una tale situazione di emergenza tra i provvedimenti necessari non potrebbe rientrarne uno che requisisce mezzi e strutture sanitarie private per metterli a disposizione del servizio pubblico? Come dire: è più importante salvaguardare la proprietà privata o la vita di un essere umano?

Tra gli interventi che si leggono in questi giorni diversi riflettono sull’impatto che il paradigma biopolitico sta avendo. Infatti è proprio ciò che sta dietro la denuncia del coordinamento delle terapie intensive: vita e politica risultano indissolubilmente intrecciate, chi gestisce il potere gestisce la disciplina dei corpi e regola le popolazioni. A chi la decisione sul destino del nostro corpo e della nostra vita?

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22 aprile: quale giornata della Terra?

Autore: liberospirito 22 Apr 2018, Comments (0)

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“La Giornata della Terra (Earth Day) è il nome usato per indicare il giorno in cui si celebra l’ambiente e la salvaguardia del pianeta Terra. Le Nazioni Unite celebrano questa festa ogni anno, un mese e due giorni dopo l’equinozio di primavera, il 22 aprile”. Fin qui Wikipedia alla voce “Giornata della Terra”. Da una rapida scorsa alle notizie questa celebrazione intende coinvolgere il maggior numero di nazioni,  Italia inclusa. Leggo da un giornale on line: “Oggi è la Giornata della Terra, un’occasione per celebrare il pianeta su cui viviamo e per affrontare questioni che riguardano la protezione dell’ecosistema, la lotta all’inquinamento e il modo per contrastare il progressivo esaurimento delle riserve naturali e la scomparsa di tante specie di animali e vegetali”. Sorge una domanda: ma, accipicchia, riusciamo a fare tutte queste cose in un giorno? E domani poi?

Aggiungiamo una breve considerazione a margine di questa data e delle varie iniziative in sé nobilissime. Ed è la seguente: si celebrano ormai una quantità di ricorrenze che sempre più riempiono i nostri calendari. Dal 1° maggio al 25 aprile, dall’8 marzo (giornata della donna) al 27 gennaio (giornata della memoria), passando per il 4 ottobre (giornata mondiale per gli animali) o il 21 novembre (giornata nazionale degli alberi) e via dicendo.

Ma si avverte sempre più la sensazione che tali iniziative, soprattutto quando vengono per così dire calate dall’alto, divenendo per lo più occasione di sfilata di personaggi istituzionali, servano a pacificare le coscienze di chi governa rispetto a questioni che richiedono decisioni ben più radicali. Forse proprio l’ampio ventaglio che va sempre più arricchendo il calendario di celebrazioni civiche dichiara, suo malgrado, il degrado in cui viviamo. La necessità di ricordare con una data un qualche problema sociale, di fatto certifica una ferita ancora aperta, nella sottaciuta consapevolezza che non verrà certa rimarginata nel corso di una qualche manifestazione pubblica della durata di poche decine di minuti, laddove necessiterebbero scelte da parte del legislatore di turno che son ben lungi da intravedersi all’orizzonte.

Tutto ciò insegna, se ce ne fosse ancora il bisogno, che l’unica possibilità risiede nelle buone pratiche quotidiane e nelle iniziative dirette da parte dei cittadini in merito alle varie questioni (ambientale, sociale, femminile, animale ecc.), liberando spazio e tempo riguardo a ciò. Nel sogno (diurno) che possa venire un giorno in cui questi anniversari risulteranno superflui perché saranno davvero scomparse le cause che li avevano provocati così che l’essere umano avrà trovato il suo posto insieme a tutti gli altri viventi.

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Religione a scuola: lezioni lussemburghesi

Autore: liberospirito 23 Set 2017, Comments (0)

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Nuove interessanti, una volta tanto, dall’Unione Europea, in particolare dal Lussemburgo. Il piccolo Granducato del Lussemburgo ha deciso che a partire dal corrente anno scolastico non sarà più possibile, per gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado, seguire le lezioni di religione cattolica. La nuova convenzione voluta dal governo in carica (una coalizione di verdi-sinistra-liberali) stabilisce che al posto del tradizionale corso di religione cattolica, verrà introdotto un corso sui valori (chiamato “Vita e società”), incentrato su tematiche relative alla convivenza; all’interno di queste nuove attività saranno anche presentate le religioni ma su di un piano paritario.

Questa la notizia. Pensare a una soluzione del genere anche in Italia appartiene purtroppo alla fantascienza. I dati in proposito sono tristemente eloquenti. In breve: attualmente nelle scuole italiane vi sono più di 25.000 insegnanti di religione cattolica, i quali al pari degli altri insegnanti, sono retribuiti dal MIUR (Ministero dell’Istruzione). Il costo annuo a carico dello Stato per la loro retribuzione (dati del 2008) è stato di circa 800 milioni di euro, pari a circa il 2% della spesa complessiva della scuola italiana. Ma – dato curioso – il reclutamento di questi insegnanti non avviene ad opera del Ministero, ma tramite la curia diocesana (per poter insegnare, infatti, si deve essere in possesso di titoli di qualificazione professionale riconosciuti dalla C.E.I. – Conferenza Episcopale Italiana), la quale si riserva anche il diritto di revocare l’idoneità dell’insegnante per vari motivi, tra i quali una condotta morale non coerente con l’insegnamento .

Questo, è bene ricordarlo, è l’eredità che ancora stiamo scontando del Concordato fascista del 1929 (l’allora papa Pio XI inneggiò a Mussolini come “uomo della Provvidenza”), in cui si introduceva e rendeva (allora) obbligatoria l’ora di religione cattolica, quale «fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica».

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Il papa a Monza: pop-star o gattopardo?

Autore: liberospirito 26 Mar 2017, Comments (0)

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Che il pontificato di papa Francesco rappresenti un segno di discontinuità rispetto ai suoi predecessori è cosa ben nota su cui non c’è motivo di ritornare. Ciò che importa però è comprendere la portata di tale new deal vaticano; detto altrimenti: che rapporto intercorre tra le parole e i dati di realtà? Proponiamo perciò una sorta di “lettura sintomale” (a dir la verità un po’ rapsodica) della visita del papa a Monza, in cui possano emergere alla superficie del testo (qui: dell’evento) i lapsus, i silenzi, i sintomi che raccontano più delle parole pronunciate (a parlar bene, in maniera edificante, in fondo siamo bravi tutti).

Partiamo dai freddi numeri riguardanti i costi dell’evento. Tre milioni e 235mila euro. A quanto pare tanto è costata alla diocesi di Milano la visita di papa Francesco a Monza. Il solo palco, lungo 80 metri e profondo trenta, è costato un milione e 300mila (a sua volta dotato di impianti video del valore di 300mila euro). Giusto per avere un’idea delle cifre: la struttura sulla quale si è esibito lo scorso settembre la rockstar Luciano Ligabue è costata 750mila euro ed è stata utilizzata per due serate; quella che ha accolto il pontefice per poche ore valeva quasi il doppio.

A contribuire a tutte queste ingenti spese troviamo un elenco di vari istituti bancari (cioè le stesse banche che ogni giorno dicono di non avere i fondi per sostenere i risparmiatori) e anche quella Regione Lombardia che è da sempre in prima fila nell’elargire soldi pubblici a una sola confessione religiosa.

Facendo dei rapidi conti i tre milioni di euro sono stati spesi per un’ora e mezza di presenza nella cittadina brianzola, con un costo di circa 35.944 euro al minuto.

Ora, tornando alla domanda iniziale, che relazione c’è tra le parole e le cose? Come conciliare la celebrazione dell’umiltà, della sobrietà se non della povertà e le spese sostenute per un evento di così breve durata e, in fondo, effimero? O, detto in altra forma, che rapporto c’è tra l’attuale papa e il poverello di Assisi a cui il pontefice costantemente dichiara di richiamarsi? Il sintomo emergente, quello che alla fine si ricava dall’evento in questione è che, nonostante tutta la buona fede, il pontificato di Francesco I presenta sempre più i tratti non di un radicale new deal, ma di una studiata operazione di restyling o di make up dell’elefantiaca – e sempre meno presentabile – istituzione cattolica. («Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», sosteneva il nipote del principe di Salina, nel Gattopardo).

Di fronte a simili fatti, da tempo noi preferiamo volgere lo sguardo altrove, all’esodo lento e silenzioso, quanto inesorabile, dai vecchi apparati religiosi verso una sensibilità religiosa veramente rinnovata, un novum radicale, rispondente ai tempi in cui viviamo e di cui se ne avverte sempre più l’urgenza.

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Per una mistica ribelle

Autore: liberospirito 10 Dic 2016, Comments (0)

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Che cos’è la mistica ribelle? Come riconoscerla? Quali forme espressive adopera? Queste e altre domande sorgono nel prendere in mano l’ultimo libro di Matthew Fox, La spiritualità del creato (edito da Gabrielli e curato da Gianluigi Gugliermetto), che reca appunto tale sottotitolo: manuale di mistica ribelle. Inoltrandoci nella lettura di questo agile testo incontriamo tutta una serie di suggestioni che consentono, pagina dopo pagina, di delineare gli elementi costitutivi di un abbecedario spirituale per il nostro tempo.

Uno scienziato come Einstein aveva definito la mistica come “l’essere rapiti nel mistero”. E’ infatti proprio tale movimento a introdurre nel mistero. Il termine deriva dal greco myein, “chiudere, serrare”. Il mistico è colui che chiude gli occhi e serra la bocca per varcare la soglia del mistero.

Ma la mistica ribelle di cui parla Fox non cerca ripari nell’intimo del proprio foro interiore, nasce innanzitutto da un’indignazione etica, dall’incapacità a sopportare lo scempio in atto versa la terra che abitiamo e calpestiamo. Tale indignazione sa assumere anche i connotati di uno sfogo creativo che, cogliendo come necessaria ma insufficiente la semplice indignazione, prova a “rispondere alla sofferenza non soltanto con la rabbia, ma anche con un’opera creativa ed efficace che guarisce davvero”. Perché è di ciò che abbiamo bisogno. A questo punto possono rivelarsi le condizioni per divenire davvero “co-creatori di una nuova visione storica” che colloca le vicende e i drammi umani nel più ampio contesto della storia cosmica a cui siamo invitati a partecipare. Mistica ribelle significa così costruire percorsi e pratiche di liberazione che andranno a toccare non solo la realtà intra-umana (la giustizia sociale), ma anche le più diverse relazioni fra l’essere umano e il resto del cosmo (geo-giustizia). E ancora: molteplici sono le direzioni da cui possono provenire i contributi creativi per costruire questa rinnovata visione, al punto da ragionare e discutere sull’opportunità di un reincantamento grazie all’incontro tra scienza, arte e, appunto, mistica.

Fox sviluppa questo discorso riferendosi, quando necessario, a quegli autori del passato che conosce e frequenta con perizia da anni, come Meister Eckhart, Ildegarda di Bingen e Francesco d’Assisi. Ma proprio la passione e il rispetto verso questi mistici spingono Fox, seguendo i segni del tempo in cui viviamo, verso strade poco battute; in lui intensa e preponderante è la necessità di osare il mistero e inoltrarsi verso nuove strade, da sondare ed esplorare con passione e con intelligenza; anche questa è mistica ribelle. D’altro canto la cornice entro la quale si sviluppa tutto il discorso sottintende l’esaurimento della funzione epocale svolta fino ad ora dalle grandi istituzioni religiose. E’ la questione, attualissima, della fede in un’età post-religiosa di cui parlava Paul Ricoeur o quello, più recente, di José Maria Vigil circa un nuovo paradigma post-religionale.

In conclusione una considerazione circa la forma espressiva di Fox e il bisogno di un rinnovamento linguistico all’altezza dei mutamenti in corso. E’ nota un’espressione di Wittgenstein secondo cui “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. Ora si ha la sensazione di trovarsi proprio in un frangente simile. Non a caso lo stesso Fox avverte la necessità, parlando di “spiritualità del creato”, di risemantizzare il patrimonio linguistico esistente (come del resto hanno sempre fatto i mistici) spiegando cosa intenda per “spirito” e cosa per “creato”. Analogo lavoro, senza cedimenti, va fatto oggi su diversi altri termini, quali “Dio” o “religione”, ad esempio. Non possiamo sottrarci: c’è tutto un lavoro da fare sul linguaggio che, in ultima analisi, è un lavoro da fare su sé stessi: se davvero i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo, devo, a partire dalla mia esperienza del mondo, sondare questi limiti, calpestarne i confini e comprendere la possibilità di oltrepassamento. E, in fondo, pure questa è mistica ribelle.

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Ogni tanto circola qualche buona notizia: ce l’hanno fatta! Non ci riferiamo alla vittoria del no al referendum costituzionale che, comunque sia, è un buon risultato anche se non esaltante. Pensiamo invece alla decisione degli engineers dell’esercito Usa (praticamento il genio militare) di non autorizzare la costruzione del tratto della Dakota Access Pipeline – un oleodotto sotterraneo progettato per congiungere i siti di estrazione petrolifera del North Dakota allo stato dell’Illinois – da mesi contestata dai nativi americani. Riguarda in particolare quella parte dell’oleodotto che profana la terra sacra nella quale il popolo sioux ha seppellito per secoli i suoi morti. Qui il sentire religioso e l’azione politica si sono incontrati con successo.

Nell’estate scorsa l’accampamento della protesta degli indiani è cresciuto fino a diventare una cittadella di settemila attivisti provenienti da centinaia di tribù indiane, innanzitutto Sioux, ma anche Apache, Cheyenne, Arapaho, e da molte organizzazioni ecologiste e radicali.

La rivolta era stata condannata non solo dai politici locali del North Dakota che avevano autorizzato l’opera (dal 2007 lo stato del Midwest statunitense è la nuova frontiera dell’estrazione del petrolio americano, grazie alla tecnologia del cosiddetto “fracking”), ma anche da diversi agricoltori, favorevoli alla costruzione dell’impianto, nonostante i rischi, soprattuto per via dei grandi indennizzi che hanno ricevuto in cambio del permesso di far attraversare le loro proprietà dall’oleodotto. Ma la ribellione sioux è andata avanti, diventando ben presto il catalizzatore delle proteste di tutte le tribù che vivono in riserve poverissime, flagellate da un tasso di disoccupazione spesso superiore al cinquanta per cento e dalla piaga dell’alcolismo. E alla fine le svariate forme di protesta – cortei, sit-in, scontri con le forze dell’ordine, concerti, ecc. – hanno dato un risultato soddisfacente. Che anche per noi possa essere davvero di buon auspicio!

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Domenica si va a votare. Per il referendum. Noi voteremo NO, per dirla in breve dopo tanti discorsi ascoltati, nella semplice consapevolezza che se dovesse passare il sì saremo tutti meno liberi. Qui ci pare opportuno fare però alcune osservazioni critiche su molte affermazioni che si sentono a sostegno del no.

Non ci urta che le costituzioni possano essere riviste. Non è questo il punto. Tanto per fare un esempio: la Costituzione della Francia rivoluzionaria del 1793 affermava che “un popolo ha sempre il diritto di rivedere, riformare e cambiare la propria Costituzione. Una generazione non può assoggettare alle sue leggi le generazioni future” (art. XXVIII). Rileggiamo: “Una generazione non può assoggettare alle sue leggi le generazioni future”. Quindi, se è il caso, le costituzioni si possono e si devono rivedere, anche radicalmente. La questione è in che modo avviene ciò. Per questo molte delle argomentazioni a favore del no non ci piacciono proprio per l’aura sacrale con cui si vuole circondare l’attuale carta costituzionale (“la più bella costituzione del mondo”) e i suoi estensori – i padri costituenti – laicamente beatificati. Lo ripetiamo: noi, che non crediamo nell’esistenza di Bibbie intangibili, voteremo no; non perché l’attuale Costituzione non possa essere rivista, ma perché la si vuole rivedere in peggio. Forse bisognava giocare d’anticipo (e anche su questo siamo arrivati tardi), iniziando a ragionare su una riforma costituzionale adeguata ai tempi del mondo globalizzato in cui viviamo, su basi radicalmente differenti da quelle proposte da Renzi e dall’attuale potere economico-finanziario. Sintetizzava bene questo punto della questione Toni Negri, quando anni fa scriveva: “Solo la vita che si rinnova può formare una Costituzione; può quindi continuamente sottoporla a prova e valutarla, e sempre spingerla verso modificazioni adeguate”.

Il nostro sarà dunque un “no sociale”, come lo definiscono in molti, contro Renzi; ma anche contro chi, non vedendo le ingiustizie del presente, si rifugia nel passato, museificando così la storia.

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Tempi concreti e tempi astratti

Autore: liberospirito 24 Ott 2016, Comments (0)

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“Il tempo è un’invenzione degli uomini che non sanno amare”. Questa frase di Jacques Camatte è riaffiorata alla mente leggendo alcune notizie su di un popolo della foresta amazzonica – gli Amondawa – che, a quanto riferiscono alcuni ricercatori di un’università statunitense (i cui studi sono stati pubblicati sulla rivista “Language and Cognition”), non possiedono una concezione del tempo. Infatti il linguaggio amondawa non conosce la parola “tempo” o altre simili, quali “settimana”, “mese” o “anno”. La gente non celebra i compleanni, non conosce nemmeno la propria età, semmai cambia nome in relazione ai differenti stadi della propria vita oppure al raggiungimento di determinate posizioni all’interno della comunità.

Detto con maggiore precisione non esiste il concetto di tempo come entità astratta, ma è percepito solo in relazione all’avvicendarsi di eventi naturali e concreti. Non come categoria a sé: non è pertanto suddivisibile e afferrabile con un appunto su un’agenda o su un calendario, tanto meno è immaginabile tracciando una ipotetica linea che scandisca lo scorrere degli eventi. Il tempo si fonde con gli eventi stessi e non è, come per noi, una sovracategoria mentale, esistente in sé.

Se vivono in questo modo non è dovuto al fatto che gli Amondawa presentino qualche problema di tipo cognitivo. Nient’affatto: ripercorrendo la storia della civiltà umana, possiamo notare che tutto ciò non ha nulla di strano: piccole società, organizzate intorno a incontri faccia a faccia, sono sempre riuscite a funzionare senza ricorrere a calendari e orologi. Il tempo, così come lo viviamo (e lo subiamo) noi è un’invenzione culturale che la società moderna ha ereditato dagli antichi babilonesi e a cui ha applicato, di secolo in secolo, regole sempre più rigide, delle quali è difficile fare a meno.

Forse è per questo motivo che Walter Benjamin annotava come nel corso della Comune di Parigi i rivoltosi sparassero contro gli orologi, divenuti simbolo del tempo scandito dalla disciplina del lavoro, cosicchè la loro rivolta era anche contro il tempo. Ugualmente in un film di culto (fine anni Sessanta) come “Easy reader”, uno dei due protagonisti prima di partire per un viaggio attraverso gli U.S.A. decide di gettare via il suo orologio, perché il tempo astratto a quel punto, come per gli Amondawa, doveva cessare di esistere. E, se andiamo ancora più indietro, Agostino d’Ippona, nelle Confessioni, cercava di chiarire cosa fosse il tempo: per lui era una dimensione dell’anima (distensio animi). Se sulla certezza del tempo presente pare non vi siano dubbi, è su quella del tempo passato e del tempo futuro che emergono non poche domande. Così scriveva Agostino: “Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro (…) Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente è la visione, il presente del futuro l’attesa”.

Comunque sia, credo che gli Amondawa abbiano davvero qualcosa da dire a noi su come trascorriamo le nostre giornate e i nostri anni.

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Quanto vale un velo

Autore: liberospirito 4 Ago 2016, Comments (0)

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Da alcuni giorni stanno circolando sulla rete alcune immagini di uomini con il capo coperto. Si tratta di un’iniziativa lanciata dalla blogger iraniana Masih Alinejad con l’hashtag #MenInHijab (Uomini con l’hijab) per incoraggiare gli uomini a sostenere le donne nella protesta contro l’obbligo di indossare il velo. Così diversi uomini hanno deciso di postare sui loro profili social foto che li ritraggono con il capo velato.

Si tratta di una protesta sul piano simbolico. La blogger iraniana ha tenuto a precisare che non si tratta di una campagna contro l’hijab, ma contro una legge che impone l’utilizzo dell’hijab stessa alle donne. Secondo le leggi iraniane le donne sono costrette a vestire “in modo adeguato” in pubblico, ossia indossando un velo, portando abiti larghi che non lascino trasparire in alcun modo le forme. La pena prevista in caso di infrazione va dalla multa, alla prigione (da tre mesi a un anno) fino alla flagellazione. Tempo fa l’associazione “Justice for Iran” ha denunciato che nell’arco di dieci anni sono state arrestate decine di migliaia di donne a causa del copricapo “inadeguato”. Questo perché la legge iraniana vuole seguire alla lettera il dettato del Corano. Lì sta scritto (sura 24,31 ma vedi anche 33,59) che le donne, oltre a essere caste e a tenere lo sguardo abbassato, debbano coprirsi con veli il capo, i seni e non facciano mostra di “ornamenti femminili” se non ai mariti e alla ristretta cerchia dei familiari.

Segnaliamo questa iniziativa, non solo perché ne condividiamo la finalità, ma soprattutto perché interseca alcuni temi quanto mai attuali. In primo luogo la denuncia dell’invenzione della tradizione (a cui non solo l’islam, ma pressoché tutte le istituzioni religiose sono legate); poi le questioni di genere, ovvero il tratto patriarcale, con tutte le implicazioni misogine, che accomuna gran parte delle religioni, e il rifiuto da parte di molti uomini di riconoscersi in ciò; infine il ricorso a una pratica orizzontale che utilizza i nuovi media come forma di socializzazione della protesta. Ben fatto!

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C’è un filone del genere fantascientifico che passa sotto il nome di “fantascienza apocalittica”. Si tratta di storie a sfondo catastrofico. Ma accade, talvolta, che la realtà superi la fantasia. E’ quanto viene da pensare leggendo il rapporto di Ivan Macfadyen, un marinaio che ha deciso di ripetere la traversata dell’Oceano Pacifico, da lui già effettuata una decina di anni fa. In breve: l’oceano oggi è morto, svuotato di ogni forma di vita. I media di lingua inglese hanno riportato con enfasi il racconto drammatico della sua traversata dall’Australia al Giappone e poi verso la California. Rifiuti, solo rifiuti e imbarcazioni per la pesca industriale intente a saccheggiare con metodo quel poco che è ancora rimasto.

Dal Giappone alla California l’oceano è diventato un deserto formato da acqua e rottami. Niente animali, non un solo richiamo di uccelli marini. Solo il rumore del vento, delle onde e dei grossi detriti che sbattono contro la chiglia. A nord della Nuova Guinea il marinaio si è imbattuto in una flotta per la pesca industriale presso una barriera corallina: cercavano del tonno, volevano solo del tonno, per cui tiravano e ributtavano in mare – ormai morta – ogni altra creatura marina.

Ma la parte più allucinante del viaggio, quella dal Giappone alla California, è stata costantemente accompagnata da quantità di rottami trascinati in mare dallo tsunami del 2011, quello che ha innescato la crisi di Fukushima.

Non indugiamo ulteriormente nel riassumere il viaggio di Macfadyen (riportato sul giornale australiano “The Newcastle Herald”): quanto detto è più che sufficiente a fornire un’idea concreta della condizione in cui ci troviamo.

Un paio di settimane fa abbiamo tenuto un incontro, vicino a Firenze, dal titolo “Distruzione o cambiamento” (e come sottotitolo “Ecoteologia per il XXI secolo”). L’idea che lo orientava era la seguente: una riflessione religiosa oggi non può prescindere da ri-considerare il rapporto uomo/ambiente, partendo proprio dai danni che l’essere umano sta arrecando all’ambiente. Abbiamo scritto “l’essere umano”: in realtà riguarda una parte degli esseri umani: il mondo occidentale che sta edificando, a tappe forzate, il capitale-mondo. Non è più tempo per rimanere a guardare rassegnati o sperando che qualche dio prima o poi venga a salvarci. Al capitale-mondo va opposto il fare-mondo, da costruire insieme a tutta la comunità dei viventi. Qui sta la salvezza. Perché tutto è connesso a tutto. Perché tutto oggi ci riguarda da vicino: l’Oceano Pacifico come il mar Mediterraneo, l’Amazzonia come la Valsusa.

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Oltre le religioni. Un libro

Autore: liberospirito 18 Lug 2016, Comments (0)

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Una segnalazione libraria, anche se propriamente non da ombrellone. E’ uscito in questa primavera, presso l’editore Gabrielli, un volume collettivo, curato da Claudia Fanti (giornalista presso “Adista”) e da Ferdinando Sudati (teologo e presbitero diocesano), dal titolo quanto mai accattivante: Oltre le religioni. I quattro autori pubblicati provengono da diverse parti del mondo, a testimoniare – se ce ne fosse ancora il bisogno – come la necessità di un radicale rinnovamento religioso nel mondo cristiano sia avvertita su scala planetaria. Sono studiosi con formazione e percorsi differenti ma accomunati dalla medesima sensibilità. Si tratta di John Spong, vescovo episcopalismo statunitense (v. qui); Maria Lopez Vigil, scrittrice cubano-nicaraguense; Roger Leaners, gesuita belga (v. qui) e infine Josè Maria Vigil, teologo spagnolo ma residente in Sud America da anni e coordinatore della commissione teologica dell’EATWOT (associazione ecumenica dei teologi e teologhe del terzo mondo – v. qui e qui). Inoltre il volume gode di alcune pagine introduttive scritte da Marcelo Barros, monaco benedettino brasiliano ed esponente di punta della teologia della liberazione.

Cosa vuol dire andare oltre le religioni? Significa, in breve, riconoscere il carattere storico, culturale delle religioni così come le conosciamo. Le istituzioni religiose sono il prodotto indiretto della rivoluzione neolitica e delle cosiddette civiltà monumentali nate da quella rivoluzione. Hanno giocato un ruolo fondamentale in molte epoche storiche ma, come ogni fenomeno storico, alla fase iniziale, aurorale, è succeduta quella della piena maturità e sviluppo, per intraprendere poi un’altra fase, quella crepuscolare, declinante. Oggi siamo entrati in questo stadio.

Ma parlare di una fase calante delle istituzioni religiose non significa liquidare in toto l’esperienza religiosa. L’essere umano che noi tutti siamo, quello che gli scienziati chiamano homo sapiens sapiens, ha una vita lunga, assai più antica delle grandi civiltà del passato, siano esse quelle egizie, sumere, cinesi o altre ancora. Come scrive Claudia Fanti: “Fin dal principio, l’homo sapiens è stato anche homo spiritualis, l’idea concreta di Dio è stata elaborata molto più tardi”. Allora come è esistita una religiosità prima delle religioni è altrettanto possibile riflettere su una religiosità dopo le religioni. E’ ciò che Josè Maria Vigil chiama ‘paradigma post-religionale’. La società attuale, della conoscenza e dell’informazione, globalizzata, post-industriale si sta incamminando lungo questa direzione. E’ un fenomeno che ci interessa da vicino, poiché riguarda soprattutto il cosiddetto primo mondo.

Scrive Roberto Mancini, citato nell’introduzione: “Ogni confessione religiosa è una strada, non una casa e tanto meno una fortezza. Se si irrigidisce come se fosse una casa, allora la religione stessa diventa idolatria”. La religione diventa idolatria quando confonde il mezzo con il fine, quando la sopravvivenza dell’istituzione diviene più importante delle ragioni che l’hanno fatta nascere. E’ questo il triste e perverso destino a cui sono destinate tutte le istituzioni (come Ivan Illich ha mostrato assai bene nei suoi lavori), non solo quelle religiose.

E’ lungo questo asse che si snodano i quattro interventi, con accenti e toni differenti, seguendo piste di ricerca non sovrapponibili l’una all’altra, ma   affratellati tutti dalla percezione che, sapendo affinare lo sguardo, c’è tutto un mondo che oggi vuole venire alla luce e che desidera esprimere in forme nuove, inedite, la gioia di vivere e il legame che unisce tutti i viventi.

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Invettiva per il cardinale

Autore: liberospirito 14 Feb 2016, Comments (0)

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E’ vero, di certe cose non meriterebbe nemmeno parlarne. Meglio volgere lo sguardo altrove, verso la vita, lasciando che, evangelicamente, i morti seppelliscano i loro morti. Eppure, è troppo forte, non si può tacere. Allora, evocando il genere dell’invettiva, cara a molti profeti, facciamo come coloro che, pur controvoglia, prendono la parola e dicono.

E’ dell’altro giorno la notizia delle linee guida della CEI in materia di pedofilia, secondo cui i vescovi, non essendo “pubblici ufficiali”, non sono obbligati a denunciare all’autorità giudiziaria casi di abusi sessuali nei confronti di minori da parte del clero. A sostenere ciò è intervenuto con mano pesante il presidente della CEI, card. Bagnasco. Egli ha pensato bene di puntualizzare la questione osservando che la legge italiana non riconosce questo dovere di denuncia. «Il Vaticano – ha cavillato il boss della CEI –  prescrive di rispettare le leggi nazionali e sappiamo che la legge italiana non riconosce questo dovere», sorvolando sul fatto che i vescovi di altri Paesi (ad es. esempio Irlanda, Germania, Danimarca) hanno invece scelto la strada di una più stretta collaborazione tra le autorità ecclesiastiche e quelle civili. Ma ciò che più di tutto indigna in una simile dichiarazione è lo sconcio motivo addotto per sottrarre i vescovi a una responsabilità dovuta: non per nascondere reati avvenuti contro minori al fine di non gettare nel discreto l’istituzione ecclesiastica, bensì solo per «l’attenzione verso le vittime», per tutelare con discrezione la privacy loro e dei loro familiari da indebite ingerenze.

Non sappiamo cosa pensi il papa in merito a tali affermazioni e, a dirla tutta, non ci interessa più di tanto. Ci si può solo augurare, e crediamo di non sbagliare, che il cardinale in questione, con tale improvvida uscita, abbia fornito un altro solido contributo a tutte le persone di buona volontà affinché si congedino, una volta per tutte, da apparati autoreferenziali che di altro sono preoccupate se non garantirsi posizioni e rendite acquisite. «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio» (Lc 9,60).

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« L’orrore… l’orrore! », sono le parole finali di Kurz,  il personaggio del romanzo Cuore di tenebra  di J. Conrad, e presente anche nel film  Apocalypse now  di Francis Ford Coppola, ispirato al libro. Queste parole mi sono tornate alla mente vedendo in televisione le immagini di quanto era accaduto da poco a Parigi. Allo sgomento iniziale ho cercato – come immagino abbiano fatto molti –  a provare ad attribuire un senso a quella carneficina: parlando, ragionando, ascoltando, leggendo, documentandomi. Mi sono imbattuto in tante osservazioni, alcune più utili per capire cosa stesse accadendo, altre meno ma che divenivano, pur sempre, piccole tessere necessarie per aiutare a ricostruire il rompicapo.

Qui intendo fare solo una riflessione, parziale fin che si vuole, ne sono consapevole, ma che descrive l’incipit imprescindibile per ogni discorso ulteriore. E l’incipit è il seguente: si è detto e ripetuto tante volte che dopo due sanguinose guerre mondiali l’umanità ha goduto di un lungo periodo di pace, cosa preclusa ai nostri predecessori (padri, nonni, bisnonni e ancora più indietro). Ma tale affermazione è vera a metà e quindi è falsa per la parte mancante. Falsa perché non si può parlare di lungo periodo di pace per il mondo intero, ma solo per una piccola parte del globo su cui viviamo: l’Europa o, più in generale, il mondo occidentale. Di guerre ne abbiamo viste molte (sempre alla televisione): Corea, Vietnam, Congo, Ruanda, Palestina, fino all’Afghanistan, all’Iraq e ora in Siria, solo per citare le più note. Guerre nella quali l’Occidente non è stato spettatore innocente ma protagonista: inviando i suoi eserciti, spesso; vendendo le sue armi, sempre. In altre parole due guerre mondiali hanno insegnato al cinismo dell’Europa a continuare a fare la guerra ma per interposta persona e, soprattutto, non a casa propria. Finchè il gioco si è fatto pesante e la corda, tesa da fin troppo tempo, si è spezzata. Ecco allora le immagini delle strade di Parigi simili a quelle di Beirut o di Kabul. La guerra è finalmente arrivata a casa nostra. Perché stupirci? Semmai dovremmo stupirci del contrario e di come ci sia andata bene, almeno fino ad ora.

Queste mi sembrano le parole-chiave su cui riflettere. Poi si potrà discutere delle responsabilità specifiche di questo o quello stato per quanto accaduto a Parigi, delle strategie in corso, di scenari geopolitici e altro ancora. Tutte cose giuste. Ma sullo sfondo c’è lo spirito della guerra che non ha mai abbandonato l’Europa, dal ’45 fino ad oggi. O facciamo i conti con ciò – cambiando radicalmente direzione – o non ne verremo a capo.

Un’ultima considerazione, rivolta soprattutto agli smemorati: giova ricordare che l’uscita definitiva dalla crisi del ’29 si realizzò per gli Stati Uniti con l’intervento militare nella seconda guerra mondiale. Che qualcuno stia pensando così anche per questa crisi?

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Per le donne di Kobane

Autore: liberospirito 11 Ott 2014, Comments (0)

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Vi ricordate di Srebrenica, nel luglio 1995? Laggiù, in terra bosniaca, a poca distanza dall’Italia, ebbe luogo un genocidio: ottomila persone finirono trucidate dai serbi. Giustamente, c’è chi in questi giorni ha accostato Kobane – città della Siria, al confine con la Turchia – a Srebrenica. Lo ha fatto, ad esempio, proprio l’inviato speciale dell’Onu per la Siria, Staffan de Mistura: ha paragonato quanto sta accadendo a Kobane alla “vergogna” di Srebrenica, quando migliaia di civili vennero trucidati dai serbi davanti agli occhi delle truppe Onu, le quali quasi nulla fecero per impedirlo. «Non possiamo restare in silenzio», ha aggiunto de Mistura, chiedendo tra l’altro allo stato turco di permettere il passaggio ai volontari curdi in Turchia per recarsi «con le loro armi» a combattere con i curdi siriani. Queste parole, non scordiamolo, vengono da un diplomatico (che, fra l’altro, fu pure viceministro degli affari esteri nel governo Monti).

Intanto la Turchia di Erdogan se a parole condanna l’Isis, nei fatti continua a impedire il sostegno concreto dei curdi, presenti sul suo territorio, ai confratelli al di là del confine. Sale infatti il bilancio delle vittime degli scontri scoppiati durante le proteste della comunità curda in Turchia, contro l’avanzata dei militanti dello Stato islamico sulla città di Kobane (si parla di almeno 21 morti e 150 feriti).

Figura non migliore la stanno facendo gli Usa di Obama e i loro alleati anti-Isis. L’altro giorno un articolo del “Sole-24ore” titolava così: “L’Isis avanza a Kobane e la Coalizione si gioca la faccia”.

Non va dimenticato che le forze dell’Isis sono il prodotto delle alchimie politiche di americani, petro­-mo­nar­chie e turchi (vedi il precedente post su questo blog). L’incapacità di sostenere militarmente i curdi, le cui milizie costituiscono, di fatto, l’unico avversario credibile al Califfato in Siria, come in Iraq, sta ridicolizzando una coalizione che sembra esistere solo sulla carta. Il segretario di Stato americano, John Kerry, pur definendo «una tragedia» l’avanzata dell’Isis a Kobane, ha cercato di sminuire l’importanza strategica della città curda. In altre parole: si può lasciare massacrare il popolo di Kobane…

Sul motivo per cui la città di Kobane susciti così poco interesse c’è un bell’articolo di Sandro Mezzadra, apparso di recente sul “Manifesto”. In breve: la città è il cen­tro di uno dei tre can­toni che si sono costi­tuiti in «regioni auto­nome demo­cra­ti­che» di una con­fe­de­ra­zione di «curdi, arabi, assiri, cal­dei, tur­co­manni, armeni e ceceni», come recita il pre­am­bolo della Carta della Rojava (come si chiama il Kurdistan occi­den­tale o siriano). E’ un testo che parla di libertà, giu­sti­zia, dignità e democra­zia; di ugua­glianza e di «ricerca di un equi­li­brio eco­lo­gico». Il fem­mi­ni­smo, che vediamo in campo nei corpi delle guer­ri­gliere in armi, è riconosciuto nel prin­ci­pio della partecipazione pari­ta­ria a ogni istituto di auto­go­verno, che giorno per giorno mette in discus­sione le strutture patriar­cali. E l’autogoverno della città, pur tra mille difficoltà e con­trad­di­zioni, esprime dav­vero il prin­ci­pio di coo­pe­ra­zione, tra liberi e uguali. Un’entità comunista libertaria l’ha definita un articolo del “Fatto quotidiano”.

Infine, non va dimenticato che l’Isis si scontra non solo con le altre religioni o con i presunti eretici della propria, ma persegue, con ostinazione programmatica, l’ odio nei confronti delle donne. E non è un caso se sul campo di battaglia ci sono migliaia di donne in armi, pronte a ostacolarli, le quali non sono disposte a cedere ciò che hanno raggiunto. Affinchè a Kobane non tocchi lo stesso destino di Srebrenica. Il coraggio di queste donne va ricordato, con forza. Vogliamo dedicare questo post alla diciannovenne Ceylan Ozalp, che, nello scontro contro i miliziani islamisti, pur di non finire nelle mani dell’Isis ha rivolto l’ultimo proiettile verso di sé.

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L’etnia Hopi conta circa 18.000 individui, che vivono in alcuni villaggi nel nord-est dell’Arizona, all’interno della grande nazione Navajo. Chiamano la loro terra Hopituskwa. Sono un popolo con una profonda religiosità; la spiritualità permea ogni aspetto della loro esistenza ed è fondamentale per la salvaguardia della loro identità. In breve: il loro sistema di credenze abbraccia le continue interconnessioni del mondo naturale e quelle della vita e della morte. Con le parole di un vecchio Hopi: «La natura è tutto ciò che c’è di importante per gli Hopi. E’ la terra, tutti gli esseri viventi, l’acqua, gli alberi, le rocce – è tutto. Sono la forza e il potere che derivano da queste cose a tenere insieme il mondo». Tutte le loro narrazioni mitologiche sono state trasmessa alle diverse generazioni in maniera esclusivamente orale.

E’ recente la notizia dell’intenzione di un’importante casa d’aste parigina di tenere un’asta in cui sarebbero stati messi in vendita alcuni oggetti Hopi di grande importanza spirituale per loro, chiedendone l’immediata restituzione. Con le parole di Leigh Kuwanwisiwma, direttore dell’Hopi Tribe’s Cultural Presevation Office: «Il semplice fatto che sia stato posto un cartellino con il prezzo su oggetti così importanti a livello culturale e religioso è più che offensivo. Non hanno un valore di mercato. Punto». Per queste ragioni l’associazione Survival International aveva incaricato alcuni avvocati per sostenere la richiesta Hopi di sospendere l’asta, ma un giudice ha respinto tale istanza, sentenziando che «nonostante siano sacre agli Hopi, queste maschere non rappresentano nessuna creatura, né viva né morta».

Bizzarra argomentazione, come se i vari oggetti cultuali cattolici, per fare un esempio, rappresentassero con indubbia certezza «creature vive o morte». Qui non c’è solo di mezzo la volontà di mercificare ogni umana produzione, di per sé offensivo della dignità della persona o di un popolo, ma è all’opera un razzismo, tanto più odioso proprio perché implicito e strisciante. Per questo non si può tacere.

Qui si può leggere la lettera originale degli Hopi inviata alla casa d’aste Neret-Minet Tessier & Sarrou.

Qui si può leggere un dossier, elaborato da Survival, dedicato agli Hopi e gli Arhuaco (popolo indigeno della Colombia).

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Su Re. Un film

Autore: liberospirito 5 Giu 2013, Comments (0)

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Questa primavera, in prossimità della Pasqua è uscito nella sale un film insolito rispetto ai canoni estetici della cinematografia contemporanea. Si intitola Su Re e il regista è Giovanni Columbu. Qualcuno ha scritto che Su Re è una sorta di quinto evangelo, dopo quelli di Marco, Matteo, Luca e Giovanni, un evangelo parlato (scandito) in sardo. Anche per questo ha le sembianze di un film tellurico, strappato alle viscere della Sardegna, ambientato fra le pietre di questa terra aspra e bellissima che risuona delle parole di una lingua arcaica altrettanto aspra e bella.

Nonostante il cinema italiano (ma non solo) annoveri opere che hanno portato sullo schermo con intensità e passione la vita e la morte di Gesù (ricordiamo qui Il vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, senz’altro il più accostabile a Su Re), questo film si segnala davvero come un esperimento di rara audacia formale, al contempo attraversato da una commozione sincera e altissima.

Giovanni Columbu gira le scene come in preda a una furia inebriata ma senza cadute, sempre sotto controllo; la stessa macchina da presa, accompagnata dal rumore delle nubi incombenti, sembra partecipare alla vertigine del dramma, le inquadrature le vediamo infatti tagliate, montate e rimontate a dispetto di qualsiasi obbedienza ai principi formali di un ordine lineare e progressivo. Qui ci si congeda dalla linearità narrativa riguardante la passione e morte di Gesù; la storia viene smontata progressivamente, per lasciare spazio a un’altra procedura del raccontare, più vicina alla dimensione del sogno: le varie sequenze che compongono la vicenda emergono e scompaiono, acquistando un andamento spezzato (come accade, del resto, nella pratica della memoria rituale e collettiva all’interno della messa, nel corso della lettura di passi scelti dai Vangeli). Dinanzi a ciò lo spettatore può solo abbandonarsi alle immagini e alle scarne parole che le accompagnano, in quanto si trova privato di un qualsivoglia punto di riferimento stabile per orientarsi lungo il dipanarsi della storia.

Alla fine si ha la sensazione che la passione di Gesù il Cristo non può venir detta se non così, a frammenti e brandelli, da una parola che, riconoscendo i limiti del linguaggio, si arrende al mistero. D’altro canto il personaggio di Gesù non emette quasi mai parola, la sua è una lingua muta. Ed è davvero un povero Cristo, quello che compare in Su Re, piccolo, scuro, peloso, in una parola: brutto; stellarmente distante da certe iconografie edulcorate al punto da divenire stucchevoli (come quella zeffirelliana, per esempio) o dalla martirologia pornografica di Mel Gibson, ma vicino all’annuncio profetico («Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per potercene compiacere», Isaia 53, 2). Alla fine, il suo è il sacrificio dell’agnello, dell’animale muto e sofferente, è il sacrificio di ogni animale, umano e non, è il sacrificio di tutta la terra che, in un gemito, chiede e invoca redenzione. E diventa poesia.

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L’UBI, il piccolo orto e il Concordato

Autore: liberospirito 2 Apr 2013, Comments (0)

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La “Gazzetta ufficiale”, n.14 del 17 gennaio 2013, ha dato pubblicazione della legge n.245 del 31 dicembre 2012 intitolata “Norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e l’Unione Buddhista Italiana, in attuazione dell’articolo 8, terzo comma, della Costituzione”. Si conclude così il lungo, tormentato iter legislativo che ha portato al riconoscimento ufficiale del buddhismo come confessione religiosa in Italia. Tutto bene, allora? Un altro passo avanti nell’affermazione dei principi del pluralismo e della tolleranza nel Bel Paese (l’Italia, tradizionalmente “una d’arme, di lingua, d’altare”) e nel processo di coniugazione di religione e libertà?

Scorrendo i vari punti della legge in questione possiamo apprendere ciò che la sostanzia. In breve, lo Stato italiano riconosce l’Unione Buddhista Italiana (UBI) come unica rappresentante dei buddhisti in Italia, attribuendo agli affiliati a tale organismo una serie di diritti. Ad esempio: l’assegnazione al servizio civile in caso di ripristino dell’obbligo di leva (art.3), l’assistenza spirituale (art.4), l’insegnamento religioso nelle scuole (art. 5), il riconoscimento dei propri ministri di culto (art.7), il riconoscimento dei propri enti (art. 10), la tutela degli edifici di culto (art.15), e – forse la più appetibile delle conquiste – la partecipazione alla ripartizione della quota dell’otto per mille del gettito IRPEF (art.19). E via dicendo. Chi sia interessato può leggere on line il testo integrale (http://www.gazzettaufficiale.biz/atti/2013/20130014/13G00015.htm).

A margine, proponiamo qualche riflessione pacatamente critica.

In primis: l’UBI, pur comportandosi come una sorta di Chiesa (quella buddhista, appunto), nella realtà non lo è. Altro non è che un organismo che riunisce un certo numero di centri buddhisti italiani. E quei buddhisti che non si riconoscono o non sono affiliati all’UBI a quale destino saranno consegnati? Questa è una prima discriminazione anche se, in qualche modo, tangenziale alle nostre riflessioni.

Da questa riflessione ne emerge un’altra, di più ampia portata: i buddhisti abbisognano di una propria Chiesa? E, allargando il discorso, gli uomini e le donne che intendono seguire un cammino religioso nella vita, hanno necessità di una Chiesa, cioè di una gerarchia, di un’istituzione che li rappresenti di fronte allo Stato? Non è forse questa una maldestra e mediocre (per usare due eufemismi) declinazione dell’evangelico “Reddite quae sunt Caesaris Caesari et quae sunt Dei Deo” – “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”? Il binomio Chiesa/Stato non rischia di essere, anziché la soluzione, il vero problema?

Non solo. Questa legge di fatto conferma e avvalora il concordato stipulato tra la Chiesa cattolica e lo Stato italiano (con l’allora capo del governo Benito Mussolini) nel 1929, nell’ambito dei cosiddetti Patti Lateranensi, recepito poi nella Costituzione nel 1948 (e successivamente ritoccato nel 1984). Ma i Patti Lateranensi costituiscono un monstrum giuridico-legislativo in quanto contrastano con l’articolo 3 della stessa costituzione («Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali»).

Altra cosa sarebbe invece richiedere il riconoscimento e l’applicazione a pieno titolo dell’articolo 3, sopra citato (id est la libertà religiosa) attraverso la richiesta di abrogazione del concordato e dei Patti Lateranensi. Nel 1977 il Partito Radicale ci provò, raccogliendo le firme necessarie per un referendum abrogativo, ma la Corte Costituzionale lo dichiarò inammissibile, in quanto riguardava un “trattato” con uno Stato estero. Ma questa richiesta di abolizione non è patrimonio esclusivo del mondo laico e laicista, è sostenuto pure da alcune associazioni religiose, anche cattoliche (vedi, ad esempio, Noi Siamo Chiesa, associazione italiana affiliata all’International Movement We Are Church). Per tutti questi motivi stupisce vedere l’UBI attestarsi su posizioni di retroguardia, accontentandosi di recintare e coltivare il proprio piccolo orto, invece di porre in grande la questione della religione e della libertà religiosa. Forse, la via di Buddha sta proprio lì, fuori da steccati e recinzioni, in campo aperto: “Siate luce a voi stessi; siate rifugio a voi stessi”.

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Sull’abdicazione di Benedetto XVI

Autore: liberospirito 12 Feb 2013, Comments (0)

A proposito della comunicazione di papa Benedetto XVI di abdicare al suo ruolo ci limitiamo qui a tre brevi considerazioni con coda finale.

Prima considerazione: ieri non esisteva notiziario televisivo, radiofonico o via web che non divagasse su questo tema, preso e macinato negli ingranaggi della megamacchina informativa che altro non fa che spettacolarizzare ogni avvenimento, impoverendolo e svuotandolo di senso, riducendolo ad anonimo bit informativo, uguale e contrario a quelli che l’hanno preceduto e che lo seguiranno.

Seconda considerazione: gli opinion-maker di turno e i vari uomini di potere interpellati, pur di provenienza differente hanno concordato tutti nel sottolineare l’altissimo profilo della decisione papale e l’umiltà implicita in una scelta del genere. Nessuno considerava che oggigiorno è esclusiva prerogativa dei dittatori la prospettiva di un esercizio di governo di durata virtualmente illimitata. Con l’innalzamento della durata media della vita da una parte e la complessità nella gestione di un mondo globalizzato, un pensionamento in età ragionevole dei capi di stato denota solo un misurato buon senso. Così ieri non abbiamo assistito null’altro che a un accodamento tardivo da parte della Chiesa rispetto a consuetudini largamente consolidate.

Terza considerazione: è allora solo questione di età, salute e buon senso? Ogni dietrologia sarebbe inopportuna? Mettere in relazione questo fatto con intrighi nei palazzi vaticani o conflitti di corte sarebbe solo l’adesione paranoica a una qualche teoria del complotto? Un tale, il secolo scorso, aveva detto che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Probabilmente anche in questo caso.

In coda una breve domanda: ma si è poi così sicuri che l’abdicazione di Benedetto XVI sia poi così vitale per il destino se non del pianeta ma dell’umanità intera, come i media intendono convincerci? Non vi sono magari questioni più urgenti (anche solo circoscritte all’ambito religioso), di cui, proprio per questo, si preferisce non parlare?

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Liturgical design

Autore: liberospirito 17 Ago 2012, Comments (0)

Sicuramente i nostri venticinque lettori ne saranno all’oscuro. Diamo pertanto notizia di cessata attività della ditta Tridentinum (www.tridentinum.com), la quale però segnala sul suo sito che gli ordini sin qui inevasi verranno consegnati entro dicembre di quest’anno. Ma di cosa si occupava la Tridentinum? Qualcuno ricorderà le scene del film Roma di Fellini, dove si assisteva a una sfilata di moda ecclesiastica. La realtà a volte supera la fantasia. Abbigliamento liturgico (liturgical design, così si autodefinisce la ditta) è (o meglio: era) il suo settore merceologico. Dal catalogo (risalente però al 2010) possiamo evincere prodotti e prezzi relativi. Qualche esempio: mitria a 30.000 euro; pianeta a 18.000 euro; casula a 10.900 euro; scarpe alla modica cifra di 1.500 euro, così come i guanti. Aggiungiamo che le cifre (del 2010) sono quelle “riservate ai venditori”, per cui il prezzo al dettaglio subisce ulteriori incrementi.

Non ci è dato sapere se la cessata attività della ditta sopraindicata sia imputabile alla crisi economica o altro. Ben attiva risulta invece la ditta Annibale Gammarelli (www.gammarelli.com) di Roma, la quale – come viene segnalato nella homepage del sito – «è conosciuta in tutto il mondo ecclesiastico (…). Sei generazioni di Gammarelli hanno avuto l’onore di servire migliaia di sacerdoti e centinaia di Vescovi e Cardinali e oggi la sartoria Gammarelli si onora di servire Sua Santità Benedetto XVI».

Ai Gammarelli e ad altri sarti romani ricorrono i porporati di tutto il mondo perché solo qui trovano i tessuti del colore giusto. «Il rosso cardinalizio si chiama rosso ponsò», sottolinea Annibale Gammarelli in un’intervista, «e non esiste in commercio. Il tessuto di questo colore viene creato da ditte italiane su nostra commissione. Idem il colore per i vescovi, che è il paonazzo romano».

Il catalogo della benamata ditta Gammarelli è consultabile on line e risulta assai ricco; il lettore curioso potrà ammirare la gamma dei prodotti. Purtroppo non troverà i prezzi. I Gammarelli sono discreti e rimandano all’area riservata o a contatti diretti da parte dell’acquirente. Pertanto non sapremo se i prezzi si trovano allineati al catalogo della Tridentinum o meno.

Ci fermiamo qui e ce n’è d’avanzo. A questo punto sarebbe quasi d’obbligo una qualche riflessione sulla povertà religiosa, l’umiltà, la modestia e via dicendo. O un paragone, quantomeno rapsodico, con il rabbi di Nazareth e tutto il suo seguito. Ma vogliamo risparmiare simili esercizi ai frequentatori del nostro blog. Senza essere dotati di poteri telepatici, siamo convinti che, senza nulla aggiungere,
ci intendiamo alla perfezione circa il giudizio sul liturgical design e gli abituali fruitori di tali prodotti. (Solo una breve citazione in coda: «Osservate come crescono i gigli dei campi: essi non faticano e non filano; eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro»).

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«Quale struttura connette il granchio con l’aragosta, l’orchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi?», diceva Gregory Bateson, formulando con un lessico scientifico una delle domande di fondo che si pongono da sempre le religioni. Questa frase è riaffiorata – per contrasto – apprendendo la notizia di una gratuita mattanza delle balene che annualmente si verifica presso un piccolo arcipelago del Nord Europa. Ciò illustra – se ci fosse ancora la necessità di una prova – la lontananza stellare in cui l’evoluzione dell’orientamento sociale umano viene a trovarsi per una costruzione (meglio: una co-costruzione) di un legame capace di fondare una relazione vitale tra la diversità degli elementi minerale, vegetale, animale ed umano.

In breve. Alcuni quotidiani nei giorni scorsi (noi la riprendiamo dal “Corriere della Sera” e dal web) hanno fornito la notizia dell’annuale massacro delle balene presso le isole Far Oer, un arcipelago che sta nel mezzo dell’Oceano Atlantico tra la Scozia, la Norvegia e l’Islanda, divenuto ormai quasi del tutto indipendente dalla Danimarca. Tutto è nato dall’iniziativa di un aderente di Sea Shepherd (impegnati, fra le altre cose, nelle azioni di contrasto alle baleniere giapponesi), il quale ha documentato con fotografie la mattanza dei cetacei.  I mammiferi vengono sospinti in un piccolo golfo da cui non potranno scappare e poi sterminati, con coltelli, arpioni e lame affilate. Si tratta di pilot whale, i globicefali, conosciuti anche come balene dalle pinne lunghe, anche se in realtà sono mammiferi  odontoceti, hanno cioè i denti, e  appartengono dunque alla famiglia dei delfini. Le pilot whales sono classificate come «rigorosamente protette» dalla Convenzione per la Conservazione della natura e degli habitat naturali. Ciò nonostante la caccia e la successiva mattanza si ripetono ogni anno. Un intero branco che fino a qualche giorno fa poteva nuotare libero nelle acque del Nord Atlantico è stato sterminato in un unico bagno di sangue. Non solo. Tra gli animali uccisi c’erano anche femmine gravide e balenotteri ancora non nati e attaccati al cordone ombelicale delle loro madri.

Noi qui, oltre a far circolare la notizia (oltreché l’orrore e l’indignazione), possiamo limitarci a fornire il link per sottoscrivere la petizione per la cessazione immediata di questo massacro: http://www.unleashed.org.au/take_action/petitions/stop-the-faroe-islands-whale-slaughter/. Non è molto, ce ne rendiamo conto.

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