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Tag: sciamanesimo

Per una visione sciamanica del Natale

Autore: liberospirito 24 Dic 2019, Comments (0)

Che tutto quello che ruota intorno all’origine delle  feste natalizie possegga elevati contenuti mitici è oggi fuori discussione. Tutto passa attraverso la porta stretta (o larga) dell’elaborazione mitico-simbolica: dalla natività di Gesù di Nazareth con il bue e l’asinello, a Santa Claus (Sankt Nikolaus/ S. Nicola), fino al Babbo Natale confezionato negli anni Trenta del secolo scorso dalla Coca-cola. Qui di seguito un articolo apparso su upliftconnect.com sulle origini sciamaniche delle feste natalizie.

Quante volte ci siamo chiesti da dove proviene la favola di Santa Claus (Babbo Natale)? Se pensiamo al gioioso uomo anziano vestito di rosso e bianco, che viaggia in una slitta trainata da renne volanti, portando i suoi doni ai bimbi in tutto il mondo, ci troviamo in un regno di fantasia.

Però dove ha avuto inizio questa favola universale? Abbiamo mai pensato che potesse avere un’origine sciamanica? Si dice che sia basata sulla storia di San Nicola, vissuto nel quarto secolo nell’odierna Turchia. Devoto cristiano, San Nicola ha rappresentato l’amore, la fede e la generosità, e si dice che gli Olandesi adottarono la sua figura per rappresentare il Natale e la diffusero in America nel 1700, e da lì in tutto il mondo. Ma c’è un’altra storia meno conosciuta; una storia che comincia in una terra coperta di neve dove le renne pascolavano libere. E questa storia comincia con uno … sciamano che durante il solstizio d’inverno scende dal foro del camino di capanne coperte di neve e porta in regalo funghi medicinali bianchi e rossi alle famiglie infreddolite.

Siamo in Siberia, nei vasti territori delle tribù indigene del grande nord. Da lì deriva la parola “sciamano”. Essi vengono considerati catalizzatori e veicoli di energie spirituali. Erano conosciuti, e ancora lo sono oggi in alcune parti del mondo, per avere la capacità di sviluppare stati di coscienza non ordinari, e grazie ad essi avere accesso ai mondi spirituali, dai quali portano guarigione e saggezza. Per queste capacità essi sono tenuti in grande considerazione nelle proprie comunità di appartenenza, e sono spesso rispettati come consiglieri e rappresentanti degli Esseri Spirituali. E’ molto comune fra gli sciamani l’uso di piante sia come medicine che come strumenti per facilitare la propria connessione con gli spiriti. Essi lavorano con piante psichedeliche potenti come l’Ayahuasca, il Peyote, e altre. Gli Sciamani Siberiani usualmente hanno usato il fungo amanita muscaria, presente in Siberia come in altre regioni del mondo. Nelle storie popolari questo fungo rosso brillante e con macchie bianche è stato spesso associato alle storie di fate e di altre creature mistiche, e spesso fa la sua apparizione annuale anche nel periodo natalizio. Secondo alcuni etnografi le palline bianche e rosse appese ai nostri verdi abeti di Natale non sono una coincidenza.

Le foreste della Siberia sono costituite in modo predominante da alberi di pino, e le amanite muscaria si trovano comunemente alla base di questi alberi maestosi con i quali hanno una relazione simbiotica. Gli sciamani siberiani ne avrebbero fatta un’ampia raccolta durante i mesi temperati, e invece di mangiarli freschi (quando sono estremamente tossici) li avrebbero fatti seccare appesi ai pini (vi ricorda qualcosa?) nella luce del sole, oppure in una calza appesa al camino.  Usati secchi a piccole dosi durante l’inverno, i funghi avrebbero prodotto una sensazione di calore nel corpo e ne avrebbero aumentato l’energia. Ma le connessioni non finiscono qui. Con l’avvicinarsi del solstizio le giornate si facevano più corte, e si ritiene che gli sciamani visitassero le capanne dei villaggi per portare e somministrare questi funghi medicinali; i loro regali preziosi avrebbero rallegrato e aiutato le famiglie racchiuse nelle loro case durante il lungo inverno siberiano. E poiché a causa delle condizioni estreme dell’inverno siberiano, la porta delle capanne spesso era seppellita dalla neve, l’unica via di accesso era il tetto, attraverso il foro usato per lasciar uscire il fumo … il camino! Inoltre, si ritiene che le persone sotto l’effetto allucinogeno dei funghi portati dagli sciamani, potessero vedere le renne volare via nella notte. Regali sotto gli abeti, decorazioni rosse e bianche che penzolano dai rami, un vecchio saggio che scende dal camino portando i suoi regali rossi e bianchi, e calze piene di tesori appese al camino vicino al fuoco. Le correlazioni sono affascinanti.

Ma che cosa significa per noi tutto ciò? Intanto porta un po’ di luce sulle origini di Santa Claus (Babbo Natale). Al di là delle ricerche però, e di tutte le teorie, non potremo mai sapere la verità definitiva su questo mito. E forse non importa. Perché sia che si tratti di un mito di origine cristiana oppure della trasformazione favolistica della tradizione sciamanica siberiana, possiamo concentrarci sul messaggio che entrambe le ipotesi hanno in comune. Sia il santo cristiano che il guaritore siberiano sono portatori di un messaggio di bontà e generosità. Qualcosa dentro di noi, anche se non ne siamo consapevoli, si risveglia in presenza dell’archetipo di cui l’immagine di Santa Claus (Babbo Natale) è portatore. Il principio psichico che fa parte della nostra natura viene attivato dall’immagine e dal rito. Ed è questa risonanza intima dentro di noi che ha permesso all’immagine archetipica di trasmettersi nei secoli e rimanere viva di generazione in generazione. Per quanto infantile l’immagine di Santa Claus (Babbo Natale) ci possa apparire, essa si fa catalizzatore della capacità umana di riunirsi e di sostenersi nei tempi più difficili e bui della vita, e di coltivare la speranza. Che anche nelle nostre vite questo possa avvenire.

Briony Dalton

La caduta del cielo (secondo gli yanomani)

Autore: liberospirito 18 Giu 2018, Comments (0)

A seguire la recensione del libro La caduta del cielo. Parole di uno sciamano yanomami, recentemente tradotto in italiano. L’autrice dell’articolo è Loretta Emiri, che ha vissuto per diversi anni nell’Amazzonia brasiliana, collaborando con il popolo yanomani, occupandosi a vari livelli di questioni relative all’educazione. Si tratta di un libro di notevoli dimensioni: un’autobiografia, ma al tempo stesso un’enciclopedia yanomami, con informazioni che spaziano dalla lingua alla  mitologia, dalla botanica, alla zoologia e tutta la cultura materiale.

Nel settembre del 1984 venne pubblicato a Torino il libro intitolato Gli ultimi Yanomami. Nella copertina figura anche il sottotitolo “Un tuffo nella preistoria”. All’epoca avevo già vissuto per quattro anni nell’area del Catrimâni, operando con e a favore degli indios Yanomami, vivendo con loro gli anni più felici della mia vita. Poiché i miei sforzi professionali derivavano dall’esigenza di contribuire alla sopravvivenza fisica e culturale degli Yanomami, la parola “ultimi” mi indignò alquanto. Nel luglio del 2017 il Corriere della sera ha pubblicato un reportage, uno dei sottotitoli del quale è “La preghiera degli ultimi Yanomami”. Dal 1984 al 2017 sono trascorsi trentatré anni, eppure in Italia, riferendosi a questa etnia, si utilizzano le stesse banali, stereotipate parole. Nel gennaio del 2018 è andata in onda su RAI-TRE l’intervista fattami da Sveva Sagramola. Un’amica, sessantottina e giornalista, mi ha scritto: “Certo, il fatto che si siano raddoppiati, che si salvaguardano da soli (bene!) ha tolto un po’ di carica emotiva… che cosa possiamo fare noi per loro? O loro per noi?”.

Cosa possono fare gli yanomami per noi? Possono aiutarci a guarire dall’etnocentrismo, che è proprio una tremenda, contagiosa malattia. È recente l’uscita del libro di Davi Kopenawa e Bruce Albert, La caduta del cielo. Parole di uno sciamano yanomami (edizione Nottetempo). Pubblicata in francese e inglese nel 2010, in portoghese nel 2015 e ora in italiano, l’opera è destinata a raggiungere il mondo intero, come il coautore Davi Kopenawa, sciamano yanomami, si augura. Nel dicembre del 1989 l’etnologo francese Bruce Albert ha iniziato a registrare le parole di Davi, e lo ha fatto per più di dieci anni; poi, grazie allo straordinario dominio che ha della stessa lingua parlata da Davi, le ha tradotte in francese. Il libro è il risultato della complicità fra i due uomini e della loro preoccupazione con le sorti del popolo yanomami, sempre sistematicamente minacciato dai fronti di espansione della società occidentale. È un’autobiografia che, al tempo stesso, l’etnologo converte in biografia. È un’enciclopedia yanomami, data la mole delle informazioni che riguardano habitat, lingua, mitologia, botanica, zoologia, cultura materiale.

La lettura dell’opera ci permette di penetrare nella cosmogonia yanomami; di conoscere su quali valori questo popolo ha costruito la propria struttura sociale; ci fa meditare su modi diversi di vedere, sentire, agire; mette a confronto la società cosiddetta “civilizzata” con quella cosiddetta “primitiva”. Per gli occidentali “ecologia” è una parola alla moda, per gli yanomami è uno stile di vita. Accumulo, consumismo, aggressione alla natura, sfruttamento selvaggio delle risorse naturali hanno trasformato la terra in un immondezzaio. Non riusciamo più a smaltire i rifiuti. Quelli tossici avvelenano l’aria, l’acqua, il sottosuolo, tutto ciò che mangiamo, e noi moriamo di cancro. I pesci muoiono soffocati dalla plastica; in mare muoiono i “diversi” che il nostro egoismo respinge. Concepite da menti malate, faraoniche centrali idroelettriche e nucleari si sono trasformate in catastrofi ambientali, arrivando a devastare territori anche molto lontani dai luoghi in cui sono state costruite. Tutto avviene in nome del cosiddetto progresso, che, aumentando, non fa altro che svuotare l’animo degli uomini, rendendoli individualisti e sconsolatamente soli.

Le parole di Davi e Bruce ci mettono di fronte a tutto questo. Davi e così generoso da preoccuparsi anche per gli uomini bianchi: suggerendo di fare in modo che il cielo non cada, sta dicendoci che insieme agli Yanomami ci salveremmo anche noi. D’altronde, la generosità è il valore più grande per gli Yanomami. Secondo loro, solo chi è stato generoso in vita raggiungerà la “terra di sopra”, cioè la dimensione che noi chiamiamo cielo. Alla fine degli anni settanta, io e gli altri membri dell’equipe di lavoro dell’area del Catrimâni, portavamo avanti un progetto denominato Piano di Coscientizzazione, che doveva servire per coadiuvare gli Yanomami nel capire cosa stava minacciando, all’epoca, il loro territorio (apertura di strade, segherie, colonizzazione). All’inizio non fu per niente facile, perché gli indigeni obiettavano che la foresta è grande e c’è posto per tutti. Quando epidemie e morti hanno ridotto tredici villaggi in otto piccoli gruppi di sopravvissuti, sulla pelle hanno capito cosa l’uomo bianco portava con sé.

Tra le rivendicazioni degli ultimi anni degli indios brasiliani, e gli Yanomami non fanno eccezione, c’è quella di non parlare di loro al passato remoto, di smetterla di collocarli nella preistoria. Ci sono. Esistono. Resistono all’invasione delle proprie terre da oltre cinquecento anni. Sono nostri contemporanei. Le loro culture e società non sono inferiori, sono solo differenti. Hanno molto da insegnarci, se solo avessimo l’umiltà di ascoltarli per quello che sono: esseri umani con conoscenze, esperienze, diritti, sentimenti, sogni, proprio come lo siamo noi. Nonostante le continue, estenuanti aggressioni al loro territorio e al loro modo di vivere, in questi ultimi anni gli Yanomami sono considerevolmente aumentati, si sono organizzati in associazioni, hanno maestri, infermieri, leader che percorrono il mondo per tenere alta l’attenzione sulla loro situazione, denunciando violazioni, rivendicando diritti.

No, proprio no: a essere gli ultimi non sono né saranno gli Yanomami. Se il cielo cadrà, ad avere chance di sopravvivenza saranno proprio loro e gli altri popoli indigeni, perché sanno come trattare la terra, come godere con lei senza violentarla, come metterla incinta e perpetuare la discendenza. In occasione di un soggiorno nel villaggio di Davi, Bruce scattò una foto che mi ritrae con la figlia di Davi in braccio: per me è più preziosa di tutto l’oro e minerali preziosi che i depredatori bianchi hanno già abusivamente estratto dal territorio yanomami. Associato all’immagine della foto è l’augurio che la piccola società yanomami continui a crescere forte e sana, a dispetto di tutti e tutto.

Loretta Emiri