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Tag: santità

Il bisogno dei Papi santi

Autore: liberospirito 7 Mag 2014, Comments (0)

Quanto segue è la riflessione – ampiamente condivisibile – di Vito Mancuso (apparsa su “La Repubblica”) in merito alla decisione di dichiarare santi papa Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Una decisione tutta politica (o meglio: di navigato marketing politico, di spettacolo della politica) da parte della Chiesa di papa Bergoglio per cercare di infondere credibilità verso un’istituzione sempre più in crisi. Su questo argomento abbiamo già proposto l’intervento di Giovanni Franzoni.

santità

Tra le religioni monoteiste è solo il cristianesimo a conoscere il fenomeno della santità, che invece rimane del tutto sconosciuto all’ebraismo e all’islam. Non che in queste due grandi religioni non vi siano stati e non vi siano uomini e donne di grande spessore spirituale, ma né l’ebraismo né l’islam nel riconoscerne il valore hanno mai sentito l’esigenza di dichiararli “santi”.
Per queste due religioni infatti la santità appartiene per definizione solo a Dio, e l’uomo, fosse anche il migliore di tutti, fosse anche il profeta Elia o il profeta Muhammad, non può strutturalmente partecipare al divino, e quindi può essere sì giusto, osservante, devoto, ma  mai può essere santo. Il cristianesimo al contrario crede nella possibilità della comunione ontologica tra il divino e l’umano.
Di una comunione cioè che non riguarda solo la volontà del credente ma giunge a comprenderne anche l’essere. In questo senso si può dire che la santità è una conseguenza dell’incarnazione, del farsi uomo da parte di Dio in Gesù di Nazaret: come il Figlio infatti da vero Dio è diventato uomo, così i suoi discepoli migliori da semplici uomini giungono alla possibilità di partecipare alla condizione divina denominata santità. C’è molto ottimismo, c’è molta simpatia verso l’uomo, nel dichiararne la santità.
E non è certo un caso che tra le diverse forme di cristianesimo siano in particolare il cattolicesimo e l’ortodossia a insistere sulla santità, che invece è quasi del tutto dimenticata nel protestantesimo la cui teologia è perlopiù caratterizzata da un’antropologia pessimista secondo cui l’uomo non potrà mai giungere a una natura pienamente riconciliata (per Lutero si è sempre simul iustus et peccator, il male cioè non può essere mai del tutto sradicato neppure nel migliore dei giusti).
In questa prospettiva il cattolicesimo mostra una grande affinità con l’induismo, per il quale la comunione tra il divino e l’umano è all’ordine del giorno, e con il buddhismo, per il quale la natura di Buddha appartiene di diritto a ogni essere umano. E infatti entrambe queste grandi religioni conoscono, come il cattolicesimo, il fenomeno della santità, fino a giungere a condividere l’appellativo “Sua Santità” che appartiene tanto al Romano pontefice quanto al Dalai Lama, mentre l’appellativo Mahatma (grande anima) riservato dall’induismo ai suoi figli migliori è solo un altro modo di dichiararne la santità.
Che cosa contraddistingue allora la santità cattolica? La risposta è la Chiesa, ovvero il fatto che la santità non viene riconosciuta dal basso, dal popolo, per gli evidenti meriti del maestro, come fu il caso di Gandhi chiamato Mahatma già in vita, ma diviene tale solo in seguito a una formale dichiarazione della gerarchia ecclesiastica detta canonizzazione.
E qui si inserisce, oltre alla dimensione teologico-spirituale dichiarata sopra, la valenza politica del fenomeno santità. La politica infatti ha sempre giocato un grande ruolo nella storia della Chiesa alla prese con la dichiarazione della santità dei suoi figli migliori. Nel bene e nel male. Si pensi nel primo caso alla rapidissima canonizzazione di Francesco d’Assisi, proclamato santo a neppure due anni dalla morte. E si pensi nel secondo caso alla canonizzazione dell’imperatore Costantino o alla beatificazione di Carlo Magno, uomini di immenso potere, dalla vita non proprio integerrima e tuttavia elevati agli onori dell’altare.
La canonizzazione da parte del papato di propri esponenti, compresa quella di domenica prossima, rientra alla perfezione in questa prospettiva dalla forte connotazione politica: degli otto pontefici del ‘900 ormai ben tre (Pio X, Giovanni XXIII, Giovanni Paolo II) sono diventati santi e tre sono sulla via per diventarlo (Pio XII, Paolo VI, Giovanni Paolo I), lasciando peraltro la memoria degli altri due (Benedetto XV e Pio XI) in grave imbarazzo.
Aveva del tutto torto il cardinal Martini a essere contrario alla canonizzazione dei papi recenti? Tanto più che la politica ecclesiastica non si esprime solo sulle canonizzazioni in positivo, ma anche su quelle in negativo, sull’esclusione cioè di chi meriterebbe di essere riconosciuto santo ma non lo diviene. È il caso di monsignor Oscar Romero, ucciso dagli squadroni della morte il 24 marzo 1980 mentre celebrava la messa nella cattedrale di San Salvador per la difesa dei diritti dei poveri, e mai beatificato da Giovanni Paolo II, che anzi in vita l’umiliò, né in seguito da Benedetto XVI. Ed è il caso di Helder Camara, il vescovo di Recife, nel nord del Brasile, famoso per la sua lotta a favore degli ultimi (amava ripetere «quando do da mangiare a un povero dicono che sono un santo, quando chiedo perché è povero dicono che sono comunista») per la sua gente già santo ma non per il Vaticano.
La santità esprime un grande ottimismo sulla natura umana in quanto ritenuta capace realmente di bene e per questo il suo istituto è tanto importante e andrebbe governato con maggiore spirito di profezia. La politica però ha purtroppo spesso la meglio, e la canonizzazione parallela di domenica prossima di due papi tanto diversi lo dimostra ancora una volta.

Vito Mancuso

Perché Wojtyła non è un santo

Autore: liberospirito 30 Apr 2014, Comments (0)

Giovanni Franzoni, già abate di San Paolo fuori le Mura (nella cui veste – equiparata a quella di vescovo – ha partecipato al Concilio Vaticano II), è stato convocato agli inizi del 2007 dalla Postulazione per la causa dei santi per portare la sua testimonianza nel processo di beatificazione di Karol Wojtyła. Il ritratto del pontefice che emerge dalla sua deposizione giurata (qui riprodotta) è assai distante dall’iconografia che i media offrono in questi giorni. Il sito della rivista “Micromega” è ritornato sul tema proponendo vari interventi, fra cui quello di dom Franzoni, che riprende e puntualizza quanto aveva precedentemente dichiarato. Perchè Wojtila non è un santo? Basta guardare l’immagine sotto riportata: si tratta dell’incontro ufficiale fra il papa e Pinochet.

wojtila e pinochet

Dopo l’apertura della causa di beatificazione di Giovanni Paolo II un gruppo di teologhe e teologi cattolici, partendo ciascuno dalle proprie conoscenze e dalle proprie sensibilità ferite durante l’esercizio del pontificato di questo papa, ha diffuso un appello nel quale sono confluite le principali obiezioni al processo di canonizzazione. Si è voluto così rispondere all’invito della congregazione competente affinché fossero esposte sia le testimonianze favorevoli sia quelle contrarie alla beatificazione.

Personalmente, oltre che dalla repressione del pensiero teologico cattolico attuata da Wojtyła, ero fortemente colpito da quanto avevo appreso a Managua, nella segreteria del Centro Valdivieso, circa il doloroso isolamento di monsignor Oscar Arnulfo Romero che – ricevuto in udienza privata dal papa affinché potesse riferirgli delle scomparse e delle uccisioni di cittadini, sindacalisti e sacerdoti salvadoregni che avevano sostenuto la causa dei contadini nella presa di possesso delle terre loro concesse dalla riforma agraria – vide disprezzata questa documentazione, si sentì esortare ad andar d’accordo comunque col governo salvadoregno e non riscontrò alcun calore pastorale nel papa.

Per i dettagli di questo doloroso isolamento rinvio alla deposizione già consegnata al tribunale del vicariato di Roma [pubblicata qui]. Aggiungo solo due considerazioni maturate in seguito a quella deposizione.

Quando è emerso lo scandalo degli abusi sessuali su minori compiuti da religiosi cattolici, e non per un atto di consapevolezza da parte della Chiesa ma grazie ai procedimenti legali e risarcitori intentati dalle vittime, l’attenzione del mondo si è rivolta alle responsabilità non solo dei religiosi abusanti ma anche delle autorità della gerarchia che avevano celato il fenomeno agli organi inquirenti laici e si erano accontentate di ammonimenti e di trasferimenti in altre sedi dei preti pedofili (che infatti, in molti casi, hanno proseguito nei loro perversi comportamenti).

Questa modalità di copertura degli scandali oltre a essere contrastante con la lettera dell’Evangelo, secondo il quale è bene che gli scandali siano manifesti perché ci sia chiarezza nella comunità, è risultata anche offensiva nei confronti del rapporto fra corpo ecclesiastico e società laica. Alcuni vescovi costretti tardivamente a dare le dimissioni in seguito all’esplosione degli scandali hanno pubblicamente detto che consultandosi con la Congregazione per la dottrina della fede, di cui era prefetto l’attuale pontefice, avevano operato nella convinzione di essere in armonia con la volontà del papa. Quanto poi allo scandalo che ha coinvolto l’arcivescovo di Vienna, Hans Hermann Groër, costretto alle dimissioni da una corale richiesta dei vescovi austriaci, è noto che la sua promozione da abate benedettino ad arcivescovo fu promossa personalmente da Giovanni Paolo II che aveva stretto un rapporto di amicizia e collaborazione con Groër già da quando era vescovo di Cracovia.

Una seconda considerazione più che la figura di papa Wojtyła riguarda la scelta dell’attuale pontefice di procedere alla cerimonia di beatificazione in una data – il 1° maggio 2011 – che evidentemente viene sottratta alla celebrazione e alla frequentazione di masse di lavoratori organizzati fra i quali vi sono notoriamente cattolici e non cattolici, credenti religiosi e diversamente credenti.
Questa «invasione di campo» costringe alcuni cattolici a scegliere fra partecipazione socio-politica e partecipazione a aventi ecclesiastici. Si tratta di un antagonismo di cui non sentivamo il bisogno.

Giovanni Franzoni

Psico-fenomenologia del santo

Autore: liberospirito 9 Mar 2013, Comments (0)

Il contributo che segue, a cura di un collaboratore del ‘progetto liberospirito’, è una riflessione semiseria in materia di santità. In cui – come avviene nell’opera semisera italiana – convivono personaggi, forme e stili tratti sia dall’opera buffa che da quella seria. Lo pubblichiamo anche per smorzare l’atmosfera, a tratti greve, che da un po’ di tempo sembra incombere impietosa su tutti noi.

tuttisanti

In origine il santo diventava tale squisitamente per meriti terreni. E anche oggi, checché se ne dica, la prova inconfutabile per dichiarare la santità del santo, è una sola: il miracolo. Quindi qualcosa di terreno, di materiale, qualcosa che si può vedere e toccare. Se la figura del santo ricalca quella del dio, anche la funzione è, nei fatti, la stessa: vedere e provvedere alle necessità materiali di chi, gli uomini e le donne di questo mondo, non sa e non può farcela da sé.
Non a caso si è parlato di ‘vedere’: affinché il santo (o la sua rappresentazione in effigie o in figura, come dipinto o come statua) abbia la possibilità di ‘rendersi conto di come stanno le cose’, è necessario che non se ne stia chiuso nella chiesa o nel santuario, ma che, periodicamente, faccia un giro in mezzo alla gente e alle case, stia a diretto contatto con la vita vissuta quotidianamente da chi ne invoca l’aiuto. Quindi, veda e provveda di conseguenza.
Ora, le cose hanno più o meno funzionato così per secoli. Cambiano i santi, o meglio: cambiano i loro nomi e le loro raffigurazioni, ma rimane tale e quale la ‘capacità’ di operare efficacemente in risposta alle preghiere dei fedeli. Insomma, la sostanza è sempre la stessa.
Qualcosa però, ultimamente, è cambiato. Oggi i santi si sono installati in mezzo ai palazzi e ai condomini, in pianta stabile, con tanto di piedistallo e contorno di fiori e lumini. Quasi a fare da alter-ego sacro agli eroi del Risorgimento e della Resistenza, o ai vari dantealighieri che hanno ormai la sola funzione di dare il nome alla piazza in cui li hanno messi.
E i santi stanno lì, e tengono d’occhio la strada, l’incrocio, la rotonda. Quindi, si dirà, che cosa è cambiato? Che prima in mezzo alla gente ci passavano solo una mezza giornata all’anno e poi di nuovo in chiesa, al sicuro, mentre adesso praticamente ci abitano, fra la gente? In un certo senso, sì, ma, a ben guardare, probabilmente, la maggior ‘frequentazione’ non corrisponde a uguale attenzione da parte della gente e nei confronti del santo, e viceversa.
Perché, se è vero che il santo che sta sempre nello stesso posto è, in un certo senso, sempre presente e attento a ciò che gli succede attorno (oddio, magari finisce che si annoia pure…), a lungo andare finisce per diventare, come gli eroi di cui sopra (eccezion fatta naturalmente per gli assidui fedeli, per i quali però non è che averlo in chiesa o sotto casa cambi granché), un immobile come gli altri, che fa ormai parte del paesaggio come l’albero o il palazzo di fronte.
Ma un santo che se ne sta immobile dalla mattina alla sera dopo un po’ viene il dubbio che si sti semplicemente facendo gli affari suoi, che, alla lunga, anche lui si stia abituando a vedere sempre le stesse facce, la stessa gente, e che non ci faccia nemmeno tanto più caso, a quel che succede.
Perché se il santo ha qualcosa di speciale, qualcosa che lo fa apparire dotato di poteri che le persone normali se li sognano, consiste proprio nel fatto che lui se ne sta tutto il (santo) giorno in chiesa, a respirare incenso, a tu per tu con Dio dalla mattina alla sera. E la volta che se ne esce, che va in mezzo a quelli che di solito invece lo vanno a trovare, allora prova l’emozione, vivida, forte, della vita ‘fuori’, quella fatta di suoni, di voci, di luce e di pioggia, di caldo e umido, di sole e di sguardi, di corpi liberi di muoversi oltre l’ordinato ‘in piedi/in ginocchio/seduti’. Lì, e solo lì, il santo capisce di stare in un posto dove Dio si fa vedere di rado, e allora tocca a lui, al santo, riportare la calma e la serenità, dare qualche buona risposta a tutte quelle preghiere. Ma per fare questo il santo deve, appunto, prendere su e andare, darsi una mossa.
Se il santo, come invece oggi sempre più succede, se ne sta immobile, potrà anche farlo in mezzo a tutto il resto, ma sempre immobile sta. E chi crede e ha creduto che fosse una buona idea, portare i santi fuori dalle chiese e metterli fra le case, non ha poi considerato che i santi non sono persone come le altre, e che hanno bisogno, per non perdere i loro punti di riferimento, di frequentare solo determinate compagnie. Per il semplice motivo che il santo non è uno come gli altri: il santo è uno eccezionale! Ma, una volta ogni tanto, gli uomini hanno bisogno di sentirlo come uno di loro, come uno che sa come sono fatti, li conosce e li capisce. E il santo può fare tutto questo solo andando in mezzo a loro, passando fra le loro vite. In quel momento, gli uomini toccano e sentono la semidivinità del santo, e il santo vede, ascolta e percepisce l’umanità degli uomini. Ma poi il momento
finisce.
Se non finisce, se il santo rimane fra gli uomini, un po’ alla volta, lui che ha il compito di portare un pezzetto di cielo sulla terra, diventa via via sempre meno divino e sempre più umano. Ma un santo ‘troppo umano’, tanto santo non lo è più.

Andrea Babini