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Tag: rifugiati

Migrazioni forzate, 2015

Autore: liberospirito 24 Set 2015, Comments (0)

Sempre a proposito di migranti. Ecco quanto risulta da un recente rapporto sul fenomeno delle migrazioni forzate analizzato a livello internazionale. L’Italia e i paesi dell’Unione Europea non ne escono bene, tutt’altro.  Il rapporto, fra le altre cose, mostra come ben due terzi dei rifugiati nel mondo siano attualmente ospitati presso nazioni che non possono certo essere annoverate fra i grandi della terra. L’articolo, a firma di Luca Fazio, è apparso ieri su “Il manifesto”.

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Dice tante cose il nuovo Rap­porto sulla pro­te­zione inter­na­zio­nale 2015 in Ita­lia rea­liz­zato da Cari­tas, Cit­ta­lia, Fon­da­zione Migrantes, Rete Sprar e Anci (con la col­la­bo­ra­zione dell’Unhcr).

Sono dati, cifre, sta­ti­sti­che che se incro­ciate con atten­zione con­fer­mano una realtà sto­rica che con­fon­diamo con la cro­naca: il fallimento dell’Europa di fronte a un feno­meno mon­diale che di fatto sta solo sfio­rando il vec­chio con­ti­nente. Per ora.

Secondo il rap­porto, nel mondo vivono circa 59 milioni e mezzo di «migranti for­zati». Sono invece 19 milioni e mezzo i rifu­giati che sono già fuori dai loro paesi di ori­gine e tra que­sti ben due terzi (12,4 milioni di per­sone) è accolto da paesi in via di svi­luppo: Turchia, Paki­stan, Libano e Iran da soli ospi­tano il 36% del totale dei rifu­giati (5 milioni e 200 mila persone).

Que­sto è il qua­dro glo­bale cui biso­gna affian­care l’altro dato fon­da­men­tale: meno del 10% dei rifu­giati arriva in Europa e di que­sti meno del 3% arriva in Ita­lia (meno del 3 per mille del totale). Non per niente il rap­porto parla di «disu­nione euro­pea» e di «prova fal­lita», visto che ogni paese «ha agito in ordine sparso, adot­tando una pro­pria poli­tica, spesso con­trad­dit­to­ria e xenofoba».

«Il feno­meno — ha sot­to­li­neato il sin­daco di Prato e dele­gato Anci all’immigrazione Mat­teo Bif­foni — ha una com­ples­sità mon­diale oltre­ché nazio­nale che può essere risolta non con il richiamo alla paura ma attra­verso un sistema orga­niz­zato di acco­glienza dove lo Sprar (Sistema di pro­te­zione per Rifu­giati e richie­denti asilo, ndr) funga da sistema prin­ci­pale, in modo da met­tere gli enti locali nelle con­di­zioni di fare la pro­pria parte in maniera fun­zio­nale e digni­tosa». Logica e buon senso. Pur­troppo un focus sul nostro paese per ora offre sol­tanto altri deso­lanti spunti di rifles­sione in merito alla scarsa capa­cità di accoglienza.

Nei primi nove mesi di quest’anno sono sbar­cate sulle nostre coste circa 121.500 per­sone (circa 9mila per­sone in più dell’anno scorso). Di que­ste, 25mila hanno pre­sen­tato domanda di pro­te­zione inter­na­zio­nale nei primi cin­que mesi dell’anno (erano quasi 65 mila l’anno pre­ce­dente). Con che esito? Uno sì, l’altro no. Solo la metà dei richie­denti ha avuto rico­no­sciuta una forma di pro­te­zione inter­na­zio­nale (meno del 2014, quando era al 60%). Per con­tro, sono aumen­tate le deci­sioni di diniego (47%). Un altro dato dovrebbe met­tere a tacere i teo­rici dell’emergenza nostrana: la Gre­cia quest’anno ha regi­strato 288.020 arrivi, quindi più del dop­pio dell’Italia, invece ha regi­strato solo 1.953 arrivi in Spa­gna. Quanto alla pre­sunta «inva­sione» su cui ogni giorno spe­cula la Lega di Sal­vini, ecco le cifre reali: a fine giu­gno erano circa 82mila i migranti pre­senti nelle strut­ture di acco­glienza sparse in quasi tutte le regioni ita­liane (Sici­lia, Lom­bar­dia e Lazio in testa).

Allar­gando lo sguardo al con­ti­nente, il rap­porto segnala che nel 2014 nei 28 paesi mem­bri dell’Unione Euro­pea sono state presentate 626.715 domande di pro­te­zione inter­na­zio­nale (circa 200 mila in più rispetto all’anno pre­ce­dente). La Ger­ma­nia è il paese più richie­sto (202.815, pari al 32,4% del totale). A seguire la Sve­zia con 81.325 richie­ste e poi Ita­lia e Fran­cia (poco meno di 65 mila). E’ vero però che se si con­fron­tano i dati con quelli del 2013, in Ita­lia si regi­stra la cre­scita mag­giore di domande pre­sen­tate (+142,8%: signi­fica essere pas­sati da 26.620 a 64.625). Alto anche l’incremento regi­strato in Unghe­ria (da 18.900 a 42.775).

Il dato rela­tivo al «nodo» Siria, invece, dice che non ci sarà poli­tica di acco­glienza o soli­da­rietà che possa fun­zio­nare senza la risoluzione di quel con­flitto. Rispetto ai paesi di ori­gine dei rifu­giati, alla fine del 2014, la Siria risulta essere il primo paese al mondo con quasi 3,9 milioni di rifu­giati pre­senti in 107 paesi: da più di trent’anni que­sto tri­ste pri­mato appar­te­neva all’Afghanistan. Terzo paese in clas­si­fica la Soma­lia. Que­sti tre paesi, con 7,6 milioni di migranti, rap­pre­sen­tano il 53% di tutti i rifu­giati sotto la responsabi­lità dell’Unhcr (ma il dato è fermo al 2014).

Infine, altre sta­ti­sti­che, nude cifre ormai inca­paci di resti­tuire il dramma dell’ecatombe in corso, anche se cor­re­date da imma­gini scioc­canti. Sono i morti. Non solo nel mar Medi­ter­ra­neo. Dall’inizio dell’anno ad oggi sono “circa” 2.900 le per­sone che hanno perso la vita ten­tando di sfi­dare il mare. Oltre 200 invece sono morte sof­fo­cate nei camion o tra­volte nelle strade o lungo le ferrovie.

Luca Fazio

Lampedusa a Sant Pauli (Amburgo)

Autore: liberospirito 11 Gen 2014, Comments (0)

In altri post abbiamo parlato delle condizioni di vita dei migranti e dei rifugiati, di Lampedusa e così via. Oggi proponiamo un articolo interessante, apparso ieri sul quotidiano “Il manifesto”, in cui si parla delle iniziative in corso ad Amburgo, nel nord della Germania, in difesa dei diritti di queste popolazioni. In un quartiere di Amburgo – Sant Pauli, luogo di riferimento della cultura alternativa della città – vivono circa trecentocinquanta rifugiati africani provenienti da Lampedusa; per loro – e con loro – si sono mobilitati in tanti: associazioni, centri sociali, studenti, sindacati, chiesa protestante, finanche la squadra di calcio locale. Da leggere, da discutere (e da mettere in pratica).

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Alla mani­fe­sta­zione «Lam­pe­dusa ad Amburgo», il 2 novem­bre scorso, c’erano oltre 10 mila per­sone, a dimo­strare come la que­stione dei diritti fon­da­men­tali vio­lati sia in grado di mobi­li­tare ampi set­tori della società civile. Un’altra grande mani­fe­sta­zione è pro­gram­mata ad Amburgo ai primi di marzo 2014.
La sto­ria del gruppo «Lam­pe­dusa ad Amburgo» è solo il pezzo più recente dell’Emergenza Nord Africa. All’inizio della pri­ma­vera 2013, essa si è mate­ria­liz­zata a migliaia di chi­lo­me­tri da Lam­pe­dusa e dall’Italia: qui, nella metro­poli por­tuale di Amburgo, città tra le più grandi del Nord Europa, che con l’hinterland arriva a 5 milioni di abi­tanti, quanto l’intera popo­la­zione della vicina Dani­marca. Ad Amburgo gli afri­cani dell’Emergenza sono circa 350, a testi­mo­nianza dei per­corsi di vita negata di migliaia di uomini e donne arri­vati in Ita­lia durante la guerra in Libia nel 2011. Da oltre tre anni vivono in prima per­sona le con­se­guenze di poli­ti­che migra­to­rie e di asilo nazio­nali ed euro­pee basate su con­trollo, mar­gi­na­liz­za­zione e rifiuto.
Sto­rie di vita negate che si somi­gliano, come quella di Ama­dou, ori­gi­na­rio di Bamako, e por­ta­voce del gruppo fran­co­fono che incon­triamo nella Chiesa del quar­tiere St. Pauli. Nove mesi al cen­tro Sant’Anna di Cro­tone e un mese da sen­za­tetto a Roma prima di arri­vare qui. Par­liamo men­tre intorno fini­scono cola­zione e fanno le puli­zie nella Chiesa di St. Pauli, che fino ad un mese fa ospi­tava oltre 80 rifu­giati.
La muni­ci­pa­lità di Amburgo ha ini­zial­mente offerto loro un breve ser­vi­zio tem­po­ra­neo di acco­glienza inver­nale, chiuso già all’inizio di mag­gio, quando le tem­pe­ra­ture qui nel nord Europa vanno ancora sot­to­zero. È stato uno dei primi ten­ta­tivi della muni­ci­pa­lità, a guida social­de­mo­cra­tica, di allon­ta­nare i rifu­giati «volon­ta­ria­mente», negando ser­vizi di acco­glienza di base e richia­man­dosi alle regole di Dublino: i rifu­giati devono rien­trare in Ita­lia, loro primo paese d’ingresso, che deve occu­parsi dell’asilo. La rispo­sta è stata un’azione di pro­te­sta orga­niz­zata davanti al Muni­ci­pio, dove è com­parso lo stri­scione «Non siamo soprav­vis­suti alla guerra della Nato in Libia per venire a morire sulle strade di Amburgo».
La man­canza di ascolto ha con­tri­buito alla nascita del gruppo «Lam­pe­dusa ad Amburgo», che nel tempo si è fatto com­patto, orga­niz­zato e lucido nella riven­di­ca­zione dei pro­pri diritti. Come altri movi­menti di migranti, il gruppo chiede acco­glienza, diritto alla casa, al lavoro, la pos­si­bi­lità di entrare a far parte inte­grante della società locale. Scrive uno dei por­ta­voce, Asu­quo Udo, in una let­tera aperta ai cit­ta­dini di Amburgo: «Vogliamo diven­tare parte della società di Amburgo, non pos­siamo e non vogliamo tor­nare alla mise­ria, né in Ita­lia, né nei paesi afri­cani». Molti dei rifu­giati dell’Emergenza prima di lasciare la Libia lavo­ra­vano come ope­rai edili, car­pen­tieri, mec­ca­nici, gior­na­li­sti, esperti infor­ma­tici. Sono qui per vivere, lavo­rare, inse­rirsi nella società.
Ralf Lou­renco, atti­vi­sta del movi­mento Kara­wane (http://​the​ca​ra​van​.org/), nella sede di St. Pauli spiega: «Quando i rifu­giati si sono rivolti a noi erano già orga­niz­zati e ave­vano quat­tro por­ta­voce. (…) Li abbiamo aiu­tati a ren­dere pub­bli­che le loro riven­di­ca­zioni, orga­niz­zando dimo­stra­zioni, incon­tri pub­blici e con la stampa, aiu­tan­doli nelle tra­du­zioni in tede­sco. Ma i con­te­nuti erano già chiari in par­tenza». A dif­fe­renza di altre realtà che si occu­pano di diritti di rifu­giati e migranti, il gruppo di Kara­wane inco­rag­gia e sostiene forme di self-empowerment ed auto-organizzazione dei migranti e rifu­giati. Per­ché non sono «vit­time da aiu­tare», ma sog­getti auto­nomi, pen­santi, in grado di auto-rappresentarsi, for­mu­lare e recla­mare i pro­pri diritti. Il sup­porto di Kara­wane si tra­duce spesso in forme di soste­gno pra­ti­che, ma non ci sono inter­me­diari. Sono i rifu­giati che vanno agli incon­tri con le auto­rità, la stampa, i sin­da­cati, gli stu­denti, i movi­menti di cit­ta­dini. Que­sto è uno dei punti di forza di Lam­pe­dusa ad Amburgo, che è innan­zi­tutto un movi­mento dei migranti, rispetto ad altre realtà spesso «per i migranti».
Un esem­pio: il primo mag­gio 2013 il gruppo di Kara­wane e una cin­quan­tina di afri­cani di quella che ormai è la «Lam­pe­dusa ad Amburgo» vanno tutti al Kir­chen­tag, il con­ve­gno inter­na­zio­nale delle chiese pro­te­stanti. Tre­mila tra fedeli, rap­pre­sen­tanti della comu­nità pro­te­stante, intel­let­tuali, poli­tici. Si discute anche di diritti degli immi­grati e di acco­glienza. I rifu­giati repli­cano: «Wir sind her!» («Siamo qui!). Un’azione che ottiene un risul­tato: il vescovo pro­te­stante della città, Kir­sten Ferhs, deve rico­no­sce che serve fare qual­cosa. In seguito, la chiesa di St. Pauli apre le porte a più di 80 rifu­giati e altri luo­ghi di culto seguono l’iniziativa: dalla moschea a St Georg alla chiesa Erlö­ser­kir­che. A que­sta forma di acco­glienza se ne aggiun­gono altre, presso asso­cia­zioni e pri­vati, soprat­tutto e non a caso nel quar­tiere di St. Pauli.
La riven­di­ca­zioni poli­ti­che di «Lam­pe­dusa ad Amburgo» fanno anche appello al §23 della legge di sog­giorno tede­sca, in cui lo stato fede­rale decide, in accordo con il mini­stero degli Interni. Il para­grafo age­vola istanze di resi­denza nel caso spe­ci­fico di gruppi omo­ge­nei e nume­rosi, come nel caso di Lam­pe­dusa ad Amburgo. Il Senato fede­rale di Amburgo replica con la pro­po­sta di accet­tare la pra­tica, che in tede­sco si chiama Dul­dung, per cui la domanda di asilo viene fatta su base esclu­si­va­mente indi­vi­duale. Ciò com­por­te­rebbe per i rifu­giati la per­dita di tutto l’iter pre­ce­dente, incluso il rico­no­sci­mento di asilo già avve­nuto in Ita­lia, dopo attese lun­ghis­sime. Il rifiuto della domanda di asilo, inol­tre, avvie­rebbe auto­ma­ti­ca­mente pro­ce­dure di deten­zione nei cen­tri di espul­sione della Ger­ma­nia e depor­ta­zione. In sostanza, nes­sun rico­no­sci­mento col­let­tivo al gruppo, ma solo una scelta su base indi­vi­duale. Più che una solu­zione, i por­ta­voce di «Lam­pe­dusa ad Amburgo» la inter­pre­tano come un nuovo ten­ta­tivo di divi­dere il gruppo, diluirne le riven­di­ca­zioni col­let­tive, l’organizzazione e com­pat­tezza. La pro­po­sta del Senato è con­si­de­rata inac­cet­ta­bile dalla mag­gio­ranza del gruppo, che ha repli­cato con una let­tera aperta (http://​www​.the​voi​ce​fo​rum​.org/​n​o​d​e​/​3​396).
Su que­sto punto si sono create alcune dif­fi­coltà tra le molte e diverse realtà impe­gnate nella difesa dei diritti di «Lam­pe­dusa ad Amburgo». Secondo Ralf, «la chiesa si pre­oc­cupa prin­ci­pal­mente dell’aspetto uma­ni­ta­rio della que­stione, con­cen­tran­dosi sui casi indi­vi­duali. Per la chiesa la solu­zione di gruppo non è pos­si­bile. La chiesa di St. Pauli vuol essere de-politicizzata, e que­sto influi­sce nega­ti­va­mente sul gruppo, che ha avuto alcune espe­rienze nega­tive con rap­pre­sen­tati della comu­nità della Chiesa coin­volti in nego­ziati poli­tici senza il soste­gno col­le­giale della Lam­pe­dusa».
La chiesa è un fat­tore impor­tante nel mobi­li­tare la comu­nità pro­te­stante, ma indub­bia­mente le rela­zioni si com­pli­cano quando dalla que­stione pre­va­len­te­mente uma­ni­ta­ria e legata al sin­golo si passa a dover pren­dere posi­zioni poli­ti­che, che com­por­tano ine­vi­ta­bil­mente una cri­tica dei poteri costi­tuiti e delle norme vigenti. Qui il ruolo della Chiesa è inde­bo­lito anche dalle pres­sioni fatte dalle auto­rità locali. All’incontro set­ti­ma­nale degli atti­vi­sti nella chiesa di St Pauli, Phi­lippe sostiene si tratta anche una que­stione prag­ma­tica: «Una cosa è inter­ve­nire quando la situa­zione fa vedere che certe poli­ti­che non fun­zio­nano, un’altra pre­ten­dere di voler cam­biare radi­cal­mente le poli­ti­che di asilo e immi­gra­zione». Per Phi­lippe «l’atto uma­ni­ta­rio è anch’esso un atto poli­tico», ma rico­no­sce che esi­stono vin­coli e limiti det­tati dal ruolo e dalla natura stessa dei rap­porti della Chiesa con le isti­tu­zioni, si pensi all’aspetto economico.Tuttavia,seduti tra gli atti­vi­sti è dif­fi­cile non notare che nes­sun por­ta­voce di «Lam­pe­dusa ad Amburgo» è tra noi durante la riu­nione. Alcuni ascol­tano seduti in disparte, altri dalla navata supe­riore, ma nes­suno tra­duce e pochi di loro par­lano già il tede­sco.
Al di là dei pro­blemi, il dif­fuso soste­gno della comu­nità ai rifu­giati e il con­ti­nuo mol­ti­pli­carsi ed espri­mersi di ini­zia­tive di soli­da­rietà riman­gono i fat­tori posi­tivi. «Una soli­da­rietà così forte non ce l’aspettavamo» affer­mano a Kara­wane, e que­sta è tra le ragioni dei risul­tati fino ad ora otte­nuti, anche rispetto ad altri movi­menti. A que­sto hanno anche con­tri­buito la popo­lare squa­dra di cal­cio del St. Pauli, il cen­tro sociale Rote Flora sgom­be­rato con la forza dalla poli­zia nei giorni scorsi, gli stu­denti delle scuole locali e dell’Università, il tea­tro, sin­da­cati come Ver.di e IG Metall. Cam­mi­nando per St Pauli, ovun­que ci sono mani­fe­sti col motto «We are here to stay», graf­fiti, ban­ners alle fine­stre, scritte ai muri e mar­cia­piedi, depliants nei bar e nei negozi di quar­tiere. Gli afri­cani ad Amburgo sono i primi a rico­no­scerlo, ricambiando.Perché «Wir sind mehr/ Siamo di più». Una soli­da­rietà che la «zona ad alto peri­colo» (gefah­ren­ge­biet) dichia­rata dalla poli­zia a St. Pauli e in aree adia­centi a seguito della mani­fe­sta­zione del 21 dicem­bre con­tro la chiu­sura del cen­tro sociale Rote Flora non pos­sono cir­co­scri­vere.
Que­ste anche le ragioni di spe­ranza. «Rima­niamo fidu­ciosi», afferma Ralf, «e con­ti­nue­remo a lot­tare per otte­nere una solu­zione che rico­no­sca i diritti del gruppo di Lam­pe­dusa». Per­ché la lotta a fianco di «Lam­pe­dusa ad Amburgo» è in realtà un modo per discu­tere e riflet­tere più in gene­rale sulle attuali que­stioni in mate­ria di asilo, immi­gra­zione ed acco­glienza, a livello nazio­nale ed euro­peo. «Lam­pe­dusa ad Amburgo» è un esem­pio in grado di influen­zarne posi­ti­va­mente altri, di mol­ti­pli­carsi. Molti stanno guar­dando a quello che sta suc­ce­dendo qui ad Amburgo, per­ché qui c’è stata e con­ti­nua ad esserci una rispo­sta con­creta da parte della comu­nità alle vuote pro­messe fatte dai poli­tici sull’isola di Lampedusa.

Susi Meret