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Tag: questioni di genere

Pubblichiamo (riprendendolo dal sito www.ilgrandecolibri.com) la traduzione di un interessante articolo di Candida Moss, docente di Nuovo Testamento e Cristianesimo delle origini all’Università di Notre Dame (Indiana, USA). Il tema è quello dell’intersessualità visto come aspetto particolare di un più vasto discorso riguardante il rapporto tra identità di genere e religione.

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E’ di questa settimana la notizia che il Vaticano starebbe invitando rappresentanti delle religioni di tutto il mondo ad una conferenza a fine novembre sulla “complementarietà tra l’uomo e la donna”. Arriveranno da ventitré paesi i partecipanti alla conferenza, tra i quali ci saranno relatori ebrei, induisti, musulmani e anche protestanti conservatori, come il pastore Rick Warren, fondatore di una megachurch [The Washington Post; anche BiJew Bijou]. Dopo la recente tempesta mediatica sull’”ammorbidimento” della posizione della Chiesa cattolica sui matrimoni tra persone dello stesso sesso e sul divorzio, l’annuncio di una conferenza sui ruoli “complementari” (leggi: differenti e non necessariamente uguali) degli uomini e delle donne è passato quasi completamente inosservato. Semplicemente non si adatta all’immagine che il pubblico ha di papa Francesco.

Le femministe dovrebbero preoccuparsi perché vengono invocati i ruoli tradizionali, ma in questa discussione c’è un problema ancora più grave: i gruppi religiosi quando parleranno di intersessualità?

L’ignoranza circa l’esistenza di persone con condizioni di intersessualità non è sicuramente limitata ai religiosi. Nota anche come ermafroditismo o variazioni della differenziazione sessuale (differences of sex development; DSD), intersessualità è un termine generico usato per descrivere tutta una serie di condizioni in cui l’anatomia sessuale di una persona non rientra nelle definizioni convenzionali di “maschio” e “femmina”. A volte l’intersessualità è già evidente dalla nascita, ma altre volte si manifesta più tardi nella vita, soprattutto durante la pubertà.

Non avete mai dedicato grandi riflessioni all’intersessualità? Non siete solamente voi a non averlo fatto. Anche se circa una persona ogni 20mila [Intersex Society of North America] nasce intersessuale (più o meno la stessa quantità di persone che nascono con la fibrosi cistica o con la sindrome di Down), se ne parla raramente, anche perché i medici hanno adottato un modus operandi incentrato sull’occultamento e che punta a normalizzare i corpi attraverso interventi chirurgici e farmaceutici e spesso addirittura a nascondere l’intersessualità del paziente.

Inoltre è sorprendente quanto anche tra i medici manchi il consenso su una definizione precisa dell’intersessualità. E’ sufficiente la presenza di organi genitali atipici e “ambigui”? Si tratta di una questione di ormoni o di DNA? Perché una persona sia considerata intersessuale, è necessaria la compresenza di tessuti ovarici e testicolari? I medici hanno dibattuto vivacemente su domande di questo tipo per più di 150 anni, in parte anche perché l’intersessualità è, come afferma la Società intersessuale del Nordamerica [Intersex Society of North America], “una categoria costruita socialmente”. Abbiamo diviso il mondo in maschi e femmine e qualsiasi varietà biologica che non rientrava a sufficienza in questo schema è stata etichettata come “intersessualità”.

La verità è che, da un punto di vista biologico, ci sono tantissime forme di diversità: l’intersessualità non è una terza categoria, ma un insieme di configurazioni biologiche che rivelano quanto fluido sia davvero il genere.

Alice Domurat Dreger, autrice di Hermaphrodites and the Medical Invention of Sex, ha detto al Daily Beast che il binarismo maschio/femmina è accurato solo “se si considerano alcuni metodi di misurazione: le toilette, la maggior parte dei moduli di registrazione dei pazienti, le cerimonie dei matrimoni tra repubblicani. Ma in termini di natura quasi tutti i tratti biologici si mischiano lungo uno spettro che unisce le due estremità attorno alle quali la maggioranza di noi è raggruppata. Quindi, anche se sembriamo ammassati su queste due estremità, i nostri sessi possono variare in moltissimi modi”.

Mentre gli attivisti intersessuali hanno fatto un eccellente lavoro di rieducazione della professione medica circa i pericoli di una indiscriminata assegnazione del genere che non tenga conto della volontà della persona, il nostro impegno culturale nei confronti del binarismo maschio/femmina è collegato alle regole maggioritarie, alla tradizione, alla cultura e al potere. E una parte rilevante di questa tradizione riguarda il cristianesimo. Secondo la Genesi, quando Dio creò l’umanità, creò “l’essere umano a sua immagine” e “maschio e femmina li creò”. L’idea che gli esseri umani siano stati creati a immagine di Dio e divisi in due elementi complementari all’interno di una coppia ha lasciato una traccia profonda nel nostro modo di analizzare il mondo.

L’idea che i corpi intersessuali siano “aberranti” o che siano il risultato di “difetti alla nascita” è perpetuata da una mancanza di familiarità con l’intersessualità. Oggi anche i cristiani intersessuali che scelgono la castità e che si impegnano a seguire i modelli familiari tradizionali affrontano lo stigma e il giudizio sociale dei loro pari.

Ma non è sempre stato così. La variabilità biologica era celebrata nel pantheon degli dei. Il dio Ermafrodito era rappresentato nell’arte greco-romana come una figura femminile dotata contemporaneamente di seni e organi genitali maschili e nel mondo antico molti avevano familiarità con il mito dell’androgino: un’entità primordiale bi-personale con due organi genitali (a volte entrambi maschili, a volte entrambi femminili, a volte uno maschile e uno femminile) che finì divisa in due. L’idea è immortalata nel discorso di Aristofane nel Simposio di Platone ed è riemersa nella cultura popolare nella canzone The origins of love nel film Hedwig – La diva con qualcosa in più.

Anche le radici bibliche del genere sono più ambigue di quanto pensi la gente. Le stesse storie della creazione sono suscettibili di interpretazione. Gli interpreti più antichi delle storie della creazione nella Genesi hanno notato come Dio abbia creato gli esseri umani due volte: la prima quando ha creato l’umanità a sua immagine e somiglianza e la seconda quando ha plasmato Adamo e ha usato una sua costola per plasmare Eva. Affrontando questa stranezza, Genesi Rabba, la raccolta classica dell’antica esegesi ebraica sul primo libro della Bibbia, suggerisce che Dio prima abbia creato un androgino a sua immagine e solo più tardi lo abbia diviso in maschio e femmina. Secondo questa interpretazione, soltanto le persone intersessuali sarebbero state create a immagine di Dio.

Anche la famosa affermazione di Paolo nella lettera ai Galati secondo cui “non c’è più uomo né donna […] in Cristo Gesù” può essere facilmente letta come una dichiarazione di sostegno divino nei confronti di coloro che sono sia maschio che femmina o che non sono né maschio né femmina. Le definizioni di sesso e genere, infatti, furono contestate nella Chiesa delle origini.

Come mi ha detto Benjamin Dunning, professore di teologia, di letteratura comparata e di women’s studies all’università Fordham di New York, “le polemiche religiose contro i fedeli lesbiche, gay, bisessuali e transgender tendono a far proprio un concetto di divisione sessuale univoco, fisso e immutabile (maschile e femminile) e poi ricorrono all’autorità della tradizione come sostegno. Ma un attento lavoro storiografico sulle fonti cristiane antiche dimostra come in realtà stiamo abbandonando la tradizione quando sosteniamo in quanto cristiani che sesso e genere siano auto-evidenti”.

Nonostante tutte le antiche figure religiose che non rientravano nel binarismo di genere, nel periodo pre-moderno gli ermafroditi erano spesso considerati come dei mostri, ma la loro era una condizione con cui convivere. Solo con lo sviluppo della tecnologia medica i chirurghi riuscirono a eliminare l’ansia sociale sul genere tagliando via, in senso letterale, l’ambiguità dal corpo umano. Praticate per la prima volta nel 1779, le operazioni di assegnazione del sesso divennero sempre più popolari dall’Ottocento in avanti. A partire dagli anni Cinquanta del Novecento la rapida assegnazione del genere al neonato con un genere ambiguo è diventata routine.

Mentre alcune forme di variazione della differenziazione sessuale (DSD) richiedono un’attenzione medica accurata, la maggior parte dei casi non richiede un intervento chirurgico violento, però le pressioni sociali per mettere sotto controllo le norme del genere hanno alimentato la pratica diffusa di assegnare chirurgicamente un genere alla nascita. E questo, a sua volta, ha rafforzato la visione religiosa di un binarismo imposto da Dio.

Stranamente, e nonostante migliaia di anni di teorie su sesso e genere, nel dibattito religioso moderno ci si occupa molto raramente di intersessualità. E quando ce ne si occupa, la maggior parte delle volte lo si fa in chiave strumentale per rimproverare le persone transessuali e per promuovere la castità.

Una delle ragioni di questa situazione è l’alta posta in gioco. Se si riconoscesse che il mondo non è nettamente diviso in uomini e donne, allora alcune questioni politiche fortemente sensibili come il matrimonio tra persone dello stesso sesso e l’identità transessuale diventerebbero punti aperti al dibattito. Su quali basi possiamo fare obiezioni contro la riassegnazione del genere voluta dal paziente quando l’assegnazione del genere non voluta dal paziente è praticata come routine? Se ci si rendesse conto che i tratti biologici usati per determinare il sesso ricadono all’interno di uno spettro, allora la patologizzazione dell’intersessualità non sarebbe più praticabile. E sarebbe difficile opporsi ai matrimoni omosessuali quando sono già state celebrate così tante unioni che sfidano il binarismo.

Il potere dei corpi intersessuali risiede nella loro capacità di perturbare le norme sociali. Nel fare pressioni per arginare la marea degli interventi chirurgici sui bambini, gli attivisti intersessuali hanno rassicurato l’establishment medico sul fatto di non essere interessati a rompere lo status quo. La verità è che l’intersessualità potrebbe essere l’asso nella manica nella battaglia culturale su sesso e genere.

Candida Moss

Questa volta parliamo di questioni di genere. Diciamo subito che fra gli ambiti di ricerche, di riflessioni e di esperienze presenti oggigiorno nel “mondo religioso” (espressione, quest’ultima – ce ne rendiamo conto – che indica tutto e niente; ma tali sono i limiti del linguaggio con cui dover fare i conti) quello cha va sotto il nome di teologie di genere (o termini simili) è sicuramente fra i più fertili e interessanti. Tanto per fare un esempio un paio di anni fa l’editrice Claudiana ha dato alle stampe la traduzione del Dio queer di Marcella Althaus-Reid, sollevando non poche polemiche. Il testo che proponiamo alla lettura è invece di Roberto Mancini (docente di filosofia all’Università di Macerata) e tocca le relazioni fra economia dei ruoli e questioni di genere come snodo fondamentale per pensare e praticare un’altraeconomia. Abbiamo trovato il testo sul sito altreconomia.it

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Economia domestica. È l’economia dei ruoli e della divisione dei compiti che da sempre organizza il rapporto tra uomini e donne. Far maturare un’altra economia non solo in piccole comunità, ma nella società intera è impensabile senza una profonda trasformazione della relazione tra i generi. Si conferma, anche da questa prospettiva, l’idea per cui il processo di superamento del capitalismo non è attuabile solo con buone pratiche o con politiche economiche diverse, ma richiede un mutamento radicale e sistematico del nostro modo di abitare il mondo. La direzione della trasformazione realmente adeguata è evidente: si tratta di passare dalla mentalità che fa del potere il mediatore di tutti i rapporti (tra capitale e lavoro, tra umanità e natura, tra adulti e bambini, tra uomini e donne, tra nativi e migranti, tra possidenti e diseredati) a una cultura liberante, per cui il mediatore in ogni relazione diventa la giustizia.

Intendo la giustizia che sa onorare la dignità delle persone e della natura; non è una dea bendata che non guarda in faccia a nessuno, ma una visione e un’azione lucida che sa riconoscere ognuno, volto per volto. La giustizia vera è fatta di rispetto, accoglienza, reciprocità, solidarietà, responsabilità. È una forza di risanamento delle relazioni e delle situazioni, non un potere che reagisce al male con altro male. In un ordinamento civile e in un tessuto sociale orientati in questo modo chiunque trova spazio per essere libero, senza che questo diritto sia più confuso con la prepotenza e con l’indifferenza verso gli altri, come accade nella logica del “liberismo”.

La scoperta e l’interiorizzazione di una giustizia simile avvengono in primo luogo nel rapporto tra i generi e in quello tra le generazioni. Quando tale cammino di apprendimento resta bloccato, prevale il criterio del potere, che una volta smascherato si rivela per quello che è: violenza. È proprio quello che continua ad accadere ogni giorno, ovunque nel mondo, a causa della violenza degli uomini contro le donne. Disprezzate, sfruttate, offese, violentate, uccise, bruciate vive. E di fatto prese in giro dalle grandi religioni mondiali, che a tutt’oggi continuano a perpetuare lo stereotipo per cui le donne sarebbero umanità minore e a disposizione. È storia vecchissima, sempre uguale. Perciò le parole di condanna suonano subito retoriche e pure le leggi più avanzate vengono facilmente eluse. Marx pensava che la rivoluzione proletaria avrebbe automaticamente liberato il genere femminile.

Oggi i soggetti dell’altreconomia non possono essere così ingenui. Noi uomini, tutti, dobbiamo diffidare di noi stessi e sentire la benefica vergogna per la tradizione maschilista a cui comunque apparteniamo. Dobbiamo chiederci quale immagine della donna abbiamo nel cuore e nella mente, quale economia domestica (materiale, simbolica, affettiva) abbiamo organizzato nei confronti di madri, sorelle, compagne e amiche. Chi opera per la nascita di un sistema economico equo, sobrio, ecologico e democratico deve interrogarsi con un’autentica disponibilità a cambiare. Le cooperative, le associazioni, le reti e i movimenti dell’altreconomia, sovente guidati da uomini, devono fare una verifica collettiva e scegliere una strada nuova. Molta parte del pensiero alternativo a cui ci si ispira è dovuto a schemi e logiche maschili. Vuol dire che il nostro resta un pensiero sordo, non così alternativo come crediamo. Perciò occorre porsi in ascolto e imparare, grazie al dialogo con le donne, a sradicare il maschilismo. In tal modo potremo dare un contributo all’avvento di relazioni libere dal dominio in ogni ambito della vita personale e collettiva. Questa è la prima altreconomia.

Roberto Mancini

Ai primi di gennaio le varie agenzie di stampa hanno diramato notizie circa plurimi episodi di molestie sessuali avvenute a Capodanno in Germania, nella città di Colonia, ad opera di gruppi di nordafricani. Improvvisamente i settori più retrivi in Europa, se non esplicitamente reazionari, hanno scoperto la loro vocazione femminista, scagliandosi contro i responsabili e in difesa delle donne, con commenti del tipo: «Sono aggressioni di uomini islamici contro donne occidentali». Dopo le reazioni umorali è bene riflettere su quanto accaduto. Condividiamo quanto scrive in proposito Eretica (precaria, anarchica, queer) su “Il Fatto quotidiano”.

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In qualunque stazione – di bus e treni – sono frequenti gli scippi per mano di chi approfitta della confusione per derubarti. Il metodo è sempre lo stesso: due o tre persone si avvicinano. Quando tante persone premono sul tuo corpo non ti rendi conto del fatto che ti stanno derubando. Alla stazione di Palermo, Roma, Bologna, Napoli, Firenze, Milano, gli scippi avvengono per mano di persone del luogo o anche no. Quello che li lega è il fatto che commettono crimini per fare soldi. Il crimine non è di tipo etnico. Lo scippo è una spiacevole faccenda che riguarda il mondo intero. Sui mezzi pubblici poi non passa giorno in cui non sia tastata, spremuta, strofinata, molestata, una donna. Si tratta di molestie, e anche queste riguardano il mondo intero.

In una città del sud, e non parlo per stereotipi ma solo di quel che conosco, è la notte di Capodanno, alcuni ragazzini e adulti giocano con i petardi. Il loro massimo divertimento è quello di farli scoppiare sotto i piedi delle ragazze di passaggio. Il toccamento di culo in branco è di rito. In qualche caso, invece che con i petardi, a volte vorrebbero sorprenderti con una bomba rudimentale. Nessuno però solleva il problema in Italia. Nessuno attribuisce un significato particolare all’uso dell’armamentario tipico di chi non teme di farsi saltare un braccio per festeggiare il Capodanno come si deve. Se quello che è successo a Colonia ad alcune persone è sembrata una prova di guerra, si fossero trovati a sud quella notte, avrebbero pensato di stare sotto i bombardamenti a Beirut?

Roma: qualche anno fa una ragazza denunciò di essere stata stuprata da un romano, la notte di Capodanno. Altre donne hanno denunciato la stessa cosa in altre occasioni festive ma in quel caso chi oggi si spertica per applaudire propositi di blocco dei flussi migratori, disse che era colpa delle ragazze che vanno in giro svestite e che provocano. Qualcuno diceva che gli uomini sono naturalmente predatori e le donne sanno a cosa vanno incontro. Dissero che se una donna è ubriaca, per quanto non sia esplicitato il consenso pieno, allora non si può chiamare stupro. Per quelle che hanno denunciato di aver subito molestie durante un concerto o in discoteca la giustificazione è sempre stata la stessa: le donne sono immorali, guarda come vanno conciate.

In quei casi non si parla della religione di chi viene accusato di stupro. Non si parla della loro nazionalità quando, ad esempio, come è avvenuto a Vicenza, ad essere denunciati per stupro sono militari americani in libera uscita. E che dire della reazione alla denuncia al militare de L’Aquila, inviato per garantire la sicurezza del territorio, che lasciò distesa sulla neve, fuori da una discoteca, una ragazza stuprata, gravemente ferita e sanguinante. Quali reazioni su accuse o condanne di violenza sessuale che riguardavano tutori dell’ordine, uomini in divisa che, per esempio, per un permesso di soggiorno chiedevano prestazioni sessuali? E sapete quante sono le donne straniere, turiste o migranti, stuprate da branchi di italiani, europei, occidentali?

Cosa voglio dire? Che anche per i fatti di Colonia, così come di altre città tedesche o di altre nazioni del nord i cui abitanti sono improvvisamente colti da isteria collettiva (amiche scrivono: nulla di nuovo sotto il sole! Do you remember stupri all’OktoberFest?), serve concentrarsi sulla ragione della violenza, delle molestie, senza tirare in ballo il presunto difetto di cultura di gente dell’Islam, generalizzando in modo razzista. Quando a molestare o a stuprare in branco sono persone di cultura “cristiana” non demonizziamo milioni di persone d’occidente. Se un molestatore è musulmano ciò non vuol dire che tutti i musulmani sono molestatori. Attribuire la violenza misogina solo a uomini di una particolare etnia fornisce l’alibi a chi mette in discussione il fatto che quella è una trasversale violenza di genere e non si fa altro che legittimare le politiche razziste di Paesi che farebbero di tutto pur di negare l’ingresso a chi ha bisogno di una speranza di futuro. Non si fa altro che avallare le tesi di chi pronuncia il mantra della superiorità culturale di chi vorrebbe “salvare” le donne strappando loro il velo dalla testa.

Che la faccenda sia trattata in modo viziato lo si capisce dal fatto che:

– Tra le persone identificate, tra cui anche tedeschi, nessuno, almeno fino ad ora, è collegato a stupri e molestie sessuali. Ma anche se lo fossero la questione non cambia.
– In Belgio, il ministro che si occupa di migranti, ha proposto di istituire un corso di “rispetto per le donne” da rivolgere solo agli stranieri. Quel ministro è di destra. Le femministe lo contestano. A tal proposito sarei molto felice di sapere che finalmente gli anti/gender capiscono l’importanza di un corso di educazione al rispetto dei generi da farsi nelle scuole, rivolto a tutti. Perché il sessismo non è di un’etnia ma riguarda tutti.
– A chi chiede dove stanno le femministe dico che non stanno dalla parte delle destre, di sicuro, ma rigiro la domanda e chiedo: dove eravate voi quando le donne denunciavano di essere molestate o stuprate da italiani?
– A chi parla di rispetto per l’autodeterminazione delle donne chiedo se saranno a sfilare in corteo al “family day”: ci chiamerete “assassine” perché parliamo di aborto? Ci direte che siamo malate se parliamo di famiglie omogenitoriali? Perché la violenza di genere ha molte forme e se decidete – il che è fantastico – di avere rispetto, laicamente, della libertà di scelta delle donne, allora dovreste averne rispetto sempre.

La questione è molto semplice. Dato che finalmente siete così attenti alle rivendicazioni delle donne dateci una ulteriore dimostrazione di buona volontà. Se siete contro la violenza di genere non dite che siamo le “vostre” donne giacché non apparteniamo a nessuno, che sia uomo, patria, nazione, religione. Se siete per il rispetto dei nostri corpi allora lasciateci la libertà di gestirli come vogliamo e informatevi meglio su quel che vuol dire “consenso”. Se ci sentiamo offese perché un italiano ci molesta, o ci insulta con un linguaggio sessista, non diteci che non abbiamo abbastanza senso dell’umorismo. Evitate poi di usare le violenze fuori casa per allontanare l’attenzione dalle tantissime violenze in casa e per mano di persone conosciute, fidanzati, ex, genitori, parenti vari.

A chi dice che l’attacco a Colonia, e in altre città, sia una tecnica di guerra, scontro di civiltà, contro il nostro civilissimo (si, come no!) stile di vita, ricordo che quello di cui evitano di parlare si chiama violenza di genere. Le donne sono vittime di aggressioni, stupri, violenze, in tempi di pace e di guerra e non serve che paesi noti per aver colonizzato altre nazioni, usando lo stupro come arma di guerra, oggi attribuiscano ad altri quel che hanno commesso i propri eserciti. Parlare di guerra dell’Islam all’Occidente, usando l’allarmismo all’insegna di un “salviamo le nostre donne”, è solo uno dei tanti modi in cui le donne vengono usate per realizzare politiche neocolonialiste e razziste. Un po’ come quando iniziò la guerra in Afghanistan per salvare le donne oppresse. Peccato che poi furono consegnate a un governo ancor più violentemente misogino. Ricordate poi che la stessa cosa si diceva degli italiani, un tempo, accusati di essere ladri e stupratori. Ma si sa che abbiamo la memoria corta.

Infine cito le ragazze di “Hollaback-Italia” (movimento internazionale contro le molestie in strada) che scrivono:

Grazie al lavoro di raccolta che facciamo sul nostro blog dal 2012 e dalla recente pubblicazione della prima indagine internazionale e multiculturale sulle molestie in strada, abbiamo dati concreti per dire che la cultura dello stupro esiste da tempo ed è ben radicata sia in Germania, che in Italia, che in Europa o Nord America. Le molestie in strada e le aggressioni sono sempre tantissime e non dipendono dall’etnia, come asseriscono molte persone in questi giorni di dibattito. Rivendicare il proprio corpo, il proprio spazio pubblico è d’obbligo, ad oggi, soprattutto per ricordare che le donne non sono terreno di speculazione razzista o politica, come sembrano pensare molte persone che, dall’alto, ci compatiscono e additano all’uomo nero da confinare. L’uomo nero ha tanti colori e vive tra noi da tempo.

Eretica

 

L’essere umano è – ci dicono gli acculturati –  homo loquens, cioè animale di linguaggio. Cosa significhi ciò non è possibile dirlo nello spazio di un post, mancano le parole, letteralmente. Qui ci interessano alcune parzialissime osservazioni in merito a certe modifiche in atto nell’uso di alcuni termini, poco più di una manciata di parole. A ben vedere, sono questioni non sono linguistiche, ma anche civili, politiche e altro ancora. Questo è il discorso del testo sottostante di Lidia Menapace, apparso su www.italialaica.it.

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I qualificativi elencati nel titolo possono servire per rendere i nostri discorsi meno approssimativi, vaghi, noiosi, allusivi, ambigui  di quanto non siano diventati, non per scelta, bensì per passivizzazione. Infatti approssimazione allusività ambiguità non sono sempre per sè negativamente connotati, ma perchè possano esprimere un senso positivo bisogna che vengano usati con criterio, spirito critico, avvertenze d’uso, conoscenza del loro etimo, ironia ecc.

Arrivata a questo punto mi accorgo che a chi legge potrà capitare  di chiedersi: “Ma cosa viene in mente alla Menapace di mettersi a spiegare le parole?”: si figura di essere ancora una profe in servizio, portiamo pazienza”. Portate pure pazienza, ma  so bene di essere in pensione da mo’ e invece spiego, perchè quando si é in una fase di confusione, é buona pratica registrare, mettere a punto il linguaggio: e non c’è sicuro bisogno di dimostrare che siamo nella confusione.
Comincio: ‘piccolo’, aggettivo che non ha bisogno di spiegazioni: mi capita spesso di osservare che l’Italia non è (ancora) un paese vinto, perchè andando in giro si incontrano molte iniziative, magari piccole o piccolissime, organizzate, pensate, agite e che raggiungono il fine cui erano destinate;  ad esse bisognerebbe ispirarsi; anzi farle conoscere e metterle in relazione è un vero lavoro politico oggi importante, forse decisivo. Con ciò non accetto una generalizzazione “ideologica” che dice : “Piccolo é bello”. Se si continua a considerarlo bello, non perchè è bello, ma perchè è piccolo, si cade nel minoritarismo ecc. Così ho anche potuto  far capire che cosa vuol dire “ideologia come falsa coscienza”, l’accezione di ideologia che Gramsci rifiuta. Osservo però che ormai ideologia è diventata una parolaccia e non la si può più usare. Ho provato per un po’ a dire: dico ideologia nel senso di  Weltanschauung” e per un po’ azzitivo, perchè davanti a una parola lunga e in tedesco, si deve far finta di sapere che cosa vuol dire, ma alla fine ideologia è uscita dall’uso, non potendo avere un significato  positivo immediatamente comprensibile senza ulteriore specificazione . Infatti la lingua è un organismo vivente ed economico; fino a che è viva inventa parole per cose nuove (avvocata, ministra, ecc); se incomincia a non dire nemmeno più “legge sul lavoro”, ma “jobact” persino nei testi uffficiali, vuol dire che incomincia a morire rispetto all’inglese, lingua dei padroni del mondo.
Quanto a “grande”, che non voglia dire lo stesso che “grosso” è una delle prime differenze che si imparano fin da piccoli/e.
Ma a proposito, che significa “i/e”? E veniamo, del tutto spontaneamente al linguaggo detto tecnicamente “inclusivo”.
Con questa locuzione si indica una abitudine linguistica da scegliere e perseguire, se si vuole che nel linguaggio entri la considerazione dell’esistenza -nella specie umana- di due generi.
So bene che ci  sono uomini che dicono: “Lo so che siamo uguali, per questo dico “uomo” intendendo anche “donna”. Di solito replico: va bene, se siamo  uguali io dirò “donna” intendendo anche “uomo” e si vede che non siamo uguali e che la vecchia regola grammaticale, che ha vinto i secoli, resta col suo significato iniziale. Infatti la citata regola più stabile del più solenne dogma dice: in italiano nelle concordanze prevale (!) il maschile (e fin qui si studia ancora pari pari): ma la regola continuava, secondo la definizione iniziale dettata dai grammatici: “prevale il maschile come genere più nobile”: perciò se accetto di essere chiamata uomo, vuol dire che penso che il genere femminile sia  un po’ ignobile, tanto è vero che si suol dire che una donna quando è brava, è più brava di un uomo, dunque è una eccezione, che conferma la regola.
Davvero “le parole sono pietre”
Di recente, forse ad appoggiare noi femministe cultrici del linguaggio inclusivo, le NU sono venute fuori a dire che le donne sono stabilmente la maggioranza della popolazione sul pianeta e in ogni paese che lo compone, sicché -si potrebbe continuare- chi dice o pensa o spera di essere in un regime politico di democrazia rappresentativa, sappia che non dice il vero, considerati i generi. Inoltre sempre le NU dicono che le donne -stabile maggioranza- occupano ovunque  i livelli più bassi e sono ovunque sottorappresentate. Perciò chi intende vivere in una democazia rappresentativa, si dia da fare affinché almeno la  facilissima regola del linguaggio inclusivo venga rispettata.
A regola anche ‘internazionale’ indica un uso un po’ arretrato, sarebbe meglio dire sovranazionale, trasnazionale: diamoci da fare, prima  che a furia di rispettare il nazionale conservandolo indenne in tutte le accezioni date, non ci dovesse capitare di riaprire vecchie questioni, riassumibili nel detto: tutto ciò che é lodevole nei linguaggio politico, diventa negativo se  gli si appiccica il prefisso:”nazionale”: da nazione nazionalismo; da nazionalità identità nazionale, insomma non c’è che da sfogliare termini fascisti o nazisti per vedere controprovato l’infausto influsso del suffisso o prefisso ‘nazionale’ a cominciare da nazismo, cioè nazionalsocialismo. Così il liberalnazionale è un peggiorativo del liberale , e il comunismo in un paese solo diventa quell’orrore che è il nazionalcomunismo in URSS.
Ma per tornare al linguaggio inclusivo, devo ancora dire che una semplice copia del maschile grammaticalmente femminilizzato non è assunzione della differenza tra i generi; noi femministe chiamiamo o chiamavamo (quando essendo all’inizio eravamo più aspre) emancipazione delle scimmiette quella che più correttamente si dice ‘emancipazione imitativa’ e che si conclude nel fatto che uomini più o meno illuminati scelgono donne da mettere in posizioni anche eminenti (come le ministre) purchè siano obbedienti e decorative.  Dalla consapevolezza che i generi sono due (almeno biologicamente) si arriva a definire la differenza come il termine corretto per esprimerle. E la differenza consente di govenare in parità nella differenza.
Adesso affronto il termine “beni comuni”, che non è propriamente quella splendida novità che vien spacciata, poiché la inventò Aristotele buonanima;  poi fu accolta da Tomaso d’Aquino, egli pure non proprio moderno: ma fu molto importante, dopo che gli Arabi ebbero tradotto Aristotele in latino e ne favorirono la diffusione nell’Occidente cristiano, che parlava latino. Importante perchè essendo il fine dello stato o comunque dell’organizzazione politica quello di  far esistere il bene, Aristotele  afferma che esso non è quel che ciascuno ha, bensì lo si raggiunge distribuendo comunemente ciò che è bene, ricchezza potere beni.  E che certi beni detti comuni sono in fin dei conti una specie di diritto originario: beni comuni in questa accezione sono l’aria l’acqua e la terra che dunque non possono essere totalmente appropriati privatamente.  Da ciò deriva il diritto  politico a pubblicizzare l’acqua.
Marx va più avanti, forse ispirandosi alla Bibbia che credo fosse  un fondamento anche inconsapevole della sua cultura, dato che era ebreo, sia pure non praticante e scolasticamente di cultura cristiana. Marx parla non  solo di beni comuni, bensì anche di beni e di valori d’uso. C’è anche dunque ciò che sfugge del tutto alla proprietà anche pubblica: l’aria, l’acqua e la terra. Molto significativa la faccenda della terra. Secondo la Scrittura la terra é di Dio, cioè -sullaterra-  di nessuno, è data in usufrutto agli umani e umane; deve essere lavorata senza sfruttarla troppo e perciò lasciata  riposare un anno ogni sette (anno sabbatico) e ogni sette anni sabbatici, cioè ogni 50 anni va redistribuita tutta quanta in uso a chi la lavora (Giubileo).
Sembrerà strano ma questa norma così avanzata non passa nel cristianesimo, che adotta invece la dottrina giuridica romana fino ad affermare  che la proprietà privata è un diritto naturale. Mah!
Lidia Menapace