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Tag: queer

I monoteismi cambiano (il) sesso

Autore: liberospirito 31 Lug 2017, Comments (0)

Proponiamo la lettura di un intervento di Sara Hejazi (accademica, scrittrice, giornalista italo-iraniana) apparso di recente sul sito di “MicroMega”. Affronta la questione – quanto mai attuale – del rapporto tra comunità religiose e questioni di genere. Testo da leggere e discutere, pur non condividendolo in toto (in particolare laddove si parla della possibilità di riconciliazione con il monoteismo e con le religioni patriarcali).

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Nel mondo sembra cambiare l’approccio delle religioni nei confronti dell’omosessualità, con conseguenze rivoluzionarie: i monoteismi, ormai, non sono più intenti a dare regole sessuali e a definire i ruoli maschili e femminili, ma sono impegnati a definire, di volta in volta, il rapporto tra il fedele e le innovazioni tecnologiche, sociali, culturali e ambientali.

Negli Stati Uniti, secondo i dati statistici raccolti dal Pew Research Center nel giugno del 2017, gli ultimi quindici anni hanno visto un forte aumento del favore con cui l’opinione pubblica accoglie, immagina e pensa alle unioni tra persone dello stesso sesso. Questa apertura è stata indagata anche in base all’appartenenza religiosa degli intervistati. L’84% dei buddhisti era a favore delle unioni omosessuali, seguiti dal 77% degli ebrei, dal 68% degli hinduisti, dal 57% dei cristiani cattolici e dal 42% dei musulmani.

A New York, la MCCNY (Metropolitan Community Church of New York) è solo una delle tante comunità religiose LGBTQ, la cui chiesa, durante i sermoni delle domenica tenuti dal reverendo Edgar che si autodefinisce “queer”, è gremita di fedeli.

Questo significa che negli ultimi due decenni l’omofobia è – in genere e in certe aree del Nord America e dell’Europa – diminuita a favore di una maggiore accettazione delle differenze negli orientamenti sessuali. La tendenza si riflette anche nella sfera del religioso, dove le comunità confessionali di fedeli LGBTQ sono strutturate in modo da adempiere tutte le funzioni sociali tradizionalmente svolte dalla parrocchia di quartiere: si prega, si interpretano le scritture, si dona cibo, si accolgono i rifugiati, si dà una mano a chi perde il lavoro e infine si celebrano matrimoni omosessuali secondo il rito religioso della tradizione.

Ma cos’è una comunità religiosa LGBTQ?

E’ un gruppo di persone che frequenta una chiesa, un tempio o una sinagoga e – in minor misura una sala di preghiera islamica – non solo in base al proprio credo, ma anche al proprio orientamento sessuale. Sono due, insomma, le identità a cui si fa riferimento: quella sessuale e quella spirituale.

Il binomio “religione e omosessualità” un tempo costituito da due termini in opposizione, si sta insomma, trasformando in qualcosa di nuovo: si può essere LGBTQ e praticanti, anche rimanendo dentro ai monoteismi tradizionalmente omofobi, come il Cristianesimo, l’Ebraismo e persino – seppur in forma minore- l’Islam, perché le religioni, che non sono sistemi fissi, cambiano come cambiano le culture.

1. Confini che si spostano. Religioso e secolare, pubblico e privato, monoteista e LGBTQ.

Cosa determina questo cambiamento? Il fatto che né la monogamia, né l’eterosessualità sono oggi comportamenti rilevanti economicamente e culturalmente per i nostri sistemi sociali complessi, nonostante lo siano stati per circa tredicimila anni, dalla rivoluzione del Neolitico in poi.

Antropologicamente parlando, la nostra è una specie promiscua per natura e nella preistoria la promiscuità è servita a tenere insieme le orde di ominidi prima ancora che fosse sviluppato un vero e proprio pensiero religioso.

Dal Neolitico in poi, la cui grande innovazione fu la nascita della proprietà privata insieme all’agricoltura, divenne strategico anche organizzarsi per mantenere, trasmettere e regolare questa proprietà: così nacquero le norme sessuali e sociali che regolavano il sesso; si assegnarono le persone ai generi, si assegnò ai generi un ruolo e una gerarchia precisa (gli uomini furono posizionati generalmente più in alto rispetto alle donne), i gruppi furono stratificati in classi sociali (guerrieri, sacerdoti e re furono posizionati più in alto rispetto a contadini e schiavi), progressivamente prese forma l’idea di una gerarchia divina e infine di un unico Dio sopra tutti, cioè il monoteismo.

Questa idea rispondeva a una serie di necessità materiali e immateriali delle società umane in quella precisa fase evolutiva:

– Quella di trovare un senso trascendentale a un’esistenza limitata economicamente, temporalmente, geograficamente.

– Quella di giustificare con la promessa di giustizia nell’Aldilà e nel divino le ingiustizie subite in vita, e in particolare le differenze di classe sociale e di genere, imprescindibili per mantenere l’agricoltura e la proprietà privata.

– Quella di addomesticare una natura altrimenti caotica attraverso norme, regole, discipline che derivavano dal sapere religioso ma che servivano per rendere omogenee e unite le società, scongiurando i conflitti interni.
Questo spiega perché, pur nascendo in contesti dove i rapporti omosessuali erano ampiamente praticati, i tre monoteismi hanno posto l’accento sul divieto di unirsi carnalmente a persone dello stesso sesso: l’omo-erotismo avrebbe rappresentato un problema di “sconfinamento” in società religiose che dei confini hanno fatto le proprie fondamenta: confini di genere, ma anche degli spazi. Confini tra sacro e profano, ma anche tra ciò che è giusto e sbagliato, tra ciò che è “halal”, “kosher”, “santo”, e ciò che invece è proibito, abominevole, diabolico.

Così, in ambito ebraico il Levitico ammoniva esplicitamente di “Non giacere con un uomo come faresti con una donna. E’ una cosa abominevole” (18:22); e ancora “Se un uomo giace con un altro uomo come farebbe con una donna, i due compirebbero un abominio. Dovrebbero sicuramente essere messi a morte e che il sangue si riversasse su di loro” (20:13).

Il Vangelo di Matteo è chiaro rispetto ai rapporti di coppia, che devono essere rigorosamente eterosessuali e per di più indissolubili: – Alcuni Farisei vennero da lui per metterlo alla prova. Chiesero “E’ corretto per un uomo divorziare dalla propria moglie per una ragione qualsiasi?”. “Non sapete,” rispose, “che all’inizio il creatore creò l’Uomo e la Donna e disse: per questa ragione un uomo lascerà suo padre e sua madre e sarà unito a sua moglie e i due diventeranno un’unica carne?’ Così essi non sono più due, ma uno. Non osi separare l’uomo ciò che Dio ha unito”(19:3-6)

Nel Corano ci sono diverse allusioni all’omosessualità: la più esplicita è quella in cui si parla della città di Lot sulla quale Dio fece piovere fuoco, proprio perché trattavasi di un popolo dedito all’omosessualità. “Così abbiamo portato lui e i suoi seguaci, tranne sua moglie, che era tra quelli che rimasero indietro. E gli abbiamo piovuto addosso il fuoco; considera dunque che fine fece il colpevole” (7:84)

Le religioni, come le culture, sono in costante fermento. Se negli Stati Uniti i monoteismi sembrano essere ormai in grado di esprimersi anche attraverso un linguaggio apertamente LGBTQ, questo non significa che non vi sia chi contrasta fortemente l’innovazione culturale nella religione. In questa sede, però, non interessa tanto la diatriba sulla legittimità dell’omosessualità nei monoteismi, che lasciamo agli addetti ai lavori: Rabbini, Vescovi e Imam in primis. Piuttosto, è interessante notare una rivoluzione di termini e di posizionamento del discorso sessuale nello spazio pubblico e in quello religioso.

2. Rivoluzioni sessuali.

La percezione che l’opinione pubblica ha delle sessualità si è completamente stravolta negli ultimi 20-30 anni. Che cosa è successo? Per prima cosa, la morale sessuale – che un tempo fu pubblica- si è privatizzata. Chi non si ricorda, per esempio, l’importanza pubblica delle verginità femminile? La verginità (o la sua assenza) avrebbe avuto un tempo il potere di destabilizzare intere comunità.

Allo stesso modo, però, se la condotta sessuale delle persone non è più affare della comunità, gli orientamenti sessuali entrano invece, con forza, nel discorso pubblico. Diventano, cioè, politici.

Questo succede anche alle religioni: da un lato esse si privatizzano, trasformandosi in questioni non più collettive ma strettamente intime e personali; si può scegliere una religione come in quello che Rodney Stark ha chiamato “supermarket delle fedi”; si può appartenere a una comunità religiosa senza credere, e viceversa credere senza appartenere, come ha fatto notare brillantemente Grace Davie; si possono praticare varie forme sincretiche di religione, oppure si può scegliere beatamente di essere atei.

Dall’altro lato, però, alcune forme identitarie legate alla religione diventano tratti da portare nella sfera pubblica, con una certa dose di violenza. Religione e sessualità stanno dunque facendo un percorso simile. Si privatizzano come scelte personali, tra le tante possibili; ma diventano politiche, non appena entrano nella sfera pubblica. Hanno insomma perso il loro ruolo tradizionale di tenere insieme le persone e lo hanno sostituito con un ruolo più marcatamente ideologico e politico di rappresentazione.

E qui, in questo percorso parallelo, si inserisce un’altra novità: fino a qualche decennio fa esisteva una critica omosessuale ai monoteismi intesi come sistemi patriarcali; questo faceva sì che i movimenti LBGTQ si schierassero contro le istituzioni religiose e si posizionassero sul versante del secolare, portando avanti un pensiero critico e introspettivo sul proprio rapporto con la fede, come fecero, per intenderci, intellettuali del calibro di Pier Paolo Pasolini e Michel Foucault.
Oggi questo avviene sempre meno. I movimenti LGBTQ auspicano al contrario la riconciliazione con il monoteismo, che non è messo in discussione, ma ri-aggiustato e modellato proprio nei suoi confini: non è più l’omosessualità a escludere la religione patriarcale dal proprio orizzonte identitario, ma è la religione patriarcale a includere l’omosessualità tra i suoi possibili tratti identitari.

3. Scontri di civiltà o scontri di sessualità?

Per questa constante oscillazione tra pubblico e privato, sessualità e religione giocano una partita fondamentale ai giorni nostri: sono, in fondo, indicatori di quanto un Paese è democratico o meno. Più le identità possono fare riferimento a orientamenti sessuali LBGTQ che vengono inclusi nelle religioni monoteiste, più una società si considera ed è considerata democratica.

In altre parole, la linea che divide i contemporanei “scontri di civiltà”, come avrebbe voluto Samuel Huntington, per esempio tra gli immaginari spazi di “Oriente” / “Occidente”, non è formata dagli atteggiamenti che le culture religiose hanno nei confronti della democrazia, ma quello che esse hanno nei confronti degli orientamenti sessuali e delle relazioni di genere.

Così la cittadinanza democratica contemporanea si crea ed è creata anche secondo una crescente “tolleranza della diversità sessuale”, che d’altronde segue la tradizione democratica inclusivista della diversità tout court, a seconda di chi e cosa è “diverso” o è “minoranza” in un dato spazio e tempo: per esempio, il movimento delle minoranze afro americane segnò gli anni Cinquanta-Sessanta del Novecento, poi ci fu quello femminista, quello indigeno, e via dicendo, fino a quello LGBTQ dei giorni nostri. Per diventare politiche, queste identità hanno dovuto nel tempo costruirsi e definirsi in base a caratteristiche immediatamente riconoscibili pubblicamente.

Il Diciannovesimo secolo, come ha fatto notare proprio Foucault, ha creato la categoria sociale e culturale dell’”omosessuale” distinguendola dalle altre. Lo stesso processo hanno subito le categorie sociali “nuove” per la modernità quali appunto “le donne”, “i neri” ecc. Oggi quella dell’orientamento sessuale è una categoria facilmente assimilabile all’“etnia”: per questa ragione si trovano chiese, sinagoghe, moschee connotate etnicamente, e altre invece connotate sessualmente.

L’identità nazionale sembra però aver perso terreno rispetto a quella sessuale. Le società complesse, come avrebbe detto il filosofo Edgar Morin, sono in fondo il risultato di forze identitarie centripete e centrifughe che lottano, dialogano, negoziano, si alleano o si scontrano tra loro. Sempre più nuove comunità vengono immaginate su base sessuale e locale, invece che etnico e nazionale, come accadeva nel secolo scorso.

E’ il caso della Congregation Beit Simchat Torah (CBST), la sinagoga queer, sempre a New York, che si autodefinisce “una voce progressista all’interno dell’ebraismo” per l’inclusione delle minoranze sessuali. Se tra i punti della sua “mission” si trova solo all’ultimo posto il richiamo allo stato di Israele, al primissimo posto c’è l’offerta di servizi sia “tradizionali” sia “liberali”. Cosa significa? Che si tratta di uno spazio sia prettamente religioso, sia puramente sociale, dove si può – per esempio- pregare, e al contempo ricevere assistenza psicologica.

I matrimoni omosessuali tra fedeli musulmani sono più frequenti di quello che si pensa, specie in gran Bretagna, dopo che le unioni civili sono diventate legali nel 2014. L’attivista britannica transgender Asifa Lahore spiega di aver assistito a centinaia di unioni omosessuali con rito religioso islamico, negli ultimi anni. Per le comunità musulmane, tuttavia, vere e proprie sale di preghiera connotate come LGBTQ sono una questione più controversa anche negli Stati Uniti, rispetto agli altri due monoteismi.

Una delle ragioni di questo è, di nuovo, la narrazione di “scontro di civiltà” che fa da cornice nella costruzione della religione islamica nei Paesi Occidentali. In questo contesto è già difficile per i musulmani creare spazi di preghiera e culto nelle città. Ancora più complesso sarebbe creare luoghi ad hoc per i fedeli LGBTQ.

All’interno della religione islamica poi, l’omosessualità non è solo letta come “peccato” in termini di condotta del fedele musulmano; è anche, e forse soprattutto, un peccato di ordine culturale: l’omosessualità è spesso associata ad una deriva da contatto con l’Occidente per l’immigrato musulmano: una sorta di corruzione culturale post-colonialista.

4. I monoteismi del futuro saranno gay-friendly?

I monoteismi del futuro saranno altamente frammentati, più che gay-friendly. Questo è un passaggio evolutivo cruciale per la nostra specie. Man mano che più persone avranno accesso ai saperi religiosi che – ricordiamo- un tempo erano materia per pochissimi eletti, le religioni diverranno sistemi adattabili e flessibili su misura di ogni singolo fedele. Saranno dunque gay- friendly o estremamente omofobi; saranno inclusivisti o estremamente chiusi; sposeranno le cause più disparate; inneggeranno alla pace così come alla violenza. Smetteranno però – nei prossimi decenni- di essere ancorate ai generi sessuali come lo sono state per millenni.

Se, come dice Anna Rosin, l’era del maschio è finita, anche l’era della femmina non sta andando granché bene. Inizierà dunque un’Era religiosa a-sessuata, dove i monoteismi non saranno più intenti a dare regole sessuali e a definire i ruoli maschili e femminili, ma saranno piuttosto impegnati a definire, di volta in volta, il rapporto tra il fedele e le innovazioni tecnologiche, sociali, culturali, ambientali che sempre più si presenteranno come un’emergenza per la nostra specie.

 Sara Hejazi

Per un femminismo del 99%

Autore: liberospirito 22 Feb 2017, Comments (0)

“Aspettando l’8 marzo”, così potremmo sottotitolare l’intervento di un gruppo di femministe (fra cui ricordiamo Angela Davis). Il titolo originale del testo allude al «noi siamo il 99 per cento», che è stato uno degli slogan di Occupy Wall Street. Come dire: dell’esperienza dei movimenti ciò che non è morto sa riemergere, al momento opportuno, e farsi sentire. Abbiamo ricavato il testo da http://www.controlacrisi.org.

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Le immense manifestazioni di donne del 21 Gennaio possono rappresentare l’inizio di una nuova ondata di lotte femministe militanti. Ma quale sarà esattamente il loro obiettivo? Dal nostro punto di vista, non è sufficiente opporsi a Trump e alle sue politiche aggressivamente misogine, omofobiche, transfobiche e razziste; bisogna anche rispondere agli attacchi del neoliberismo progressista allo stato sociale e ai diritti del lavoro. Mentre la misoginia spudorata di Trump ha rappresentato la miccia per la risposta massiccia del 21 Gennaio, l’attacco alle donne (e a tutti i lavoratori) è di gran lunga precedente alla sua amministrazione. Le condizioni di vita delle donne, specialmente quelle delle donne di colore e lavoratrici, disoccupate e migranti, sono state costantemente deteriorate negli ultimi 30 anni, a causa della finanziarizzazione e della globalizzazione capitalista. Il femminismo del “farsi avanti” e le altre varianti del femminismo della donna in carriera hanno abbandonato al loro destino la stragrande maggioranza di noi, che non ha accesso all’autopromozione e all’avanzamento individuale e le cui condizioni di vita possono essere migliorate solo attraverso politiche che difendono la riproduzione sociale, la giustizia riproduttiva e la garanzia dei diritti sul lavoro. La nuova ondata di mobilitazione delle donne deve affrontare tutti questi aspetti in maniera frontale. Deve essere un femminismo del 99%.
Il tipo di femminismo che vogliamo sta già emergendo a livello internazionale, nelle lotte di tutto il mondo: dallo sciopero delle donne in Polonia contro l’abolizione dell’aborto allo sciopero e alle marce in America Latina contro la violenza maschile; dalla grande manifestazione di donne dello scorso Novembre in Italia alle proteste in difesa dei diritti riproduttivi in Sud Corea e Irlanda. L’aspetto sorprendente di queste mobilitazioni è che molte di esse hanno unito la lotta contro la violenza all’opposizione alla precarizzazione del lavoro e alla disparità salariale, e allo stesso tempo si oppongono anche all’omofobia, alla transfobia e alle politiche xenofobiche sull’immigrazione. Nel loro insieme annunciano un nuovo movimento femminista internazionale con un’agenda inclusiva – allo stesso tempo antirazzista, anti-imperialista, anti-eterosessista, anti-neoliberista.
Vogliamo contribuire allo sviluppo di questo nuovo movimento femminista più inclusivo.
Come primo passo, proponiamo di sostenere la costruzione di uno sciopero internazionale contro la violenza maschile e in difesa dei diritti di riproduzione l’8 Marzo. Per questo, vogliamo unirci ai gruppi femministi che hanno convocato questo sciopero da circa 30 paesi in tutto il mondo. L’idea è di mobilitare donne, donne transgender e tutti coloro che le sostengono in un giorno di lotta internazionale – un giorno di sciopero, di manifestazioni, di blocchi di strade, ponti e piazze, di astensione dal lavoro domestico, di cura e sessuale, di boicottaggio, di proteste contro aziende e politici misogini, di scioperi nelle istituzioni educative. Queste azioni hanno lo scopo di rendere visibili i bisogni e le aspirazioni di coloro che sono state ignorate dal femminismo della donna in carriera: le lavoratrici nel mercato del lavoro formale, le donne che lavorano nella sfera della riproduzione sociale e della cura, le donne disoccupate e le donne precarie.
Nell’abbracciare un femminismo del 99%, prendiamo ispirazione dalla coalizione Argentina Ni Una Menos. La violenza sulle donne, come loro la definiscono, ha molte facce: è violenza domestica ma anche violenza del mercato, del debito, dei rapporti di proprietà capitalistici, e dello stato; la violenza delle politiche discriminatorie contro donne lesbiche, trans e queer, la violenza dello Stato nella criminalizzazione dei movimenti migratori, la violenza delle incarcerazioni di massa e la violenza istituzionale contro i corpi delle donne attraverso la criminalizzazione dell’aborto e l’assenza di accesso a sanità e aborto gratuiti. La loro prospettiva ispira la nostra determinazione a opporci agli attacchi istituzionali, politici, culturali e economici contro le donne musulmane e migranti, contro le donne di colore e le donne lavoratrici e disoccupate, contro le donne lesbiche, trans e queer.
Le marce delle donne del 21 Gennaio hanno mostrato che anche negli Stati Uniti potremmo assistere alla nascita di nuovo movimento femminista. È importante non perdere questo slancio. Uniamoci insieme l’8 Marzo per scioperare, manifestare e protestare. Usiamo l’occasione di questa giornata internazionale per farla finita con il femminismo della donna in carriera e per costruire al suo posto un femminismo del 99%, un femminismo dal basso e anticapitalista – un femminismo in solidarietà con le donne lavoratrici, le loro famiglie e i loro alleati in tutto il mondo.

Cinzia Arruzza
Tithi Bhattacharya
Angela Davis
Nancy Fraser
Keeanga-Yamahtta Taylor
Linda Martín Alcoff
Rasmea Yousef Odeh

Ai primi di gennaio le varie agenzie di stampa hanno diramato notizie circa plurimi episodi di molestie sessuali avvenute a Capodanno in Germania, nella città di Colonia, ad opera di gruppi di nordafricani. Improvvisamente i settori più retrivi in Europa, se non esplicitamente reazionari, hanno scoperto la loro vocazione femminista, scagliandosi contro i responsabili e in difesa delle donne, con commenti del tipo: «Sono aggressioni di uomini islamici contro donne occidentali». Dopo le reazioni umorali è bene riflettere su quanto accaduto. Condividiamo quanto scrive in proposito Eretica (precaria, anarchica, queer) su “Il Fatto quotidiano”.

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In qualunque stazione – di bus e treni – sono frequenti gli scippi per mano di chi approfitta della confusione per derubarti. Il metodo è sempre lo stesso: due o tre persone si avvicinano. Quando tante persone premono sul tuo corpo non ti rendi conto del fatto che ti stanno derubando. Alla stazione di Palermo, Roma, Bologna, Napoli, Firenze, Milano, gli scippi avvengono per mano di persone del luogo o anche no. Quello che li lega è il fatto che commettono crimini per fare soldi. Il crimine non è di tipo etnico. Lo scippo è una spiacevole faccenda che riguarda il mondo intero. Sui mezzi pubblici poi non passa giorno in cui non sia tastata, spremuta, strofinata, molestata, una donna. Si tratta di molestie, e anche queste riguardano il mondo intero.

In una città del sud, e non parlo per stereotipi ma solo di quel che conosco, è la notte di Capodanno, alcuni ragazzini e adulti giocano con i petardi. Il loro massimo divertimento è quello di farli scoppiare sotto i piedi delle ragazze di passaggio. Il toccamento di culo in branco è di rito. In qualche caso, invece che con i petardi, a volte vorrebbero sorprenderti con una bomba rudimentale. Nessuno però solleva il problema in Italia. Nessuno attribuisce un significato particolare all’uso dell’armamentario tipico di chi non teme di farsi saltare un braccio per festeggiare il Capodanno come si deve. Se quello che è successo a Colonia ad alcune persone è sembrata una prova di guerra, si fossero trovati a sud quella notte, avrebbero pensato di stare sotto i bombardamenti a Beirut?

Roma: qualche anno fa una ragazza denunciò di essere stata stuprata da un romano, la notte di Capodanno. Altre donne hanno denunciato la stessa cosa in altre occasioni festive ma in quel caso chi oggi si spertica per applaudire propositi di blocco dei flussi migratori, disse che era colpa delle ragazze che vanno in giro svestite e che provocano. Qualcuno diceva che gli uomini sono naturalmente predatori e le donne sanno a cosa vanno incontro. Dissero che se una donna è ubriaca, per quanto non sia esplicitato il consenso pieno, allora non si può chiamare stupro. Per quelle che hanno denunciato di aver subito molestie durante un concerto o in discoteca la giustificazione è sempre stata la stessa: le donne sono immorali, guarda come vanno conciate.

In quei casi non si parla della religione di chi viene accusato di stupro. Non si parla della loro nazionalità quando, ad esempio, come è avvenuto a Vicenza, ad essere denunciati per stupro sono militari americani in libera uscita. E che dire della reazione alla denuncia al militare de L’Aquila, inviato per garantire la sicurezza del territorio, che lasciò distesa sulla neve, fuori da una discoteca, una ragazza stuprata, gravemente ferita e sanguinante. Quali reazioni su accuse o condanne di violenza sessuale che riguardavano tutori dell’ordine, uomini in divisa che, per esempio, per un permesso di soggiorno chiedevano prestazioni sessuali? E sapete quante sono le donne straniere, turiste o migranti, stuprate da branchi di italiani, europei, occidentali?

Cosa voglio dire? Che anche per i fatti di Colonia, così come di altre città tedesche o di altre nazioni del nord i cui abitanti sono improvvisamente colti da isteria collettiva (amiche scrivono: nulla di nuovo sotto il sole! Do you remember stupri all’OktoberFest?), serve concentrarsi sulla ragione della violenza, delle molestie, senza tirare in ballo il presunto difetto di cultura di gente dell’Islam, generalizzando in modo razzista. Quando a molestare o a stuprare in branco sono persone di cultura “cristiana” non demonizziamo milioni di persone d’occidente. Se un molestatore è musulmano ciò non vuol dire che tutti i musulmani sono molestatori. Attribuire la violenza misogina solo a uomini di una particolare etnia fornisce l’alibi a chi mette in discussione il fatto che quella è una trasversale violenza di genere e non si fa altro che legittimare le politiche razziste di Paesi che farebbero di tutto pur di negare l’ingresso a chi ha bisogno di una speranza di futuro. Non si fa altro che avallare le tesi di chi pronuncia il mantra della superiorità culturale di chi vorrebbe “salvare” le donne strappando loro il velo dalla testa.

Che la faccenda sia trattata in modo viziato lo si capisce dal fatto che:

– Tra le persone identificate, tra cui anche tedeschi, nessuno, almeno fino ad ora, è collegato a stupri e molestie sessuali. Ma anche se lo fossero la questione non cambia.
– In Belgio, il ministro che si occupa di migranti, ha proposto di istituire un corso di “rispetto per le donne” da rivolgere solo agli stranieri. Quel ministro è di destra. Le femministe lo contestano. A tal proposito sarei molto felice di sapere che finalmente gli anti/gender capiscono l’importanza di un corso di educazione al rispetto dei generi da farsi nelle scuole, rivolto a tutti. Perché il sessismo non è di un’etnia ma riguarda tutti.
– A chi chiede dove stanno le femministe dico che non stanno dalla parte delle destre, di sicuro, ma rigiro la domanda e chiedo: dove eravate voi quando le donne denunciavano di essere molestate o stuprate da italiani?
– A chi parla di rispetto per l’autodeterminazione delle donne chiedo se saranno a sfilare in corteo al “family day”: ci chiamerete “assassine” perché parliamo di aborto? Ci direte che siamo malate se parliamo di famiglie omogenitoriali? Perché la violenza di genere ha molte forme e se decidete – il che è fantastico – di avere rispetto, laicamente, della libertà di scelta delle donne, allora dovreste averne rispetto sempre.

La questione è molto semplice. Dato che finalmente siete così attenti alle rivendicazioni delle donne dateci una ulteriore dimostrazione di buona volontà. Se siete contro la violenza di genere non dite che siamo le “vostre” donne giacché non apparteniamo a nessuno, che sia uomo, patria, nazione, religione. Se siete per il rispetto dei nostri corpi allora lasciateci la libertà di gestirli come vogliamo e informatevi meglio su quel che vuol dire “consenso”. Se ci sentiamo offese perché un italiano ci molesta, o ci insulta con un linguaggio sessista, non diteci che non abbiamo abbastanza senso dell’umorismo. Evitate poi di usare le violenze fuori casa per allontanare l’attenzione dalle tantissime violenze in casa e per mano di persone conosciute, fidanzati, ex, genitori, parenti vari.

A chi dice che l’attacco a Colonia, e in altre città, sia una tecnica di guerra, scontro di civiltà, contro il nostro civilissimo (si, come no!) stile di vita, ricordo che quello di cui evitano di parlare si chiama violenza di genere. Le donne sono vittime di aggressioni, stupri, violenze, in tempi di pace e di guerra e non serve che paesi noti per aver colonizzato altre nazioni, usando lo stupro come arma di guerra, oggi attribuiscano ad altri quel che hanno commesso i propri eserciti. Parlare di guerra dell’Islam all’Occidente, usando l’allarmismo all’insegna di un “salviamo le nostre donne”, è solo uno dei tanti modi in cui le donne vengono usate per realizzare politiche neocolonialiste e razziste. Un po’ come quando iniziò la guerra in Afghanistan per salvare le donne oppresse. Peccato che poi furono consegnate a un governo ancor più violentemente misogino. Ricordate poi che la stessa cosa si diceva degli italiani, un tempo, accusati di essere ladri e stupratori. Ma si sa che abbiamo la memoria corta.

Infine cito le ragazze di “Hollaback-Italia” (movimento internazionale contro le molestie in strada) che scrivono:

Grazie al lavoro di raccolta che facciamo sul nostro blog dal 2012 e dalla recente pubblicazione della prima indagine internazionale e multiculturale sulle molestie in strada, abbiamo dati concreti per dire che la cultura dello stupro esiste da tempo ed è ben radicata sia in Germania, che in Italia, che in Europa o Nord America. Le molestie in strada e le aggressioni sono sempre tantissime e non dipendono dall’etnia, come asseriscono molte persone in questi giorni di dibattito. Rivendicare il proprio corpo, il proprio spazio pubblico è d’obbligo, ad oggi, soprattutto per ricordare che le donne non sono terreno di speculazione razzista o politica, come sembrano pensare molte persone che, dall’alto, ci compatiscono e additano all’uomo nero da confinare. L’uomo nero ha tanti colori e vive tra noi da tempo.

Eretica

 

Ancora a proposito del convegno di Arcidosso: pubblichiamo alcune riflessioni sulle quattro relazioni da parte di una persona che ha seguito e partecipato alla giornata di studio.

estate 15 - convegno + sardegna 008

Ho seguito sin dall’inizio la storia di questo “liberospirito”, la ricerca puntigliosa, costante e senza fretta di tutte quelle parole, sparpagliate in giro per il mondo, nate dal bisogno che non si esaurisce di porsi domande, di far traballare le certezze e spingersi in territori dove l’essere umano trova un valore, interiore ed esteriore, nel suo sentire più intimo e nella pratica della vita, che attraversa il tempo tessendo ponti tra passato e futuro.

Negli anni si è andato raccogliendo tutto il materiale – e ancora si raccoglie – che costituisce quella sorta di biblioteca on line che è liberospirito.org. Ma dietro gli scaffali, virtuali o meno, di una biblioteca ci sono sempre persone e il loro lavoro. Dietro quelli di una biblioteca così specifica c’è anche la passione, la ricerca e la messa in gioco personali.

Il convegno estivo ad Arcidosso è stata la prima uscita allo scoperto di queste persone che per iniziare hanno scelto quel territorio geografico proprio perché fu il luogo dove, a suo tempo, una delle ultime figure eretiche in Italia visse e creò un’esperienza di vita comunitaria. Il monte Labbro di David Lazzaretti dista infatti pochi chilometri dal comune di Arcidosso e la figura di Lazzaretti è stato anche l’argomento di uno degli interventi della giornata, uno dei due che nel pomeriggio portavano “persone ad esempio” e non solo pensiero teorico come spunti per riflettere e discutere.

David Lazzaretti e Simone Weil a me che ascoltavo sono parsi accomunati dalla ricerca di una verità assoluta costi quello che costi, seppure in maniere completamente diverse, vuoi per l’epoca storica (XIX secolo per l’uno, XX per l’altra), per la storia personale, le differenze culturali e per essere uno uomo e l’altra donna.

Vado a memoria e quel che racconto è ciò che è rimasto in me, che poche parole appuntate su un foglio rievocano ma che, in fondo, penso sia la finalità ultima di operazioni di questo genere: quel che ti hanno lasciato, che è rimasto.

In entrambi ho sentito risuonare la bellezza dell’universo. In un Lazzaretti che, se non sbaglio, parlava di noi umani come “addetti alla manutenzione dell’universo” mi sembra che bellezza significhi “fare le cose necessarie” e farle fino in fondo, allo stesso modo mi par di vedere la bellezza di una figura quale quella di Simone Weil – o quantomeno così mi è arrivata attraverso l’intenso parlare di Monica Giorgi –  proprio nel suo provare ad uscire da quella teoria che le veniva così bene per sperimentare con tutta sé stessa, fare esperienza pratica del suo pensiero, come se proprio grazie a quel corpo maldestro facesse le esperienze più profonde, confermasse sé a sé stessa, si legasse al corpo dell’universo fatto di corpi e vi trovasse sacralità.

Ognuno di noi procede poi per libere associazioni e Lazzaretti – attraverso le parole di Mauro Chiappini, che ricordava l’essenzialità per quell’uomo del rapporto con la morte – così come quel voler andare così a fondo della Weil, mi hanno riportato alla figura di un mistico molto più noto quale è stato Francesco d’Assisi e al suo cantico delle creature come lode assoluta della vita in tutti gli aspetti, arrivando a ringraziare anche per sora nostra morte corporale, oltrepassando così, in un balzo, il binomio vita/morte e aprendo un varco verso un’unica ininterrotta esperienza di vita-morte.

Gli interventi della mattinata li definirei di stampo teorico tra virgolette, perché l’impegno dei due relatori nel fare discorsi molto forti e appassionati ha avuto il pregio di avvicinare così bene il loro pensiero a noi che ascoltavamo da far vivere quel che dicevano come “la storia che ha portato alla nostra necessità”.

Federico Battistutta ha gettato uno sguardo storico, ampio e articolato, sul fenomeno religioso sottolineando che se le umane costruzioni, incluse quelle religiose, hanno sempre avuto un inizio e una fine, non si può dire la stessa cosa del bisogno che ci caratterizza di dare una spiegazione al mistero della vita-morte. Ha inteso dire, per farla semplice, che un conto sono le confessioni religiose con tutte le loro chiese e le loro storie, un conto è la religione come bisogno, come ricerca che ci accompagna da quando, al principio dei tempi, incominciammo a comprendere che la nostra vita ha una fine e tutto affonda nel mistero.

Il cuore del pensiero di Federico mi è parso essere proprio questo: la ricerca di una religione prima delle religioni, una ricerca nel passato più arcaico per gettare ponti verso un futuro sconosciuto di cui abbiamo nostalgia e necessità. In questo modo la religione assolverebbe al suo compito principale che sta proprio – come il significato etimologico della parola ci insegna – nel  religare, legare, gettare fili che uniscono passato a futuro attraversando il presente, con il sogno che si fa materia concreta di sperimentazione di un esistere ampio e inclusivo di diversità, siano esse di specie come di genere.

Elisabeth Green ha sviluppato la sua relazione rimanendo volutamente in ambito cristiano – territorio che ben conosce essendo pastora battista – ma osservandolo con l’ottica del riciclo, ossia di uno sguardo attento che tiene il buono e getta l’inutile.  Ho trovato il suo discorso estremamente proficuo per capire meglio “come sono andate le cose” all’interno di quella cultura religiosa di cui, tutti noi in Europa, siamo figli nostro malgrado. Così mi si è chiarito come la religione cristiana sia stata e sia sostanzialmente legata all’egemonia patriarcale nella quale l’oppressione – soprattutto femminile – ha avuto un ruolo complesso e variegato. La chiesa patriarcale a suo tempo ha creato da un lato la povertà, sostenendo la divisione gerarchica in classi sociali, e dall’altro la normalizzazione della sessualità, arrivando alla pretesa religiosa di normalizzare Dio.

E’stato il movimento femminista – ci racconta Elisabeth in maniera precisa e articolata – che, denunciando la connivenza delle chiese con l’oppressione delle donne, ha innestato l’autocritica del messaggio cristiano che oggi, nelle sue forme più interessanti e all’avanguardia, include la presenza di quello che lei chiama “popolo queer”, il portatore di diversità, di tutto ciò che non sta nella normalizzazione del potere, il Dio straniero, la seconda venuta di Cristo. Il messaggio cristiano è passato nei secoli come portatore della verità unica, oggi è arrivato il tempo di vedere le cose in maniera pluricentrica, inclusiva e destabilizzante quale a mio avviso è sempre stata la figura di Gesù, queer per eccellenza.

Forse tutti noi cerchiamo risposte che ci aiutino a gestire l’esistenza, sicuramente io le ho cercate. Oggi che ormai la vecchiaia è alle porte della mia vita, mi trovo ad avere bisogno dell’esatto contrario, ad avere necessità di spostarmi continuamente dalle certezze e aprire, aprire spiragli che mi permettano altri punti di vista, come se questa fosse per me una risorsa vitale, energia buona a cui attingere. Di questo la giornata del 4 luglio ad Arcidosso è stata molto ricca.

 Silvia Papi

 P.S. : Sul dizionario inglese per il termine queer ho trovato questi significati: strano, inusuale, ciò che causa dubbio, fuori dall’ordine e, in linguaggio slang, per dire di persona omosessuale.