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Tag: punk

Lettera dal carcere di una Pussy Riot

Autore: liberospirito 24 Lug 2013, Comments (0)

Come alcuni ricorderanno (ne abbiamo parlato su questo blog all’incirca un anno fa) Nadezhda Tolokonnikova e Maria Alyokhina, membri del gruppo Pussy Riot, sono state condannate a due anni di colonia penale per una “preghiera punk” pronunciata nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca. Si trattava di una sorta di invocazione a Theotókos (Madre di Dio, la Beata Vergine Maria), affinché “cacciasse Putin”. Il ritornello era su una musica di Rachmaninov; la canzone menzionava anche il patriarca russo Cirillo I, definendolo come colui che crede più a Putin che a Dio.

E’ dell’altro giorno la notizia di un appello (coordinato da Amnesty International) sottoscritto da un centinaio di personaggi dello spettacolo in favore delle Pussy Riot imprigionate. Si va da Joan Baez a Yoko Ono,dai Clash a Bono, da Angelique Kidjo a Youssou N’Dour, da Peter Gabriel a Björk, passando per Madonna.

Sempre Amnesty International ha reso noto una lettera dal carcere scritta da Nadezhda Tolokonnikova che, qui sotto, riproduciamo in base al principio di difendere la libertà ovunque.

Tolokonnikova, a member of the female punk band "Pussy Riot", is escorted to a police van after a court hearing in Moscow


Cari amici!

Grazie per il vostro sostegno! So che la vita è diventata molto difficile, il che mi fa apprezzare tanto più che abbiate trovato il tempo, la forza e la volontà di sostenerci.
Voglio credere che la mia prigionia e quella di Maria non siano inutili e che aiuta coloro che vedono e capiscono la situazione della Russia odierna.
Mi sento in debito con tutti coloro i quali in un certo momento sono intervenuti in nostro favore. Sappiate che, nonostante la condanna illegale, le vostre azioni non sono state inutili. Ogni parola – anche se non in modo immediato – porta cambiamenti, ha una certa influenza sul processo politico. Che cosa succede a noi prende senso da ognuna delle vostre azioni. Sono immensamente grata per questo.
Cordiali saluti,

Nadya

Pussy Riot: il re è nudo!

Autore: liberospirito 19 Ago 2012, Comments (0)

Colpevoli di teppismo a sfondo religioso. Così per i giudici di Mosca è la performance anti-Putin delle Pussy Riot nella cattedrale di Mosca. Molti media, oltre a documentare l’avvenimento, hanno dato spazio alla denuncia, da parte delle più diverse figure (politici, intellettuali, pop-star), di questa sentenza che limita spaventosamente la libertà di espressione. A noi qui interessa cogliere una contraddizione (in realtà solo apparente, di fatto ben congeniale al funzionamento del sistema-Russia) tra uno stato, formalmente laico, che si erge a difensore della Chiesa (secondo il principio che tutti sono uguali davanti alla legge ma alcuni lo sono più degli altri) e una Chiesa – quella ortodossa nello specifico – la quale trova motivo di indignazione per l’esibizione delle giovani punk ma non per l’indecente amministrazione del potere sul territorio russo, con tutte le commistioni fra politica, economia e organizzazioni mafiose, le quali con l’introduzione dell’economia di mercato hanno finalmente potuto compiere il salto di qualità. Hanno ragione le Pussy Riot a dire che – nonostante tutto e tutti – hanno vinto loro. Come nella fiaba di Andersen hanno mostrato al mondo che il re è nudo! Pubblichiamo di seguito la riflessione di Alberto Piccinini, apparsa ieri sul quotidiano “Il manifesto”  (www.ilmanifesto.it).

La traccia di rossetto colpisce ancora

Qualcosa come trent’anni fa lo storico americano Greil Marcus ci aveva spiegato che il punk era in realtà una «percorso segreto» inscritto nel cuore della cultura occidentale. Un filo rosso che univa gli eretici medievali al movimento Dada, i situazionisti a Johnny Rotten dei Sex Pistols e ai suoi due versi d’esordio vomitati in un disco del 1976: «Sono un anticristo/ sono un anarchico».
Roba da museo. Il punk che conosciamo bene era nato in Inghilterra tra il 1976 e il 1977, una vita fa. La cronaca dell’epoca ci restituisce una specie di esperimento di laboratorio compiuto da gente come Malcolm Mc Laren e Vivenne Westwood (che creò i vestiti e le spille), e Bernie Rhodes, il manager trotskista dei Clash. Erano sufficientemente cresciuti per aver visto il maggio francese, aver letto di fretta Debord e Vaneigem, conosciuto il teatro, la guerriglia di strada e il rock’n’roll. Provato a «creare situazioni ovvero momenti della vita, concretamente e deliberatamente costruiti mediante
l’organizzazione collettiva di un ambiente unitario e di un gioco d’avvenimenti». C’è scritto tutto, anche su Wikipedia.
Nel frattempo, in mancanza di meglio, ci eravamo abituati a cercare il punk nei posti più strani del pianeta: tra i metallari perseguitati dalle autorità religiose e politiche in Medioriente o tra i rockers cinesi, laddove una presa di parola, un gesto, una smorfia, potesse rappresentare una sorpresa e un rischio. E adesso in un collettivo politico-artistico come le Pussy Riot, che ci rimandano ancora a un’intera antologia delle (nostre) buone letture: La società dello spettacolo, Judith Butler e il femminismo radicale, le fanzine delle Riot Girls americane anni ’90, la maglietta «No pasaran» col pugno chiuso disegnato sotto, vista ieri in televisione durante la lettura della sentenza.
A parte questo, noi un gruppo di ragazzine così mascherate le avremmo viste suonare in un piccolo club. E dopo qualche tempo le avremmo beccate in televisione, più probabilmente su youtube,
scambiato da migliaia o milioni di pagine facebook. Le avremmo apprezzate a teatro, alla Biennale d’arte. Ci sarebbero state polemiche. Pazienza. Ma se invece quel gruppo fosse entrato in una grande
chiesa di Roma a mimare un crudo pezzo punk il cui ritornello proclamava: «Maria Vergine, madre di Dio, liberaci di Berlusconi», o di Monti o di chi altro volete, potrei scrivere per filo e segno le dichiarazioni di Giovanardi, Casini e i distinguo di Bersani, il giorno dopo. Difficile immaginare per loro tanta solidarietà come quella attirata dalla Pussy Riot da tutto il mondo. Non l’avrebbero passata liscia, in tribunale.
«Pensavamo che la Chiesa amasse tutti i suoi figli – ha dichiarato durante il processo una delle Pussy Riot – non solo quelli che votano Putin». Se dicono che hanno vinto il processo in cui le hanno condannate a due anni è perchè le uniche che hanno saputo condurre il gioco della comunicazione fino in fondo, sono loro. Resteranno come un «istantaneo classico nella storia della dissidenza», ha commentato il giornalista David Remnick, biografo di Obama e autore di un monumentale e recente pezzo su Bruce Springsteen e la coscienza politica di un ricco musicista, pubblicato dal “New Yorker”. E dissidenza è un vocabolo esotico, ma preciso. L’esotismo delle Pussy Riot, combattenti contro Putin, ce le rende troppo lontane. Ma il punk non è una questione lontana. E’ una questione
Nostra.
In serata la Rete, attraverso il sito del “Guardian”, diffonde le note della loro nuova canzone: «Putin accendi la luce», più o meno. Il juke box si fa globale. Quando le Pussy Riot dichiarano che non faranno mai un vero concerto in un club o in una sala (le loro performance, oltre che la chiesa, hanno avuto come location il piazzale di una prigione e la Piazza Rossa), rileggono per l’ennesima volta il rapporto arte/politica sul quale ci si è rotti la testa in tanti, e qualcuno la vita ce l’ha pure lasciata. Dedicato ai rivoluzionari che hanno lasciato nella storia anche soltanto una «traccia di rossetto». Come il titolo di quel vecchio libro di Greil Marcus.

Alberto Piccinini