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Tag: profughi

Riportiamo alcune dichiarazioni rilasciate da Alex Zanotelli nella puntata trasmessa venerdì 4 agosto di ‘In onda’, su La 7 (noi riprendiamo il testo da http://it.blastingnews.com).  L’intervista riguardava gli sviluppi di questi ultimi giorni circa gli sbarchi dei profughi e la campagna in corso contro le ONG. Ecco alcune parti salienti di ciò che è stato detto.

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Sui migranti un giorno diranno di noi quello che noi diciamo dei nazisti e della Shoah 

Alex Zanotelli ha esordito dicendo: “Mi dispiace vedere che questo attacco alle ONG che si sta ripetendo in tutta Europa è funzionale a tutto un discorso che ha il sottofondo del razzismo. C’è tutto un sottofondo che sta emergendo e non ho problemi a dire che il razzismo sta crescendo. Questo fa chi si esprime mettendo sospetti sulle ONG, le quali invece tentano di fare un lavoro che gli Stati europei dovrebbero fare. In questo Mediterraneo ci sono seppellite più 50.000 persone. Penso che un giorno diranno di noi di quello che noi diciamo della Shoah e dei nazisti, perché abbiamo assistito a questo scempio incredibile. E’ ora che ci svegliamo e prendiamo un’iniziativa”.

Abbiamo costretto l’Africa ad accordi che porteranno ancora più fame: ci saranno altri 50 milioni di profughi

Poi Zanotelli ha proseguito, commentando una recente dichiarazione di Matteo Renzi: “A me è spiaciuto leggere che Renzi sia andato a prendere dalla Lega la frase ‘aiutiamolo a casa loro’. Ma magari li aiutassimo a casa loro, ma come può un governo come quello italiano dire questo dopo aver tagliato i fondi alla cooperazione, che è ai minimi termini. Non solo: facciamo una politica che è quella dei nostri affari, delle banche, dell’ENI e di Finmeccanica. Il problema è politico: noi come Italia ed Europa stiamo strozzando l’Africa con gli EPA (Economic Partnership Agreement), ovvero accordi forzati sull’Africa, che non li voleva, con i quali obbligheremo i paesi africani a togliere i dazi, mentre la nostra agricoltura è sovvenzionata da 50 miliardi di euro all’anno. Saremo capaci di svendere i nostri prodotti in Africa, ma gli africani non potranno competere e faranno la fame. Dopo ci sarà certamente molta più fame di prima. Io cito l’ONU e dico che entro il 2050 i 3/4 dell’Africa sarà non abitabile e l’ONU si aspetta 250 milioni di profughi climatici, di cui 50 milioni dalla sola Africa. Queste sono le prospettive che dobbiamo aspettarci. O il mondo diventa più solidale o saremo destinati a sbranarci vicendevolmente”.

Vogliono screditare le ONG, non possiamo fermare migranti consegnandoli a carnefici: è da criminali

“L’obiettivo è screditare le ONG e fa parte di un clima generale che c’è in Europa di chi non vuole accogliere i migranti, sono mesi e mesi che ciò sta accadendo. Eppure su 70 milioni di migranti nel mondo buona parte neanche viene da noi, l’86% resta nel sud del mondo. Dovremmo vergognarci. Un passaggio importante è quello libico: non abbiamo ancora imparato come Italia che dobbiamo starcene lontani dalla Libia? I libici ci odiano a morte, noi abbiamo sulla coscienza un colonialismo terribile, durante l’occupazione abbiamo fucilato e impiccato 100.000 libici, poi abbiamo fatto una guerra contro Gheddafi che doveva essere amico di Berlusconi. Ma davvero dobbiamo inviare navi adesso e pensare che possiamo fermare i migranti consegnandoli a dei carnefici? A me viene in mente la parola ‘criminali’. Dobbiamo solo vergognarci come europei e come italiani per quello che sta accadendo”.

L’Italia ha le sue responsabilità: sta vendendo armi a tutti

Infine Zanotelli ha precisato: “Il fatto che si salga su una nave e si controlli è normale, uno Stato fa il suo dovere, il problema non è quello. Ma dobbiamo difendere assolutamente la gente che muore in mare. E non illudiamoci che si fermeranno, perché continueranno ad arrivare da tutte le parti. Abbiamo dato 6 milioni di euro ad Erdogan per fermare 3 milioni di siriani, ma loro, finita la guerra, vorranno tornare nella loro patria: non è che scappano a cuor leggero. Ma perché noi come italiani non ci domandiamo quali sono le nostre responsabilità in queste guerre visto che stiamo vendendo le armi a tutti?”. Zanotelli ha poi concluso: “Io sono perplesso perché stanno cercando di screditare chi prova a dare una mano del Mediterraneo”.

Lo stagno dove sguazza il terrorismo

Autore: liberospirito 25 Mar 2016, Comments (0)

Proponiamo un intervento di Guido Viale (apparso su comune-info.net) riguardante i recenti attentati a Bruxelles. Il pregio dell’articolo è quello di riuscire a mettere in relazione gli attentati islamisti non solo con le guerre in corso in Medio Oriente, come tendono a fare in molti, con gli effetti più immediati che provoca (flussi di migranti verso l’Europa), ma collocandola in un contesto più ampio, come la crisi globale sia economica che ecologica.

Soldiers patrol the Rue Neuve pedestrian shopping street in Brussels on November 21, 2015. All metro train stations in Brussels will be closed on November 21, the city's public transport network said after Belgium raised the capital's terror alert to the highest level, warning of an "imminent threat". As Europe tightens security a week on from the jihadist attacks in Paris that left 130 people dead, Belgium's OCAM national crisis centre raised its alert level to 4 early on November 21, "signifying a very serious threat for the Brussels region". AFP PHOTO / JOHN THYS        (Photo credit should read JOHN THYS/AFP/Getty Images)

Il cordoglio e la pietà per le vittime degli attentati di Bruxelles dovrebbero renderci più umani e non più feroci nell’affrontare il vero conflitto con cui dobbiamo misurarci se vogliamo prosciugare lo stagno dove sguazza il terrorismo islamista: quel conflitto verso i profughi che rende l’Europa così fragile e debole.

L’urgenza di difenderci non deve farci dimenticare che il terrorismo non si combatte con la guerra, che é ciò che lo ha prima covato e poi nutrito nel corso degli ultimi anni, né con lo Stato di polizia, che non fa che promuoverlo, e meno che mai con la “caccia allo straniero”; bensì combattendo le discriminazioni e il disprezzo di cui si alimenta il rancore che alimenta il terrorismo. Per questo non c’è niente che metta in forse la convivenza in Europa quanto il cinismo e la ferocia con cui i suoi governi trattano i profughi che si presentano alle sue porte per sottrarsi al terrore che rende impraticabili tutti quei paesi – e non solo la Siria – da cui cercano di fuggire.

Certo, è difficile per tutti, soprattutto in questi giorni, cogliere la natura e la dimensione dello scontro sociale in atto sotto i nostri occhi, perché è completamente inedito; ma anche perché si presenta intrecciato con altri processi o eventi, come i mutamenti climatici, le guerre in corso o in preparazione, la crescente diseguaglianza, la crisi che attraversano i meccanismi di accumulazione del capitale a livello mondiale. Ma quello che si è aperto, soprattutto nell’area che abbraccia Europa, Medio Oriente e Africa centrosettentrionale, è uno scontro intorno al riconoscimento di un diritto ovvio, perché “naturale” nel senso più banale del termine, ma ostico e difficile da accettare. È uno scontro che vede da un lato chi rivendica il diritto a trasferirsi in un territorio “vivibile”, dove potersi ricostruire una vita e la possibilità di viverla decentemente, perché nelle terre che ha abbandonato, o che si appresta ad abbandonare, questo non è più possibile a causa di guerre, disastri ambientali e dittature; ma sopratutto perché il mondo, questo pianeta, appartiene a tutti. E che vede dall’altro lato chi invece rivendica un proprio diritto a escludere dal territorio in cui vive ogni nuovo arrivato in nome di una “sovranità” su di esso, che altro non è che il versante pubblico – e governativo – del “terribile diritto” di proprietà.

L’asilo, la protezione internazionale accordata ai profughi e normata dalla convenzione di Ginevra, era stato concepito finora, più che come un diritto, come una concessione delle democrazie liberali a chi fuggiva per sottrarsi a una dittatura e poi, per estensione, a una guerra civile. Ma oggi quelli con cui l’Europa e gli Stati che per ragioni geografiche o storiche gravitano intorno al Mediterraneo si confrontano sono esodi di massa in cui i fattori guerra e dittatura si mescolano inestricabilmente con quelli ambientali e climatici. Tanto che all’origine di molti dei conflitti armati in corso – compreso quello in Siria – non è difficile riconoscere un deterioramento ambientale provocato dallo sfruttamento incontrollato di risorse locali, ma, sempre più spesso, dai cambiamenti climatici in atto. Questo rende priva di fondamento la distinzione tra profughi di guerra, da accogliere, e migranti economici, da rimpatriare, con cui le autorità europee cercano di far credere, di poter “legittimamente” liberarsi di almeno la metà dei flussi che stanno
investendo il territorio dell’Unione. In un modo o nell’altro, sono ormai tutti profughi ambientali – una figura non contemplata dalle convenzioni sulla protezione internazionale – ma la cui presenza sarà centrale nel contesto sociale e politico dei decenni a venire. Quello scontro tra chi rivendica un diritto “naturale” alla vita e chi glielo vuole negare si ripercuote, all’interno degli Stati membri dell’Unione europea, in un conflitto sempre più acceso e centrale – tanto da far passare in second’ordine tutti gli altri, o da subordinarne ad esso le manifestazioni – tra chi si schiera a favore dell’accoglienza e chi si mobilita per sostenere i respingimenti.

Ai due poli di questi schieramenti, che stanno facendo piazza pulita della configurazione tradizionale dei partiti e delle forze politiche, troviamo da un lato una folta schiera di volontari, delle più varie estrazioni sociali e anche politiche o religiose, che si adoperano in mille modi per assistere e accogliere i profughi. Dall’altro degli squadristi impegnati in assalti ai siti dove i rifugiati vengono spesso solo “immagazzinati”. Ma intorno a questi squadristi si sta creando un cordone di condivisione e di aggregazioni politiche di stampo nazionalista (o “sovranista”) e, in buona misura, razzista, in netta avanzata ovunque. Mentre la simpatia che suscita l’azione dei volontari stenta – per usare un eufemismo – a farsi strada sia in termini di appoggio politico che come “comune sentire”. Anche perché le soluzioni prospettate dalla destra sono semplici, spicce e non affrontano le loro inevitabili conseguenze: una stretta, non solo politica, ma anche economica e sociale, sui diritti di tutti, una guerra che trasforma in nemici tutti coloro che oggi cercano e non trovano salvezza in Europa, una serie infinita di stragi in terra e in mare che finirà per configurarsi come un vero sterminio; mentre la scelta di accogliere, al di là delle emozioni immediate che suscita la vista di tanta miseria, è complicata, richiede programmi, ragionamenti, svolte e impegni radicali.

Da tempo i governi europei si sono in gran parte lanciati all’inseguimento delle forze di destra, per sottrarre loro l’esclusiva degli argomenti più popolari – “sono troppi”, “non c’è posto”, “costano troppo”, “minacciano la sicurezza e i nostri posti di lavoro”, ecc. – cercando di non farsi sottrarre l’egemonia che ancora hanno sull’elettorato. Una rincorsa vana, perché quegli argomenti li sanno usare meglio le forze apertamente razziste. Ma soprattutto perché sono incapaci di fare i conti con la dimensione effettiva del problema e delle misure necessarie per farvi fronte: rinuncia all’austerity, alla contrazione di spesa pubblica e welfare, a quella precarizzazione del lavoro che ha creato milioni di disoccupati, e un impegno effettivo nella conversione ecologica, unico modo, peraltro, per creare milioni di nuovi posti di lavoro utili a tutti. Quella incapacità li sospinge così verso politiche sempre più feroci e antipopolari, come gli hot spot, il filo spinato, la guerra in Libia o l’indecente accordo con la Turchia, insensato e suicida quanto cinico e
spietato. Che però ha fatto contenti tutti i governanti, che possono così aspettare qualche mese, fino a una nuova resa dei conti, per ammettere che non sanno che cosa fare; compreso Renzi, che si è improvvisamente fatto paladino di un’Europa più “umana”, ma che ha chiesto subito l’estensione di quell’accordo alle altre situazioni su cui verranno deviate le prossime ondate di profughi.

Sostenitori e nemici dell’accoglienza si ritrovano, in proporzioni diverse, tanto tra le forze di sinistra – qualsiasi cosa si intenda con quel termine – e di centro quanto nel mondo cristiano e soprattutto in quello cattolico, che su questo tema rischia una frattura storica, e persino tra molte persone di destra (tra cui c’é ancora qualche emulo di Perlasca). È una contrapposizione che lavora alla dissoluzione degli schieramenti e dei rituali politici tradizionali, ma anche a un riposizionamento di classi e forze sociali, verso  le quali c’è bisogno di un approccio politico nuovo, prammatico, non rituale né “ideologico” senza il quale la vittoria delle destre e del razzismo è scontata.

Oggi non è più possibile “fare politica”, lavorare alla ricostituzione di un fronte sociale che faccia valere gli interessi delle classi e dei cittadini sfruttati e oppressi, senza individuare nelle varie forme di volontariato, nelle loro pratiche, nelle loro necessità, nelle loro iniziative e, soprattutto, nei legami che riescono a creare con la nazione dei profughi un riferimento irrinunciabile per ogni possibile ricomposizione delle forze che vogliono un’altra Europa perché vogliono un’altra società.

Guido Viale

Il pane di Dioniso

Autore: liberospirito 9 Ott 2015, Comments (0)

Dyonisis Arvanitakis

“Dar da mangiare agli affamati”. Quante volte abbiamo sentito questa frase, ma quante volte a quelle parole hanno poi seguito i fatti? Non è domanda da poco. La riflessione che proponiamo prende avvio da alcune notizie diffuse nel mondo riguardanti un comune panettiere di Kos, in Grecia. Si chiama Dyonisis Arvanitakis, e di lui ha avuto la faccia tosta di parlare anche il presidente della Commissione Europea  Juncker: «Europa è quel panettiere di Kos che tutti i giorni va al porto per dare da mangiare alle anime affamate e stanche».

Perchè – laddove sono assenti interventi istituzionali – questo è quello che fa Dyonisis: ogni giorno va al porto, dove sa di trovare i rifugiati che, dai barconi, approdano stremati sulle coste di Kos. Apre le porte del suo furgoncino e distribuisce a tutti le sue pagnotte, cento chili al giorno, per aiutare i profughi a sconfiggere la fame.

A chi gli chiede la ragione di un comportamento simile, Dyonisis risponde dicendo che lui sa bene come ci si sente a essere «dall’altra parte». Anche lui è stato un migrante, nel 1957 aveva lasciato il Peloponneso per sfuggire alla povertà e a quindici anni, dopo un viaggio di quaranta giorni, è approdato in Australia. «Quando sono arrivato non sono riuscito a trovare un lavoro perché non parlavo inglese – ricorda – e in quei mesi ho capito cosa fosse la fame. Chi non l’ha mai patita non può capire cosa provano quelle persone. Io sono stato come loro». E ancora: «Quando ero un ragazzo, nel Peloponneso si pativa la fame e oggi è lo stesso, per questo scappavamo. Vivere per strada, non avere da mangiare, non conoscere la lingua sono cose che non si scordano facilmente». E di sé dice così: «Io mi limito ad aiutare, nient’altro».

Ricordiamo dunque Dyonisis, insieme a tutta quella moltitudine anonima di donne e di uomini che, giorno dopo giorno, si impegna a coltivare la propria umanità a dispetto delle chiacchiere e delle menzogne elargite dai potenti di turno.

 

L’arida bianca stagione dell’Europa

Autore: liberospirito 26 Ago 2015, Comments (0)

Agosto sta volgendo al termine e con lui questa estate. Come è andata dal punto di vista dell’attenzione al sociale? E’ stata “un’arida bianca stagione”, commenta lapidario Alex Zanotelli  in quest’articolo (che riprendiamo dal sito www.ildialogo.org). Un altro contributo per riflettere su profughi, migranti, richiedenti asilo e l’inarrestabile decadenza  (quest’ultima sarà anche una parola desueta ma fatichiamo a trovarne una più adatta) europea.

profughi

E’ con queste parole che il noto poeta sudafricano, B. Breytenbach,dipingeva il regime dell’apartheid.

In questa torrida estate non ho altre parole migliori per descrivere quest’Europa, sotto l’impietosa dittatura delle banche,incapace di perdonare il debito greco e di accogliere i ‘naufraghi’ dello sviluppo!

L’opulenta Europa è decisa a difendere il proprio benessere contro l’invasione dei ‘barbari’. E’ mai possibile che 28 nazioni non riescono ad accogliere neanche 40.000 profughi? Dopo lunghe discussioni , la UE ha deciso di accoglierne 35.000! Un paese povero coem il Kenya accoglie un milione di profughi somali. E il povero e piccolo Libano ne accoglie ancora di più. E’ mai possibile che la ricca Europa non possa aprire ‘corridoi umanitari’ per persone che fuggono da teatri di guerra e da dittature? Non solo non li accoglie, ma li respinge! In fatti i ministri degli esteri della UE hanno dato il via libero alla prima fase della missione navale EuNav For Med con cinque navi militari, due sottomarini, tre aerei ricognizione, due droni, tre elicotteri e un ‘migliaio’ di soldati per bloccare le partenze dei profughi dalla Libia. Eppure l’Europa sa molto bene che questi profughi sono la conseguenza delle politiche coloniali, imperiali,neocoloniali e neoliberiste dell’Occidente! Ma è altrettanto assurdo come noi europei trattiamo coloro che sono riusciti (con migliaia di morti alle spalle attraversando deserti e mari!) ad arrivare fino a noi! L’Ungheria ha iniziato a costruire un Muro lungo il confine con la Serbia per bloccare gli immigrati; la Francia sta tentando di bloccare trecento di loro accampati sugli scogli di Ventimiglia; l’Austria fa lo stesso al Brennero;l’Inghilterra cerca di impedire che i 5.000 profughi accampati a Calais (Francia) entrino sul suolo britannico; e la Spagna li respinge con il reticolato di Ceuta e Melilla. “E’ un’arida bianca stagione !“
Purtroppo non altrettanto accoglienti si stanno dimostrando tanti italiani! I recenti gravi episodi di rifiuto degli immigrati sono lì a dimostrarlo. Come quello di Quinto (Treviso), con il rogo delle suppellettili, tra la folla plaudente, di uno degli alloggi destinati ai profughi e quello di Casale S.Nicola di Roma (quartiere tutte villette e piscine), dove il furgone che trasportava 19 giovani richiedenti asilo è stato attaccato con bastoni. E dietro a questi episodi c’è il blocco politico fascioleghista. La Lega e l’ultra Destra cavalcano questo crescente razzismo della società italiana:un razzismo che mi fa paura. E ancora più spaventoso per me è che in questo paese l’accoglienza dei migranti sia diventata un altro business. La Magistratura ha rivelato recentemente questo business milionario che va dalla “Cascina” delle tangenti di Roma al Cara di Mineo (Catania), in perfetta continuazione con Mafia Capitale. “Guadagno di più con immigrati e Rom – aveva detto il capobanda di Mafia Capitale, Buzzi – che non con la droga!” Una Cupola ha controllato e in buona parte ancora controlla, attraverso la leva delle convenzioni, il fiume di denaro che ogni anno assicura l’accoglienza dei migranti nel nostro paese. Si tratta di oltre un miliardo di euro nel 2015. E’ gravissimo che in questo business ci siano cadute anche associazioni legate alla Chiesa! “E’ un’arida bianca stagione!”
La cosa più incredibile è che l’Italia ha bisogno di questi migranti .Ormai buona parte del lavoro agricolo, per esempio, è portato avanti dagli immigrati. Un lavoro pesante, pagato pochissimo….Qui al Sud, gli immigrati , che lavorano nei campi, spesso faticano dodici ore al giorno, con una paga di 20-25 euro al giorno di cui cinque vanno al caporale . In questi giorni è morto Mohammed, un sudanese di 47 anni che lavorava nei campi di Nardò (Lecce) a raccogiere pomodori sotto un sole che spaccava le pietre. “Mohammed lavorava per 3,50 euro a cassone-spiega il coraggioso sindacalista della FLAI, Yvan Sagnet . Ciascun cassone pesa tre quintali e più ne riempi ,più vieni pagato. La giornata di lavoro inizia alle 5 e finisce alle 17; si passono dodici ore sotto il sole.” I bei pomodori che arrivano sulle nostre tavole grondano sudore e sangue di immigrati-schiavi!“E’ un’arida bianca stagione!”
Come missionario mi sento profondamente ferito da questa infinita tragedia degli immigrati che rivela come questa Europa abbia ben poco di cristiano. Avevano profondamente ragione i miei fratelli e sorelle della baraccopoli di Korogocho (Nairobi), quando l’ultimo giorno passato con loro, mi hanno imposto le mani e pregando su di me hanno detto:”Papà, dona a p. Alex il tuo Spirito Santo perché possa tornare dalla sua tribù bianca e convertirla.”
Napoli, 3 agosto 2015
Alex Zanotelli

Accogliere i profughi, salvare l’Europa

Autore: liberospirito 19 Ago 2015, Comments (0)

Sempre sul tema riguardante profughi e migranti proponiamo l’intervento di Guido Viale apparso su “Il manifesto” di ieri. Parole che condividiamo e che esprimono la dose minima di buon senso richiesta di fronte a simili circostanze. Ma purtroppo di questi tempi il buon senso sembra divenuto un bene raro.

immigrati

Profughi e migranti sono due categorie di persone che oggi distingue solo chi vorrebbe ributtarne in mare almeno la metà: fanno la stessa strada, salgono sulle stesse imbarcazioni che sanno già destinate ad affondare, hanno attraversato gli stessi deserti, si sono sottratte alle stesse minacce: morte, miseria, fame, schiavitù sapendo bene che con quel viaggio, che spesso dura anche diversi anni, avrebbero continuato a rischiare la vita e la loro integrità. I profughi e i migranti che partono dalla Libia per raggiungere Lampedusa o le coste della Sicilia non sono libici: vengono dalla Siria, o dall’Eritrea, dalla Somalia, dalla Nigeria, dal Niger o da altri paesi subsahariani sconvolti da guerre, dittature o da entrambe le cose. I profughi e i migranti che partono dalla Turchia per raggiungere un’isola greca o il resto dell’Europa attraversando Bulgaria, Macedonia e Serbia non sono turchi (solo qualche curdo lo è per caso): sono siriani, afgani, iraniani, iracheni, palestinesi e fuggono tutti per gli stessi motivi. Sono anche di più di quelli che si imbarcano in Libia; ma nessuno ha ancora proposto di invadere la Turchia, o di bombardarne i  porti, per bloccare quell’esodo prima che si imbarchino, come si sta invece proponendo di fare in Libia, fingendo che questa sia la strada per risolvere il “problema profughi”. Perché non si concepisce niente altro che la guerra per affrontare un problema creato dalle guerre: guerre che l’Europa, o qualcuno dei sui Stati membri, ha contribuito a scatenare; o a cui ha assistito compiacente; o a cui ha partecipato con propri contingenti. Meno che mai ci si propone di andare a “risolvere” le situazioni siriana, o irachena, o afghana, già compromesse dalle “nostre” guerre, come si pensa invece di “sbloccare” quella libica. Bombardare i porti della Libia, o occuparne la costa per bloccare quell’esodo, non è, nella mente di chi ne propone o ne invoca la realizzazione, o ne attende con impazienza l’autorizzazione, niente altro che il rimpianto di Gheddafi: degli affari che si facevano con lui e con il suo petrolio e del compito di aguzzino di profughi e migranti che gli era stato affidato con tanto di trattati, di finanziamenti e di “assistenza tecnica”. Dopo aver però contribuito a disarcionarlo e ad ammazzarlo contando – e sbagliando – sul fatto che tutto sarebbe filato liscio come e meglio di prima.

Già solo questo abbaglio, insieme agli altri che lo hanno preceduto, seguito o accompagnato – in Siria, in Afghanistan, in Iraq, in Mali o nella Repubblica centroafricana – dovrebbe indurci non a diffidare soltanto, ma a opporci con tutte le nostre forze, delle proposte e ai programmi di guerra di chi se ne è reso responsabile.

Ma coloro che propongono un intervento militare in Libia, o mettono al centro del “problema profughi” la lotta agli scafisti,non sanno bene che cosa fare. Tra l’altro, bloccare le partenze dalla Libia non farebbe che riversarne quel flusso sugli altri paesi della costa sud del Mediterraneo, tra cui la Tunisia, rendendo anche lì ancora più instabile la situazione. Ma soprattutto non dicono – e forse non pensano: il pensiero non è il loro forte – che cosa ci si propone con interventi del genere. Ma capirlo non è difficile: si tratta di respingere o trattenere quel popolo dolente, composto ormai da milioni di persone, in quei deserti che sono una via obbligata delle loro fughe, e che  hanno già inghiottito molte più vittime di più di quante non ne abbia annegato il Mediterraneo; magari appoggiandosi, come si è cominciato a fare con il cosiddetto processo di Khartum, a qualche feroce dittatura subsahariana perché si incarichi lei di farle scomparire. E’ il risvolto micidiale, ma già in atto, dell’ipocrisia che corre da tempo in bocca ai nemici giurati dei profughi: “aiutiamoli a casa loro”.

Invece bisogna aiutarli a casa nostra, in una casa comune che dobbiamo costruire insieme a loro. Non c’è alternativa al loro sterminio, diretto o per interposta dittatura, o per entrambe le cose. Il primo passo da compiere è prenderne atto. Smettere di sottovalutare il problema, come fanno quasi tutte le forze di sinistra, e in parte anche la chiesa, pensando così di combattere o neutralizzare l’allarmismo di cui si alimentano le destre. Certo, 50.000 profughi (quanti ne sono rimasti di tutti quelli che sono sbarcati l’anno scorso in Italia) su 60 milioni di abitanti, o 500mila (quanti ne ha ricevuti l’anno scorso l’Unione Europea) su 500 milioni di abitanti non sono molti. Ma come si vede, soprattutto per il modo in cui vengono “gestiti”, cioè maltrattati, sono già sufficienti a creare allarmi e insofferenze insostenibili. Ma non bisogna dimenticare che quelli di quest’anno e degli ultimi anni non sono che l’avanguardia di altri milioni di profughi stipati nei campi del Medioriente e del Maghreb, o in arrivo lungo le rotte desertiche dai paesi subsahariani, che non possono – e non vogliono – restare dove sono. Vogliono raggiungere l’Europa e in qualche modo si sentono già cittadini europei, anche se non per questo dimenticano il loro paese di origine e il desiderio di farvi ritorno quando se ne presenteranno di nuovo le condizioni.

L’Unione europea, in mano all’alta finanza e agli interessi commerciali del grande capitale tedesco ha concentrato le sue politiche e i suoi impegni nel far quadrare i bilanci degli Stati membri a spese della popolazione e nel garantire che le sue grandi banche uscissero comunque indenni dalla crisi. Così, anno dopo anno, ha permesso o concorso a far sì che ai suoi confini si creassero situazioni di guerra, di caos permanente, di dissoluzione dei poteri statali, di conflitti per bande di cui l’ondata di profughi e di migranti, senza più futuro nei loro paesi,è la prima e più diretta conseguenza. Non saranno altre guerre, e meno che mai una politica feroce quanto vana di respingimenti, a mettere fine a questo stato di cose che le istituzioni dell’Unione non riescono più a governare né all’esterno né all’interno dei suoi confini. A riprendere le fila di quei conflitti, e di quello che si sta producendo a causa degli sbarchi e degli arrivi, non può che essere un nuovo protagonismo di quelle persone in fuga nella definizione di una prospettiva di pace nei paesi da cui sono fuggiti. Ma questo, solo se saranno messe in condizione di organizzarsi e di contare come interlocutori principali, insieme ai loro connazionali già insediati da tempo sul suolo europeo e a tutti i nativi europei che sono disposti ad accoglierli e a impegnarsi direttamente per alleviare le loro sofferenze; e che sono ancora tanti anche se i media non vi dedicano alcuna attenzione.

Bisogna “accoglierli tutti”, come ha raccomandato più di un anno fa Luigi Manconi in un libretto che ne condensa l’esperienza di combattente per i diritti umani; dare a tutti di che vivere: cibo, un tetto decente, la possibilità di autogestire la propria vita, di andare a scuola, di curarsi, di lavorare e di guadagnare. Ma non sono troppi, in un paese e in un continente che non riesce a garantire queste cose, e soprattutto lavoro e reddito, ai suoi cittadini? Sono troppi per le politiche di austerity in vigore nell’Unione e imposte a tutti i paesi membri; quelle politiche che non riescono e non vogliono più a garantire queste cose a una quota crescente dei suoi cittadini e per questo scatenano la cosiddetta “guerra tra i poveri”. Ma non sono troppi rispetto a quella che potrebbe ancora essere la più forte economia del mondo, se solo investisse, non per salvare le banche e alimentare le loro speculazioni, ma per dare lavoro a tutti e riconvertire, nei temi necessari per evitare un disastro irreversibile e di dimensioni planetarie, tutto il suo apparato economico e produttivo, e le sue politiche, in direzione della sostenibilità ambientale. Il lavoro, se ben orientato, è ricchezza. D’altronde l’alternativa a una svolta del genere non è la perpetuazione di un già ora insopportabile status quo, ma uno sterminio ai confini dell’Unione e la vittoria, al suo interno, delle forze autoritarie e scopertamente razziste che crescono indicando nei profughi, ma anche in tutti gli immigrati, nei loro figli e nei loro nipoti, il nemico da combattere. E se non direttamente di quelle forze, certamente delle loro politiche fatte proprie da tutte le altre.

Così il problema creato dai profughi, non previsto e non affrontato dalla governance dell’Unione, perché o non ha né posto né soluzione nel quadro delle sue politiche attuali, può diventare una potente leva per scardinarle a favore del progetto di un grande piano per creare lavoro per tutti e per realizzare la conversione ecologica dell’economia: due obiettivi che in una prospettiva di invarianza del quadro attuale non hanno alcuna possibilità di essere realizzati. E’ a noi italiani, e ai greci, che tocca dare inizio a questo movimento. Perché siamo i più esposti: le vittime designate del disinteresse europeo.

Guido Viale

Il Mediterraneo come campo di sterminio

Autore: liberospirito 20 Apr 2015, Comments (0)

Dalle informazioni (in realtà, spesso dis-informazioni) che apprendiamo dai media si parla di oltre 700 morti nel canale di Sicilia, altre versioni stimano invece più di 900 vittime. Forse, con precisione, non sapremo mai quantificare le morti dell’altro giorno. Quel che è certo è che è in corso uno sterminio di massa: lo scorso febbraio la cronaca aveva dovuto registrare la morte di 300 migranti, mentre nell’ottobre del 2013 le vittime erano state 339. Fermiamoci a questi ultimi dati, senza  andare più indietro: sono cifre di una guerra in corso, anzi di un  vero e proprio sterminio. Riportiamo sotto una riflessione a caldo (tratta dal ilfattoquotidiano.it/blog) di un operatore sociale a Lampedusa. 

morti immigrati

Ieri nel centro del paese c’erano bambini lampedusani che giocavano a calcio con i profughi, ridevano e scherzavano, mentre nella chiesa con i volontari stavamo dando vestiti alle persone che vengono dal mare. Ho visto le donne di quest’isola, messa al fronte dall’indifferenza europea, fare qualcosa di straordinario nella sua semplicità. Riuscire a regalare sorrisi e abbracci nel percorso di queste persone, svuotare i loro armadi e dare quello che potevano. Sono andato a letto felice, pensando a loro, e ai bambini che ho preso in braccio in questi giorni per le strade di Lampedusa. Sani, salvi e morbidi come lo era il mio in quell’età. Nessuna emergenza, solo bella umanità ho incontrato in questi giorni.

Questa mattina però, di nuovo, ho dovuto mettermi davanti le agenzie e contare i morti nel Canale di Sicilia. Sentire le dichiarazioni dei soliti sciacalli, le solite frasi di commento dei politici europei, incontrare i giornalisti. Mi escono le lacrime in diretta su un’intervista in radio perché ho troppa rabbia addosso. Penso alle storie che ho sentito dai ragazzi in questi giorni e penso a quelli come loro che stanotte sono stati inghiottiti per sempre dal mare. Nel nero della notte, senza stelle.

Mentre scrivo questo post un amico mi manda un messaggio con i commenti degli italiani che godono della morte degli innocenti sui social network. Respiro e penso che il sistema mediatico italiano è riuscito dove nemmeno Goebbels era arrivato, far odiare talmente degli innocenti da far gioire cittadini della loro morte pubblicamente. Siamo oltre la banalità del male, nell’indifferenza generale stiamo diventando parte attiva nello sterminio, tifiamo la morte. Con rabbia infinita penso a chi scrive queste cose, poi mi calmo e mi sforzo di restare lucido, cerco di trovare le parole per dire che queste non sono tragedie. Questo infatti è un crimine contro l’umanità.

Il Mediterraneo è un campo di sterminio prodotto dall’indifferenza europea, dal suo egoismo diffuso, dalle guerre per il gas e per il petrolio, dallo sfruttamento di interi continenti. No, non è questione di riflettere se aumentare o meno le missioni di salvataggio per uomini, donne e bambini. Il semplice discuterne dal punto di vista economico è il segno della devastazione in cui siamo sprofondati. Occore invece affrontare  una questione che è politica e da venti anni ed oltre sbatte sulle frontiere d’occidente. Una questione che non può e non deve essere affrontata solo dall’Europa, ma dal Consiglio di sicurezza dell’Onu che deve riunirsi immediatamente e mettere in piedi un corridoio umanitario globale per proteggere i profughi e richiedenti asilo. Utilizzando le ambasciate come luoghi in cui presentare domanda di protezione umanitaria risolveremmo molti dei problemi e al tempo stesso toglieremmo ai criminali il mercato di carne umana. Ogni nazione aderente alla Carta dei diritti dell’uomo dovrebbe aderire per comune responsabilità.

Risponderemmo così, in maniera globale, ad un fenomeno globale che per dimensioni è paragonabile agli effetti di una guerra mondiale. Sono quasi 25 anni che l’Occidente fa le guerre, destabilizza intere nazioni impoverendole, togliendo la speranza per milioni di persone che prendono così le rotte del nord. Usa e Francia, per non parlare della Gran Bretagna e delle monarchie dei petrodollari, oggi si lavano le mani in un mare che hanno contribuito a trasformare in cimitero. Non serve accusarli semplicemente per questo crimine, ma costruire una campagna globale, di massa, in grado di costringere le potenze del mondo a rimediare ai danni che hanno provocato.

Francesco Piobbichi