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Tag: Patriot Act

Abolire ogni tutela legale del sacro

Autore: liberospirito 9 Gen 2015, Comments (0)

In questi giorni, anzi in queste ore, i commenti su quanto è accaduto (e sta accadendo) a Parigi si sprecano. Così come si spreca la retorica, i distinguo fin troppo prudenti e l’unanimismo forzato, a denti stretti. Quello che preoccupa invece è il risultato che lascerà, alla fine, tutto ciò, oltre la scia di sangue e di morte. Come fece Bush dopo l’11 settembre, con il Patriot Act, anche in Europa si preannunciano già, in nome della tutela dei cittadini, misure atte a limitare ulteriormente le libertà. Quello che è accaduto, affinchè non sia accaduto invano, dovrebbe offrire l’opportunità per una campagna per difendere e affermare (proprio ora!) la libertà, ovunque. Ad esempio, esigendo l’abolizione di ogni tutela e protezione legale riguardante la sfera del sacro e del cosiddetto “sentimento religioso”. Anche questo sarà il risultato di un dialogo religioso divenuto finalmente adulto. Riportiamo, a questo proposito, l’intervento di Raffaele Carcano, segretario Uaar (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti), apparso sul sito di Micromega.

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Soltanto un mese fa il rapporto sulla libertà di pensiero mostrava quanto criticare la religione fosse un’attività a rischio, nel mondo. Specialmente nei paesi a maggioranza musulmana.

Ieri, la repressione della libertà di espressione è arrivata anche sul continente europeo. In maniera terrificante. Jihadisti reduci da esperienze di guerra in Medio Oriente hanno assaltato la sede del Charlie Hebdo compiendo una strage. Vigliacchi incapaci di argomentazioni, ma in assetto paramilitare, hanno trucidato bestialmente dodici persone inermi, che armate soltanto di una matita si battevano per la libertà di tutti.

Il Financial Times li ha definiti “giornalisti stupidi”, gente che se l’è andata a cercare. Stupidi. Stupidi come i partigiani di fronte all’esercito nazi-fascista, stupidi come le vittime della mafia. Stupidi come le centinaia di migliaia di cittadini che ieri sera hanno riempito le piazze francesi, manifestando per un’idea di libertà che è enormemente più ampia di quella di mercato. I vignettisti e i giornalisti di Charlie Hebdo lottavano per la libertà di espressione di tutti, per poter dire “no” a qualunque potere e a qualunque ideologia totalitaria, religiosa o non religiosa che sia. L’autocensura è sempre una rinuncia alla propria libertà e, nel contempo, un invito a tutti gli altri a fare altrettanto per mera convenienza personale, ed è impressionante che siano stati altri giornalisti a scriverlo.

Un mese fa avevamo invitato le associazioni islamiche italiane a un’azione comune, basata sulla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, contro le discriminazioni commesse in nome o contro la religione. Non c’è stata risposta. Il mondo musulmano, purtroppo, sta facendo decisamente troppo poco per fronteggiare un fenomeno ormai planetario. Anche ieri le reazioni sono state deboli, talvolta addirittura offensive. L’imam di Drancy ha sostenuto che gli attentatori non hanno nulla a che fare con l’islam, sono soltanto “l’impersonificazione del diavolo”.

Dalil Boubakeur, rettore della grande moschea di Parigi e presidente del Consiglio francese del culto musulmano, ha detto che si tratta di un “colpo portato all’insieme dei musulmani”.

Ma l’insieme dei musulmani comprende anche coloro che hanno assaltato la redazione gridando “Dio è grande” e “abbiamo vendicato il profeta”! Non si può addurre alcuna scusa: è stato un atto di guerra compiuto in nome di Dio e della religione. Contro un giornale che era stato denunciato per vilipendio, esso sì, dall’insieme delle organizzazioni musulmane francesi. Quale messaggio hanno trasmesso in questo modo ai loro fedeli più esagitati? Quanto incitamento alla jihad, non stigmatizzato, è stato pubblicato su internet nei mesi scorsi?

Una tradizione islamica riconduce a Maometto la decisione di far uccidere una poetessa, Asma bint Marwan, che lo aveva deriso: non è forse il caso di prendere le distanze da certi retaggi, da certi passaggi contenuti nei testi sacri che costituiscono modelli comportamentali incompatibili con qualunque religione si pretenda “di pace”?

Non può esserci civiltà democratica laddove la critica alla religione (e anche all’ateismo, ovviamente) non è libera. Le comunità religiose abbiano dunque il coraggio di rinunciare per prime a ogni protezione legale riservata al “sacro”, “al sentimento religioso”. Dio, se esiste, non ha certo bisogno di qualche legge per proteggersi. I leader religiosi invece sì, perché servono a immunizzarsi dalle critiche, a dotarsi di uno strumento utile alla conservazione del proprio potere. Ora devono scegliere da che parte stare: dalla parte della libertà di tutti o dalla parte del privilegio per sé.

Nei giorni scorsi tante voci, in Francia, hanno evidenziato un certo affanno nel comunicare l’importanza di avere istituzioni neutrali. L’assalto al Charlie Hebdo, proprio perché è una dichiarazione di guerra a un diritto umano fondamentale, può rappresentare uno di quegli eventi decisivi nella storia umana. Una risposta laica non può certo essere una reazione uguale e contraria a quella dei barbari assalitori, non può essere costituita dal rigurgito identitarista del “se ne ritornino tutti a casa loro, la nostre radici sono e resteranno cristiane” che possiamo trovare in troppi commenti. Una risposta laica non si dovrà mai abbassare al livello di selvaggi istinti tribali, ma dovrà far capire che la libertà è un bene così prezioso che, per difenderla, siamo disposti a batterci fino in fondo.

La libertà di espressione tutela tutti: atei, musulmani, cristiani. Se tutti, a cominciare dai legislatori, ci impegnassimo a rafforzarla, daremmo la risposta più potente a ogni terrorismo oscurantista. E i dodici caduti di Parigi non saranno morti invano.

Raffaele Carcano

Diritto di cittadinanza e dati biometrici

Autore: liberospirito 12 Feb 2014, Comments (0)

In Francia è stata promulgata, il 19 dicembre 2013,  una legge che  autorizza una sorveglianza generalizzata dei dati informatici dei cittadini, al punto che si è parlato di «Patriot Act alla francese». Riportiamo sotto ampi stralci di un lungo articolo di Giorgio Agamben, apparso sul numero di gennaio 2014 di “Le Monde Diplomatique”. Sono temi che ci riguardano da vicino e su cui vale riflettere, senza abbassare la guardia.

Giorgio+Agamben

La formula «per ragioni di sicurezza» («for security reasons») funziona come un argomento autoritario che, tagliando corto a tutte le discussioni, permette d’imporre prospettive e misure che non si accetterebbero mai senza essa. È necessario opporle l’analisi di un concetto anodino, ma che sembra aver soppiantato ogni altra nozione politica: la sicurezza.

Si potrebbe pensare che lo scopo delle politiche della sicurezza sia semplicemente quello di prevenire pericoli, disordini, perfino catastrofi. Una certa genealogia fa effettivamente risalire l’origine del concetto al motto romano Salus publica suprema lex («La salvezza del popolo è la legge suprema») e l’inscrive così nel paradigma dello stato di emergenza. Pensiamo al senatus consultum ultimum e alla dittatura a Roma; al principio del Diritto canonico secondo il quale Necessitas non habet legem («Necessità non ha legge»); ai Comitati di Salute pubblica durante la Rivoluzione francese; alla Costituzione del 22 frimaio dell’anno VIII (1799), che evocava i «disordini che minacciano la sicurezza dello Stato»; o ancora l’art. 48 della Costituzione di Weimar (1919), fondamento giuridico del regime nazionalsocialista, che anch’esso menziona la «sicurezza pubblica».

[…]

Nel 1943 il Congresso degli Stati Uniti rifiutava ancora il Citizen Identification Act, che mirava a dotare tutti i cittadini di carte d’identità comprendenti le loro impronte digitali. Soltanto nella seconda parte del XX secolo esse furono generalizzate. Tuttavia l’ultimo passo non è stato fatto che recentemente. Gli scanner ottici, che permettono di rilevare rapidamente le impronte digitali e la struttura dell’iride, hanno fatto uscire i dispositivi biometrici dai commissariati di polizia, per ancorarli nella vita quotidiana. Così in certi Paesi l’entrata alle mense scolastiche è controllata da un dispositivo di lettura ottica sul quale il bambino posa distrattamente la sua mano.

Si sono levate voci per attirare l’attenzione sui pericoli di un controllo assoluto e senza limiti da parte di un potere che abbia a disposizione i dati biometrici e genetici dei suoi cittadini. Con simili strumenti lo sterminio degli ebrei (o qualsiasi altro genocidio immaginabile), effettuato sulla base di una documentazione incomparabilmente più efficace, sarebbe stato totale e estremamente rapido. La legislazione oggi in vigore in materia di sicurezza nei Paesi europei sotto certi aspetti è sensibilmente più severa di quella degli Stati fascisti del XX secolo. In Italia, il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (Tulsp), adottato nel 1926 dal regime di Benito Mussolini, è essenzialmente ancora in vigore: ma le leggi contro il terrorismo votate nel corso degli «anni di piombo» (dal 1968 fino agli inizi degli anni ’80) hanno ridotto le garanzie che quello conteneva. Poiché la legislazione francese contro il terrorismo, poi, è ancor più rigorosa della sua omologa italiana, il risultato di un paragone con la legislazione fascista non sarebbe molto diverso.

La crescente moltiplicazione dei dispositivi di sicurezza pubblica testimonia di un cambiamento della concezione politica, al punto che si può legittimamente chiedersi non soltanto se le società in cui noi viviamo possano ancora essere definite democratiche, ma anche e innanzitutto se possono ancora essere considerate come società politiche.

[…]

L’estensione progressiva a tutti i cittadini delle tecniche d’identificazione, un tempo riservate ai criminali, agisce immancabilmente sulla loro identità politica. Per la prima volta nella storia dell’umanità l’identità non è più funzione della «persona» sociale e del suo riconoscimento, del «nome» e della «reputazione», ma di dati biologici che non possono intrattenere alcun rapporto con il soggetto, quali gli arabeschi insensati che il mio pollice tinto d’inchiostro ha lasciato su un foglio di carta o l’ordine dei miei geni nella doppia elica del DNA. Il fatto più neutro e più privato diviene così il veicolo dell’identità sociale, togliendogli il suo carattere pubblico.

[…]

Questa indifferenziazione si materializza nella videosorveglianza sulle strade delle nostre città. Questo sistema ottico ha conosciuto il medesimo destino delle impronte digitali: concepito per le prigioni, è stato progressivamente esteso ai luoghi pubblici. Ora, uno spazio video sorvegliato non è più una agorà, non ha più alcun carattere pubblico; è una zona grigia fra il pubblico e il privato, la prigione e il forum. Una simile trasformazione dipende da una molteplicità di cause, fra le quali la deriva del potere moderno verso la biopolitica occupa un posto particolare: si tratta di governare la vita biologica degli individui (salute, fecondità, sessualità, ecc.) e non più soltanto di esercitare una sovranità su un territorio. Questo spostamento della nozione di vita biologica verso il centro del politico spiega il primato dell’identità fisica su quella politica.

Non si dovrebbe tuttavia dimenticare che l’allineamento dell’identità sociale sull’identità corporea è cominciato con l’assillo di identificare i criminali recidivi e gli individui pericolosi. Non è quindi per niente sorprendente che i cittadini, trattati come criminali, finiscano per accettare come cosa ovvia che il rapporto normale da essi mantenuto con lo Stato sia il sospetto, la schedatura e il controllo. Il tacito assioma,che qui occorre ben rischiare di enunciare, è: «Ogni cittadino – in quanto essere vivente – è un potenziale terrorista».

[…]

Lo Stato nel quale noi viviamo attualmente in Europa non è uno Stato di disciplina, ma piuttosto – secondo la formula di Gilles Deleuze – uno «Stato di controllo»: esso non ha come scopo quello di ordinare e di disciplinare, ma di gestire e di controllare. Dopo la violenta repressione delle manifestazioni contro il G8 di Genova, nel luglio 2001, un funzionario della polizia italiana dichiarò che il governo non voleva che la polizia mantenesse l’ordine, ma che gestisse il disordine: non credeva si potesse dire meglio.

[…]

Mettendosi sotto il segno della sicurezza, lo Stato moderno esce dal campo del politico per entrare in un no man’s land di cui mal si percepiscono la geografia e le frontiere e per il quale ci manca una concettualizzazione. Questo Stato, il cui nome rimanda etimologicamente a una assenza di problemi o preoccupazione, al contrario non può che renderci più preoccupati per i pericoli che fa correre alla democrazia, poiché una vita politica è diventata impossibile; ora, democrazia e vita politica sono – almeno nella nostra tradizione – sinonimi.

Di fronte a uno Stato di questo genere è necessario ripensare le strategie tradizionali del conflitto politico. Nel paradigma della sicurezza ogni conflitto e ogni tentativo più o meno violento di rovesciare il potere forniscono allo Stato l’occasione di governarne gli effetti a profitto degli interessi che gli sono peculiari. È ciò che mostra la dialettica che associa strettamente terrorismo e risposta dello Stato in una spirale perversa. La tradizione politica della modernità ha pensato i cambiamenti politici radicali sotto la forma di una rivoluzione che agisce come potere costituente di un nuovo ordine. È necessario abbandonare questo modello per pensare piuttosto una Potenza di pura rimozione, che non potrebbe essere captata dal dispositivo della sicurezza e precipitata nella spirale perversa della violenza. Se si vuole arrestare la deriva antidemocratica dello Stato di pubblica sicurezza il problema delle forme e degli strumenti di una simile Potenza destituente costituisce la questione politica essenziale sulla quale sarà necessario riflettere nel corso degli anni che verranno.

(traduzione dal francese di José F. Padova)

Giorgio Agamben