Crea sito

Tag: Parigi 13 novembre 2015

130510.MST.Dalai Lama

Tra le diverse iniziative sorte in seguito agli attentati di Parigi ci sono state anche quelle che hanno proposto  la preghiera come momento di fratellanza e di condivisione di fronte al dolore (cfr. #PrayForParis). Ma la preghiera non basta. Non siamo noi a dire questo, ma il Dalai Lama, parlando alla tv di Stato tedesca “Deutsche Welle”. Il leader spirituale tibetano ha affermato: “Non possiamo risolvere questo problema solo con la preghiera. Io sono un buddhista e credo nella preghiera“; aggiungendo poco dopo: “gli esseri umani hanno creato questo problema, e ora stiamo chiedendo a Dio di risolverlo. E’ illogico. Dio avrebbe detto di risolvercelo da soli, perché siamo noi ad averlo creato“. La soluzione secondo il Dalai Lama è “un approccio sistematico per promuovere valori umanistici, di unità e di armonia. Se iniziamo a farlo ora, c’è la speranza che questo secolo sarà diverso dal precedente. E’ nell’interesse di tutti. Quindi dobbiamo lavorare per la pace delle nostre famiglie e della società, e non ci aspettiamo l’aiuto di Dio, di Buddha o dei governi“.

Sempre il Dalai Lama dopo gli atti terroristici di Parigi aveva commentato l’accaduto con queste parole: “Ci sono giorni in cui penso che sarebbe meglio se non ci fossero le religioni”. A chi gli domandava cosa intendesse dire con quelle parole, aveva così puntualizzato: “La conoscenza e la pratica della religione sono state utili, questo è vero per tutte le fedi. Oggi però non bastano più, spesso portano al fanatismo e all’intolleranza e in nome della religione si sono fatte e si fanno guerre. Nel XXI secolo abbiamo bisogno di una nuova etica che trascenda la religione. La nostra elementare spiritualità, la predisposizione verso l’amore, l’affetto e la gentilezza che tutti abbiamo dentro di noi a prescindere dalle nostre convinzioni sono molto più importanti della fede organizzata. A mio avviso, le persone possono fare a meno della religione, ma non possono stare senza i valori interiori e senza etica”.

Pure noi la pensiamo in questo modo.

Lo stato d’emergenza come regola

Autore: liberospirito 1 Dic 2015, Comments (0)

Sono trascorse poco più di due settimane dagli attentati di Parigi, si può quindi cominciare a riflettere su quanto accaduto e sulle conseguenze che sta lasciando. Fra queste c’è la decisione del presidente Hollande di modificare la Costituzione.  Quanto segue è un estratto dell’intervista rilasciata da Giorgio Agamben a “France Culture”, la radio pubblica francese, che ha mandato in onda uno speciale sulle stragi del 13 novembre e sulla reazione del governo. Il filosofo è stato invitato a compiere alcune riflessioni su questo tema in particolare: la proposta di Francois Hollande di modificare la Costituzione, cambiando durata e modalità dello “stato di emergenza” per rispondere al meglio al “di terrorismo di guerra”. Questa la risposta di Agamben:

agamben

Lo stato di emergenza non è un scudo per lo stato di diritto come ha detto qualcuno. La storia insegna che è vero esattamente il contrario. Tutti dovrebbero sapere che è proprio lo stato di emergenza previsto dall’articolo 48 della Repubblica di Weimar che ha permesso ad Hitler di stabilire e mantenere il regime nazista, dichiarando immediatamente dopo la sua nomina a Cancelliere uno stato di eccezione che non fu mai revocato. Quando oggi ci si stupisce che si siano potuto commettere in Germania tali crimini, si dimentica che non si trattava di crimini, che era tutto perfettamente legale, perché la Germania era in stato di eccezione e le libertà individuali erano sospese. Perché lo stesso scenario non potrebbe ripetersi in Francia? Quello che voglio dire è che, com’ è avvenuto in Germania, un partito di estrema destra potrebbe domani servirsi dello stato di emergenza introdotto dalla socialdemocrazia.
Bisognerebbe riflettere sulla nozione di sicurezza, che oggi si sta sostituendo a ogni altro concetto politico… La gente deve capire che la sicurezza di cui si parla tanto non serve a prevenire le cause, ma a governare gli effetti. E’ quel che avviene col terrorismo.
I dispositivi biometrici di sicurezza, che sono state inventati in Francia da Bertillon nel XIX secolo, erano pensati per i “recidivisti”, servivano cioè a impedire un secondo colpo. Ma il terrorismo è una serie di primi colpi, che è impossibile prevenire. Ciò che dobbiamo capire è che le ragioni di sicurezza non sono rivolte alla prevenzione dei delitti, ma a stabilire un nuovo modello di governo degli uomini, un nuovo modello di Stato, che i politologi americani chiamano appunto “security State”, stato di sicurezza. Di questo Stato, che sta prendendo ovunque il posto delle democrazie parlamentari, sappiamo poco, ma sicuramente non è uno Stato di diritto, è piuttosto uno stato di controlli sempre più generalizzati. È uno Stato in cui, come avviene oggi, la partecipazione dei cittadini alla politica si riduce drasticamente e il cittadino, di cui si pretende di garantire la sicurezza, è trattato nello stesso tempo come un terrorista in potenza…
Lo stato di emergenza è qualcosa che esiste da molto tempo, ma è sempre stato pensato come una misura provvisoria, per fronteggiare un evento specifico limitato nel tempo al quale si rispondeva con misure limitate nel tempo… Nello Stato di sicurezza, il patto sociale cambia di natura e degli uomini che vengono mantenuti sotto la pressione della paura sono pronti ad accettare qualunque limitazione delle libertà.
Hollande ha detto che la Francia è in guerra, ma il terrorismo non è esattamente la stessa cosa della guerra. Siamo in guerra, ma contro chi? Perché vi sia una guerra, è necessario che vi sia un nemico chiaramente identificabile. Nel terrorismo, la figura del nemico si indetermina e diventa fluida, il terrorismo è per definizione una nebulosa, dentro la quale agiscono attori di ogni genere, compresi in prima fila i servizi segreti di stati con cui si intrattengono relazioni amichevoli.
Dire che la Francia è in guerra contro il terrorismo equivale a dire che è in guerra contro un nemico che non si conosce e che potrebbe essere chiunque. Non è con lo stato di eccezione e con i dispositivi di sicurezza che si può combattere il terrorismo, ma con un cambiamento radicale della politica estera, per esempio, cessando di vendere armi e di avere rapporti privilegiati con gli stati che direttamente o indirettamente alimentano il terrorismo.
Giorgio Agamben 

Quale “guerra giusta”?

Autore: liberospirito 23 Nov 2015, Comments (0)

Di nuovo sui fatti di Parigi, per non smettere di interrogarsi. Questa volta si tratta di un’intervista a Toni Negri a cura di Francesca Buonfiglioli per conto di “Lettera43”. Quello che emerge è come dietro alla patina e allo strato religioso con cui si autopresentano questi fatti ci sono anche altri aspetti che merita considerare: politici, economici e, più in generale, sociali. In breve: la realtà è più complessa di quanto i rotocalchi e le news televisive vogliono mostrare.

Negri-en-Casa-Central-2

DOMANDA: Esiste una ‘guerra giusta’?

RISPOSTA. Nell’Alto Medioevo questo concetto ha funzionato per giustificare l’espansione del cattolicesimo imperiali.
D. E ora?
R. Era giusta la guerra del 1914? E quella del 1939? Ho forti dubbi. Erano guerre, è vero. Ma i motivi che le hanno scatenate non si possono certo definire giusti.
D. Non vale nemmeno per il diritto di difesa?
R. Il solo fatto che una guerra sia considerata giusta da alcuni e ingiusta da altri è la negazione stessa del concetto di giustizia.
D. Hollande ha dichiarato guerra all’Isis. Cosa ne pensa?
R. In realtà si tratta di una guerra contro cittadini francesi, belgi, europei: questi sono i terroristi. Il sospetto è che dietro a tutto questo ci siano altri interessi.
D. Quali?
R. Il petrolio, per esempio. Il controllo prima economico e poi politico di una regione che dal 2001 è stata fatta sprofondare nel caos più totale da altre guerre asimmetriche, preventive.
D. Cosa intende per asimmetriche?
R. Dichiarate unilateralmente, combattute da una parte con strumenti tecnologici maturi e dall’altra da formazioni partigiane, di resistenza dopo il disfacimento di eserciti, come quello iracheno, di origine coloniale o subalterni alle potenze occidentali.
D. Stiamo pagando le conseguenze delle campagne dei Bush?
R. Gli Stati Uniti con la loro insipienza hanno ricercato il caos necessario alla loro politica nel momento in cui è terminata la loro supremazia. Ai ‘bordi dell’Impero’ era funzionale mantenere guerre e scontri per ritardare un riequilibrio o, forse, l’instaurazione di un equilibrio alternativo.
D. Poi però la situazione è scappata di mano…
R. La lotta al socialismo e al comunismo non solo dell’Iraq ma dei Paesi della fascia sciita ha comportato lo svuotamento della società. A quel punto i religiosi, invece di soffrire in terra per guadagnare un posto in cielo, hanno cominciato a combattere.
D. Un contesto ideale per la proliferazione e lo sviluppo del radicalismo islamico.
R. L’Isis di fatto in quest’area ha sostituito il welfare dopo 10 anni di distruzione
D. Questo discorso vale anche per le banlieu francesi?
R. Sì, lo stesso è accaduto nelle periferie nel 2005. Solo che in quel caso a bruciare erano solo le automobili.
D. I protagonisti in quel caso erano i ragazzi di terza e quarta generazione di immigrati.
R. È così. Agivano o protetti dagli adulti o contro di essi, fregandosene dei loro richiami all’ordine.
D. Frustrazione, rabbia, desiderio di rivalsa. Ma quale è la causa vera di quegli scontri?
R. La fine del lavoro fordista ha causato una riorganizzazione da cui questa fetta di popolazione è stata di fatto tagliata fuori.
D. Si spieghi meglio.
R. Mentre il proletariato della banlieu era inserito socialmente, via via è stato escluso dalle nuove formazioni dell’economia cognitiva.
D. Per fermare gli scontri il governo si limitò a reprimere. 
R. I governi se ne sono fregati. E ora è orribile vedere un ragazzo che si fa esplodere uccidendo altre persone spinto non solo da una organizzazione che lo ha indottrinato e reclutato, ma anche da condizioni seconde.
D. Rabbia e frustrazione sono un humus perfetto per il radicalismo islamico.
R. Basta vedere la condizione delle scuole frequentate da questi ragazzi.
D. Quale è la situazione?
R. Sono istituti invivibili, e non solo dal punto di vista strutturale, con 40 persone per classe…
D. Per cosa ancora?
R. Per l’estraneità a cui sono relegati. Qui in Francia si parla ancora di “Grandeur”, di Montaigne, di philosophes.E invece siamo di fronte a un’incapacità pedagogica.
D. La famosa laicità francese sta presentando il conto?
R. Ma quale laicità… è una balla, un mito. Il Dio supremo di Robespierre non lo ricorda nessuno (la Ragione, ndr)?
D. In che senso è una balla?
R. Nel senso che è presente nella cultura francese una corrente di pensiero estremamente laica. Ma moltissime persone vanno in chiesa, ci sono movimenti cattolici forti e una destra che richiama alle radici cristiane.
D. E la battaglia contro il velo?
R. Campagne che in realtà sono sostenute da sottilissime minoranze. Eppure hanno portato a pressioni ideologiche dagli effetti disastrosi, sono come piccole punture di spillo continuamente riprodotte.
D. Insomma, mi sta dicendo che sono state un boomerang.
R. In Francia sono stati distrutti movimenti di immigrati politicamente attivi e si è fatta passare l’equazione religione uguale fanatismo. Basta vedere le reazioni sugli autobus e in metro davanti a una donna velata: il disprezzo e il sospetto sono palpabili…
D. Tornando agli attacchi di Parigi, parlare di guerra, nella lotta al terrorismo, ha senso?
R. Mi chiedo solo: «Ora dove stanno i nemici? E gli amici?». La guerra è sempre sbagliata. Ma in passato il nome guerra aveva un fronte, un Piave. Ora siamo in una palude.
D. Tra l’altro il primo ministro Valls ha lanciato l’allarme di nuovi attacchi chimici e biologici.   
R. Vorrei sapere chi li scatena e chi possiamo punire.
D. Si è detto che questa è una guerra non convenzionale. Cosa ne pensa?
R. La stessa definizione del diritto di guerra così come è uscito dalla pace di Westfalia,che nel 1684 pose fine alla guerra dei Trent’anni, non ha più alcun senso. E non parlo solo delle regole della guerra, ma anche del trattamento dei prigionieri per esempio.
D. Quando è saltato?
R. Nel 2001 gli Usa hanno deciso di scatenare una guerra asimmetrica. Adesso stiamo assistendo alla conseguenza della distruzione delle frontiere su cui si basava il diritto internazionale. Lo dimostra l’esodo dei migranti: è impossibile stabilire i confini.
D. È da allora che non si può più parlare di guerra ‘tradizionale’?
R. Da quel momento la guerra è stata di polizia, non di eserciti. Persino James Bond farebbe ridere. Si tratta di una guerra che legittima l’uso dei droni.
D. Cioè?
R. Il drone è un esempio, un simbolo. Dietro c’è un conflitto che è fuori da ogni categoria che finora abbiamo utilizzato.
D. Crede che assisteremo a una nuova definizione di guerra?
R. Francamente non so se arriveremo a questo. Del resto Westfalia mise fine a guerre scatenate in nome della religione che insanguinarono l’Europa.
D. Quando dichiara guerra Hollande cosa sta facendo?
R. Solo retorica. In realtà stiamo assistendo ad azioni di vendetta e repressione che ci riportano indietro a prima del diritto europeo. È più simile a un regolamento di conti tra tribù, quelle che noi definivamo Barbari.
D. Cosa possiamo fare a questo punto?
R. La situazione è drammatica e angosciante. Ogni riferimento a categorie passate non coglie la realtà dei fatti. Possiamo solo cercare di difenderci come possiamo, evitando che le cause che hanno portato a tutto questo si ripetano.

Quando il lutto diventa legge

Autore: liberospirito 19 Nov 2015, Comments (0)

Ancora sui fatti di Parigi. E’ un intervento a caldo di Judith Butler. Lutto, paura, stato d’emergenza, militarizzazione, difesa delle libertà sono parole che ricorrono in questa riflessione. Da leggere, affinché i meccanismi del terrore e della paranoia non prendano il sopravvento. La traduzione italiana del testo proviene dal sito effimera.org.

Judith Butler

Sono a Parigi. Ieri sera mi trovavo vicino al luogo dell’attentato, in rue Beaumarchais. Ho cenato in un ristorante che dista dieci minuti da un altro obiettivo degli attentati. Le persone che conosco stanno tutte bene, ma ci sono molte altre persone che non conosco, che sono traumatizzate, o in lutto. È scioccante, e terribile. Oggi le strade erano abbastanza movimentate, durante il giorno, ma vuote di notte. Stamattina era tutto completamente fermo.

Appare chiaro, dai dibattiti televisivi, che lo “stato di emergenza”, anche se temporaneo, crea in realtà un precedente per un’intensificazione dello “stato di polizia”. Si parla di militarizzazione (o meglio, del modo in cui “portarne a compimento” il processo), di libertà e di guerra all’“Islam”, quest’ultimo inteso come un’entità amorfa. Hollande, nel dichiarare “guerra” ha tentato di darsi un tono virile, ma a colpire, in realtà, era l’aspetto imitativo della sua performance – al punto da rendere difficile seguirlo seriamente. Proprio questo buffone, in ogni caso, assumerà ora il ruolo di capo dell’esercito.

Lo stato di emergenza dissolve la distinzione tra Stato ed esercito. La gente vuole vedere la polizia, una polizia militarizzata a proteggerla. Un desiderio pericoloso, per quanto comprensibile. Molti sono attratti dagli aspetti caritatevoli dei poteri speciali concessi al sovrano in uno stato di emergenza, come ad esempio le corse in taxi gratuite, la scorsa notte, per chiunque avesse bisogno di tornare a casa, o l’apertura degli ospedali per i feriti. Non è stato dichiarato il coprifuoco, ma i servizi pubblici sono stati comunque ridotti e le manifestazioni pubbliche vietate – ad esempio i rassemblements (“assembramenti”) per piangere i morti sono stati considerati illegali. Ho partecipato a uno di questi, a Place de la République: la polizia continuava a dire a tutti i presenti di separarsi, ma in pochi obbedivano. Per un attimo, ho visto in questo un po’ di speranza.

Quanti commentano i fatti, cercando di distinguere tra le diverse comunità musulmane, con i loro diversi posizionamenti politici, sono accusati di badare troppo alle “sfumature”: sembra che il nemico debba essere al contempo indefinito e singolarizzato, per essere annientato, e le differenze tra musulmani, jihadisti e Stato islamico, nei discorsi pubblici, si fanno via via più labili. Tutti puntavano il dito, con assoluta certezza, contro lo Stato islamico ancora prima che l’ISIS rivendicasse gli attentati.

Trovo significativo, personalmente, che Hollande abbia dichiarato tre giorni di lutto ufficiale, nello stesso momento in cui intensificava i controlli di sicurezza. Si tratta di un modo nuovo di leggere il titolo del libro di Gillian Rose, Mourning Becomes the Law (“Il lutto diventa legge”). Stiamo partecipando a un momento di lutto? O stiamo legittimando la militarizzazione del potere statale, o forse la sospensione della democrazia…? In che modo questa sospensione accade con più facilità, quando viene venduta in nome del lutto? Ci saranno tre giorni di lutto pubblico, ma lo stato di emergenza può essere prorogato fino a dodici giorni, anche senza approvazione dell’Assemblea nazionale.

La voce dello Stato dice che abbiamo bisogno di limitare le libertà, al fine di difendere la libertà – paradosso che non sembra affatto disturbare i commentatori in tv. Gli attacchi, in effetti, erano chiaramente rivolti a luoghi emblematici della libertà quotidiana in Francia: il bar, il locale da concerti, lo stadio. Nel locale, a quanto pare, uno dei responsabili delle 89 morti violente lanciava un’invettiva contro la Francia per non essere intervenuta contro la Siria (contro il regime di Assad), e contro l’Occidente per i suoi interventi in Iraq (contro il regime baathista). Non è, quindi, un posizionamento (se così si può definire) totalmente in contrasto con l’intervento occidentale in sé.

C’è, poi, una politica dei nomi: ISIS, ISIL, Daesh. La Francia rifiuta di dire “etat islamique”, in quanto ciò significherebbe riconoscerlo come Stato, ma vuole tenere “Daesh” come termine, in modo da non doverlo tradurre in francese. Nel frattempo, è questa l’organizzazione che ha rivendicato gli attentati, come rappresaglia per tutti i bombardamenti aerei che hanno ucciso i musulmani sul suolo del Califfato. La scelta del concerto rock come obiettivo – come scenario per gli omicidi, in realtà – è stata così argomentata: ospitava “idolatria” e “un festival della perversione”. Mi domando dove abbiano trovato il termine “perversione”. Suona quasi come uno sconfinamento da un altro contesto.

Tutti i candidati alla presidenza della Repubblica non hanno lesinato le loro opinioni: Sarkozy propone i campi di detenzione, affermando la necessità di arrestare chiunque sia sospettato di avere legami con jihadisti. Le Pen parla invece di “espulsioni”, dopo aver definito “batteri” i nuovi immigrati. E non è da escludere che la Francia decida di consolidare la sua guerra nazionalista contro gli immigrati dal momento che uno degli assassini è arrivato in Francia passando per la Grecia.

La mia scommessa è che sarà importante monitorare il discorso sulla libertà nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, poiché ciò avrà implicazioni per lo stato di polizia e per l’affievolimento delle precedenti versioni della democrazia. Una libertà viene attaccata dal nemico; un’altra viene attaccata dallo Stato, proprio mentre difende il discorso dell’”attacco alla libertà” da parte del nemico come un attacco contro ciò che si ritiene costituisca l’essenza della Francia, ma sospende la libertà di assembramento (la “libertà di espressione”) nel bel mezzo del lutto, e si prepara per una ancora maggiore militarizzazione dei corpi di polizia. La questione politica centrale è questa: quale versione dell’estrema destra vincerà le prossime elezioni? E quale diventa la prossima “destra tollerabile” se Marine Le Pen è considerata di “centro”? È un tempo spaventoso, triste, di oscuri presagi; ma noi siamo ancora in grado di pensare, spero, di parlare, e di agire, in mezzo a tutto ciò.

Il lutto sembra essere stato completamente circoscritto all’interno del territorio nazionale. Difficilmente si parla dei quasi 50 morti a Beirut il giorno prima, o dei 111 uccisi in Palestina solo nelle ultime settimane, o degli attacchi ad Ankara. La maggior parte delle persone che conosco dicono di trovarsi in una “situazione di stallo”, nella più totale incapacità di inquadrare lucidamente la situazione. Un modo per farlo potrebbe forse consistere nell’abbracciare una concezione trasversale del dolore, cercando di comprendere in che modo lavorino le metriche del lutto, cercando ad esempio di comprendere perché il bar mi colpisca al cuore in un modo che gli altri obiettivi sembrano invece non fare. La paura e la rabbia possono gettare con assoluta fierezza tra le braccia dello stato di polizia. Suppongo che sia questo il motivo per cui mi trovo meglio con chi si trova invece nella situazione di stallo. Ciò significa che si prendono del tempo per pensare. Ed è difficile pensare quando si è paralizzate dallo spavento. Ci vuole tempo per farlo, e qualcuno che sia disposto a farlo insieme a te – qualcosa che ha la possibilità di accadere, forse, in un rassemblement non autorizzato.

Judith Butler

Il grande sogno dell’umanità

Autore: liberospirito 18 Nov 2015, Comments (0)

Sui fatti di Parigi. Un intervento, rispetto ai molti che capita in questi giorni di leggere o ascoltare, spiazzante. Giustamente spiazzante. In quanto si sostiene che in questi giorni cupi, colmi di tragedia e dolore bisogna tornare al sogno, all’infanzia e alla poesia che li unisce dando forma a opere d’arte. “La bellezza salverà il mondo”, diceva Dostoevskij. Il testo proviene dal blog artenatura.altervista.org, curato da Silvia Papi, che partecipa fin dall’inizio al ‘progetto liberospirito’.

Chagall-La-madonna-del-villaggio-D1X

Abbiamo iniziato a pubblicare materiale su questo blog spinti dal bisogno di cercare quelle condizioni che ci portano a riconoscere e a creare bellezza. Più di un anno fa scrivevamo che separando l’arte dalla natura  abbiamo mutilato il nostro sentire, che siamo rimasti senza visioni mentre è sempre stata la “visione del mondo” che l’arte ha espresso a far grandi le opere, in ogni tempo.

Oggi, mentre ci accingiamo a pubblicare questo post, il mondo intorno dibatte sugli attentati di Parigi. Le pagine dei giornali e del web si riempiono di immagini e parole; come accadde per le morti in mare dei profughi che cercano aiuto sulle nostre coste, per il disastro nucleare di Fukushima e per tanti altri avvenimenti ancora che ci riempirono di sdegno, angoscia, preoccupazione, se non addirittura dolore. Potremmo fare un elenco che di certo sarebbe molto lungo. Poi si spengono i riflettori e nulla cambia, poco si risolve, fino alla prossima catastrofe. Questo è il modo della società dello spettacolo. Quasi banale è sottolineare l’evidenza di un comportamento umano che ha perso il senso del suo stare sulla terra e non sa più interrogarsi. L’equilibrio è rotto da troppo tempo, il disagio e la follia imperversano. Una piccola minoranza rema contro corrente cercando di salvare l’indispensabile, i semi necessari alla nostra vita. Tracce della bellezza che abbiamo saputo vedere e creare: opere d’arte e cultura.

In questo panorama, non casualmente, dedichiamo il nostro settimanale post al Messaggio Biblico dipinto da Marc Chagall.

All’interno di una famiglia di cultura e religione ebraica dove si parlava yiddish, nel 1887, nel villaggio di Vitebsk, allora parte dell’Impero Russo e oggi Bielorussia, da un mercante di aringhe, primo di nove fratelli, nacque Moishe Segal, in russo  Mark Zacharovič Šagalov. Abbreviato in Šagal, divenuto Chagall nella trascrizione francese. Il giorno stesso della sua nascita, il villaggio fu attaccato dai cosacchi durante un pogrom, e la sinagoga venne data alle fiamme. Per questo l’artista – rievocando le proprie origini – usava dire: “Io sono nato morto”.

Le sue origini, il villaggio e l’infanzia – felice nonostante le tristi condizioni in cui vivevano gli ebrei russi sotto il dominio degli zar – non abbandoneranno mai le visioni che Chagall dipingerà durante l’arco della sua lunga vita.

“Non ho letto la Bibbia, l’ho sognata”, e nella sua anima e nella sua infanzia si confondono letture del libro e immagini quotidiane, per dare vita a quella bellissima sintesi che è il mondo di Marc Chhagall ospitato, con grande cura e attenzione,  presso il Musée National Message Biblique Marc Chagall di Nizza.

In questi giorni cupi e carichi di tragedia è proprio al sogno, all’infanzia, ai racconti fondanti di ogni cultura e alla poesia che li unisce facendone opere d’arte, che dedichiamo questo modesto contributo, convinti che in essi stiano aiuto e sollievo per tutti noi. Accompagniamo la riproduzione di alcune opere con parole dello stesso Chagall.

Chagall-Cantico-dei-cantici-–-Chagall

Si parla spesso del modo. In quali forme, in quale “movimento” porre il colore. Ma questo colore è una cosa innata. Non dipende né dal modo, né dalla forma in cui lo ponete. E non dipende nemmeno dalla maestria del pennello. E’ al di fuori da ogni “movimento”. Di tutti i “movimenti”, sono rimasti nella storia solo quelli, rarissimi, che hanno posseduto il colore innato … i “movimenti” sono stati dimenticati.

La pittura, il colore, non sono forse ispirati dall’amore? La pittura è solo il riflesso del nostro io interiore, e per questo stesso la maestria del pennello è superata. Non conta affatto. Il colore con le sue linee contiene il vostro carattere e il vostro messaggio.

Se ogni vita va inevitabilmente verso la fine, dobbiamo durante la nostra colorarla con i nostri colori di amore e speranza. In quest’amore si trova la logica sociale della vita e l’essenziale di ogni religione.  Per me, la perfezione nell’arte e nella vita è sgorgata dalla fonte biblica. Senza questo spirito, la sola meccanica di logica e di costruttività, nell’ arte e nella vita, non porta frutti.

Fin dalla mia prima giovinezza sono stato affascinato dalla Bibbia. Mi è sempre sembrato, e ancora mi sembra, che sia la più grande forma di poesia di ogni tempo. La Bibbia è come una risonanza della natura, e questo segreto ho cercato di trasmetterlo.

Questi quadri, nel mio pensiero, non rappresentano il sogno di un solo popolo, ma quello dell’umanità.

e2d06634-3ca3-11e4-95e1-a222c06f54b6

parigi-attentati-13-novembre-2015

« L’orrore… l’orrore! », sono le parole finali di Kurz,  il personaggio del romanzo Cuore di tenebra  di J. Conrad, e presente anche nel film  Apocalypse now  di Francis Ford Coppola, ispirato al libro. Queste parole mi sono tornate alla mente vedendo in televisione le immagini di quanto era accaduto da poco a Parigi. Allo sgomento iniziale ho cercato – come immagino abbiano fatto molti –  a provare ad attribuire un senso a quella carneficina: parlando, ragionando, ascoltando, leggendo, documentandomi. Mi sono imbattuto in tante osservazioni, alcune più utili per capire cosa stesse accadendo, altre meno ma che divenivano, pur sempre, piccole tessere necessarie per aiutare a ricostruire il rompicapo.

Qui intendo fare solo una riflessione, parziale fin che si vuole, ne sono consapevole, ma che descrive l’incipit imprescindibile per ogni discorso ulteriore. E l’incipit è il seguente: si è detto e ripetuto tante volte che dopo due sanguinose guerre mondiali l’umanità ha goduto di un lungo periodo di pace, cosa preclusa ai nostri predecessori (padri, nonni, bisnonni e ancora più indietro). Ma tale affermazione è vera a metà e quindi è falsa per la parte mancante. Falsa perché non si può parlare di lungo periodo di pace per il mondo intero, ma solo per una piccola parte del globo su cui viviamo: l’Europa o, più in generale, il mondo occidentale. Di guerre ne abbiamo viste molte (sempre alla televisione): Corea, Vietnam, Congo, Ruanda, Palestina, fino all’Afghanistan, all’Iraq e ora in Siria, solo per citare le più note. Guerre nella quali l’Occidente non è stato spettatore innocente ma protagonista: inviando i suoi eserciti, spesso; vendendo le sue armi, sempre. In altre parole due guerre mondiali hanno insegnato al cinismo dell’Europa a continuare a fare la guerra ma per interposta persona e, soprattutto, non a casa propria. Finchè il gioco si è fatto pesante e la corda, tesa da fin troppo tempo, si è spezzata. Ecco allora le immagini delle strade di Parigi simili a quelle di Beirut o di Kabul. La guerra è finalmente arrivata a casa nostra. Perché stupirci? Semmai dovremmo stupirci del contrario e di come ci sia andata bene, almeno fino ad ora.

Queste mi sembrano le parole-chiave su cui riflettere. Poi si potrà discutere delle responsabilità specifiche di questo o quello stato per quanto accaduto a Parigi, delle strategie in corso, di scenari geopolitici e altro ancora. Tutte cose giuste. Ma sullo sfondo c’è lo spirito della guerra che non ha mai abbandonato l’Europa, dal ’45 fino ad oggi. O facciamo i conti con ciò – cambiando radicalmente direzione – o non ne verremo a capo.

Un’ultima considerazione, rivolta soprattutto agli smemorati: giova ricordare che l’uscita definitiva dalla crisi del ’29 si realizzò per gli Stati Uniti con l’intervento militare nella seconda guerra mondiale. Che qualcuno stia pensando così anche per questa crisi?

Scriblerus