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Tag: papato

“Teo-pro”. A chi?

Autore: liberospirito 23 Giu 2013, Comments (0)

Presentiamo un articolo apparso su “Repubblica” (il 17 giugno scorso) a firma di Paolo Rodari. Riflette sulle aperture nei confronti del nuovo papa compiute da numerosi intellettuali abitualmente critici nei confronti dei mondi vaticani: da Badiou a Zizek fino ad Agamben. Tutto ciò da motivi su cui pensare. Quanto meno andrebbero ribadite alcune elementari verità, a cominciare dal fatto che cristianesimo e cattolicesimo non coincidono necessariamente (ma in terra d’Italia molti preferiscono dimenticare) e che l’esistenza di un’autorità come quella ancora detenuta dal papa (anche se si tratta di un “papa buono”) richiederebbe una radicale rivisitazione, anzichè facili (fin troppo facili) entusiasmi. E altro, molto altro ancora…

bergoglio e ratzinger

Le neo armate del papa

Dai teo-con ai teo-pro. Le “armate” del Papa cambiano casacca. A sancire il passaggio di testimone tanti segni. Non ultimo, una pagina appositamente dedicata al tema da Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani che per anni ha dato voce a quegli intellettuali disposti a tutto pur di riconoscere un ruolo alla religione cristiana non separata dalla sfera pubblica, i teo-con appunto. “Atei devoti”, li ha chiamati qualcuno. «Importanti uomini di cultura non credenti, ma che avvertono il rischio di staccarsi dalle radici cristiane della nostra civiltà», li definì, invece, Benedetto XVI al convengo della Cei di Verona del 2006. Fu come un’investitura ufficiale, quella di Ratzinger, una chiamata alle armi per un esercito disposto a tutto pur di seguirlo.

Ma i Papi cambiano. E chi non vuole soccombere deve allinearsi. Lo scorso 9 giugno Avvenire segnala un cambio di rotta, una virata in perfetto tempismo con l’avvento del primo Papa che ha scelto di chiamarsi Francesco, in onore di una Chiesa diversa, umile, povera, degli ultimi. «C’erano una volta i teo-con, versione italiana dei neo-con americani molto attivi nell’era Bush», scrive Avvenire.

C’erano una volta e ora non ci sono più: «Il dizionario è da aggiornare. Perché si sta affermando a livello internazionale una corrente filosofica teo-pro: intellettuali rigorosamente non credenti e decisamente “progressisti”, i quali prendono il pensiero teologico cristiano (soprattutto quello di san Paolo) e lo trasformano in un dibattito filosofico nuovo e propositivo per l’Occidente».

Come a dire: se fino a pochi mesi fa la difesa dei princìpi non negoziabili andava di pari passo con il kerigma, l’annuncio del Vangelo, ora con Francesco le gerarchie sono ribaltate. I princìpi restano, certo, ma l’accento è anzitutto sull’annuncio della misericordia.

E così non sono più i conservatori americani alla Michael Novak, Richard John Neuhaus, George Weigel, o gli atei devoti italiani alla Marcello Pera e Giuliano Ferrara – ma il direttore del Foglio, a onor del vero, non si è mai considerato tale – a essere tenuti in auge, quanto i nomi, eterogenei fra loro, che Kurt Appel, docente di teologia alla Facoltà teologica di Milano, ha percorso in un volume a più voci dedicato a Cristianesimo e Occidente. Quale futuro Immaginare? (edizioni Glossa).

Dal francese Alain Badiou all’italiano Giorgio Agamben, fino allo sloveno Slavoj Zizek, sono diversi gli intellettuali che, riscoprendo san Paolo come alternativa al relativismo assoluto e mettendo al centro del proprio pensare uno sguardo verso l’altro anzitutto di misericordia, entrano di diritto nelle file dell’“esercito” bergogliano.

Del resto il filosofo francese Rémi Brague l’aveva predetto. Nel volume del 1992 Il futuro dell’Occidente (Bompiani), introdusse la distinzione che tra cristiani e “cristianisti”, prevendendo i pericoli per la Chiesa della corrente che successivamente si sarebbe chiamata teo-con, ma non solo di quella: «Cristianista – scrive Brague -, è chi s’interessa, del (proprio) cristianesimo e non di Cristo. Vede il cristianesimo, astraendolo, come una “tavola di valori”.

E ci sono i cristianisti identitari e i cristianisti del e nel “cattolicesimo democratico”. Il cristianista identitario insiste sul tema dell’Occidente e del suo valore. Richiamando il cristianesimo come uno strumento per il persistere di una “purezza”!». Mentre «il cristianista cattolicodemocratico pratica e impone un cristianesimo come faccenda individuale e socialmente irrilevante e/o arrendevole. Irreprensibile sul piano della vita privata finisce per asservirsi al “volontarismo politico” delle sinistre riconoscendogli, con la sconfessione pratica dell’antropologia cristiana, una presunta superiorità etica».

Esiste una sintesi? Difficile rispondere. Di certo, i cosiddetti teo-pro, nonostante l’endorsement di Avvenire, non sembrano riuscire a stare nel mezzo. Anche loro rivalutano il cristianesimo, però soltanto in chiave culturale. Non c’è conversione in loro, c’è soltanto un riscatto culturale, da sinistra, del cristianesimo. La differenza fra loro e i nuovi atei, insomma, (da Richard Dawkins a Sam Harris fino a Christopher Hitchens) risiede soltanto nel fatto che per questi ultimi il cristianesimo è falso e insano. Mentre per i teo pro è un qualcosa da valorizzare ma non a cui aderire. Avvenire li prende, invece, a modello. Ma cosa diranno i settori più conservatori del cattolicesimo in merito? E cosa i teologi più illuminati del cattolicesimo oggi?

Pierangelo Sequeri, preside della facoltà teologica dell’Italia settentrionale, vede note positive. Dice, infatti, che «la corrente teo-pro è interessante perché marca una distanza netta dal pensiero debole e rappresenta una via per ridare vita all’autentico umanesimo».

Di autentico umanesimo, in effetti, parla Zizek quando in La mostruosità di Cristo (Transeuropa) spiega con San Paolo che è questo il tempo di «una vita vera nell’amore, accessibile a tutti noi attraverso la grazia». È il tempo, dice, di «un cristianesimo focalizzato sull’agape».

Eppure i rischi ci sono, come Brague insegna. Dice in proposito il sociologo Luca Diotallevi, fresco autore di La pretesa. Quale rapporto tra Vangelo e ordine sociale ( Rubbettino). «Da una parte esistono nostalgie di cristianesimo giocate come avversione alla modernità avanzata. In un certo senso la versione originale dei teo-con è la declinazione di destra di questo fenomeno. Ma ne esiste anche una di sinistra, speculare, affine alla prima.

Nella direzione opposta, è invece presente, e robusta, nel mondo anglosassone ma anche in quello francese, l’idea di un cristianesimo come vettore di un cammino che accetta e sfida la modernità avanzata per una società in cui il primato dell’amore non contrasti con una prospettiva sociale ancora più libera e aperta.

L’alternativa principale è quella tra un cristianesimo che rifiuta e uno che affronta e attraversa la modernità avanzata. Quando Tony Blair si converte al cattolicesimo dice proprio che una civitas aperta ha bisogno del cristianesimo. Nel mondo francofono è il filosofo Jean-Luc Nancy, erede di Jacques Derrida, a dire che la decostruzione, e dunque il principio dell’apertura, sono un prodotto del cristianesimo e che vive di cristianesimo.

In questo prevalere della speranza sulla nostalgia, che è anche lo spirito del Vaticano II, si può cogliere l’eco della patristica e di una lettura liberante di Agostino. Per lui, nel secolo della civitas terrena permixta alla civitas celeste l’amore alimenta la libertà e conosce e non teme il conflitto. Il filone che è stato chiamato teo-pro è esso stesso attraversato da un alternativa più profonda, intorno alla conciliabilità o meno di libertà e amore».

Paolo Rodari

Habemus papam. La censura del silenzio

Autore: liberospirito 23 Mar 2013, Comments (0)

Con stupore e delusione abbiamo ascoltato alcuni commenti a caldo – largamente positivi – espressi da alcune note figure dissidenti all’interno della Chiesa in merito alla nomina di Francesco I. Ecco di seguito, invece, la riflessione di Lidia Menapace (recuperata da www.italialaica.it) sull’elezione del nuovo papa. E’ davvero una delle rare voci fuori dal coro e per questo è bene assegnarle il dovuto risalto. Per chi non la conoscesse, Lidia Menapace, già giovanissima partigiana, è una figura storica del cristianesimo del dissenso, quello orientato a coniugare religione e politica; è stata deputata al parlamento per Rifondazione Comunista e attualmente fa parte del comitato nazionale dell’ANPI.

habemus-papam

Stavo guardando il tg3 delle 19, come sempre quando sono a casa ed è arrivata la notizia e la vista della fumata bianca che ha mandato in pezzi tutti i discorsi sul nuovo papa. Sono rimasta a seguire tutta la trasmissione fino alla fine.
Il nuovo papa mi ha fatto una grande impressione per la sua prestanza e imponenza fisica, soverchiava di tutta la testa i circostanti, era fermo e non emozionato. Ha mostrato subito una grande abilità comunicativa con il parlare  semplice e le battute, ha inaugurato un simbolico gestuale  notevole, come quello di chiedere al popolo che pregasse per lui e lo benedicesse prima che il papa benedicesse il popolo, ho notato che usa abitualmente il linguaggio inclusivo fratelli e sorelle, uomini e donne.
Ma in testa mi risuonava il suo nome insieme a quello di mons. Pio Laghi, un nome infausto e da vergognarsi, mi si ripresentava la rabbia e il rifiuto di Pertini nei confronti di Videla. Mi sono ripromessa di riordinare le impressioni, ma – nelle trasmissioni ufficiali – su quell’oscuro e tremendo periodo della dittatura di Videla si scivola via con frasi a mezzabocca. Insomma vige già una specie di congiura del silenzio. Il nuovo papa ha già messo insieme molti primati, anche quello dei gesti schietti e del parlare  non aulico, ma quanto a doppiezza sembra restare  entro i confini della consuetudine per di più essendo gesuita (anche questo è un primato, non c’é mai stato finora un papa della compagnia di Gesù). Ho seguito nei giorni successivi le vicende, dato oltretutto che Francesco  ha letteralmente occupato la tv pubblica con  programmi direttamente confezionati dal servizio vaticano.
ll clou è stata  la serata del 14/15: mi sono passati davanti  due millenni di storia del cattolicesimo attraverso il racconto del pontificato e anche del Concilio Vaticano II e non ho visto né sentito se non volti nomi voci fatti eventi  interessi di uomini maschi, non una faccia di donna, non un nome di donna, non una questione che riguardasse le donne. Verremo citate quando il papa tirerà fuori il suo noto rigore etico, immagino contro divorzio, omosessualità, aborto: certamente sarà con i poveri e con l’assistenza, non con i diritti. Sembra  il metodo della comunità di S. Egidio, molta beneficenza e gesti di generosità e umiltà come quelli di servire a tavola nelle mense della Caritas, ma il più rigido fondamentalismo nei confronti della libertà.
È proprio vero che il patriarcato ha vinto su tutta la linea, dal papa a Grillo, che propone due uomini come candidati del M5S per le presidenze di Camera e Senato.  Non so se un così accentuato trionfo patriarcale potrà tirar fuori le chiese e le religioni dalla loro crisi, certamente – per la crisi capitalistica – il patriarcato portatore di barbarie non consente di predisporre né immaginare un futuro alternativo.
Lidia Menapace
lidia menapace

 

Il papato come simbolo

Autore: liberospirito 13 Mar 2013, Comments (0)

A margine dell’inizio del conclave per l’elezione del nuovo papa (e dei vari commenti scaturiti dalla precedente decisione di Benedetto XVI di abdicare) pubblichiamo una riflessione di Maciej Bielawski, tratta dal suo blog http://maciejbielawski.blogspot.it. Le parole di Maciej risultano spiazzanti rispetto ai diversi discorsi che ci tocca sentire, per lo più appiattiti su una lettura giornalistica dei fatti, i quali, nell’incapacità di gettare lo sguardo oltre la contingenza della cronaca, finiscono impoveriti.

ponte monet

Immaginate un punto in cui si incrociano le circonferenze di molti cerchi; sembrano agganciati a questo punto come i petali al ricettacolo di un fiore. Questo punto è il papato, invece i cerchi sono diversi modi di percepirlo e comprenderlo.  In altre parole il papato è un simbolo e proprio perché è un simbolo, e funziona come un simbolo, è percepito e compreso in modi molto diversi.

 Per alcuni il papato simboleggia la presenza di Dio sulla terra – per altri esso è il simbolo di un potere che non ha niente a che fare con Dio.
Per alcuni il papa è vicario di Cristo – per altri l’Anti-Cristo.
Per alcuni il papato è una infallibile garanzia di verità – per altri è una minaccia per la libertà, simbolo dell’ipocrisia e della falsità.
Per alcuni il papa è scelto dallo Spirito Santo – per altri la sua elezione è il risultato di meccanismi politici puramente mondani.
Per alcuni il papato con la sua continuità ormai bimillenaria è simbolo della stabilità – per altri esso è solo un susseguirsi di varie figure nel flusso della storia.
Per alcuni il papa è un simbolo di speranza e di luce – per altri causa di disperazione e fonte di incubi.
Per alcuni è oggetto di amore e di venerazione – per altri è oggetto di odio e disprezzo.
Per alcuni il papato è molto importante – per altri non significa nulla.
In qualche modo nell’umanità, forse in ogni uomo, convivono e confluiscono tutti questi, e tanti altri, significati del papato.
A prescindere da tutta questa pluralità di significati, il papato, almeno all’interno della nostra cultura religiosa, è simbolo della comunicazione tra il divino e il mondo nell’uomo. Per questa ragione il papa è chiamato anche pontefice (pontifex, ma lasciamo la discussione sull’origine imperiale del titolo, perché l’etimologia è solo uno dei modi per comprendere un significato); insomma il pontefice lo si può immaginare come un ponte che unisce le due sponde: il divino e il mondo. Questo, nel fondo, è il simbolo che il papato simboleggia per coloro che ci credono.
Soffermiamoci sull’immagine del ponte legata col “simbolo pontefice”. Nella nostra immaginazione ci figuriamo il papato come un collegamento che unisce due sfere quella di dio e quella in cui siamo noi; ci sembra di poter avere l’accesso al divino solo grazie a questo ponte e che il divino per arrivare a noi debba per forza attraversarlo. Per questo motivo il papato suscita tale interesse, tali emozioni e le interpretazioni positive fino all’idolatria (papolatria) e negative (rifiuto, vendetta, caricatura).
A mio parere noi oggi viviamo un radicale cambiamento di questo tipo di immaginario legato al papa e la così detta “crisi del papato” non riguarda solo gli scandali e il funzionamento obsoleto dell’istituzione ecclesiale, ma il nostro modo in cui il papato è pensato sia dalla gerarchia ecclesiale sia dai laici. La crisi, qualsiasi, è sempre e principalmente causata dalla mancanza di un grande disegno, progetto o ideale.
Il simbolo non esiste in sé, esiste per me e in relazione con me. Il simbolo mi lega con sé, io mi riferisco ad un simbolo perché mi ritrovo in esso e lo ritrovo in me. Per questo il simbolo è percepito personalmente e lo si difende quando non è rispettato.
Io non solo “ho un simbolo”, ma io sono il mio simbolo; mi ritrovo in esso e lo ritrovo in me. Per esempio: un fiore visto in modo simbolico parla della vita, della gratuità, del dono, della bellezza e quando qualcuno me lo regala, quando lo do a qualcuno, quando lo coltivo nel mio orto, nel fondo ricevo la vita, do la vita, coltivo la vita che scorre in me e intorno a me. Mi fa male vederlo calpestato da un piede arrogante, insensibile ed ignorante.
Tornando al papato, come simbolo, bisogna dire che esso non esiste in sé né esclusivamente per me, ma anche in me. Per farla breve: il papato come simbolo ci dice che ognuno di noi è un ponte, un mediatore, tra il divino e il mondo.
E’ importante realizzare questo legame tra il papato e noi. Bisogna cambiare il modo di rapportarsi a noi stessi; se io sono il ponte e non uno che deve attraversare un ponte, cambia il modo di percepire la realtà. Il ponte che devo attraversare sono io!
Maturare in sé tale pensiero è molto più importante di tutte le speculazioni a proposito del futuro papa; se potessi parlare al futuro papa oserei suggerirgli di riflettere profondamente sul simbolo che simboleggia. Dovrebbe realizzare profondamente in sé il fatto che lui è “solo”  un simbolo di ciò ogni uomo è. Quindi dovrebbe semplicemente comunicarlo, non con una enciclica, ma con un gesto… simbolico, perché nel mondo simbolico non tanto contano tanto  i discorsi, ma i gesti simbolici. Confrontate i due gesti: i fedeli che baciano il piede di Pio XII – Paolo VI che si inginocchia e pubblicamente bacia il piede di Atengora. Non so quale gesto dovrebbe essere fatto oggi da un papa, ma sono convinto che la persona se vive profondamente il simbolo che simboleggia, prima o poi lo comunica in modo talmente efficace che avrà la forza di cambiare le menti e la storia.
Il papa non è una monarca assoluto, ma un simbolo del ponte tra il divino e l’umano, ciò che ogni donna e ogni uomo già è. Il papa non dovrebbe appropriarsi di questo simbolo, ma suscitare in ognuno la responsabilità di essere pienamente un ponte tra il divino e il mondo.
Maciej Bielawski
maciej bielawski