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Tag: Paolo Naso

Pubblichiamo un recente articolo di Paolo Naso, apparso su “NEV-Notizie Evangeliche”, servizio stampa della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia. Prendendo spunto da una recente sentenza del TAR di Brescia, che condanna il comune di Brescia in materia di delibere riguardanti la costruzione di edifici religiosi non cattolici, l’autore propone una rilflessione sulla latitanza da parte di tutti gli schieramenti politici in merito all’attuazione del principio costituzionale circa la libertà religiosa. Che sempre più spesso debbano intervenire i tribunali è un triste segnale dell’indifferenza o dell’opportunismo della classe politica. Per questo i cittadini stanno imparando ad affrontare in prima persona, senza deleghe di sorta, le questioni che li riguardano, siano esse di natura religiosa o di altra provenienza.
libertà religiosa
Ogni Comune deve prevedere spazi per moschee e luoghi di culto delle varie confessioni religiose: in sintesi è quanto all’inizio dell’anno ha sentenziato il TAR di Brescia accogliendo il ricorso di un’associazione islamica locale. Bocciato così il Comune che, nel suo Piano di governo del territorio (Pgt, il vecchio “piano regolatore”), aveva previsto oratori e campanili ma aveva escluso la possibilità di costruire moschee, templi buddhisti, chiese pentecostali e così via.
Nella visione e nell’intenzione degli amministratori locali Brixia fidelis era e resta una città cattolica che non prevede spazi per le altre confessioni religiose. Il TAR ha però corretto questa interpretazione facendo valere le norme costituzionali secondo le quali “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere di fronte alla legge” (art. 8) e “tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume” (art. 19). Un boccone amaro per la giunta di centrosinistra: solo qualche mese fa si era insediata dopo aver clamorosamente sconfitto il centrodestra responsabile del Pgt ed oggi si trova sullo stesso banco degli accusati sul quale da decenni siedono i leghisti, da sempre impegnati in una rumorosa guerra “alle moschee” che in realtà si intende rivolta a tutti i luoghi di culto non cattolici frequentati in prevalenza o interamente da immigrati. Per parte sua, la comunità islamica si era prontamente mobilitata e aveva denunciato l’incostituzionalità della negazione di spazi pubblici destinati alle numerose comunità di fede che negli ultimi venti anni si sono insediate a Brescia, la città – va ricordato – con una concentrazione di immigrati tra le più alte d’Italia.
Non è affatto la prima volta che a correggere interpretazioni restrittive ed escludenti in materia di libertà religiosa e parità dei diritti tra le varie confessioni intervenga un tribunale. I precedenti sono molti e giuridicamente rilevanti, a iniziare da storiche sentenze della Corte Costituzionale in materia di laicità dello Stato.
Che su una materia delicata e rilevante come la libertà religiosa e di culto debbano periodicamente intervenire i tribunali, resta però una grave anomalia che denuncia i ritardi colpevoli delle forze politiche. Tutte. Se la Lega Nord ha fatto dell’esclusione e del pregiudizio anti-islamico e xenofobo la sua bandiera, va comunque denunciata l’incapacità delle forze moderate del centrodestra e di gran parte del centrosinistra di proporre e sostenere un discorso alternativo, costituzionalmente fondato e, soprattutto, operoso, capace cioè di fare piazza pulita delle foglie secche di retaggi confessionalisti e privilegiari per approvare nuove norme in materia di libertà religiosa, di culto e di coscienza: è il tema urgente di una nuova legge sulla libertà religiosa e di coscienza che da anni impegna la Federazione delle chiese evangeliche in Italia così come altre espressioni confessionali e culturali.
Ma se la Lega ha la gravissima responsabilità di promuovere un’impresa culturale e politica che alimenta pregiudizi ed esclusioni, le altre grandi forze politiche – salvo qualche personalità generalmente poco ascoltata – preferiscono ignorare un tema che invece ha una crescente rilevanza culturale e sociale.
Da anni, ad esempio, in Lombardia vige una norma regionale altrettanto discriminatoria del Pgt bresciano che impedisce la “conversione d’uso” per luoghi che si intende adibire al culto (legge 12, art. 52 comma tre bis). Vale a dire che una comunità religiosa che acquisisce un locale, sia pure pienamente a norma in materia di sicurezza che però “nasce” con altra finalità, ad esempio un cinema o un supermercato, non può ricevere dal Comune l’autorizzazione all’utilizzo per finalità di culto. Se una comunità vuole aprire un luogo di culto se lo deve costruire chiedendo regolare licenza, ma per ottenere la licenza occorre che ci sia un’area destinata nel Pgt, che però, come nel caso di Brescia, in gran parte dei Comuni della Lombardia (e non solo) non è prevista. Carenza che nei fatti produce un divieto.

La sentenza del tribunale bresciano ristabilisce un fondamentale principio costituzionale ma, a leggerla in un contesto più ampio, ci dice che la classe dirigente – a partire da quella locale che dovrebbe avere sensibilità e legami territoriali più forti – non ha ancora compreso la portata del cambiamento sociale e culturale in atto. Soprattutto non ha capito che moschee e gurdwara sikh, chiese e sale del Regno, templi e sinagoghe non impoveriscono il territorio ma al contrario lo arricchiscono, perché sono luoghi in cui tante persone – italiani e immigrati – si incontrano, si sostengono, formano i loro figli, rafforzano legami di solidarietà. Per fortuna lo afferma un tribunale ma come cittadini di uno stato democratico ci aspetteremmo che lo riconoscesse anche chi ci amministra e ci governa.

Paolo Naso

Gli italiani sono ignoranti in materia religiosa. Oltre il 50% ha idee confuse sugli autori della Bibbia e soltanto il 16% è in grado di mettere in ordine cronologico Noè, Abramo, Mosè e Gesù. Meno di due italiani su dieci sono in grado di citare i dieci comandamenti e il 41% ne sa citare uno soltanto. È quanto emerge da un’indagine condotta da Gfk Eurisko per conto della Chiesa valdese, i cui dati sono stati presentati a Torre Pellice nel corso di una serata pubblica promossa nell’ambito del Sinodo delle chiese metodiste e valdesi dal titolo “Santa ignoranza. Gli italiani, il pluralismo delle fedi, l’analfabetismo religioso”. L’Agenzia Sir ne ha parlato con Paolo Naso, coordinatore della Commissione studi della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei). Riportiamo sotto l’intervista. Qui però vogliamo aggiungere alcune personali riflessioni. L’ignoranza religiosa è si cosa grave e indica responsabilità precise di tale situazione, ma questo è solo un aspetto e forse non il più grave. Più importante del saper collocare in ordine cronologico i vari Noè, Abramo, Mosè e Gesù è l’essere in grado di esprimere un comportamento religioso nei fatti. A tale scopo ricordiamo qui un esperimento di psicologia applicata al comportamento, compiuto nella prima metà degli anni Settanta. L’esperimento venne soprannominato del ‘buon samaritano’. In breve: ad alcuni studenti (di diverso orientamento religioso) di un seminario teologico viene chiesto di recarsi nel locale di un edificio distante pochi minuti di strada; là avrebbero dovuto esporre le proprie posizioni su un argomento assegnato. Solo alla metà degli studenti viene riferito che il tema era la parabola del buon samaritano (Luca 10,25-37). Solo a una parte di questi ultimi viene anche detto di affrettarsi, agli altri invece non viene detto nulla. Nei pressi dell’entrata dell’edificio in cui dovevano entrare i giovani trovano una persona che giace a terra, richiedente aiuto. Di fronte a ciò alcuni studenti si fermano per prestare soccorso, altri proseguono per la loro strada. L’esito dell’esperimento fu il seguente: solo il 10% degli studenti in ritardo si era fermato, contro il 64% degli studenti che avevano più tempo a disposizione. L’essere cattolici o protestanti, conoscere più o meno bene la parabola del buon samaritano, risultarono fattori poco significativi; l’unica discriminante era il tempo in avanzo. Risulta qui evidente una sfasatura fra le parole (l’appartenenza religiosa) e le cose (il comportamento tenuto). Qui il comportamento irreligioso è assai più preoccupante dell’ignoranza religiosa. Questo dovrebbe dare da pensare oggi.

santa ignoranza

Che cosa l’ha colpita di più della ricerca Eurisko?
“Abbiamo riscontrato un’elevata punta di persone che senza esitazione si definisce cattolica. Il problema è che a questa identità corrisponde un assoluto analfabetismo religioso. Alla domanda per esempio, capostipite di ogni catechismo, riguardo alle tre virtù teologali, ha saputo rispondere solo il 17%. Oppure, riguardo alla lettura della Bibbia, solo il 30% lo fa al di fuori delle celebrazioni liturgiche. Rarissime poi le persone in grado di citare tutti e dieci i comandamenti: il 41% ne sa citare solo uno, di solito il ‘non uccidere’ o il ‘non rubare’. Solo poi il 16% sa mettere in ordine cronologico Noè, Abramo, Mosè e Gesù. Siamo quindi di fronte ad un dato gravissimo di assoluto analfabetismo religioso”.

È un fenomeno che c’è sempre stato o è andato peggiorando negli anni?
“È un fenomeno che è andato peggiorando negli anni. Abbiamo per esempio posto la domanda su chi ha iniziato la riforma protestante. Il dato che emerge è che circa il 50 % degli italiani sa che è stato Lutero. Quando abbiamo posto la stessa domanda a giovani sotto i 30 anni, quelli cioè che dovrebbero essere più freschi di studi, il dato si abbassa al 31%. Emerge allora un dato ancora più grave che riguarda in particolare i giovani. C’è di che preoccuparsi”.

Che cosa preoccupa di più?
“Un dato oggi di analfabetismo religioso così alto ha una pessima funzione sociale. Oggi le religioni sono chiamate in causa dal più ampio tema della interculturalità. Ignorare o non disporre di chiavi di comprensione della realtà religiosa significa venire meno alla cittadinanza sociale, alle dinamiche delle integrazioni, della semplice convivenza nello spazio pubblico”.

Vuol dire che c’è un legame tra i fenomeni di razzismo e l’analfabetismo religioso?
“Esiste un rapporto stringente. La forza più percepibile di razzismo è la discriminazione nei confronti di chi ha una religione diversa. Negli ultimi quattro anni, per esempio, sono state fatte campagne scientifiche di delegittimazione della presenza islamica nel nostro Paese con la motivazione che il musulmano è portatore di valori e sistemi di pensiero e vita incompatibili con la società italiana”.

Perché l’appartenenza religiosa dà così fastidio?
“La prima ragione è che siamo in Italia. Siamo cioè in un contesto nel quale l’identificazione religiosa ha un peso che non si riscontra in altre società come quella americana, inglese o svizzera. Il secondo elemento è dato dal fatto che alcuni partiti politici hanno diffuso echi dozzinali e volgari dello scontro di civiltà che sono diventati categorie di scontro politico. Ci sono cioè in Italia forze politiche che hanno deciso di fare political marketing agendo su questo tema. E gli effetti negativi in termini di pregiudizio sono purtroppo sotto gli occhi di tutti, quando le logiche discriminatorie ed esclusive diventano senso comune”.

Un’Italia che non sa decifrare il fenomeno del pluralismo religioso, che Paese diventerebbe?
“Da un lato un’Italia più povera culturalmente, perché non sa capire la sua storia di Paese multiculturale e non sa fare proprie le ricchezze e le tradizioni specifiche dell’altro. E dall’altro sarebbe un Paese più pronto all’implosione: il vettore religioso anziché essere un vettore di mediazione in funzione della coesione sociale diventerebbe un vettore di scontro. Se l’Italia quindi non mette seriamente mano ad una politica di alfabetizzazione religiosa in funzione della coesione sociale, a mio modo di vedere aggrava un percorso di implosione sociale: non ci capiamo, non dialoghiamo, non conviviamo serenamente e perpetriamo una logica di scontro. Certamente a basso conflitto, ma uno scontro lacerante del tessuto sociale”.