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Tag: nonviolenza

Armi: tradimento di Stato

Autore: liberospirito 16 Gen 2019, Comments (0)
Riportiamo un intervento di Alex Zanotelli in merito alle recenti decisioni belliciste dell’attuale governo e al pericolo a livello globale per la presenza di vari “dottor Stranamore” in diverse parti del mondo (per dirne soltanto una: siamo davanti a due blocchi armati con 15.000 bombe atomiche a disposizione).
Il 1 gennaio la Chiesa celebra la Giornata Mondiale della Pace, una pace mai come in questo momento minacciata, nell’indifferenza generale.
“Il mondo sta sottovalutando il pericolo di una guerra nucleare che potrebbe condurre alla fine della civiltà umana,” ha affermato il presidente russo Putin nella conferenza stampa di fine anno. E questo per due nuovi elementI. Il primo, è rappresentato dalla “tendenza ad abbassare la soglia per l’uso di armi nucleari, creando cariche nucleari tattiche a basso impatto che possono portare a un disastro nucleare globale.” Purtroppo, a questa categoria , appartengono le nuove bombe nucleari, B61-12 che il prossimo anno gli USA piazzeranno in Italia , in sostituzione di una settantina di vecchie ogive atomiche. L’altro pericolo viene dalla “disintegrazione del sistema internazionale di controllo degli armamenti,” espresso dal recente ritiro degli USA dal Trattato INF (1987) che permette a Trump di schierare in Europa missili a raggio intermedio con base a terra. Ora il nostro governo gialloverde ha approvato in sede NATO tale piano e ha dato la disponibilità a installarli in Italia come quelli che erano stati installati a Comiso negli anni ’80. E’ ormai una vera corsa fra USA e Russia al riarmo nucleare. Gli USA , già con Obama ed ora con Trump, hanno messo a disposizione oltre mille miliardi di dollari per modernizzare il loro arsenale atomico. La Russia sta tentando di tenere testa agli USA (Putin ha appena annunciato di aver testato il nuovo missile intercontinentale ipersonico!) cercando di avvicinarsi alla nuova potenza , la Cina, che nel 2017 ha speso ben 228 miliardi di dollari in difesa. Trump, che nel 2017 ha speso un’enorme cifra in armi, ben 660 miliardi di dollari, sta sferzando i suoi alleati europei perché tutti investano in armi almeno il 2% del PIL. Se l’Italia obbedisse agli ordini di Trump spenderebbe cento milioni di euro al giorno in armi (già oggi ne spende settanta milioni al giorno!). Siamo ormai davanti ai due blocchi armati fino ai denti con 15.000 bombe atomiche a disposizione e un enorme armamentario. Siamo alla follia collettiva: nel 2017 abbiamo raggiunto a livello planetario l’astronomica cifra di 1.739 miliardi di dollari, pari a oltre 4,5 miliardi di dollari che spendiamo ogni giorno in armi. E’ una polveriera che potrebbe scoppiarci fra le mani. Gli scienziati dell’Orologio dell’Apocalisse a New York hanno puntato l’orologio a due minuti dalla mezzanotte. Davanti a questo pauroso scenario, rimango sbalordito dal silenzio dei cittadini italiani. Perché il grande movimento per la pace non scende unitariamente in piazza per contestare il “governo del cambiamento” che, nonostante le promesse, è diventato guerrafondaio come gli altri? E dovremmo chiedere le ragioni per cui questo governo giallo-verde :
– non si oppone agli USA che vogliono piazzare in Italia una settantina delle nuove bombe nucleari B61-12;
– si rifiuta di firmare il Trattato ONU per l’abolizione degli ordigni nucleari;
– ha accettato che vengano collocati in Italia i nuovi missili nucleari;
– ha deciso di comperare gli F -35, definiti oggi ‘irrinunciabili’, mentre durante la campagna elettorale erano “strumenti di morte”;
– continua a vendere le bombe all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen in violazione della legge 185/90, che vieta la vendita di armi ai paesi in guerra( i 5 Stelle durante la campagna elettorale ne avevano chiesto “ l’embargo totale”);
– ha deciso di lasciare i soldati in Afghanistan, mentre il ritiro dei nostri soldati da quel paese era stato il cavallo di battaglia dei 5 Stelle.
Abbiamo scritto, a nome dei centomila che hanno marciato alla Perugia –Assisi, sia al Governo che al Parlamento perché riceva due delegazioni alle quali dare risposte a queste domande. A tutt’oggi , silenzio! E’ il tradimento di questo governo!
Mi appello altresì alle comunità cristiane che facciano tesoro delle forti prese di posizione di Papa Francesco sulla guerra e sulle armi. E’ un magistero il suo, di una lucidità e forza straordinaria. Mi auguro che questo venga presto percepito dai sacerdoti e dai fedeli.
“Offrire la pace è al cuore della missione dei discepoli di Cristo”, afferma Papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2019.
E allora mettiamoci insieme, credenti e non, per un impegno serio contro la folle corsa agli armamenti, soprattutto nucleari, foriera di nuove e micidiali guerre.
Che il 2019 sia un anno di mobilitazione popolare per la Pace!
Alex Zanotelli

Tutti armati fino ai denti

Autore: liberospirito 4 Mag 2018, Comments (0)

“Non ci sono soldi”, “Dobbiamo tirare la cinghia”: queste e altre frasi simili costituiscono il mantra che governi, esperti e media continuano a recitare. E poi vai a leggere l’ultimo rapporto del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) sul commercio di armi e scopri che in quel settore non esiste crisi, in tutti gli Stati gli stanziamenti di denaro publico in armi e armamenti sono in sensibile aumento. Lì gli affari vanno a gonfie vele, tanto che verrebbe voglia pure a noi di cantare “Ma così questa crisi?”; se non fosse che il panorama che ci circonda appare tutt’altro che allegro e roseo…

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L’orologio della guerra, la celebre timeline del Doomsday Clock, che segna il cronometro che ci separa dell’apocalisse atomica, bellica o climatica, fissata dagli scienziati dell’Università di Chicago segnala che nel 2016 la lancetta era distante tre minuti dalla «mezzanotte» cioè dalla fine del mondo, nel 2017 si era spostata a due minuti e mezzo e nel 2018 è andata ulteriormente avanti, a due minuti dal disastro.

Più o meno lo stesso andamento della spesa mondiale per gli armamenti e i sistemi d’arma, sempre più tecnologici e sempre più automatizzati, tanto che adesso si sperimentano droni bellici a riconoscimento facciale, micro soldati-robot.

Il rapporto 2018 del Sipri, cioè dello Stockholm international Peace Research Institute, pubblicato ieri, segnala come il Medioriente (+ 6,2% di spesa la regione, + 19 l’Iran e + 22% l’Iraq) sia il vero pozzo di San Patrizio per le industrie armiere anche in questa fase di ribassi dei prezzi petroliferi. «A livello planetario il peso della spesa militare si sta chiaramente spostando dalla regione euro-atlantica», sintetizza Nan Tian, ricercatrice del Sipri.

Le nuove rotte dei commerci di strumentazioni militari si dirigono sempre più verso Cina e Arabia saudita. Il regno guidato da MbS, con l’abbreviazione con cui viene chiamato il giovane e spigliato rampollo della famiglia Saud, il principe ereditario Mohammad bin Salman ha aumentato la spesa militare nel 2017 del 9,2 % e portato Riyad d’un balzo al terzo posto nel mondo per produzione e acquisti di armi. Un valore tra l’altro sottostimato, visto che una parte di questa spesa – quella stimata è pari a 69,4 miliardi di dollari – come quella che serve a finanziare le milizie jihadiste, passa per canali non del tutto tracciabili.

Gli Stati Uniti di Donald Trump – che di recente ha omaggiato il suo principale alleato MbS di una accoglienza principesca a Washington – si attestano per il momento al vertice della top ten. Gli Usa restano leader mondiali almeno della spesa bellica, con investimenti pari a 610 miliardi di dollari. La quota risulta invariata rispetto al 2016 ma «la tendenza al ribasso delle spese militari statunitensi iniziata nel 2010, si è conclusa», certifica Aude Fleurant, direttrice del programma Sipri-Amex.

E nel 2018 le cifre aumenteranno significativamente per sostenere gli aumenti nel personale militare e la modernizzazione delle armi convenzionali e nucleari. In più c’è da considerare che disinvestendo sulla Nato, gli Usa hanno «cartolarizzato» agli alleati europei una parte degli oneri.

La Francia in effetti è già in pieno riarmo, nel 2017 è diventata il sesto paese al mondo in questo campo, come sottolinea Le Monde, anche se è stata superata dall’India, che è quinta. Ma è solo l’inizio per entrambi i Paesi. Parigi con un plafond attuale di 57,8 miliardi di dollari di budget per la difesa, pari al 2,3 per cento del suo Pil, ha intrapreso piani di ammodernamento tecnico per il 2025 che la porteranno a mantenere gli stanziamenti al 2% del Pil, come la Nato vorrebbe facessero tutti gli alleati.

L’Europa, complessivamente, ha una parte imponente della spesa armiera: nei 29 Paesi l’anno scorso hanno impiegato così 900 miliardi di dollari, il 52% della torta mondiale. Il trend è più accentuato nell’ Europa centrale, dove la crescita è pari al 12 %, con l’alibi della minaccia russa in Ucraina e nella zona danubiana. Minaccia che però al momento non c’è. Il Sipri avverte i che Mosca ha diminuito il budget per il suo esercito per la prima volta dal 1998, una decrescita del 20 per cento fino a 66,3 miliardi di dollari a causa – spiega il ricercatore senior Siemon Wezenam – «dei problemi economici che il Paese vive dal 2014».

L’Italia questa volta purtroppo non è fanalino di coda. Vede un rialzo del2,1 per cento, come aveva certificato il rapporto Milex della Rete Disarmo. E la Germania una crescita del 3,5 per cento.

La Cina ha raggiunto la vetta della classifica, è seconda per volumi dopo gli Usa, con 228 miliardi di dollari, e intende investire ancora con “buona pace” dei venti di pace tra le due Coree. Mentre l’India ha piani molto ambiziosi. Il nuovo regime ultra induista di Narendra Modi, come segnala l’Agenzia Nova, intende passare da essere il principale importatore – deriva dall’estero il 65 per cento delle armi in dotazione all’esercito indiano, in gran parte da Usa e Israele – a esportatore di componenti e prodotti finiti attraverso joint venture e una rete di fornitori, subfornitori, micro fornitori della sua industria bellica principale, statale, attraverso il programma governativo Make in India per l’innovazione del suo sistema produttivo. Per il momento secondo l’Institute for Defence Studies and Analysis la spesa bellica va quasi tutta in stipendi e pensioni e tolte quelle dal 2,1 si passa all’1,6 per cento del Pil in spese per la difesa.

Rachele Gonnelli

Ricordando Aldo Capitini

Autore: liberospirito 4 Ago 2017, Comments (0)

Proprio ieri, in queste giornate calde  e afose, è apparso sul blog personale di Francesco Postorino (http://dioemorto.blogautore.espresso.repubblica.it), un breve articolo dedicato alla figura di Aldo Capitini, autore che continua ad essere ignorato dalle nostre parti. Nonostante tutto Capitini svolge ancora un ruolo centrale per chi desidera coniugare, in maniera radicale, religione e libertà.  Per questa ragione ci sembra giusto suggerire questa lettura. Per chi desiderasse poi approfondirne la conoscenza sul sito www.liberospirito.org c’è un’intera sezione a lui dedicata con diverso materiale da leggere e scaricare: http://www.liberospirito.org/Aldo%20Capitini.html

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Sguardo innocente, corpo fragile. Era davanti a un bivio: iscriversi al Partito fascista, mantenendo un posto di lavoro invidiabile, oppure esprimere un bel No a Mussolini con la certezza di un ritorno alla povertà. Scelse la seconda via, ed è il mio eroe.

Non poteva essere altrimenti. Se alcuni suoi compagni si tenevano i loro ideali al sicuro, protetti dalla vigliaccheria, Aldo Capitini urlava a testa alta il suo antifascismo. Alla Normale di Pisa il suo maestro Giovanni Gentile non è riuscito a convertirlo. E come avrebbe potuto? Capitini amava l’uomo con tutte le sue forze, ma anche i lombrichi, i coccodrilli, le mosche, le farfalle, le piante, gli uccellini, i doni di Dio. Amava la speranza, l’idea che il male potesse essere cancellato per sempre dalla lavagna delle dittature. Un personaggio scomodo, buffo e solitario. La sua religione, contrastata dalla Chiesa ufficiale e dal cattolicesimo ipocrita, è il dolce richiamo all’umanità più profonda. C’è sempre un altro, più in là, da difendere. La democrazia, il liberalismo, il socialismo, il disegno illuminista, gli ordinamenti giuridici di ampio profilo, il ripudio cerimoniale della guerra, la stretta di mano nelle messe preconfezionate, la comoda preghiera, l’elemosina, i manifesti, tutto questo non è sufficiente. Serve «persuasione». Ecco un termine che fa battere i cuori agli uomini giusti.

Provo a interpretare così la sua idea: la persuasione è il primo mattino, il risveglio del fanciullo, lo stiracchiare del gattino dispettoso, il profumo della terra bagnata dopo la pioggia, i sorrisi infilati nel deserto, la fervida attenzione verso gli spazi anonimi, l’amore che non chiede, l’irregolarità che investe i fanatici del sublime, lacrime versate sul dolore, radicalità, pace dopo segrete battaglie, ascolto spontaneo, rispetto fino all’osso, pedagogia, il gesto di Rosa Parks.

La persuasione è un’arma preziosa contro i fascismi dai mille volti. L’arma di Capitini è la nonviolenza, un’espressione da scrivere e vivere come un’unica parola. Nonviolenza non significa «mi sto fermo mentre quel Tizio stupra mia figlia», ma è un grido silenzioso che racconta passo dopo passo, «aggiunta» dopo «aggiunta», una verità ambientata nell’eterno. Capitini non è pigro. Lui agisce e inventa la marcia della Pace Perugia-Assisi. Ricorda ai padroni della terra che la vera terra, quella del sovrasensibile, non ha padroni. Sfugge al banale, al mediocre, gioca a fare il Socrate perugino durante la notte fascista leggendo Gandhi e San Francesco. Scrive articoli, libri, indossa a modo suo l’abito azionista. Solo che non viene studiato molto. Sono altre le letture incoronate. Io, nel mio piccolo, ho scritto un volume dal titolo Croce e l’ansia di un’altra città, anche per mettere in luce l’ansia inconfondibile che assale un filosofo al servizio della verità.

La sua ansia, incompatibile con quella alimentata dall’odierno nichilista, è respiro, ingenuo entusiasmo, riscoperta del Vangelo, irruzione dell’incanto. L’ansia del postmoderno, invece, è spegnimento, glorificazione del fatto, adesione acritica alla prima offerta «funzionante», morte di dio. La sua vocazione vegetariana, inoltre, non ha niente a che vedere con l’esibizionismo osceno e conformista di chi non sente l’insieme o il circostante.

Capitini vuole tutto e subito. Non crede ai progetti di lungo periodo, a quel triste riformismo che intende affascinare a colpi di «necessità pragmatica». L’umanità va realizzata oggi. Basta con l’inganno. Capitini ci insegna a sperimentare l’onestà senza pause, a respingere il cinismo e soprattutto a lottare contro ogni germe fascista, in piazza o nella propria cameretta, nei sogni di primo mattino o nell’ora drammatica del presente.

Francesco Postorino

Alcuni giorni fa cadeva il centenario della nascita di Carlo Cassola, scrittore e intellettuale impegnato nel campo del disarmo unilaterale.  A questo proposito pubblichiamo un intervento di Alfonso Navarra – membro della segreteria della Lega per il disarmo unilaterale – in cui ricorda il lungo e appassionato impegno di Cassola contro la guerra e la corsa  agli armamenti, questioni ancora ben attuali, anche se non viviamo più nell’epoca delle Guerra Fredda; anzi sostenere oggi dinanzi ai vari “signori della guerra” il disarmo unilaterale è davvero una grande eresia. L’articolo è tratto da http://www.ildialogo.org
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Carlo Cassola, lo scrittore partigiano (combatté nelle Brigate Garibaldi) che osò illuminare anche i “lati grigi” della Resistenza (“La ragazza di Bube” va letta anche in questo senso), è celebrato in questi giorni dalle istituzioni, con un comitato ufficiale del Ministero della Cultura, nel centenario della nascita, il 17 marzo 2017 a Roma. Morì poi il 29 gennaio del 1987 a Montecarlo di Lucca, dove si era ritirato a vivere.
Cassola è stato il “padre” del disarmo unilaterale in Italia, come idea e come campagna politica. Ed anche come organizzazione, la Lega per il disarmo unilaterale, che ancora oggi promuove l’obiezione fiscale alle spese militari. E il gesto “culturale” di questa idea di “fare il primo passo nella direzione giusta” fa ancora vivo tra noi Carlo Cassola. Di lui ci resta il suo insegnamento chiaro e forte, che va dritto al punto: ci ammonisce che il militare tutto è nocivo e che la guerra è la faccia violenta di una realtà violenta e che, se non la togliamo di mezzo, non potremo avviarci a cambiare la realtà presente, che è, in gran parte, una realtà militare.
Le idee antimilitariste di Cassola – è la mia convinzione, la convinzione di tanti – sono già sono servite, oggi, a far nascere, in parte, altre idee sulle quali i pacifisti e i nonviolenti stanno attualmente lavorando. Una di queste è, mi pare, l’idea della difesa nonviolenta e dei corpi civili di pace, l’altra è liberarsi come priorità delle priorità  dal rischio atomico. A New York forse già quest’anno in una conferenza ONU (che il governo italiano aveva votato poi rimangiandosi il SI) riusciremo a mettere fuori legge gli ordigni nucleari, allo stesso modo delle armi chimiche e biologiche.
Ed è giusto ricordarlo oggi che, su questi temi, mi sentirei di dire anche su suggerimento di Carlo Cassola, è la società civile che, pur ignorandolo, scende in campo in difesa della vita, messa in pericolo, ovunque sul pianeta, dalla violenza e dal militare. In special modo dal nucleare, che anche se spacciato per civile è essenzialmente in funzione militare.
Credo utile citare queste sue parole, tratte da “La rivoluzione disarmista”, che mi appaiono oggi decisamente attuali:
” Basterebbe che un solo popolo si ribellasse al ricatto della difesa (e della sovranità armata degli Stati nazionali – ndr) per mettere in crisi il militarismo dappertutto. Patriotticamente mi auguro che questo popolo più intelligente degli altri sia il mio. (….) Chi non capisce che è questo il terreno dello scontro decisivo tra progresso e reazione , tra civiltà e barbarie, è di destra, anche se si proclama di sinistra. In altre parole, o la sinistra vince la battaglia per la pace, o non avrà un’occasione di farsi valere, perché il mondo salterà in aria.”
L’antimilitarismo e l’internazionalismo sostenuti da Cassola sono ancora, purtroppo, una lotta attuale e saranno ancora di più la lotta di domani. Per questo, credo che sia giusto che noi, disarmisti “esigenti”, obiettori alle spese militari, amiche ed amici della nonviolenza, si ricordi Carlo Cassola come l’antimilitarista difensore della vita, il cantore dell’esistenza comune, il compagno generoso con il quale siamo orgogliosi di aver fatto un pezzo di strada insieme.
Alfonso Navarra
Di seguito un nuovo appello lanciato alcuni giorni fa da Alex Zanotelli. Anzi, si tratta di due appelli: il primo per  l’istituzione in Italia di una forza di difesa non armata e nonviolenta; il secondo è una campagna contro le cosiddette banche armate. All’interno del testo tutte le informazione per partecipare e collaborare all’iniziativa.
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La guerra imperversa ormai dalla Somalia all’Iraq, dalla Siria al Sud Sudan, dal Califfato Islamico (ISIS) al Califfato di Boko Haram (Nigeria), dal Mali all’Afghanistan, dal Sudan (la guerra contro il popolo Nuba) alla Palestina, dal Centrafrica al Libano. La Libia sta sprofondando in una paurosa guerra civile di tutti contro tutti, come sta avvenendo nello Yemen. L’Ucraina sta precipitando in una carneficina che potrebbe portare l’Europa in guerra contro la Russia. E’ già ritornata la Guerra Fredda fra Russia e i paesi del Patto NATO che persegue una politica di espansione militare che va dall’Ucraina alla Georgia. “La grande Spada”, di cui parla l’Apocalisse, è ritornata a governare la terra e sospinge tutti i paesi ad armarsi fino ai denti. A livello mondiale infatti oggi si spendono quasi cinque miliardi di dollari al giorno in armi. Solo in Italia spendiamo 70 milioni di euro al giorno in armi, senza contare i 15 miliardi di euro stanziati per gli F-35 e 5,4 miliardi per una quindicina di navi militari. Ma ancora più grave è il ritorno trionfale delle armi atomiche. Gli USA spenderanno nei prossimi anni 750 miliardi di dollari per ‘modernizzare’ il loro arsenale atomico. La lancetta dell’ “Orologio dell’apocalisse “è stata spostata dagli scienziati per il 2015, a tre minuti dalla mezzanotte della guerra nucleare, lo stesso livello del 1984, allora in piena guerra fredda. In questo contesto, dopo i fatti di Parigi, sarebbe grave che l’Occidente cadesse nella trappola mortale di una ‘guerra santa’ contro l’Islam. Sarebbe davvero la “Terza Guerra Mondiale”. Per questo dobbiamo rilanciare con forza la nonviolenza attiva inventata da Gesù e messa in pratica da uomini come Gandhi , Martin Luther King, Nelson Mandela. Aldo Capitini. E per incamminarci su questa strada, abbiamo oggi a disposizione due strumenti importanti: la campagna per la Difesa Non Armata e Nonviolenta e la campagna contro le Banche Armate.
La prima campagna, lanciata all’Arena di Verona il 25 aprile 2014, è una raccolta di firme per una Legge di iniziativa popolare che porta il titolo :”Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della Difesa civile, non armata e nonviolenta.” L’iniziativa , sostenuta da un ampio schieramento del movimento per la pace, chiede l’istituzione e il finanziamento di un Dipartimento che comprende i corpi civili di Pace e l’Istituto di Ricerca sulla Pace e il Disarmo. Questo per dare concretezza all’articolo 11 della Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra…!) e per dare fondamento istituzionale e autonomia organizzatrice al principio fondante della legge che vuole il pieno riconoscimento della difesa alternativa a quella militare , come afferma la legge n. 30 del 1998. Il finanziamento invece di questa Difesa civile dovrà venire sia dai fondi provenienti dalla riduzione delle spese per la difesa militare sia dalle possibilità dei contribuenti da destinare la quota pari al 6 per mille dall’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF). Infatti la Difesa non armate e nonviolenta, per essere efficace, deve essere preparata, organizzata e finanziata. Come si è sviluppato a dismisura il Genio militare deve ora svilupparsi il Genio civile per una difesa alternativa. La Campagna per essere efficace ha bisogno che in ogni regione, provincia, città e comuni si formino dei comitati per la raccolta firme che terminerà entro il 28 maggio 2015. (Per informazioni vedi :[email protected]) Non possiamo accontentarci delle 50.000 firme richieste, ma dobbiamo portarne almeno mezzo milione che consegneremo al Presidente della Camera, perché la legge venga discussa al più presto in aula. Dobbiamo mobilitarci tutti in questa importante campagna.
Ma mi appello soprattutto ai vescovi, ai sacerdoti, alle comunità cristiane perché si impegnino per questa Difesa Nonviolenta che nasce proprio dall’insegnamento di Gesù di Nazareth.
In questo clima di violenza e di guerra, non è certo un compito facile, sfidare il “complesso militare-industriale” che oggi governa il mondo. Per questo trovo significativo che allo stesso tempo della campagna di Difesa Civile, sia stata rilanciata la Campagna contro le Banche Armate , da tre riviste missionarie e nonviolente, Nigrizia, Mosaico di Pace e Missione Oggi . Se vogliamo infatti contrastare la Difesa Armata, dobbiamo mettere in crisi la produzione e la vendita di armi (l’Italia è all’ottavo posto nel mondo per la produzione di armi pesanti e al secondo per le armi leggere). Chi finanzia la produzione e l’esportazione di armi sono le banche: le cosidette “banche armate”. Non possiamo dichiaraci per la pace ed avere i nostri soldi in banche che finanziano le armi. E’ immorale! Oggi, grazie alla legge 185, il Parlamento italiano è obbligato ogni anno a dirci quali sono state le banche che pagano per l’export di armi italiane. Unicredit e Deutsche Bank risultano quest’anno tra le principali banche armate nella lista della presidenza del consiglio. Ma sono tante altre ad avere le mani sporche di sangue.
Questa campagna era stata lanciata già nel 2000 rivolta soprattutto ai vescovi, parroci, responsabili di istituti religiosi . Purtroppo pochi hanno risposto in questi 15 anni! Eppure la pace è il cuore del Vangelo!
Per questo la rilanciamo con forza, chiedendo ai nostri vescovi, parroci, responsabili degli istituti religiosi di scrivere alla direzione della propria banca per chiedere se è coinvolta nel commercio delle armi. In caso di risposta vaga o di non risposta, chiediamo di interrompere i rapporti con la banca,rendendo pubblica la scelta.Mi appello , in particolare, alle comunità cristiane perché le trovo ancora “fredde”. Ma ci appelliamo a tutti i cittadini perché insieme, credenti e non, diamo una mano perché le nostre banche impieghino i soldi per la pace, non per la guerra.(Per ulteriori informazioni vedi i siti di Nigrizia, Mosaico di Pace e Missione Oggi e quello della Campagna :www.banche armate.it, dove troverete anche un fac-simile di lettera da inviare alla ‘banca armata’).
E’ ancora una delle tragedie nella storia dell’umanità che, come diceva Gesù, “ i figli di questo mondo sono più scaltri dei figli della luce!”
Diamoci tutti da fare perché vinca la Vita.
Alex Zanotelli

Renzi, il drone e l’emiro

Autore: liberospirito 14 Nov 2014, Comments (0)

L’articolo che segue, di Manlio Dinucci e apparso giorni fa sul “Manifesto”, illustra molto bene cosa intenda l’attuale premier in carica per lavoro, progresso, cooperazione internazionale e, soprattutto, promozione della pace nel mondo. Non c’è che dire. Signori, è il nuovo che avanza…

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«È il futuro», ha annunciato orgogliosamente il premier Renzi, inaugurando insieme alla ministra della difesa Pinotti il nuovo stabilimento della Piaggio Aerospace a Villanova d’Albenga (Savona), definito dai dirigenti dell’azienda un centro di eccellenza che permette di «mantenere il ruolo di global brand nell’aviazione d’affari acquisendo in parallelo quello di player mondiale nel settore difesa». In altre parole, alla produzione di aerei di lusso per superricchi ed executive di multinazionali, la Piaggio Aerospace (nuova denominazione di Piaggio Aero) unisce quella di velivoli militari, come il pattugliatore multiruolo Multirole Patrole Aircraft e il velivolo a pilotaggio remoto P.1HH HammerHead.

Su quest’ultimo punta l’azienda per affermarsi nel settore militare. È un drone (velivolo senza pilota) di nuova generazione, progettato per una vasta gamma di missioni. Con una lunghezza e una apertura alare di circa 15 metri, e un peso massimo al decollo di oltre 6 tonnellate, il velivolo può volare per oltre 15 ore con un raggio d’azione di 8000 km, manovrando sia in modalità automatica che pilotato da una stazione terrestre. Con i suoi sofisticati sensori può individuare l’obiettivo, anche in movimento, fornendo le coordinate per l’attacco aereo o terrestre, o colpendolo direttamente con missili e bombe a guida di precisione. È quindi un sistema d’arma ideato per le guerre di aggressione in distanti aree geografiche.

Così l’Italia «si toglie di dosso la muffa», ha dichiarato Renzi nel discorso allo stabilimento della Piaggio Aero-space, dove accanto al palco troneggiava un modello del nuovo drone, intendendo sicuramente per «muffa» l’Art. 11 della Costituzione sul ripudio della guerra.

Quella della Piaggio Aerospace è una «storia da raccontare», ha aggiunto Renzi, poiché è un’azienda che sembrava finita ma è ripartita. Come abbia fatto lo si capisce dalla composizione del suo capitale sociale: esso è detenuto per il 98,05% dalla Mubadala Development Company, compagnia dell’emirato Abu Dhabi presieduta da Sua Altezza lo sceicco Mohamed Bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi e vice comandante supremo delle Forze armate. L’1,95% appartiene all’ing. Piero Ferrari (figlio di Enzo, fondatore della Scuderia di Maranello), passato dalle auto da corsa agli aerei da guerra: è stato sotto la sua presidenza dal 1998 al 2014 che la Piaggio Aero, oggi Piaggio Aerospace, è entrata nel settore militare.

Quindi l’azienda che Renzi indica all’Italia come fulgido esempio da seguire non è più italiana, ma appartiene quasi interamente alla famiglia dell’emiro di Abu Dhabi, il maggiore dei sette Emirati arabi uniti. «La nostra relazione di amicizia con gli Emirati arabi uniti – ha sottolineato Renzi nel suo discorso – non nasce semplicemente dal fatto che Mubadala è nel capitale di Piaggio o che Ethiad (altra compagnia degli Emirati) è nel capitale di Alitalia, ma nasce da un’idea profonda di condivisione politica».

Nessuno ne dubita: gli Emirati, come l’Italia, sono legati a doppio filo agli Stati uniti e alla rete delle loro basi militari. Per questo a Washington, e di conseguenza a Roma, si passa sotto silenzio il fatto – documentato dal Rapporto 2014 di Human Rights Watch – che ad Abu Dhabi e negli altri emirati il potere è concentrato per via ereditaria nelle mani delle famiglie regnanti, mentre partiti e sindacati sono considerati illegali, i dissidenti vengono imprigionati e torturati, gli immigrati (che costituiscono l’88,5% degli abitanti) schiavizzati.

Sarà questo, anche per l’Italia, il «futuro» di cui parla Renzi?

Manlio Dinucci

Italia in guerra

Autore: liberospirito 17 Set 2014, Comments (0)
Quello che segue è un nuovo intervento di Alex Zanotelli (proveniente dal sito www.ildialogo.org) di Alex Zanotelli contro le folli aspirazioni belliciste del nostro nuovo governo, il quale non fa altro che seguire pedissequamente il volere USA e NATO. Zanotelli propone anche due appuntamenti, uno dei quali è la consueta marcia Perugia-Assisi, lanciata a suo tempo da Aldo Capitini.
terza guerra mondiale
La guerra imperversa ormai dall’Ucraina alla Somalia, dall’Iraq al Sud Sudan, dal Califfato Islamico (ISIS), al Califfato del Nord della Nigeria (Boko Haram), dalla Siria al Centrafrica, dalla Libia al Mali, dall’Afghanistan al Sudan, fino all’interminabile conflitto Israele –Palestina.
Mi sembra di vedere il ‘cavallo rosso fuoco’ dell’Apocalisse : “A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace della terra e di far sì che si sgozzassero a vicenda , e gli fu consegnata una grande spada.” (Ap.6,4). E’ la “grande spada” che è ritornata a governare la terra. Siamo ritornati alla Guerra Fredda tra la Russia e la NATO che vuole espandersi a Est, dall’Ucraina alla Georgia.
Nel suo ultimo vertice, tenutosi a Newpost nel Galles(4-5 settembre 2014), la NATO ha deciso di costruire 5 basi militari nei paesi dell’Est, nonché pesanti sanzioni alla Russia. Il nostro Presidente del Consiglio, M. Renzi, ha approvato queste decisioni e ha anche aderito alla Coalizione dei dieci paesi , pronti a battersi contro l’ISIS , offrendo per di più armi ai Curdi. Inoltre si è impegnato a mantenere forze militari in Afghanistan e a far parte dei “donatori” che forniranno a Kabul 4 miliardi di dollari. Durante il vertice NATO, Obama ha invitato gli alleati europei a investire di più in Difesa, destinandovi come minimo il 2% del PIL. Attualmente l’Italia destina 1,2% del proprio bilancio in Difesa .
Accettando le decisioni del Vertice, Renzi è ora obbligato ad investire in armi il 2% del PIL .Questo significa 100 milioni di euro al giorno!!! Questa è pura follia per un paese come l’Italia in piena crisi economica. E’ la follia di un mondo lanciato ad armarsi fino ai denti. Lo scorso anno, secondo i dati SIPRI, i governi del mondo hanno speso in armi 1.742 miliardi di dollari che equivale a quasi 5 miliardi di euro al giorno (1.032 miliardi di dollari solo dagli USA e NATO). Siamo prigionieri del “complesso militare-industriale” USA e internazionale che ci sospinge a sempre nuove guerre, una più spaventosa dell’altra, per la difesa degli “interessi vitali”, in particolare della “sicurezza economica”,come afferma la Pinotti nel Libro Bianco. Come quella contro l’Iraq , dove hanno perso la vita 4.000 soldati americani e mezzo milione di iracheni, con un costo solo per gli USA di 4.000 miliardi di dollari. Ed è stata questa guerra che è alla base dell’attuale disastro in Medio Oriente ,che fa ripiombare il mondo in una paurosa spirale di odio e di guerre. Papa Francesco ha parlato di Terza Guerra Mondiale.
Davanti ad una tale situazione di orrore e di morte, non riesco a spiegarmi il silenzio del popolo italiano. Questo popolo non può aver dimenticato l’articolo 11 della Costituzione :”L’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.” Non è possibile che gli italiani tollerino che il governo Renzi spenda tutti questi soldi in armi, mentre lo stesso non li trova per la scuola, per la sanità, per il terzo settore. Tantomeno capisco il silenzio dei vescovi italiani e delle comunità cristiane, eredi del Vangelo della nonviolenza attiva.
E’ ora che insieme, credenti e non, ci mobilitiamo , utilizzando tutti i metodi nonviolenti , per affrontare la “Bestia “(Ap.13,1)” . Ritorniamo in piazza e per strada, con volantinaggi e con digiuni e, per i credenti, con momenti di preghiera. Chiediamo al governo sia di bloccare le spese militari che di “tagliare le ali” agli F-35 che ci costeranno 15 miliardi di euro.
E come abbiamo fatto in quella splendida “Arena di Pace” del 25 aprile scorso, ritroviamoci unitariamente nei due momenti collettivi che ci attendono:Firenze e la Perugia-Assisi.
Tutto il grande movimento della pace in Italia ci invita a un primo appuntamento, il 21 settembre, a Firenze, dalle ore 11 alle 16 , al Piazzale Michelangelo. Il tema sarà :”Facciamo insieme un passo di pace”. Sarà l’occasione per lanciare la campagna promossa dall’Arena di Pace: Legge di iniziativa popolare per la creazione di un Dipartimento di Difesa Nonarmata e Nonviolenta.
Il secondo grande appuntamento sarà la Perugia-Assisi, il 19 ottobre, con una presenza massiccia di tutte le realtà che operano per la pace. Noi non attendiamo più nulla dall’alto. La speranza nasce dal basso, da questo metterci insieme per trasformare Sistemi di morte in Sistemi di vita. Ce la dobbiamo fare!
Noi siamo prigionieri di un Sogno così ben espresso dal profeta Michea:
“Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci, una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra.” (Michea,4,3)
Napoli, 10 settembre 2014
Alex Zanotelli

Sempre sull’attacco israeliano al popolo palestinese. La Comunità di Avaaz ha diffuso un articolo dell’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, scritto per il quotidiano israeliano Haretz (www.haaretz.com). Leggendolo vi sono molte cose largamente condivisibili. Come si dice: da leggere e far girare…

tutu desmond

Le scorse settimane hanno visto una mobilitazione senza precedenti della società civile di tutto il mondo contro l’ingiustizia e la brutalità della sproporzionata risposta israeliana al lancio di razzi dalla Palestina. Se si contano tutte le persone che si sono radunate lo scorso fine settimana a Città del Capo, a Washington DC, a New York, a Nuova Delhi, a Londra, a Dublino, a Sidney ed in tutte le altre città del mondo per chiedere giustizia in Israele e Palestina, ci si rende subito conto che si tratta senza dubbio della più grande ondata di protesta di sempre dell’opinione pubblica riguardo ad una singola causa.

Circa venticinque anni fa, ho partecipato a diverse grandi manifestazioni contro l’apartheid. Non avrei mai immaginato che avremmo rivisto manifestazioni tanto numerose, ma sabato scorso a Città del Capo l’affluenza è stata uguale se non addirittura maggiore. C’erano giovani e anziani, musulmani, cristiani, ebrei, indù, buddisti, agnostici, atei, neri, bianchi, rossi e verdi… come ci si aspetterebbe da una nazione viva, tollerante e multiculturale.

Ho chiesto alla gente in piazza di unirsi al mio coro: “Noi ci opponiamo all’ingiustizia dell’occupazione illegale della Palestina. Noi ci opponiamo alle uccisioni indiscriminate a Gaza. Noi ci opponiamo all’indegno trattamento dei palestinesi ai checkpoint e ai posti di blocco. Noi ci opponiamo alla violenza da chiunque sia perpetrata. Ma non ci opponiamo agli ebrei.”

Pochi giorni fa, ho chiesto all’Unione Internazionale degli Architetti, che teneva il proprio convegno in Sud Africa, di sospendere Israele dalla qualità di Paese membro. Ho pregato le sorelle e i fratelli Israeliani presenti alla conferenza di prendere le distanze, sia personalmente che nel loro lavoro, da progetti e infrastrutture usati per perpetuare un’ingiustizia. Infrastrutture come il muro, i terminal di sicurezza, i posti di blocco e gli insediamenti costruiti sui territori Palestinesi occupati. Ho detto loro: “Quando tornate a casa portate questo messaggio: invertite la marea di violenza e di odio unendovi al movimento nonviolento, per portare giustizia a tutti gli abitanti della regione”.

In poche settimane, più di un milione e 600mila persone in tutto il mondo hanno aderito alla campagna lanciata da Avaaz chiedendo alle multinazionali che traggono i propri profitti dall’occupazione della Palestina da parte di Israele e/o che sono coinvolte nell’azione di violenza e repressione dei Palestinesi, di ritirarsi da questa attività. La campagna è rivolta nello specifico a ABP (fondi pensionistici olandesi); a Barclays Bank; alla fornitura di sistemi di sicurezza (G4S), alla francese Veolia (trasporti); alla Hewlwtt-Packard (computer) e alla Caterpillar (fornitrice di Bulldozer).

Il mese scorso 17 governi della UE hanno raccomandato ai loro cittadini di astenersi dal fare affari o investimenti negli insediamenti illegali israeliani. Abbiamo recentemente assistito al ritiro da banche israeliane di decine di milioni di euro da parte del fondo pensione olandese PGGM e al ritiro da G4S della Fondazione Bill e Melinda Gates; e la Chiesa presbiteriana degli Stati Uniti ha ritirato una cifra stimata in 21 milioni dollari da HP, Motorola Solutions e Caterpillar. Questo movimento sta prendendo piede. La violenza genera solo violenza ed odio, che generano ancora più violenza e più odio.

Noi sudafricani conosciamo la violenza e l’odio. Conosciamo la pena che comporta l’essere considerati la puzzola del mondo, quando sembra che nessuno ti comprenda o sia minimamente interessato ad ascoltare il tuo punto di vista. È da qui che veniamo. Ma conosciamo anche bene i benefici che sono derivati dal dialogo tra i nostri leader, quando organizzazioni etichettate come “terroriste” furono reintegrate ed i loro capi, tra cui Nelson Mandela, liberati dalla prigione, dal bando e dall’esilio.

Sappiamo che, quando i nostri leader cominciarono a parlarsi, la logica della violenza che aveva distrutto la nostra società si è dissipata ed è scomparsa. Gli atti di terrorismo iniziati con i negoziati, quali attachi ad una chiesa o ad un pub, furono quasi universalmente condannati ed i partiti responsabili furono snobbati alle elezioni.

L’euforia che seguì il nostro votare assieme per la prima volta non fu solo dei sudafricani neri. Il vero trionfo della riappacificazione fu che tutti si sentirono inclusi. E dopo, quando approvammo una costituzione così tollerante, compassionevole e inclusiva che avrebbe reso orgoglioso anche Dio, tutti ci siamo sentiti librerati.

Certo, avere un gruppo di leader straordinari ha aiutato. Ma ciò che alla fine costrinse questi leader a sedersi attorno al tavolo delle trattative fu l’insieme di strumenti persuasivi e non violenti messi in pratica per isolare il Sudafrica economicamente, accademicamente, culturalmente e psicologicamente. A un certo punto – il punto di svolta – il governo di allora si rese conto che preservare l’apartheid aveva un costo superiore ai suoi benefici.

L’interruzione, negli anni ’80, degli scambi commerciali con il Sud Africa da parte di aziende multinazionali dotate di coscienza, è stata alla fine una delle azioni chiave che ha messo in ginocchio l’apartheid, senza spargimenti di sangue. Quelle multinazionali avevano compreso che, sostenendo l’economia del Sud Africa, stavano contribuendo al mantenimento di uno status quo ingiusto.

Quelli che continuano a fare affari con Israele, che contribuiscono a sostenere un certo senso di “normalità” nella società Israeliana, stanno arrecando un danno sia agli israeliani che ai palestinesi. Stanno contribuendo a uno stato delle cose profondamente ingiusto. Quanti contribuiscono al temporaneo isolamento di Israele, dichiarano così che Israeliani e Palestinesi in eguale misura hanno diritto a dignità e pace.

In sostanza, gli eventi accaduti a Gaza nell’ultimo mese circa stanno mettendo alla prova chi crede nel valore degli esseri umani. È sempre più evidente il fallimento dei politici e dei diplomatici nel fornire risposte e che la responsabilità di negoziare una soluzione sostenibile alla crisi in Terra Santa ricade sulla società civile e sugli stessi abitanti di Israele e Palestina.

Oltre che per le recenti devastazioni a Gaza, tante bellissime persone in tutto il pianeta – compresi molti Israeliani – sono profondamente disturbate dalle quotidiane violazioni della dignità umana e della libertà di movimento cui i Palestinesi sono soggetti a causa dei checkpoint e dei posti di blocco. Inoltre, la politica Israeliana di occupazione illegale e di costruzione di insediamenti cuscinetto in una terra occupata aggrava la difficoltà di raggiungere in futuro un accordo che sia accettabile per tutti.

Lo stato di Israele si sta comportando come se non ci fosse un domani. Il suo popolo non potrà avere la vita tranquilla e sicura che vuole – e a cui ha diritto – finché i suoi leader continueranno a mantenere le condizioni che provocano il conflitto.

Io ho condannato quanti in Palestina sono responsabili dei lanci di missili e razzi contro Israele. Soffiano sulle fiamme dell’odio. Io sono contrario ad ogni manifestazione di violenza. Ma dobbiamo essere chiari che il popolo palestinese ha ogni diritto di lottare per la sua dignità e libertà. È una lotta che ha il sostegno di molte persone in tutto il mondo.

Nessuno dei problemi creato dagli esseri umani è irrisolvibile, quando gli esseri umani stessi si impegnano a risolverlo con il desiderio sincero di volerlo superare. Nessuna pace è impossibile quando la gente è determinata a raggiungerla.

La Pace richiede che israeliani e palestinesi riconoscano l’essere umano in loro stessi e nell’altro, che riconoscano la reciproca interdipendenza. Missili, bombe e insulti non sono parte della soluzione. Non esiste una soluzione militare.

È più probabile che la soluzione arrivi dallo strumento nonviolento che abbiamo sviluppato in Sud Africa negli anni ’80, per persuadere il governo della necessità di modificare la propria linea politica.

Il motivo per cui questi strumenti – boicottaggio, sanzioni e disinvestimenti – si rivelarono efficaci, sta nel fatto che avevano una massa critica a loro sostegno, sia dentro che fuori dal Paese. Lo stesso tipo di sostegno di cui siamo stati testimoni, nelle utlime settimane, a favore della Palestina.

Il mio appello al popolo di Israele è di guardare oltre il momento, di guardare oltre la rabbia nel sentirsi perennemente sotto assedio, nel vedere un mondo nel quale Israele e Palestina possano coesistere – un mondo nel quale regnino dignità e rispetto reciproci.

Ciò richiede un cambio di prospettiva. Un cambio di mentalità che riconosca come tentare di perpetuare l’attuale status quo equivalga a condannare le generazioni future alla violenza e all’insicurezza. Un cambio di mentalità che ponga fine al considerare ogni legittima critica alle politiche dello Stato come un attacco al Giudaismo. Un cambio di mentalità che cominci in casa e trabocchi fuori di essa, nelle comunità, nelle nazioni e nelle regioni che la Diaspora ha toccato in tutto il mondo. L’unico mondo che abbiamo e condividiamo.

Le persone unite nel perseguimento di una causa giusta sono inarrestabili. Dio non interferisce nelle faccende della gente, ha fiducia nel fatto che noi cresceremo ed impareremo risolvendo le nostre difficoltà e superando le nostre divergenze da soli. Ma Dio non dorme. Le Scritture Ebraiche ci dicono che Dio è schierato dalla parte del debole, dalla parte di chi è senza casa, della vedova, dell’orfano, dalla parte dello straniero che libera gli schiavi nell’esodo verso la Terra Promessa. Fu il profeta Amos che disse che dobbiamo lasciar scorrere la giustizia come un fiume.

La giustizia prevarrà alla fine. L’obiettivo della libertà del popolo palestinese dall’umiliazione e dalle politiche di Israele è una causa giusta. È una causa che lo stesso popolo di Israele dovrebbe sostenere.

Nelson Mandela disse che i Sudafricani non si sarebbero potuti sentire liberi finché anche i Palestinesi non lo fossero stati. Avrebbe potuto aggiungere che la liberazione della Palestina libererà anche Israele.

Desmond Tutu

Nella casa del dio della vita

Autore: liberospirito 6 Ago 2014, Comments (0)

Ancora a proposito di Gaza, sulla guerra in Palestina e sulle guerre in altre parti del mondo. Per parlare di pace, del bisogno, del desiderio di pace. Una poesia che, in fondo, è anche una preghiera (come a volte sono le poesie quando riescono a toccare certe corde). Sono versi di D. H. Lawrence, che abbiamo tradotto. Parla di viventi (uomini, animali, dei). Dice della necessità di sentirsi un tutt’uno nella casa del Dio della Vita. E questa casa è il mondo, tutto il mondo, è l’universo (anzi: il pluri-verso) come dimora di tutti e per tutti i viventi. Il punto di partenza è lo sguardo rivolto a ciò che ci sta vicino, a quello che abbiamo sotto gli occhi in questo momento – ad esempio un gatto -, imparando dai suoi gesti, dai suoi movimenti. Th. Matus, camaldose in California, ha detto in merito a questi versi: “La poesia è un mezzo assai idoneo al discorso teologico”.

d.h. lawrence

PAX

Ciò che conta è essere tutt’uno con il Dio vivente
essere una creatura nella casa del Dio della Vita.

Come un gatto addormentato su una sedia
in pace, in pace
tutt’uno con il padrone di casa, con la padrona,
a casa, a casa nella casa del vivente,
dormendo al focolare, sbadigliando davanti al fuoco.

Dormendo al focolare del mondo vivente,
sbadigliando a casa davanti al fuoco della vita
sentire la presenza del Dio vivente
come una grande rassicurazione
una calma profonda nel cuore
una presenza
come di un padrone seduto al tavolo
nel suo proprio e più grande essere,
nella casa della vita.

D. H. Lawrence

Nonviolenza: partire da sé

Autore: liberospirito 25 Feb 2014, Comments (0)

Si è celebrato a Torino nei giorni 31 gennaio, 1 e 2 febbraio 2014, presso il Centro Sereno Regis, il XXIV Congresso del Movimento Nonviolento, l’associazione fondata da Aldo Capitini nel 1961. Riportiamo ampi stralci dell’intervista di Olivier Turquet a Mao Valpiana, riconfermato presidente del Movimento. Il testo integrale è consultabile su www.pressenza.com.

 nonviolenza

Come vede il Movimento Nonviolento il futuro prossimo?

Dal 1948 la spesa militare in Italia è sempre cresciuta in termini reali e proprio negli ultimi vent’anni, secondo la base dati della spesa pubblica per funzioni pubblicata dall’Istat, l’Italia ha registrato un aumento di quasi il 25% in termini reali per la sola Funzione Difesa.

La disoccupazione ha superato il 12% e quella giovanile il 40%, più di 9 milioni e mezzo di famiglie (quasi il 16% della popolazione) vivono al di sotto della soglia di povertà e quasi 5 milioni di persone ”non sono in grado di sostenere la spesa mensile minima necessaria per acquisire i beni e i servizi considerati necessari per condurre una vita minimamente accettabile”. L’Italia è l’unico paese dell’area OCSE che dal 1995 non ha aumentato la spesa per studente nella scuola primaria e secondaria “mentre negli altri paesi è aumentata in media del 62%” e nel quale si mette pesantemente a rischio la sicurezza degli studenti perché “quasi la metà degli edifici scolastici non possiede le certificazioni di agibilità, più del 65% non ha il certificato di prevenzione incendi e il 36% degli edifici ha bisogno d’interventi di manutenzione urgenti”. Insomma un paese alla deriva che deve continuare a stringere la cinghia”!

[…]

Ma nonostante questo fosco panorama, noi dobbiamo tenere aperta la speranza e la fiducia che le cose possono cambiare in meglio. Questo è sempre possibile, anche se ora può apparire difficilissimo. Forse il cambiamento non lo vedremo noi, ma è nostro compito tenere accesa la “fiammella della nonviolenza”, dalla quale un giorno potrà propagarsi quell’incendio necessario che può venire dalla “forza dell’amore e della verità” (Gandhi). La crisi in atto richiede l’impegno di tutti. Non possiamo aspettare che sia l’Europa, o il governo, o i partiti, a proporre le soluzioni; è dal basso che deve iniziare il cambiamento.

L’accento è ancora sul disarmo; però mi ha colpito il riferimento al “disarmo personale”: cosa si vuole intendere con questo?

Lo avevo già detto nel mio intervento finale dalla Rocca di Assisi, il 25 settembre 2011, alla conclusione della Marcia Perugia-Assisi nel cinquantesimo anniversario della prima Marcia di Capitini: “La vera marcia, lo sappiamo, comincerà questa sera, quando ognuno di noi tornerà nella propria casa con l’impegno di realizzare il programma politico nonviolento: pace e fratellanza. Per cominciare, dobbiamo partire da noi stessi, ognuno di noi deve fare il proprio disarmo. Un disarmo unilaterale, un disarmo culturale. Fare cadere i muri dentro le nostre teste. Spezzare il proprio fucile. Non aspettiamo che siano gli altri a disarmare, incominciamo noi!

Questa è la chiave della nonviolenza: partire dalla propria esperienza, mettere in gioco la propria vita. Questo è l’orizzonte che ci ha mostrato Aldo Capitini, questo è il varco attuale della storia che Capitini ha indicato dalla Rocca di Assisi cinquant’anni fa. Il Movimento Nonviolento, da lui fondato, prosegue il cammino nella direzione di una politica nonviolenta per l’opposizione integrale alla guerra”.

Saremo credibili nel chiedere il disarmo degli Stati, se già oggi noi iniziamo a praticare il disarmo personale, cioè non collaborare con le strutture che rendono possibile la guerra: armi ed eserciti. Così la strada dell’obiezione di coscienza è aperta davanti a noi.

Il congresso parla degli “altri viventi”, ma, curiosamente, non parla di un tema caro agli umanisti, l’Essere Umano: in questo momento storico caratterizzato dall’ideologia dell’ “homo hominis lupus” non senti l’esigenza, per i nonviolenti, di chiarire di che esse umano stiamo parlando? E quale definizione viene da dare?

Quella degli “altri esseri viventi” è una specificazione che abbiamo voluto fare per esplicitare una sensibilità ormai diffusa nell’ambito del Movimento. L’attenzione al mondo animale e all’alimentazione. Non è una novità, già Capitini, nei suoi scritti, affrontò con lucidità e lungimiranza il rapporto tra l’uomo ed il creato, evidenziando le nostre responsabilità verso ogni forma vivente o non vivente che la natura esprime. Per questo la mozione dice che è nostro impegno “creare un futuro disarmato, per la pace tra gli uomini, con la natura ed ogni essere vivente”.

Ma il nostro orizzonte, resta in quello che è scritto nella Carta del Movimento: “lo scopo della creazione di una comunità mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti”.

L’Essere Umano cui si riferiscono gli umanisti, è per noi nonviolenti il soggetto della definizione stessa di nonviolenza: “La nonviolenza è l’apertura all’esistenza, allo sviluppo, alla libertà, di ogni essere”. Oggi questo Essere Umano, insieme a tuta la Natura, è messo in pericolo dagli armamenti e dalla preparazione della guerra: per questo il disarmo è la via che vogliamo intraprendere.

Olivier Turquet e Mao Valpiana

 

Danilo Dolci e Aldous Huxley

Autore: liberospirito 19 Dic 2013, Comments (0)

E’ in questi giorni in libreria la ristampa del libro di Danilo Dolci Inchiesta a Palermo, apparso nel 1956 con l’introduzione di Aldous Huxley. Buona parte del testo di Huxley è stato pubblicato qualche giorno fa su “La Repubblica”. Lo riprendiamo, rendendo in questo modo omaggio a queste due importanti figure.

DaniloDolciAldousHuxley

Senza carità, la conoscenza tende a mancare di umanità; senza conoscenza, la carità è destinata sin troppo spesso all’impotenza. In una società come la nostra – i cui enormi numeri sono subordinati a una tecnologia in continua espansione e pressoché onnipresente – a un nuovo Gandhi o a un moderno San Francesco non basta esser provvisto di compassione e serafica benevolenza. Gli occorrono una laurea in una delle discipline scientifiche e la conoscenza di una dozzina di studiosi di materie lontane dal proprio campo di specializzazione. È soltanto frequentando il mondo del cervello non meno del mondo del cuore che il santo del Ventesimo secolo può sperare in una qualche efficacia.

Danilo Dolci è uno di questi moderni francescani con tanto di laurea. Nel suo caso la laurea è in architettura e ingegneria; ma questo nucleo centrale specialistico è immerso in un’atmosfera di cultura scientifica generale. Dolci sa di cosa parlano gli specialisti di altri campi, rispetta i loro metodi ed è desideroso, bramoso addirittura, di giovarsi dei loro consigli. Ma ciò che sa e ciò che può apprendere dagli altri è sempre per lui strumento di carità: in un quadro di riferimento le cui coordinate sono un incrollabile amore del prossimo e una fiducia e un rispetto non meno incrollabili nei confronti dell’oggetto di questo amore. L’amore lo stimola ad adoperare le proprie conoscenze a beneficio dei deboli e degli sfortunati; la fiducia e il rispetto lo portano a incoraggiare costantemente deboli e sfortunati ad aver fiducia in se stessi, lo spingono ad aiutarli ad aiutarsi da sé.

Quando Danilo Dolci giunse in Sicilia proveniente dal Nord Italia, il suo era un pellegrinaggio di carattere estetico e scientifico. S’interessava dell’architettura dell’antica Grecia e aveva deciso di trascorrere un paio di settimane a Segesta, per studiarne le rovine. Ma lo studioso dei templi dorici era anche (e soprattutto) uomo di coscienza e di amorevole bontà. Venuto in Sicilia attratto dalla passata bellezza di questa terra, rimase in Sicilia a motivo del suo presente degrado. Quella che Keats chiamò «l’enorme infelicità del mondo», in Sicilia è più gigantesca della media: in particolar modo nella parte occidentale dell’isola.

Per Dolci il primo sguardo sulla gigantesca infelicità della Sicilia occidentale agì da imperativo categorico. Bisognava fare qualcosa, punto e basta. Si stabilì pertanto a circa venti miglia da Palermo, in uno ‘slum’rurale chiamato Trappeto; sposò una sua vicina di casa, vedova con cinque figli piccoli; si trasferì in una casetta priva di ogni comfort e da questa base lanciò la propria campagna contro l’infelicità che lo circondava. […]

Nella vicina Partinico e nelle campagne circostanti i problemi che si pongono all’uomo di scienza e di buona volontà sono tanti, tutti difficili da risolvere. C’è, innanzitutto, il problema della disoccupazione cronica. Per una consistente minoranza di uomini validi non c’è, molto semplicemente, proprio nulla da fare. Ma il lavoro, sostiene Dolci, non è soltanto un diritto dell’uomo: è anche un suo dovere. Per il proprio bene e per il bene degli altri, l’uomo deve lavorare. In base a questo principio, Dolci organizzò uno «sciopero a rovescio», in cui i disoccupati protestavano contro la propria condizione mettendosi al lavoro. Un bel mattino, ecco che Dolci e un gruppo di senza lavoro di Partinico si dedicano alla riparazione – di propria iniziativa e del tutto gratis – di una strada del luogo. Puntualmente ecco piombare su questi eterodossi benefattori la polizia, che effettua una serie di arresti. Non si verificarono scontri, dacché per Dolci la non violenza è tanto un principio che una linea politica ben precisa.

Dolci fu processato e condannato a due mesi di prigione per occupazione di suolo pubblico. Contro la sentenza ricorsero in appello tanto l’imputato che l’accusa: a parere delle autorità locali, infatti, quella a due mesi di carcere era una condanna troppo clemente. […]

Non meno grave della disoccupazione cronica è il problema del diffuso analfabetismo. Molti non sanno leggere affatto; e pochi, tra gli alfabetizzati, possono permettersi di acquistare un quotidiano. I trecentocinquanta fuorilegge responsabili di gran parte del banditismo per il quale la zona di Partinico è divenuta tristemente famosa, hanno trascorso complessivamente 750 anni a scuola e oltre 3.000 anni in prigione. L’analfabetismo va a braccetto con un tradizionalismo addirittura primitivo. Ad esempio, la gente di campagna mangia patate: quando può permetterselo, dacché le patate arrivano da Napoli e costano. Ma i progenitori di queste persone nulla sapevano di tuberi: e perciò a nessuno viene in mente di coltivare le patate in loco. Allo stesso modo, manca la tradizione delle carote e della lattuga, pressoché sconosciute a Partinico.

Le tradizioni in materia d’«onore» sono altrettanto rigide che quelle riguardanti gli ortaggi. Qualsiasi offesa recata all’«onore» di qualcuno esige uno spargimento di sangue; e, ovviamente, lo spargimento di sangue dev’essere vendicato con un ulteriore spargimento di sangue, che a sua volta… Ai delitti d’onore e di vendetta vanno aggiunti quelli commessi per brama di denaro e di potere dagli appartenenti alla mafia, la grande organizzazione malavitosa che per secoli ha costituito una sorta di stato segreto all’interno dello stato ufficiale. […]

La soluzione di tutti questi problemi richiederà tempo, molto tempo: intanto Dolci vi ha posto mano. Si istruiscono i bambini e si persuadono i genitori a mandarli a scuola (che ci sia bisogno di persuaderli è dovuto al fatto che i ragazzini vengono pagati 400 lire la giornata, laddove gli adulti ne ricevono 1.000. Naturalmente i datori di lavoro preferiscono impiegare lavoro minorile. E, altrettanto naturalmente, i capifamiglia indigenti preferiscono le 400 lire alla totale assenza di entrate). Dalla sua base in fondo alla società, Dolci è riuscito a far leva sui propri amici e simpatizzanti più vicini al vertice della piramide sociale. […]

Partinico, tuttavia, non è l’unico né il più avvilente palcoscenico dell’infelicità siciliana. C’è anche Palermo. Palermo è una città di oltre mezzo milione di abitanti, oltre centomila dei quali vivono in condizioni che debbono essere definite di povertà asiatica. Nel cuore stesso della città, alle spalle degli eleganti edifici allineati lungo le sue arterie principali, si trovano acri e acri di ‘slum’che rivaleggiano quanto a squallore con quelli del Cairo o di Calcutta (uno dei peggiori slum si trova proprio nell’area compresa tra la Cattedrale e il Palazzo di Giustizia). Nel suo Inchiesta a Palermo Dolci fornisce le statistiche di questa gigantesca miseria e testimonia, adoperando le loro stesse parole, del modo in cui gli abitanti dei bassifondi della città trascorrono le loro vite distorte, ciò che fanno, pensano e provano. Il libro è appassionante e al contempo assai deprimente: deprimente, vien quasi fatto di dire, su scala cosmica. Perché Palermo, ovviamente, è un caso tutt’altro che unico. Sparse in tutto il mondo vi sono centinaia di città, migliaia e decine di migliaia di cittadine e villaggi, le cui attuali condizioni sono altrettanto cattive, ma nelle quali il futuro appare più tetro, le prospettive di miglioramento incomparabilmente peggiori. […]

Nel frattempo Dolci fa quello che un uomo di scienza e di buona volontà può fare, con una manciata di aiutanti, per mitigare l’attuale degrado e per stabilire, in maniera sistematica e scientifica, ciò che occorrerà fare in futuro e come riuscire a farlo. […] Che genere di industrie creare? E chi anticiperà i capitali necessari? E, una volta avviate, come faranno queste industrie (la cui mano d’opera, teniamolo a mente, sarà in larga misura priva di specializzazione e spesso di alfabetizzazione)a competere con i grandi agglomerati di forza lavoro qualificata presenti a Milano, a Torino? Sono queste le domande alle quali Dolci l’ingegnere, Dolci il sostenitore del metodo scientifico, dovrà trovare una risposta. Ce la farà? È possibile far qualcosa in un ragionevole lasso di tempo per dare lavoro ai disoccupati di Palermo, decoro agli abitanti degli slum e speranza ai loro figli? Chi vivrà vedrà.

Aldous Huxley

(Traduzione di Alfonso Geraci)

Amare o armare la pace

Autore: liberospirito 6 Dic 2013, Comments (0)

“Sia il vostro linguaggio: sì, sì; no, no; il superfluo procede dal maligno”. Così leggiamo nel Vangelo di Matteo (5, 37). E’ un impegno diretto ed esplicito che va contro ogni bizantinismo, ogni avvitamento del linguaggio su sè stesso; sia ricorrendo a un lessico burocratico tanto freddo quanto incomprensibile o a forme espressive “colte” (o presunte tali: il latinorum di don Abbondio…) o, ancora, a glosse prive di costrutto che anziché illuminare gettano solo ombra e caligine. Per questo sottoscriviamo, e invitiamo vivamente a farlo, l’appello di Alex Zanotelli che riprendiamo dal sito www.ildialogo.org.

mario-mauro

Per amare la pace devi armare la pace”. Lo ha dichiarato nel giugno 2013 il ministro italiano della difesa Mario Mauro. Ora lo stesso slogan, ma in inglese (“to love peace you must arm peace“), è stato usato dal colosso americano dell’industria bellica Lockheed Martin, per la campagna pubblicitaria degli ormai tristemente noti jet F35, caccia bombardieri utilizzabili anche per portare bombe nucleari, che ci costeranno 14 miliardi di euro. Pagati con il sangue dei poveri di questo nostro paese.
Il Ministro Mario Mauro si dichiara cristiano e cattolico. Gesù è stato molto chiaro sul tema della pace sia nel suo insegnamento, come nelle sue scelte personali che gli costarono la vita.
Come cristiani chiediamo dunque al ministro Mauro, di scegliere se essere ministro della guerra o cristiano, fedele al Vangelo o strumento di guerra e di morte. O l’uno o l’altro.
Come cristiani, crediamo non sia più tollerabile lo scandalo di chi, pur professandosi cristiani, tradiscono invece il Vangelo e gli insegnamenti di quel Gesù di Nazareth che ha inventato la nonviolenza attiva per i suoi seguaci.
Primi firmatari
p. Alex Zanotelli – missionario comboniano
Giovanni Sarubbi – Direttore www.ildialogo.org
Per sottoscrivere vai a questa pagina.

 

No alla guerra in Siria!

Autore: liberospirito 9 Set 2013, Comments (0)

Riportiamo da “Adista Notizie” il seguente articolo riguardante le mobilitazioni in corso per fermare la guerra in Siria. E’ possibile trovare il resoconto su varie iniziative e il link ad alcuni siti dove leggere interventi e sottoscrivere petizioni. Come si diceva un tempo: leggi fai girare!

No-War

Dall’internazionalizzazione del conflitto siriano che si sta profilando l’Italia potrebbe rimanere fuori: non vi parteciperà senza un mandato delle Nazioni Unite, ma anche in presenza di questo, la decisione verrà presa solo dopo un voto del Parlamento. Al momento in cui scriviamo, sono queste le ultime dichiarazioni della nostra ministra degli Esteri Emma Bonino (28 agosto). Non è un atteggiamento pilatesco ovviamente, ma l’osservanza dell’art. 11 della nostra Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Disposizione che in nessun caso consente alla nostra nazione di agire un attacco armato.

Come fa notare l’appello al governo italiano “Se vuoi la pace, prepara la pace” lanciato da Stefano Rodotà, Maso Notarianni, Cecilia Strada, Maurizio Landini, Marcello Guerra, Fiorella Mannoia, Alessandro Robecchi, Marco Revelli e altri (lo si può firmare su change.org), il secondo comma dell’art. 11 recita: «Consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Ovvero, sottolineano i firmatari, «la Costituzione non dice che l’Italia può cedere sovranità per fare guerre ma, anzi, afferma che il nostro Paese pur di assicurare pace e giustizia tra le Nazioni è disposta a “cedere parte della sua sovranità”». Il popolo siriano «ha bisogno della comunità internazionale, ma non dall’alto di un bombardiere», «ha bisogno che la comunità internazionale smetta di considerare la guerra come opzione possibile». «L’Italia – è la sollecitazione finale – si metta a lavorare per costruire nel mondo pace e diritti e si chiami fuori da questa guerra, chiunque decida di farla».

La nonviolenza è realistica

Anche Pax Christi Italia sul suo sito, con un appello firmato da Sergio Paronetto, pubblicato anche su Avvenire (27/8) nella rubrica delle “Lettere al direttore”, si richiama all’art. 11 della nostra Carta costituzionale. «Come ripete spesso papa Francesco (con la Santa Sede), la strada da seguire non è l’intensificazione militare del conflitto armato, ma la “riconciliazione nella verità e nella giustizia” che può trovare attuazione nella progettata Conferenza di pace di Ginevra. Occorre attuare una svolta politica nonviolenta. La nonviolenza è realistica», è «la pienezza di una politica attiva, determinata e costante. In Siria, come altrove, è mancata una politica di pace con mezzi di pace», mentre «finora hanno parlato le armi». In questo contesto Paronetto ricorda l’attivismo del Mussalaha (v. Adista Notizie nn. 25, 28/12 e 29/13), il movimento di riconciliazione siriana che il direttore del quotidiano Marco Tarquinio, nella risposta a Paronetto, definisce «unico segno di speranza», «esperienza, non solo una proposta, che nel pieno della guerra, contraddicendola, è animata “dal basso” da nostri fratelli e sorelle di fede ma che coinvolge anche personalità di altre minoranze religiose e della maggioranza islamica. È una traccia viva e preziosa. Che indica un cammino non facile né scontato».

Politici dormienti

“Sveglia!” è il significativo titolo dell’appello che chiama alla mobilitazione politici e pacifisti evidentemente dormienti. Firmato da Savino Pezzotta, don Luigi Ciotti, Flavio Lotti, Antonio Papisca, Beppe Giulietti, Ottavia Piccolo, p. Efrem Tresoldi, Gabriella Stramaccioni e altri (lo si può sottoscrivere all’indirizzo email: [email protected]) e pubblicato sul sito del Sacro Convento di San Francesco di Assisi (www.sanfrancescopatronoditalia.it), lancia l’allarme: «Non c’è più tempo per l’indifferenza e l’ipocrisia. Agire è difficile. Non farlo sarà catastrofico». E dunque, “sveglia!”: «Abbiamo bisogno (…) di aprire un grande dibattito pubblico che consenta all’Italia di definire una proposta politica lungimirante e di trasformarla in politica europea»; «di mettere le istituzioni democratiche della comunità internazionale nella condizione di operare tempestivamente ed efficacemente per la risoluzione pacifica dei conflitti»; «di agire concretamente senza dover ricorrere all’intervento armato».

«Possibile», si chiede incredulo il presidente della Focsiv Gianfranco Cattai, unendosi all’appello di papa Francesco del 25 agosto, «che la comunità internazionale sappia solo passare dall’immobilismo all’interventismo armato? Possibile che non sia capace di affrontare con il dovuto realismo e responsabilità la grave situazione siriana imponendo una soluzione negoziale che garantisca pace nella giustizia?». Eppure, secondo la Focsiv, c’è una road map percorribile: «Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu imponga il cessate il fuoco ed offra alla Russia, nella prospettiva di una Siria unitaria, federale e democratica, la garanzia di un’area di influenza dove ora vi è il loro sbocco al Mediterraneo; instauri efficacemente una Corte internazionale di giustizia per la Siria che accerti i crimini sia da parte dei ribelli che del regime di Assad; aiuti la moltitudine dei civili ridotti ormai ad estrema miseria; favorisca l’autodeterminazione democratica del popolo siriano».

Un’oscenità morale frutto del commercio d’armi

È «profondamente preoccupata» Pax Christi International che chiede «tempestivi sforzi diplomatici» per «bloccare immediatamente il flusso di armi verso entrambe le parti e verso tutti i gruppi militanti» («molti Stati hanno contribuito ad alimentare il conflitto armato in Siria») e «portare al tavolo delle trattative tutte le parti direttamente o indirettamente coinvolte nel conflitto». Nella presa di posizione, datata 29/8, Pax Christi International invita i leader religiosi di ogni fede ad «usare la loro autorità morale per schierarsi, chiaramente e con urgenza, in pubblico e in privato, contro l’uso della violenza», richiedendo «con decisione una soluzione politica al conflitto armato», promuovendo «campagne di preghiera, di non-cooperazione e di testimonianza pubblica per mettere fine alla violenza in Siria».

Dal sito pacifista Sibialiria.org l’associazione No War-Roma il 27 agosto dichiara tutto il suo scandalo: «Senza sapere – si legge nell’appello che chiama alla mobilitazione – che cosa è successo e chi è stato, applicando il principio di colpevolezza senza prove e a dispetto del cui prodest, gli Usa e le altre potenze rivendicano la necessità di un attacco diretto alla Siria parlando di “oscenità morale del regime siriano”. L’oscenità morale è questa guerra. Chiediamo a tutti in tutto il mondo di opporsi nelle strade».

«La guerra è la più grande violazione dei diritti umani, poiché essa consiste della commissione di stragi», esemplifica dal canto suo Peppe Sini del Centro di ricerca per la pace di Viterbo (28/8). «Sostenere che si promuove una guerra per difendere i diritti umani – afferma – è una contraddizione in termini. Solo la pace salva le vite e difende i diritti umani». «L’obiettivo più urgente che l’umanità deve porsi è abolire la guerra, prima che la guerra abolisca l’umanità», evidenzia Sini. Che propone la sua ricetta: «Occorre la scelta della nonviolenza come principio regolatore delle relazioni internazionali» e «ispiratore della politica tout court», come «lotta la più nitida e la più intransigente contro tutte le violenze, le oppressioni e le menzogne» per la «liberazione dell’umanità».

Non è un appello, ma un’approfondita analisi politica della situazione generatasi con la crisi siriana (come anche quella di Un Ponte per…, al sito www.unponteper.it/fermare-lintervento-armato-in-siria-non-tagliamo-la-corda/) la riflessione del Movimento nonviolento (30/8), che considera: «A questo punto un intervento armato esterno, con i bombardamenti dall’alto dei cieli, non solo è completamente privo di senso rispetto alla situazione specifica, non solo, come tutte le guerre, aggiunge crimine a crimine nei confronti della martoriata popolazione civile, non solo è senza alcuna legittimità internazionale, ma è anche, nonostante il dispiegamento di potenti e terrificanti armamenti, un grave di segno di impotenza della comunità internazionale».

Manning: una sentenza e una petizione

Autore: liberospirito 26 Ago 2013, Comments (0)

Meno di una settimana fa c’è stata la sentenza contro Bradley Manning, il militare statunitense accusato di aver scaricato decine di migliaia di documenti riservati mentre svolgeva il suo incarico di analista informatico in Iraq e di averli successivamente rilasciati all’organizzazione WikiLeaks. Pubblichiamo di seguito l’intervento di Patrick Boylan, apparso sul sito Il Dialogo, contenente anche l’invito a sottoscrivere una petizione a favore di Manning. L’autore, già professore di Inglese per la Comunicazione Interculturale all’Università “RomaTre”, svolge training interculturali ed è attivista per la Rete NoWar.

FREE MANNING

Il 21 agosto scorso, Bradley Manning, la talpa che ha rivelato all’opinione pubblica statunitense e mondiale le atrocità commesse dalle forze armate USA in Iraq e in Afghanistan, è stato condannato a 35 anni di prigione. La Procura ne aveva chiesto 60; anzi, in un primo momento aveva formulato un capo d’accusa (Alto Tradimento) punibile con la pena di morte o comunque l’ergastolo.

Dunque, se tra qualche anno verrà concessa la buona condotta, Manning potrebbe scontare solo un quinto della pena ed uscire dalla prigione nel 2021, all’età di 34 anni, per poter iniziare una nuova vita. Nuova in tutti i sensi: infatti, il giorno dopo la sentenza, Manning ha annunciato che da tempo si sente donna, prenderà ormoni per cambiare sesso non appena sarà libera, ma chiede sin da ora di essere chiamata Chelsea e che si usino i pronomi femminili per designarla. E’ ciò che farà questo articolo d’ora in poi, seguendo l’esempio della voce “Bradley Manning” in Wikipedia, cambiata il 23 agosto in “Chelsea Manning”.

Sul piano strettamente processuale, dunque, c’è stata, da un lato, una netta vittoria a favore della Manning, se si tiene conto dell’entità della pena richiesta dalla Procura.

Dall’altro, c’è stata una plateale ingiustizia nei suoi confronti: 35 anni sono due volte la pena più alta inflitta in passato per questo tipo di reato. E tre volte la pena inflitta nel 1987 al marine dell’ambasciata USA a Vienna, il quale passò ai Sovietici – cioè, ai nemici acerrimi degli Stati Uniti d’allora – i nomi di tutti gli agenti CIA in Austria e le planimetrie dell’ambasciata. Perché Chelsea Manning è stata punita assai più severamente di quel marine? Perché – come ha spiegato il comico americano Stephen Colbert – Manning ha commesso l’imperdonabile crimine di aver passato delle informazioni segrete al vero nemico no. 1 del governo americano: il popolo americano (nonché l’opinione pubblica mondiale).

Due giorni dopo la sentenza, Amnesty International e l’associazione che sostiene Manning hanno lanciato una petizione per chiedere un perdono presidenziale, collocandola… sul sito della Casa Bianca. Il Presidente Obama, infatti, ha da tempo aperto una pagina sul suo sito ufficiale per consentire al pubblico di creare petizioni da sottoporre alla sua attenzione. Peacelink e Il Dialogo  invitano i propri lettori, dunque, ad andare subito sul sito di Obama (è in inglese) e a firmare la petizione per un perdono presidenziale.

Ora, a questo punto si pongono due interrogativi.

Il primo: visto l’intento del governo statunitense di fare del caso Manning “un esempio” tale da scoraggiare qualsiasi militare o funzionario USA dal fare rivelazioni in futuro, come mai il tribunale militare ha evitato di infliggere i 60 anni di prigione richiesti dalla Procura e ha rigettato d’ufficio le pene più severe richieste inizialmente? In fondo, per inchiodare la Manning, il governo ha imbastito il più grande processo, per fuga di notizie, di tutti i tempi; in barba alla Costituzione, ha detenuto la soldatessa, senza udienza di convalida, per oltre 1000 giorni così da poter preparare il processo nei minimi dettagli (e forse anche per logorare l’imputata); ha inventato persino un reato che non esisteva nel codice penale militare: “Divulgazione indiscriminata” (Wanton Publication). E’ possibile tutto questo gran da fare per soli 8 anni di prigionia (se verrà concessa la buona condotta)?

Il secondo interrogativo: l’annuncio della Manning del suo cambio di genere non rischia di far venir meno il sostegno popolare di cui ha goduto finora? Non avrebbe dovuto stare zitta per un po’, così da non danneggiare la petizione per il suo perdono, visto che lei non potrà iniziare il trattamento ormonale prima di uscire dalla prigione?

La risposta più probabile al primo interrogativo – perché non è stata inflitta la pena massima? – si chiama Edward Snowden. Cioè, è stato Snowden, con ogni probabilità, l’imprevisto che, lo scorso giugno, ha fatto deragliare i piani punitivi della Procura. Come si sa, infatti, la talpa della NSA (Ente statunitense di spionaggio digitale) braccato dalla CIA in tutto il mondo, è scappato in Russia dove vive tuttora con un permesso di asilo temporaneo. Se la Russia ha potuto rifiutare di riconsegnare Snowden agli Stati Uniti, è perché, in base ad una normativa internazionale, egli non poteva essere riconsegnato ad un paese dove, per reati simili, si rischia la pena di morte o comunque una prigionia draconiana – e il processo Manning, almeno all’inizio, sembrava dimostrare che gli Stati Uniti rientravano in quella categoria. Ora, con la sentenza a sorpresa del 21 agosto, è venuta meno questa scusa; la pena inflitta alla Manning – 8 anni con la buona condotta – è ingiustamente severa ma non draconiana. Questo fatto consentirà agli Stati Uniti, tra un anno, di tornare all’attacco e di richiedere l’estradizione di Snowden al termine del suo asilo temporaneo. Poi nulla vieta agli USA, una volta acciuffato Snowden, di rifiutare la buona condotta alla Manning allo scadere dell’ottavo anno e di tenerla in prigione per vendetta fino all’età di 61 anni.

Come si vede, Washington sta giocando una partita a scacchi su più tavoli.

Proprio per questo motivo bisogna cogliere il momento favorevole – ora che gli USA vogliono apparire non vendicativi – e chiedere subito il perdono presidenziale. Obama potrebbe al limite rinunciare alla Manning pur di avere Snowden, il vero pericolo per i piani egemonici statunitensi.

Ora il secondo interrogativo: verrà meno il sostegno popolare alla Manning dopo il suo annuncio di cambio di genere? Non sarebbe stato più furbo da parte sua tacere e non dichiararsi?

Il tempo ce lo dirà. Ci saranno sicuramente molti sostenitori che seguiranno l’esempio della psichiatra londinese Silvia Swinden, la quale si è schierata il giorno stesso con un cartello che recita: “Io sono Chelsea Manning”. Anche le CodePink  (Women for Peace) negli Stati Uniti si sono schierate subito con la Manning. Ma quanti altri sostenitori, che in passato si facevano fotografare col cartello “Io sono Bradley Manning”, vorranno ora alzare il cartello della Swinden e dire di essere Chelsea?

Eppure, ha argomentato la Swinden nel suo articolo su Pressenza, è un segno di maturità saper accettare che i propri eroi siano anche degli esseri umani e possono avere comportamenti che richiedono la nostra comprensione. Manning ci chiede di superare gli steccati sessuali posti dalla nostra società e di capire i suoi bisogni. Gandhi ha colpito la moglie per aver rifiutato di pulire il WC (per lei un lavoro da intoccabile), pur chiedendoci di credere nella sua dedizione alla nonviolenza. Bertrand Russel, donnaiolo, chiedeva comprensione per un comportamento in stridente contrasto con la sua sincera opposizione ad ogni sfruttamento. Rita Atria, la diciassettenne siciliana che osò denunciare la mafia locale a Paolo Borsellino e che disse a tutti di “non arrendersi mai”, alla morte di questo si suicidò. Queste figure sono meno eroiche per via delle loro contraddizioni? O semplicemente più umane?

Volere che i propri eroi siano incensurabili sotto qualsiasi profilo, liquidandoli poi come falsi al primo sgarro, è forse solo una scusa per non riconoscere l’esistenza di persone migliori di noi, che potrebbero comunque servirci da modello, pur con i loro difetti o il loro anticonformismo.

La scelta di Chelsea Manning di dar voce alla sessualità che sente dentro di lei, in barba alle convenzioni e anche ai ragionamenti opportunistici, è dunque un atto di coraggio che va rispettato, anche ammirato, che non intacca minimamente il valore del gesto che compì quattro anni fa, pubblicando i dossier sull’Iraq e sull’Afghanistan. Semmai costituisce una ragione in più per firmare la petizione a favore del perdono di Obama.

Infatti, ci sono ben tre motivi per voler firmare la petizione: 1. il motivo etico, 2. il motivo interessato, 3. il motivo politico-istituzionale.

1. Il motivo etico

Chiunque abbia letto le dichiarazioni della Manning al suo processo, è rimasto colpito dall’onestà rigorosa di questa giovane – l’onestà che, nel 2009, l’ha spinta a denunciare le atrocità commesse dalle forze armate statunitensi prima ai suoi superiori e poi, ignorata, al New York Times e al Washington Post e, solamente dopo il rifiuto di questi giornali, al sito Wikileaks di Julian Assange. Anzi, è stata un’ulteriore prova della sua rettitudine morale, aver ammesso, al suo processo, di non aver provato tutti i canali (ad esempio, non aveva interpellato la Commissione Forze Armate del parlamento) prima di andare su Wikileaks e quindi di essere stata effettivamente sleale con l’istituzione per la quale lavorava. Dare ragione al proprio avversario nella misura in cui egli possa averla, non è di tutti – e la dichiarazione di Manning va letta come indice della sua integrità, non come abiura e solo in sottordine come rito per ottenere una riduzione della pena.

Il candore di questa soldatessa ha lasciato a bocca aperta persino il Procuratore Capo che più volte durante il processo, ascoltando la Manning, ha abbozzato un sorriso e uno sguardo di ammirazione, subito nascosti dietro le sue carte.

Il 21 agosto, quando Manning è uscita dall’udienza che le ha inflitto fino a 35 anni di carcere, ha trovato fuori dall’aula i suoi sostenitori, chi furibondo, chi in lacrime. Lei no. “Era serena, sorridente,” ha raccontato poi il suo avvocato; “Anzi, è stata lei a tirare su i suoi sostenitori dicendo ‘Va bene così, non vi buttate giù, avete fatto il possibile, niente lacrime, un sorriso per favore, questo è solo uno stadio della mia vita che prepara ad altri, vedrete.’”

Eppure al processo, facendo la sua dichiarazione spontanea di ammissione delle proprie colpe, la voce le tremava. Chiedeva scusa perché era corretto chiederla, viste alcune (comprensibili) sue manchevolezze. Ma sicuramente le bruciava pronunciare quelle parole, mentre le passavano davanti agli occhi le facce beffarde dei soldati assassini da lei denunciati e mai incriminati; le facce beffarde dei suoi superiori, mai processati per omissioni di atti di ufficio nell’ignorare quei crimini di guerra; le facce beffarde dei vari Bush-Cheney-Rumsfeldt che hanno venduto la guerra in Iraq, mentendo spudoratamente, e che hanno sacrificato migliaia di soldati americani e milioni di iracheni per cercare di impossessarsi illegalmente del petrolio di quel paese, ricorrendo, nel tentativo, persino alle armi chimiche, usate per sterminare intere città come Fallujah. Oggi questi criminali di guerra vivono liberi e protetti e, anzi, incrementano le loro già vaste fortune vendendo libri che vantano le loro imprese belliche.

Ammettere i propri torti (minori) davanti a tanta protervia delittuosa doveva richiedere sforzi immani.  Eppure Chelsea ce l’ha fatta – e senza rinnegare la sostanza delle denunce che fece quattro anni fa. L’ha fatto perché era la cosa giusta: lo stesso motivo che la spinse ad agire nel 2009 e che l’ha spinta a dichiarare oggi la sua sessualità. Seguiamo, dunque il suo esempio.  Firmiamo la petizione per il suo perdono presidenziale perché è la cosa giusta.

2. Il motivo interessato

Ma c’è un altro motivo, più egoista, per firmarla: se noi non difendiamo chi ci difende a proprie spese, finiremo col non avere più chi ci difende. Scoraggeremo dal fare gesti eroici in futuro le persone che potrebbero un domani essere i vari Manning, Assange, Snowden.

E scoraggeremo non solo questi paladini delle grandi cause: se non sosteniamo chi si arrischia per noi, non avremo neppure chi ci difende nella vita quotidiana. Un esempio: a Ferragosto un pilota di Ryanair è stato licenziato perché ha fatto la talpa, denunciando sui giornali i risparmi sulla sicurezza della Ryanair da lui giudicati pericolosi. I suoi superiori non hanno voluto ascoltarlo e quindi si era rivolto ad un tg britannico. Anche questo pilota – un Chelsea Manning dell’aviazione – merita il nostro sostegno. Perché se lasciamo indifesi chi fa denunce, mandiamo il messaggio ai piloti di tutte le linee aeree che è meglio stare zitti quando le loro aziende attuano risparmi pericolosi. Mandiamo il messaggio che conviene stare zitti anche a tutti i ferrovieri, che spesso notano, anche loro, scelte aziendali pericolose per i passeggeri… e la lista non finisce qui. Una società in cui tutti guardano da un’altra parte sarà senz’altro una società più tranquilla, ma non più sicura. Anzi.

3. Il motivo politico-istituzionale

Infine, Manning va sostenuta anche per un motivo politico-istituzionale. La sentenza va contestata perché va contestato l’uso politico che si è fatto della Giustizia. Infatti, nel chiedere al tribunale di emettere una sentenza severa, non in base alle leggi soltanto, ma “per dare un esempio” a chi potrebbe voler fare denunce in futuro, la Procura ha cercato di trasformare il tribunale in uno strumento di repressione politica. Questo uso della Giustizia va fermato.  I tribunali devono essere indipendenti dai condizionamenti del potere politico.

Per convincersi della dilagante politicizzazione della Giustizia negli Stati Uniti, almeno in certi settori, basta esaminare le decisioni dei tribunali sulle questioni che riguardano la guerra in Iraq: i condizionamenti politici saltano agli occhi.  L’ultima in ordine di tempo è l’incredibile vicenda degli iracheni torturati nella prigione di Abu Ghraib. Hanno intentato una causa di risarcimento danni contro l’agenzia americana che ha fornito gli aguzzini all’esercito USA. Lo scorso giugno il tribunale della Virginia (sede competente perché sede dell’agenzia) ha rigettato la loro causa dicendo che l’agenzia godeva dell’immunità per via di una recente decisione della Corte Suprema e, comunque, aveva agito fuori dagli USA e quindi non era perseguibile.

Ma la storia non finisce qui. Ora l’agenzia responsabile delle torture, la CACI International, sta facendo causa, a sua volta, contro le vittime delle torture che hanno osato trascinarla davanti al tribunale.  Sta chiedendo loro il risarcimento totale delle spese processuali che l’agenzia ha dovuto affrontare – $15,500, cifra astronomica per gente che guadagna una media di $42 al mese.  Se la CACI International otterrà il risarcimento che pretende, le vittime delle sue torture saranno straziate una seconda volta e gettate sul lastrico. Contro questa infamia, un sito di attivisti americani sta lanciando una petizione chiedendo all’agenzia di ritirare la causa, a pena di subire una campagna pubblicitaria negativa (che potrebbe risultare dannosa per i suoi futuri contratti governativi). Perciò chi firma la petizione per Chelsea Manning potrebbe anche voler firmare questa petizione.

Due petizioni, dunque, per una giustizia equa, indipendente dai condizionamenti politici.

Patrick Boylan

boylan

Reinvenzione del fascismo

Autore: liberospirito 8 Lug 2013, Comments (0)
Johan Galtung, sociologo norvegese e gandhiano, è uno dei fondatori della peace research (gli studi sulla pace). Ha fondato nel lontano 1959 l’International Peace Research Institute. Proponiamo quest’articolo, uscito alcuni giorni fa su “Il manifesto”, in cui elabora un’interessante analisi della situazione attuale, leggendola nei termini di una riproposizione, sotto altre forme, del fascismo: “Se la libertà è utilizzare denaro per guadagnare più denaro, la sicurezza è poter uccidere i nemici, la democrazia è ridotta al rito delle elezioni, siamo alla reinvenzione del fascismo”.
donnefasciste

Le atrocità della Seconda Guerra Mondiale hanno lasciato dietro di sé danni permanenti, abbassando i nostri standard su quello che è accettabile. La guerra è male; ma se non è una guerra nucleare, non siamo oltre il limite. Il fascismo è male; ma se non è accompagnato dalla dittatura e dall’eliminazione di un’intera categoria di persone, non siamo oltre il limite. Hiroshima, Hitler e Auschwitz sono profondamente radicati nelle nostre menti, deformandole.
La bomba di Hiroshima ci porta a trascurare il terrorismo di stato contro le città tedesche e giapponesi, che ha ucciso cittadini di ogni età e genere. Hitler e Auschwitz ci fanno trascurare il fascismo, inteso come il perseguimento di obiettivi politici attraverso la violenza e la minaccia della violenza. Ci vogliono due soggetti per fare la guerra, di qualunque tipo. Ma ne basta uno per realizzare il fascismo, contro il proprio popolo e/o contro gli altri.
Qual è l’essenza del fascismo? La definizione è il connubio tra il perseguimento di obiettivi politici e l’uso di una violenza smisurata. Proprio per evitare questo abbiamo la democrazia, un gioco politico in cui si perseguono obiettivi politici attraverso mezzi nonviolenti, in particolare attraverso l’ottenimento della maggioranza da parte di un soggetto politico, in elezioni libere e giuste o nei referendum. Un’innovazione meravigliosa, con una conseguenza logica: l’utilizzo della nonviolenza quando la stessa maggioranza oltrepassa i limiti, come è ad esempio scritto nei codici dei diritti umani.
Lo stato forte, capace e disposto a mostrare la sua forza, anche nella forma della pena di morte, appartiene all’essenza del fascismo. Questo vuol dire un monopolio assoluto del potere, anche quello che non viene dalle armi, incluso il potere nonviolento. E vuol dire una visione della guerra come un’attività ordinaria dello stato, rendendola normale, eterna addirittura. Vuol dire una profonda contrapposizione con un nemico onnipresente, come gli ariani contro i non ariani, la Cristianità contro l’Islam, glorificando il primo e demonizzando il secondo. Ovunque, il fascismo fa del dualismo, del manicheismo e di Armageddon – la battaglia finale – un tutt’uno.
Va da sé che tutto questo vuol dire una sorveglianza illimitata sul proprio popolo e sugli altri; la tecnologia postmoderna rende tutto ciò possibile, o almeno plausibile. Quello che conta è la paura; conta che le persone abbiano timore e si astengano dalla protesta e da azioni nonviolente, per la minaccia di essere individuate per la punizione estrema: l’esecuzione extragiudiziale. Che ci sia davvero un controllo su e-mail, attività su internet e telefonate, è meno importante rispetto al fatto che le persone credano che ciò stia accadendo sul serio.
Il trucco è farlo in maniera indiscriminata, non concentrandosi solo sugli individui sospetti, ma facendo sentire ciascuno un potenziale sospetto; spingendoli a stare al sicuro per la paura, trasformando i potenziali attivisti in cittadini passivi sottomessi al governo. E lasciando così la politica nelle mani dei Big Boys – gli uomini di potere con i muscoli, sia in patria che all’estero.
Il trucco più semplice è rendere il fascismo compatibile con la democrazia. Una recente notizia colpisce: «Ammettendo che le forze inglesi torturarono i kenyoti che combatterono contro il dominio coloniale negli anni ’50, il governo risarcirà 5,228 vittime» (International Herald Tribune, 7 giugno 2013). Un numero drammatico, più di 5,000 – ma sicuramente il numero delle vittime è maggiore. Dov’era la «Madre dei Parlamenti» durante una simile manifestazione di fascismo? Si avverte una formula: «era per la sicurezza degli inglesi in Kenya», dove sicurezza è la parola-ponte tra fascismo e democrazia, sostenuta da quella paranoia istituzionalizzata a livello accademico che sono gli «studi sulla sicurezza».
Ci sono anche altri modi. Innanzi tutto ridurre la definizione di democrazia alla presenza di elezioni nazionali con più partiti. In secondo luogo, far diventare i partiti praticamente identici sulle questioni della «sicurezza», pronti all’uso della violenza a livello nazionale o internazionale. Terzo, privatizzare l’economia nel nome della libertà, l’altra parola-ponte, lasciando al potere esecutivo essenzialmente le questioni giudiziarie, militari, e di polizia, sulle quali già esiste un consenso manipolato.
Arrivare a una crisi permanente, con un nemico permanente e pronto a colpire, è utile, ma ci sono anche altri modi. Proprio come una crisi che viene definita «militare» catapulta al potere i militari, una crisi definita «economica» catapulta al potere il capitale. Se la crisi è che l’Occidente ha perso la competizione nell’economia reale, allora al potere arriva l’economia finanziaria, le grandi banche, che gestiscono migliaia di miliardi in nome della libertà. Corrompere alcuni politici finanziando le loro campagne elettorali è roba da niente, e può perfino non essere necessario, dato il consenso generale.
Una via d’uscita c’è, e prima o poi verrà presa. Le persone pagano intorno al 20% di imposte – negli Stati Uniti è la metà – quando acquistano beni o servizi di consumo nell’economia reale. La finanza invece fa ogni pressione con le sue lobby per non pagare l’1%, o neanche lo 0,1%. Un compromesso al 5% (di tassazione della finanza) basterebbe a risolvere il problema dei paesi occidentali: l’economia reale non produce un surplus sufficiente per governare uno stato se non con la forza.
Se la libertà è definita come la libertà di utilizzare denaro per guadagnare più denaro, e la sicurezza come forza per uccidere il nemico designato ovunque esso sia, allora abbiamo un «complesso militare-finanziario», il successore del «complesso militare-industriale», nelle società in via di deindustrializzazione. I movimenti pacifisti e ambientalisti sono i loro nemici: una minaccia alla sicurezza e alla libertà non solo perché mettono in dubbio le uccisioni, la ricchezza e la disuguaglianza, ma perché vedono gli effetti opposti di tutto questo: la produzione di insicurezza e dittatura. I movimenti operano alla luce del sole, sono facilmente infiltrati da spie e provocatori, le voci indispensabili sono facilmente eliminate.
Siamo a questo punto. La tortura come metodo rafforzato per le indagini, i campi di concentramento de facto come a Guantanamo, la cancellazione dell’habeas corpus. E un presidente americano che racconta a chi vuol crederci favole progressiste che non diventano mai realtà, che sia un ipocrita o un velo messo da qualcuno su una realtà fascista. Chi quel velo lo strappa, un Ellsberg, un Assange, un Manning o uno Snowden è considerato un criminale. Non coloro che costruiscono il fascismo. Un antico adagio: quando c’è più bisogno di democrazia, aboliscila.

Johan Galtung

johan galtung

Armi e tangenti

Autore: liberospirito 2 Giu 2013, Comments (0)

Riportiamo l’appello lanciato da p. Alex Zanotelli dal titolo: TANGENTI SULLA VENDITA D’ ARMI : QUANTO VA AI PARTITI? L’appello si propone due scopi dichiarati: 1) Una richiesta al parlamento affinchè istituisca  una commissione incaricata di investigare la connessione tra vendita d’armi e politica che elimini il Segreto di Stato su tali intrecci. 2) Un appello a tutti i gruppi, associazioni, reti, impegnati per la pace, a mettersi insieme, a creare un Forum nazionale come è stato fatto per l’acqua. Per sottoscrivere tale appello (vivamente invitiamo i nostri lettori a farlo)  si può cliccare sul seguente link: http://www.ildialogo.org/appelli/indice_1314206334.htm Ecco qui sotto il testo integrale.

finmeccanica

L’inchiesta giudiziaria della Procura di Napoli su Finmeccanica, il colosso italiano che ingloba una ventina di aziende specializzate nella costruzione di armi pesanti, mi costringe a porre al nuovo governo Letta e al neo-eletto Parlamento alcune domande scottanti su armi e politica. Questa inchiesta, condotta dai pm. V. Piscitelli e H. John Woodcock della Procura di Napoli (ora anche da altre Procure), ci obbliga a riaprire un tema che nessuno vuole affrontare: che connessione c’è tra la produzione e vendita d’armi e la politica italiana? E’ questo uno dei capitoli più oscuri della nostra storia repubblicana.

Le indagini della Procura di Napoli hanno già portato alle dimissioni nel 2011 del presidente e dell’amministratore delegato di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, nonché di sua moglie, Marina Grossi, amministratrice delegata di Selex Sistemi Integrati , una controllata di Finmeccanica. Anche il nuovo presidente di Finmeccanica, G.Orsi, è stato arrestato il 12 febbraio su ordine della Procura di Busto Arsizio e verrà processato il 19 giugno, per la fornitura di 12 elicotteri di Agusta Westland al governo dell’India, del valore di 566 milioni di euro, su cui spunta una tangente di 51 milioni di euro. Sale così di un gradino l’inchiesta giudiziaria per corruzione internazionale e riciclaggio che ipotizza tangenti milionarie ad esponenti politici di vari partiti.

Nell’altra indagine della Procura di Napoli spunta una presunta maxitangente di quasi 550 milioni di euro (concordata, ma mai intascata) su una fornitura di navi fregate Fremm al Brasile ,del valore di 5 miliardi di euro. Per questa indagine sono indagati l’ex-ministro degli Interni, Claudio Scajola e il deputato PDL M. Nicolucci .

Un’altra ‘commessa’ sotto inchiesta da parte della Procura di Napoli riguarda l’accordo di 180 milioni di euro con il governo di Panama per 6 elicotteri e altri materiali su cui spunta una tangente di 18 milioni di euro. Per questo, il 23 ottobre il direttore commerciale di Finmeccanica, Paolo Pozzessere è finito in carcere.

La Procura sta indagando anche su una vendita di elicotteri all’Indonesia su cui spunta ‘un ritorno’ tra il 5 e il10%.

E’ importante sottolineare che il 30% delle azioni di Finmeccanica sono dello Stato Italiano.

Dobbiamo sostenere la Procura di Napoli ,di Busto Arsizio e di Roma perché possano continuare la loro indagine per permetterci di capire gli intrecci tra il commercio delle armi e la politica.

Noi cittadini abbiamo il diritto di sapere la verità su questo misterioso intreccio. E’ in gioco la nostra stessa democrazia. Soprattutto ora che l’Italia sta investendo somme astronomiche in armi. Secono il SIPRI di Stoccolma, l’Italia, nel 2012, ha speso 26 miliardi in Difesa a cui bisogna aggiungere 15 miliardi di euro stanziati per i cacciabombardieri F-35.

Ecco perché diventa sempre più fondamentale capire la connessione fra armi e politica.

E’ stata questa la domanda che avevo posto al popolo italiano come direttore della rivista Nigrizia negli anni ‘85-’87, pagandone poi le conseguenze.

All’epoca avevo saputo che alla politica andava dal 10 al 15 per cento, a seconda di come tirava il mercato.

Tutti i partiti avevano negato questo.

Noi cittadini italiani abbiamo il diritto di sapere se quella pratica è continuata in questi ultimi 20 anni. In questi anni l’industria bellica italiana è cresciuta enormemente. Abbiamo venduto armi, violando tutte le leggi, a paesi in guerra come Iraq e Iran e a feroci dittature da Mobutu a Gheddafi, che hanno usato le nostre armi per reprimere la loro gente.

Noi chiediamo al governo Letta e ai neo-eletti deputati e senatori di sapere la verità sulle relazioni tra armi e politica.

Per questo chiediamo che venga costituita una commissione incaricata di investigare la connessione tra vendita d’armi e politica. Non possiamo più accettare che il Segreto di Stato copra tali intrecci!

Ci appelliamo a voi, neodeputati e neosenatori ,perché abbiate il coraggio di prendere decisioni forti, rifiutandovi di continuare sulla via della morte(le armi uccidono!) e così trovare i soldi necessari per dare vita a tanti in mezzo a noi che soffrono.

E’ immorale per me spendere 26 miliardi di euro in Difesa come abbiamo fatto lo scorso anno, mentre non troviamo soldi per la sanità e la scuola in questa Italia.

E’ immorale spendere 15 miliardi di euro per i cacciabombardieri F-35 che potranno portare anche bombe atomiche, mentre abbiamo 1 miliardo di affamati nel mondo.

E’ immorale il colossale piano dell’Esercito Italiano di ‘digitalizzare’ e mettere in rete tutto l’apparato militare italiano, un progetto che ci costerà 22 miliardi di euro,mentre abbiamo 8 milioni di italiani che vivono in povertà relativa e 3 milioni in povertà assoluta.

E’ immorale permettere sul suolo italiano che Sigonella diventi entro il 2015 la capitale dei droni e Niscemi diventi il centro mondiale di comunicazioni militari, mentre la nostra costituzione ‘ripudia’ la guerra come strumento per risolvere le contese internazionali.

Mi appello a tutti i gruppi, associazioni, reti, impegnati per la pace , a mettersi insieme, a creare un Forum nazionale come abbiamo fatto per l’acqua. Cosa impedisce al movimento della pace, così ricco, ma anche così frastagliato, di mettersi insieme, di premere unitariamente sul governo e sul Parlamento?

E’ perché siamo così divisi che otteniamo così poco.

Dobbiamo unire le forze che operano per la pace, partendo dalla Lombardia e dal Piemonte come stanno tentando di fare con il convegno a Venegono Superiore(Varese) , fino alla Sicilia dove è così attivo il movimento pacifista contro il MUOS a Niscemi.

Solo se saremo capaci di metterci insieme , di fare rete, credenti e non, ma con i principi della nonviolenza attiva, riusciremo ad ottenere quello che chiediamo.

Alex Zanotelli

“Tu sei chi escludi”

Autore: liberospirito 29 Mag 2013, Comments (0)

Ancora su don Gallo. Per continuare a riflettere e a discutere sulle sue parole, di questi tempi sempre più necessarie. Riportiamo la testimonianza rilasciata dallo stesso don Gallo nel 2012 (presso la Comunità di San Benedetto al Porto di Genova), durante le riprese di Restiamo umani – The reading movie (www.restiamoumani.com), il filmato dedicato a Vittorio “Vik” Arrigoni. Riprendiamo il testo da “Il manifesto” che lo ha pubblicato ieri sull’ultima pagina del quotidiano.

don-gallo

«Restiamo Umani»: per me è diventato proprio un motto, vuol dire riconoscere la nazionalità unica di tutti gli esseri umani: noi abbiamo tutti nazionalità umana. Questo è fondamentale. Ormai per me è una specie di deformazione professionale, è la mia prima giaculatoria, come prete cattolico (sai che i preti usano molto le giaculatorie….) Ovunque io vada, e ormai giro l’Italia, e non solo, mi invitano e io incomincio e dico: «Vi dò intanto la mia giaculatoria: Restiamo Umani!». E ne faccio seguire un’altra, imparata per strada, sostituendo quel vecchio proverbio molto noto, «Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei», con quello che mi è stato suggerito per strada: «Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei». Ecco quindi il mio motto, è fondamentale. Se ciascuno di noi riconosce la sua appartenenza a questa umanità, senza nessuna distinzione di razza, di religione, di sesso, superando tutte le discriminazioni, allora diventiamo veramente «uomini» e camminiamo insieme verso l’obiettivo comune di una civiltà che, grazie all’impegno personale, rendiamo a misura d’uomo.
Intanto vorrei fare una piccola premessa: quando io parlo di Vittorio Arrigoni, rivedo la mia storia, perché io a 16 anni, al termine della tragica seconda guerra mondiale, grazie a mio fratello maggiore, tenente del Genio Pontieri, disertore che aveva formato una brigata partigiana, io divento partigiano, cioè entro nella Resistenza. Ti dirò che allora la nostra era una resistenza armata, e approvata addirittura dalle gerarchie cattoliche; ma dopo gli anni ’50 ho incontrato i partigiani della Selva Lacandona, i Sem Terra, le cooperative indiane, in Africa il Burkina Faso, il Frelimo… Tutti han fatto la loro resistenza e io mi inchino… Pensa alla rivoluzione cubana! Ma la svolta epocale – e questo è Vittorio – è la scelta della non violenza. Altrimenti si andrebbe in contraddizione anche con il grande grido «Restiamo Umani». La scelta della non violenza è la svolta fondamentale dell’umanità, ma una non violenza che vuol dire pacifismo attivo; ripercorrendo le antiche radici dell’uomo, via via nei secoli, ecco che arriva Gesù di Nazareth, arrivano altri profeti, arriva Gandhi… E arriva anche la scelta dell’autentica non violenza.
Il potere ormai è onnipresente, il potere è di per sé crudele, i poteri sono diventati così (crudeli) per difendere il loro modello di sviluppo imperialistico – basato sull’assenza e sulla brama del lucro, quindi le uccisioni, gli esuberi… È chiaro che ormai il potere schiaccia tutti e poi oggi il monopolio dei mass media ha causato una perdita di coscienza, ed ecco che si accentuano le divisioni. E allora qual è l’unico valore,la sola speranza di questo nuovo terzo millennio? È la non violenza. L’umanità stessa. Però dev’essere contagiosa, cioè si deve allargare.
La democrazia è l’unico limite per un sistema economico ancora così – come dire? – da genocidio, che ricorre a tutti i mezzi, comprese le armi, per far prevalere l’imperialismo occidentale (ma il discorso vale anche per altre forme di imperialismo che si potrebbero creare); l’imperialismo si sconfigge con la democrazia partecipata, la partecipazione democratica – e pertanto anche libera, indipendente e pacifica. È un cammino duro, difficile, è un cammino faticoso, ma è questa secondo me la strada.
Qui devo citare il mio Papa Giovanni XXIII, che lascia l’ultima sua lettera del ’63, e dice: «Chi sostiene di portare la democrazia con le armi è pazzo!». Il testo latino dell’enciclica papale dice alienum est a ratione: è pazzo! Quindi la non violenza è proprio guarire da tutte le nostre malattie mentali. È chiaro che per diventare come Vittorio, e come tantissimi altri in tutto il mondo, è necessario, alla greca, una metànoia, cioè bisogna non solo migliorare, approfondire, avere sempre altre motivazioni, no: bisogna tagliare la nostra testa e metterne una nuova… Il termine greco intende proprio questo.
Devo ricordare il mio incontro con i Sem Terra del Brasile. Essi, per sopravvivere, decidono di coltivare gli immensi campi abbandonati dai padroni terrieri, e lo fanno, restando fedeli alla non violenza. Il succo di questo incontro qual è stato? «Vedi Don Gallo, noi in questi anni abbiamo avuto già 3000 morti tra i nostri ragazzi, uccisi dagli squadroni paramilitari» e, qui in questa stanzetta, ho visto brillare gli occhi di questi Sem Terra, orgogliosamente… Sì, era vero. «…almeno 3000 ce ne hanno uccisi, però noi abbiamo già 3000 iscritti alle università brasiliane, il futuro del Brasile!» Vedi, questa fiducia immensa, come dire, quasi una certezza che la non violenza è l’unica strada per vincere… Cioè praticamente dice: «Il male grida forte e tutti si accorgono della realtà, ma la speranza in un mondo migliore è ancora più forte e proprio attraverso l’umano, donando la propria vita. Perché si rischia…»
Donare la vita: io la chiamerei proprio – se così si può dire – una religione universale, che racchiude tutte le altre, nel senso che a un certo momento uno si alza la mattina, è uscito fuori dalla società dello spettacolo, dove tutto è dovuto e allora nascono nuovi consumismi e garantismi. No! Il pacifista umano si alza la mattina e dice: «Cosa posso fare per gli altri?». A cominciare dalla propria famiglia fino ad allargare lo sguardo al mondo intero.

 don Andrea Gallo

Tiziano Terzani e la decrescita

Autore: liberospirito 18 Mar 2013, Comments (0)

Riportiamo ampi stralci dell’intervista di Paolo Calabrò a Gloria Germani, saggista impegnata nel dialogo interculturale e ai temi dell’ecologia della mente e dell’educazione; inoltre fa parte della Rete italiana per l’Ecologia Profonda e del Movimento per la Decrescita Felice. Tema della conversazione è la recente ripubblicazione del saggio dell’autrice Tiziano Terzani: la rivoluzione dentro di noi (edizioni TEA).

tiziano terzani

‘Decrescita, digiuno, nonviolenza’: tre nozioni contenute ampiamente nell’edizione del 2009, ma qui presenti fin dal sottotitolo. Cosa ha voluto sottolineare?

Con questo sottotitolo volevo chiarire fin dall’inizio che nella strada tracciata da Terzani, la rivoluzione dentro di noi, non è qualcosa di intimistico od individualistico. Al contrario: si traduce in un cambiamento importante a livello collettivo e sociale: quello della decrescita e della nonviolenza. In realtà, Terzani non ha mai usato il termine ‘decrescita’ ma solo per ragioni anagrafiche. Il termine decroissance – coniato nel 1973 – in realtà ha cominciato a diffondersi solo a partire dal 2003 dopo il convegno Defaire le development, refaire le monde. Terzani usava invece la parola d’ordine ‘digiuno’ riprendendola da Gandhi, ma intendeva proprio quello che oggi intendiamo con decrescita. Nel libro ho cercato di mettere in luce nel primo capitolo, la critica radicale a una concezione esclusivamente materialistico-scientifica della vita, e nel secondo capitolo la necessità di un approccio olistico alla vita, sulla scia del pensiero orientale nonché delle scoperte delle fisica quantistica. Da queste premesse scaturisce in maniera evidente che cosa fare sul piano pratico: l’adesione verso una semplificazione della vita, verso la riduzione dei ‘bisogni’, il ritorno ad una stile di vita molto parca e naturale. E infatti ho intitolato il terzo capitolo, ‘L’etica della nonviolenza e il digiuno’. Terzani parlava di tornare al digiuno gandhiano, non nel senso di astenersi dal cibo (che Gandhi usava come arma di lotta) , ma almeno nel senso di fare a meno di tutte le cose che il consumismo vuole convincerci di aver bisogno ma di cui non abbiamo affatto bisogno! Ai giovani Terzani diceva: Il consumismo vi consumerà… e allora? Una soluzione c’è ed è quella di digiunare, digiunare oggi da una cosa, domani da un’altra…Riprendere coscienza…e, ad ogni passo che fai, domandarsi: perché lo faccio? Sfuggire dunque dal bombardamento mediatico e del marketing…Terzani voleva mettere in crisi l’idea “che la vita si riduca a lavorare a livelli frenetici per produrre cose perlopiù inutili che altra gente deve lavorare a livelli frenetici, per potersi comprare”. Dal momento che viviamo in un pianeta finito, con risorse finite, il mito della crescita economica infinita, e del consumo infinito è una pura follia.

Credo che Terzani si inserisca a pieno titolo in coloro che sono definiti i precursori della decrescita. Anzi, a mio avviso, la sua posizione è tra le più profonde e lucide nel panorama internazionale. I trent’anni trascorsi da Terzani lontano dall’Europa, in Asia – gli hanno fatto capire che l’ossessione per l’avere piuttosto che l’essere, l’ossessione per l’economia e la crescita, nascono da un immaginario ben preciso. In primo luogo nascono dalla concezione materialistica della vita – che è inseparabile dalla concezione scientifica del mondo. A partire dalle fine del ‘600, con Galileo, Newton, Cartesio, Bacone, Hobbes tanto per citare alcuni, si è consolidata una visione del mondo materialista che si diffusa insieme al metodo scientifico e che ha invaso fino ad oggi tutte le maniere con cui interpretiamo e gestiamo la vita.

Questa visione materialistica vede il mondo e l’uomo come una grande macchina, considera gli aspetti quantitativi e misurabili  (ignorando gli altri) e infatti è chiamata anche visione meccanicistica o riduzionistica. Non c’è dubbio comunque che la tecnoscienza è nata in base a questo approccio e che la modernità è possibile solo perché c’è la tecnoscienza. Siamo sicuri che la nostra civiltà moderna sia la più evoluta o la civiltà superiore, oppure questa civiltà – che ha prodotto fenomeni mai visti nella storia dell’umanità come l’inquinamento, la globalizzazione, l’esaurimento dei combustibili fossili non rappresenta altro che una deviazione pericolosa?

Trent’anni vissuti in Asia, tra la gente dell’Asia, avevano inesorabilmente tolto a Terzani quella sorta di occhiali che Latouche chiama la ‘colonizzazione dell’immaginario’. Dal ‘600 in poi, insieme alle flotte mercantili e ai commerci, noi abbiamo esportato in tutto il mondo l’immagine che la modernità potesse essere solo del nostro tipo: tecnologica, portatrice di comfort e sfruttatrice della natura. Terzani era dolorosamente consapevole di tutto questo e sapeva che il nostro strapotere tecnologico-mediatico avrebbe condotto questi antichi e saggi popoli “all’allegro suicidio dell’Asia a favore di un modello di sviluppo che non è il loro”.

Quanto conta Gandhi nella riflessione di Terzani?

Tantissimo, a mio avviso. Anzi si potrebbe dire che tutta l’epopea di Terzani può essere condensata nel passaggio da lui compiuto da Mao a Gandhi. Quando era giovane, negli anni 60, le sue simpatie andavano tutte verso la rivoluzione maoista e il progetto maoista di fare l’uomo nuovo, comunista, giusto. La spinta a voler andare in Asia nasceva proprio dalla voglia di essere testimone della grande esperimento sociale cinese.

Nel 1971 Terzani scrisse una introduzione a La vita di Gandhi di Fischer, che è esemplare del suo percorso. A 33 anni, e prima di mettere piede in Asia, Tiziano criticava lo spirito conservatore del mahatma, che si traduceva, in sintesi, nella sua ostilità alla lotta di classe, nella sua opposizione alle macchine e alla tecnologia, e nella sua fede nel rapporto fiduciario tra ricchi e poveri. All’epoca, il confronto tra Mao e Gandhi gli appariva schiacciante. La posizione di Gandhi significava «rimandare all’infinito il problema dell’ingiustizia della società indiana». Terzani avrà il coraggio e soprattutto l’onestà intellettuale di ribaltare completamente questa posizione. Le sue esperienze in presa diretta del comunismo in Cina, in Vietnam ma anche in Russia, insieme alle sue esperienze del liberismo economico in Europa e in Giappone, lo portarono ad abbracciare sempre di più la posizione gandhiana. Terzani aveva capito in maniera radicale che né il comunismo, né il capitalismo potevano costituire una via per il futuro dell’uomo. Terzani scrive: «Tutte e due erano fondate sulla stessa fiducia nella scienza e nella ragione: tutte e due erano impegnate nella dominazione del mondo esteriore senza alcun riguardo per quello interiore della gente e senza nessun riferimento a un ordine metafisico. Sia il marxismo che il capitalismo si basano sulla fondamentale nozione ’scientifica’ che esista un mondo materiale separato dalla mente, dalla coscienza, e che questo mondo può essere conquistato e sfruttato al fine di migliorare le condizioni di vita dell’uomo». Capitalismo e comunismo sono legate alla vecchia concezione scientifica newtoniana-cartesiana, non sono capaci di afferrare la realtà più complessa della vita. Quindi a differenza di tutti gli altri intellettuali europei anche pacifisti, Terzani non abbraccia Gandhi come il principe della nonviolenza e basta. Gandhi va preso in toto come splendido esponente di una civiltà millenaria che ha ancora molto da insegnarci riguardo all’indagine del mondo interiore, alla nostra felicità, al rapporto con la natura. L’avvicinamento di Terzani a Gandhi è progressivo a partire dalla svolta segnata da Un indovino mi disse. Nella pagine finali del suo ultimo libro-testamento, esso raggiunge una totale compenetrazione che mi ha commossa fino alle lacrime quando l’ho letta. Terzani racconta: «Io leggevo Gandhi religiosamente per vedere di trovarci, non una chiave che aiutasse l’India dei villaggi, delle mucche e così via, ma un messaggio per la nostra civiltà (…)Pensa, questa sua idea di risolvere i problemi a livello di villaggio, questo negare la modernità. C’è un discorso che Gandhi fa nel 1909, un discorso che dovremmo riprendere oggi in cui si chiede “Cos’è la vera civiltà? La civiltà nasce da un tipo di comportamento che indica all’uomo il sentiero del dovere, l’osservanza della moralità. Raggiungere la moralità significa raggiungere la padronanza della nostra mente e delle nostre passioni”. E’ civiltà quella inglese, occidentale, si chiede, che misura il progresso in quanto più abiti la gente ha? In quanto più velocemente si sposta? Non bastano all’uomo un tetto sopra la testa, un pezzo di stoffa attorno ai fianchi? Parole durissime. Lui voleva prendere la via dei villaggi, anziché quella delle fabbriche che riducono l’uomo a schiavo. Perché distruggere i villaggi? Villaggio vuol dire comunità, vuol dire spartire le risorse».

Occorrono nuovi modelli di sviluppo, dirà Terzani poche pagine più avanti: parsimonia,resistenza, digiuno. «Questa sarà secondo me, la grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia che domina le nostre vite, la battaglia per il ritorno ad una forma di spiritualità a cui la gente possa ricorrere. Occorre perciò un grande sforzo spirituale, un grande ripensamento, un grande risveglio. Che poi ha a che fare con la verità di cui nessuno più si occupa. Lì Gandhi è di nuovo stupendo. Cercava la verità, quello che sta dietro a tutto». Non mi pare che ci sia molto da aggiungere. Terzani riconosce in Gandhi un altro possibile orizzonte di senso, quella ricerca della verità, quel risveglio di cui abbiamo disperatamente bisogno per raggiungere una nuova concezione della realtà. Questi brani inoltre dimostrano di per sé che tanto Gandhi che Terzani sono assolutamente all’avanguardia per quanto riguarda i movimenti della decrescita, i movimenti ambientalisti e pacifisti contemporanei.

Rileggere Terzani per tornare a parlare di rivoluzione: cosa significa oggi ‘rivoluzione’?

Terzani negli ultimi mesi diceva di aspettarsi «una silenziosa rivoluzione interiore che passa a volte persino attraverso il mondo musulmano, che passa attraverso l’Asia, l’Africa. Dai no global – che nella loro simpatica diversità, nel loro potpourri di esistenza, fanno convivere la difesa delle balene con l’idea della bicicletta a cinque ruote – arriva un anelito al nuovo, al quel cercare il come. Io dico, per esempio, il prossimo premio Nobel dovrà essere dato a qualcuno che troverà un sistema economico più consono al benessere dell’uomo. Allora, piccoli passi, piccoli passi. L’assalto al Palazzo d’inverno [rivoluzione russa], l’assalto alla alla Bastiglia [rivoluzione francese], la vittoria a Saigon [rivoluzione vietnamita] alla fine non hanno risolto niente. Allora aspettiamoci una rivoluzione silenziosa a lungo termine, l’umanità ha una grande storia, e forse un lungo futuro a cui lavorare». Questo appello è importantissimo. Significa non arrendersi al pensiero dominante che invece ovunque ci assorda con l’idea che there is no alternative in questo mondo – che, che questo è il risultato necessario ed inevitabile dell’evoluzione. Ma quale evoluzione? Come dice Helena Norberg Hodge questo mondo globalizzato si basa su una serie di giustificazioni false. L’appello alla rivoluzione è fondamentale; è un appello al cambiamento, a cercare soluzioni più giuste, un richiamo all’umanità, un atto di lealtà verso la parte più nobile e più alta che è insita in ogni uomo.

www.filosofiatv.org

 

Ricordo di Sankaralingam

Autore: liberospirito 15 Feb 2013, Comments (0)

Non è facile parlare di politica con le elezioni politiche alle porte, con tutta la buriana mediatico-spettacolare in corso e il profilo basso o bassissimo di molti candidati. Invece proprio l’altro giorno è deceduto in India uno dei gandhiani della prima ora, Sankaralingam Jagannathan, il quale ha saputo agire il senso autentico del volto politico dell’essere umano. A riprova che – al di là di ogni disfattismo, qualunquismo, ecc. – è possibile e praticabile una politica giusta.  Unico quotidiano a darne notizia è stato “Il manifesto” da cui riprendiamo l’articolo a firma di Marinella Correggia. Ulteriori informazioni si possono trovare sul sito inglese di Wikipedia (http://en.wikipedia.org/wiki/Krishnammal_Jagannathan).

Se ne va il “papà” nonviolento dei combattenti per la libertà

Aveva da poco compiuto cento anni Sankaralingam Jagannathan («Appa», papà), morto il 12 febbraio alla «Dimora dei lavoratori» nell’università rurale Gandhigram, stato indiano meridionale del Tamil Nadu.
Grande seguace di Gandhi ha percorso l’India nello spazio e nel tempo a partire dagli anni 1940 insieme alla moglie Krishnammal («Amma», mamma), del 1926, tuttora attivissima. Lui era nato benestante di casta alta, lei intoccabile e povera: per la feroce tradizione indù non avrebbero nemmeno dovuto sfiorarsi. Prima militarono come freedom fighters nonviolenti a fianco del mahatma Gandhi nel Quit India Movement, la lotta di massa per l’indipendenza, poi si dedicarono all’impegno nonviolento per i senzaterra che costò ad Appa altro carcere. Non ebbero mai una casa loro, vissero in diversi ashram, dimore comunitarie, dove Appa ogni alba filava per un’ora all’arcolaio i suoi abiti di cotone e Amma cucinava con semplicità vegetariana.
Per rendere produttivi i quattro milioni di acri che i poveri avevano ottenuto in seguito all’appello al bhoodan (dono della terra), Jagannathan creò il movimento Assefa per l’autosufficienza dei villaggi gandhiani.
Nel 1968 quarantadue donne e bambini senzaterra in sciopero vengono rinchiusi e bruciati vivi da ricchi possidenti nel distretto di Tanjavur. Amma e Appa decidono di concentrare là il loro lavoro sulla terra e per la terra. Nasce il movimento Lafti: «Terra per la liberazione dei braccianti». Con scioperi, marce, raduni, digiuni e petizioni; vincendo anche ostacoli burocratici, tredicimila famiglie ottengono infine altrettanti acri da coltivare. Parallelamente il Lafti opera per lo sviluppo dei villaggi, con attività edili di autocostruzione, artigianali, educative.
Nel 1993 le comunità costiere del Tamil Nadu dove lavorano Amma e Appa subiscono l’aggressione dei nuovi latifondisti, i grossi imprenditori del gamberetto per l’esportazione. Risaie salinizzate e mangrovie distrutte.
Jagannathan ricorre alla Corte Suprema dell’India che nel 1996 vieta l’acquacoltura intensiva entro i 500 metri dalla costa. Ma la distruzione non si ferma, in un’India ben diversa dal sogno di Appa.
Come l’economista gandhiano J.C. Kumarappa, Jagannathan sosteneva un’economia di villaggio egualitaria basata su agricoltura, artigianato e «lavoro per il pane». Il volto locale di un’India che doveva essere autonoma, pacifica, resistente contro l’imperialismo.

Marinella Correggia

Fuoco nonviolento

Autore: liberospirito 16 Gen 2013, Comments (0)

E’ veramente difficile – meglio: è quasi impossibile – riuscire a seguire ingiustizie e soprusi che accadono nel mondo, dando altresì conto delle forme di ribellione in corso. Così, anche se in ritardo, mettiamo on line un articolo di Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, apparso il mese scorso su “La Stampa”. Il testo riguarda le autoimmolazioni compiute da persone  – monaci e monache, ma non solo – che hanno maturato la decisione di darsi fuoco per manifestare, in maniera estrema e ultimativa, la loro radicale protesta contro le autorità centrali cinesi che da anni occupano la  loro  terra e  le loro vite.

Ormai rischiamo l’assuefazione: una notizia d’agenzia ripresa ogni tanto nelle pagine interne, qualche colonna una volta all’anno nell’apposita “giornata mondiale per il Tibet”, un rapido accenno in margine a una visita del Dalai Lama, un box accostato a un resoconto di incontri diplomatico-commerciali. È tutto quello che giunge a noi della tragedia del popolo tibetano e della testimonianza di quanti non cessano di urlare, con le loro vite e la loro morte, alle nostre orecchie divenute sorde. Certo, il sentimento di rassegnazione prevale quando si misura l’impotenza di fronte alla realpolitik, ma la coscienza ci impedisce di lasciar tacere la provocazione nonviolenta dei monaci tibetani, ormai un centinaio dall’inizio della protesta, che decidono di darsi fuoco per denunciare l’oppressione del loro popolo, della loro cultura, della loro religione.
Credo che i monaci stessi sappiano che il loro gesto difficilmente varcherà le frontiere e tanto meno potrà mutare le decisioni del potere. Certo, qualcosa smuove nelle coscienze di chi ne viene a conoscenza, altrimenti non si spiegherebbe perché le autorità cinesi stiano cercando di reprimere il fenomeno, arrivando ad arrestare quanti sostengono e incoraggiano i candidati al martirio, ma non ci si può illudere che una maggiore consapevolezza da parte di pochi possa cambiare la situazione di oppressione del popolo tibetano. Allora, perché ci sono sempre nuovi giovani pronti a darsi alle fiamme? A chi vogliono parlare con quel gesto estremo? Cosa sperano di ottenere? E da parte nostra, se siamo convinti di non poter fare nulla perché le cose cambino, che senso ha continuare a seguire vicende che disturbano la nostra coscienza tranquilla? In realtà, ci siamo talmente abituati a misurare le azioni solo in base al risultato, a breve o lungo termine, che fatichiamo a concepire che qualcuno decida di agire gratuitamente, solo perché così ritiene giusto fare, senza attendersi successi o ricompense. Forse, vale allora la pena lasciarci interrogare da questo monaci disposti a consumare la propria vita tra le fiamme come incenso.
Ora, le persone a cui vogliono parlare non sono i media occidentali, così lontani, distratti e preoccupati come i loro governi di mantenere buone relazioni; non è l’opinione pubblica mondiale, salvo quando qualche evento globale come le Olimpiadi fa da potente cassa di risonanza. No, il destinatario di questo gesto estremo, divenuto ormai quasi quotidiano, è il loro stesso popolo: con la loro vita e la loro morte vogliono affermare la grandezza di una religione e di una cultura che non accetta di piegarsi al male, vogliono testimoniare a chi è scoraggiato dall’oppressione che si compiono azioni perché è giusto farle, che esistono ingiustizie che vanno denunciate a ogni costo, che ci sono valori per cui vale la pena dare la vita fino alla morte. Questo è il messaggio forte che possiamo recepire anche noi in occidente, è l’interrogativo lancinante che ci porta a ripensare le nostre priorità, la nostra capacità di reazione al male, la nostra disponibilità a pagare un prezzo per ciò che per noi non ha prezzo.
E non si creda che questa forma di protesta sia nata negli anni sessanta in Vietnam e sia divenuta così ampia in Cina in questi anni: non è legata al confronto-scontro con un potente nemico esterno, espressione di un ambito etico e culturale diverso. E’ pratica antichissima, attestata fin dalla prima metà del V secolo in Cina, con raccolte di biografie degli asceti buddhisti immolatisi nel fuoco: queste testimonianze – una decisiva la si trova in un capitolo della Sutra del Loto – rivelano che non si è mai di fronte a un gesto impulsivo, ma che invece una lunga prassi di ascesi e purificazione fatta di digiuni e meditazioni ha preparato il sacrificio estremo di donarsi al Buddha per il bene degli altri. Il martire che si nutre e si ricopre di incensi e profumi per poi ardere compie un’offerta libera e totale per la salvezza di tutti: non mira unicamente alla propria rinascita, ma al rinnovamento del mondo. E questo lo fa attraverso un’azione nonviolenta nel senso forte del termine, un’azione cioè che accetta di assumere su di sé la violenza senza replicarvi, senza rispondere alla violenza con la violenza, spezzando così la catena infinita dell’ingiustizia riparata con un’ingiustizia più grande. E’ come se di fronte al male e a chi lo compie il monaco affermasse non solo che il malvagio non potrà avere il suo corpo ma anche, verità ancor più destabilizzante, che non riuscirà a fargli assumere lo stesso atteggiamento malvagio.
Sarebbe improprio tracciare un parallelo con il servo sofferente di cui parla il libro di Isaia, con l’atteggiamento di Gesù di fronte ai suoi persecutori o con i martiri cristiani – che non si danno da sé la morte ma la “accolgono” dagli altri – eppure questa capacità di assumere su di sé la violenza per estinguerla e al contempo per professare ciò che è bene e giusto per tutti interpella cristiani e non cristiani, noi post-moderni sempre tentati di rimuovere la domanda su cosa è giusto per interrogarci solo sull’opportunità del nostro agire: «Vale la pena?» è diventato il nostro unico interrogativo, ormai sempre più accompagnato da un’immediata reazione negativa. Abbiamo dimenticato la fulminante risposta di Pessoa: «Tutto vale la pena, se l’anima non è piccola». La grande anima di questi giovani monaci tibetani ce lo ricorda, se solo vogliamo ascoltare il loro grido silenzioso, lasciandoci illuminare da quel fuoco nonviolento.

“La Stampa”, 16 dicembre 2012

Enzo Bianchi