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Tag: No War

No alla guerra in Siria!

Autore: liberospirito 9 Set 2013, Comments (0)

Riportiamo da “Adista Notizie” il seguente articolo riguardante le mobilitazioni in corso per fermare la guerra in Siria. E’ possibile trovare il resoconto su varie iniziative e il link ad alcuni siti dove leggere interventi e sottoscrivere petizioni. Come si diceva un tempo: leggi fai girare!

No-War

Dall’internazionalizzazione del conflitto siriano che si sta profilando l’Italia potrebbe rimanere fuori: non vi parteciperà senza un mandato delle Nazioni Unite, ma anche in presenza di questo, la decisione verrà presa solo dopo un voto del Parlamento. Al momento in cui scriviamo, sono queste le ultime dichiarazioni della nostra ministra degli Esteri Emma Bonino (28 agosto). Non è un atteggiamento pilatesco ovviamente, ma l’osservanza dell’art. 11 della nostra Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Disposizione che in nessun caso consente alla nostra nazione di agire un attacco armato.

Come fa notare l’appello al governo italiano “Se vuoi la pace, prepara la pace” lanciato da Stefano Rodotà, Maso Notarianni, Cecilia Strada, Maurizio Landini, Marcello Guerra, Fiorella Mannoia, Alessandro Robecchi, Marco Revelli e altri (lo si può firmare su change.org), il secondo comma dell’art. 11 recita: «Consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Ovvero, sottolineano i firmatari, «la Costituzione non dice che l’Italia può cedere sovranità per fare guerre ma, anzi, afferma che il nostro Paese pur di assicurare pace e giustizia tra le Nazioni è disposta a “cedere parte della sua sovranità”». Il popolo siriano «ha bisogno della comunità internazionale, ma non dall’alto di un bombardiere», «ha bisogno che la comunità internazionale smetta di considerare la guerra come opzione possibile». «L’Italia – è la sollecitazione finale – si metta a lavorare per costruire nel mondo pace e diritti e si chiami fuori da questa guerra, chiunque decida di farla».

La nonviolenza è realistica

Anche Pax Christi Italia sul suo sito, con un appello firmato da Sergio Paronetto, pubblicato anche su Avvenire (27/8) nella rubrica delle “Lettere al direttore”, si richiama all’art. 11 della nostra Carta costituzionale. «Come ripete spesso papa Francesco (con la Santa Sede), la strada da seguire non è l’intensificazione militare del conflitto armato, ma la “riconciliazione nella verità e nella giustizia” che può trovare attuazione nella progettata Conferenza di pace di Ginevra. Occorre attuare una svolta politica nonviolenta. La nonviolenza è realistica», è «la pienezza di una politica attiva, determinata e costante. In Siria, come altrove, è mancata una politica di pace con mezzi di pace», mentre «finora hanno parlato le armi». In questo contesto Paronetto ricorda l’attivismo del Mussalaha (v. Adista Notizie nn. 25, 28/12 e 29/13), il movimento di riconciliazione siriana che il direttore del quotidiano Marco Tarquinio, nella risposta a Paronetto, definisce «unico segno di speranza», «esperienza, non solo una proposta, che nel pieno della guerra, contraddicendola, è animata “dal basso” da nostri fratelli e sorelle di fede ma che coinvolge anche personalità di altre minoranze religiose e della maggioranza islamica. È una traccia viva e preziosa. Che indica un cammino non facile né scontato».

Politici dormienti

“Sveglia!” è il significativo titolo dell’appello che chiama alla mobilitazione politici e pacifisti evidentemente dormienti. Firmato da Savino Pezzotta, don Luigi Ciotti, Flavio Lotti, Antonio Papisca, Beppe Giulietti, Ottavia Piccolo, p. Efrem Tresoldi, Gabriella Stramaccioni e altri (lo si può sottoscrivere all’indirizzo email: [email protected]) e pubblicato sul sito del Sacro Convento di San Francesco di Assisi (www.sanfrancescopatronoditalia.it), lancia l’allarme: «Non c’è più tempo per l’indifferenza e l’ipocrisia. Agire è difficile. Non farlo sarà catastrofico». E dunque, “sveglia!”: «Abbiamo bisogno (…) di aprire un grande dibattito pubblico che consenta all’Italia di definire una proposta politica lungimirante e di trasformarla in politica europea»; «di mettere le istituzioni democratiche della comunità internazionale nella condizione di operare tempestivamente ed efficacemente per la risoluzione pacifica dei conflitti»; «di agire concretamente senza dover ricorrere all’intervento armato».

«Possibile», si chiede incredulo il presidente della Focsiv Gianfranco Cattai, unendosi all’appello di papa Francesco del 25 agosto, «che la comunità internazionale sappia solo passare dall’immobilismo all’interventismo armato? Possibile che non sia capace di affrontare con il dovuto realismo e responsabilità la grave situazione siriana imponendo una soluzione negoziale che garantisca pace nella giustizia?». Eppure, secondo la Focsiv, c’è una road map percorribile: «Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu imponga il cessate il fuoco ed offra alla Russia, nella prospettiva di una Siria unitaria, federale e democratica, la garanzia di un’area di influenza dove ora vi è il loro sbocco al Mediterraneo; instauri efficacemente una Corte internazionale di giustizia per la Siria che accerti i crimini sia da parte dei ribelli che del regime di Assad; aiuti la moltitudine dei civili ridotti ormai ad estrema miseria; favorisca l’autodeterminazione democratica del popolo siriano».

Un’oscenità morale frutto del commercio d’armi

È «profondamente preoccupata» Pax Christi International che chiede «tempestivi sforzi diplomatici» per «bloccare immediatamente il flusso di armi verso entrambe le parti e verso tutti i gruppi militanti» («molti Stati hanno contribuito ad alimentare il conflitto armato in Siria») e «portare al tavolo delle trattative tutte le parti direttamente o indirettamente coinvolte nel conflitto». Nella presa di posizione, datata 29/8, Pax Christi International invita i leader religiosi di ogni fede ad «usare la loro autorità morale per schierarsi, chiaramente e con urgenza, in pubblico e in privato, contro l’uso della violenza», richiedendo «con decisione una soluzione politica al conflitto armato», promuovendo «campagne di preghiera, di non-cooperazione e di testimonianza pubblica per mettere fine alla violenza in Siria».

Dal sito pacifista Sibialiria.org l’associazione No War-Roma il 27 agosto dichiara tutto il suo scandalo: «Senza sapere – si legge nell’appello che chiama alla mobilitazione – che cosa è successo e chi è stato, applicando il principio di colpevolezza senza prove e a dispetto del cui prodest, gli Usa e le altre potenze rivendicano la necessità di un attacco diretto alla Siria parlando di “oscenità morale del regime siriano”. L’oscenità morale è questa guerra. Chiediamo a tutti in tutto il mondo di opporsi nelle strade».

«La guerra è la più grande violazione dei diritti umani, poiché essa consiste della commissione di stragi», esemplifica dal canto suo Peppe Sini del Centro di ricerca per la pace di Viterbo (28/8). «Sostenere che si promuove una guerra per difendere i diritti umani – afferma – è una contraddizione in termini. Solo la pace salva le vite e difende i diritti umani». «L’obiettivo più urgente che l’umanità deve porsi è abolire la guerra, prima che la guerra abolisca l’umanità», evidenzia Sini. Che propone la sua ricetta: «Occorre la scelta della nonviolenza come principio regolatore delle relazioni internazionali» e «ispiratore della politica tout court», come «lotta la più nitida e la più intransigente contro tutte le violenze, le oppressioni e le menzogne» per la «liberazione dell’umanità».

Non è un appello, ma un’approfondita analisi politica della situazione generatasi con la crisi siriana (come anche quella di Un Ponte per…, al sito www.unponteper.it/fermare-lintervento-armato-in-siria-non-tagliamo-la-corda/) la riflessione del Movimento nonviolento (30/8), che considera: «A questo punto un intervento armato esterno, con i bombardamenti dall’alto dei cieli, non solo è completamente privo di senso rispetto alla situazione specifica, non solo, come tutte le guerre, aggiunge crimine a crimine nei confronti della martoriata popolazione civile, non solo è senza alcuna legittimità internazionale, ma è anche, nonostante il dispiegamento di potenti e terrificanti armamenti, un grave di segno di impotenza della comunità internazionale».

Manning: una sentenza e una petizione

Autore: liberospirito 26 Ago 2013, Comments (0)

Meno di una settimana fa c’è stata la sentenza contro Bradley Manning, il militare statunitense accusato di aver scaricato decine di migliaia di documenti riservati mentre svolgeva il suo incarico di analista informatico in Iraq e di averli successivamente rilasciati all’organizzazione WikiLeaks. Pubblichiamo di seguito l’intervento di Patrick Boylan, apparso sul sito Il Dialogo, contenente anche l’invito a sottoscrivere una petizione a favore di Manning. L’autore, già professore di Inglese per la Comunicazione Interculturale all’Università “RomaTre”, svolge training interculturali ed è attivista per la Rete NoWar.

FREE MANNING

Il 21 agosto scorso, Bradley Manning, la talpa che ha rivelato all’opinione pubblica statunitense e mondiale le atrocità commesse dalle forze armate USA in Iraq e in Afghanistan, è stato condannato a 35 anni di prigione. La Procura ne aveva chiesto 60; anzi, in un primo momento aveva formulato un capo d’accusa (Alto Tradimento) punibile con la pena di morte o comunque l’ergastolo.

Dunque, se tra qualche anno verrà concessa la buona condotta, Manning potrebbe scontare solo un quinto della pena ed uscire dalla prigione nel 2021, all’età di 34 anni, per poter iniziare una nuova vita. Nuova in tutti i sensi: infatti, il giorno dopo la sentenza, Manning ha annunciato che da tempo si sente donna, prenderà ormoni per cambiare sesso non appena sarà libera, ma chiede sin da ora di essere chiamata Chelsea e che si usino i pronomi femminili per designarla. E’ ciò che farà questo articolo d’ora in poi, seguendo l’esempio della voce “Bradley Manning” in Wikipedia, cambiata il 23 agosto in “Chelsea Manning”.

Sul piano strettamente processuale, dunque, c’è stata, da un lato, una netta vittoria a favore della Manning, se si tiene conto dell’entità della pena richiesta dalla Procura.

Dall’altro, c’è stata una plateale ingiustizia nei suoi confronti: 35 anni sono due volte la pena più alta inflitta in passato per questo tipo di reato. E tre volte la pena inflitta nel 1987 al marine dell’ambasciata USA a Vienna, il quale passò ai Sovietici – cioè, ai nemici acerrimi degli Stati Uniti d’allora – i nomi di tutti gli agenti CIA in Austria e le planimetrie dell’ambasciata. Perché Chelsea Manning è stata punita assai più severamente di quel marine? Perché – come ha spiegato il comico americano Stephen Colbert – Manning ha commesso l’imperdonabile crimine di aver passato delle informazioni segrete al vero nemico no. 1 del governo americano: il popolo americano (nonché l’opinione pubblica mondiale).

Due giorni dopo la sentenza, Amnesty International e l’associazione che sostiene Manning hanno lanciato una petizione per chiedere un perdono presidenziale, collocandola… sul sito della Casa Bianca. Il Presidente Obama, infatti, ha da tempo aperto una pagina sul suo sito ufficiale per consentire al pubblico di creare petizioni da sottoporre alla sua attenzione. Peacelink e Il Dialogo  invitano i propri lettori, dunque, ad andare subito sul sito di Obama (è in inglese) e a firmare la petizione per un perdono presidenziale.

Ora, a questo punto si pongono due interrogativi.

Il primo: visto l’intento del governo statunitense di fare del caso Manning “un esempio” tale da scoraggiare qualsiasi militare o funzionario USA dal fare rivelazioni in futuro, come mai il tribunale militare ha evitato di infliggere i 60 anni di prigione richiesti dalla Procura e ha rigettato d’ufficio le pene più severe richieste inizialmente? In fondo, per inchiodare la Manning, il governo ha imbastito il più grande processo, per fuga di notizie, di tutti i tempi; in barba alla Costituzione, ha detenuto la soldatessa, senza udienza di convalida, per oltre 1000 giorni così da poter preparare il processo nei minimi dettagli (e forse anche per logorare l’imputata); ha inventato persino un reato che non esisteva nel codice penale militare: “Divulgazione indiscriminata” (Wanton Publication). E’ possibile tutto questo gran da fare per soli 8 anni di prigionia (se verrà concessa la buona condotta)?

Il secondo interrogativo: l’annuncio della Manning del suo cambio di genere non rischia di far venir meno il sostegno popolare di cui ha goduto finora? Non avrebbe dovuto stare zitta per un po’, così da non danneggiare la petizione per il suo perdono, visto che lei non potrà iniziare il trattamento ormonale prima di uscire dalla prigione?

La risposta più probabile al primo interrogativo – perché non è stata inflitta la pena massima? – si chiama Edward Snowden. Cioè, è stato Snowden, con ogni probabilità, l’imprevisto che, lo scorso giugno, ha fatto deragliare i piani punitivi della Procura. Come si sa, infatti, la talpa della NSA (Ente statunitense di spionaggio digitale) braccato dalla CIA in tutto il mondo, è scappato in Russia dove vive tuttora con un permesso di asilo temporaneo. Se la Russia ha potuto rifiutare di riconsegnare Snowden agli Stati Uniti, è perché, in base ad una normativa internazionale, egli non poteva essere riconsegnato ad un paese dove, per reati simili, si rischia la pena di morte o comunque una prigionia draconiana – e il processo Manning, almeno all’inizio, sembrava dimostrare che gli Stati Uniti rientravano in quella categoria. Ora, con la sentenza a sorpresa del 21 agosto, è venuta meno questa scusa; la pena inflitta alla Manning – 8 anni con la buona condotta – è ingiustamente severa ma non draconiana. Questo fatto consentirà agli Stati Uniti, tra un anno, di tornare all’attacco e di richiedere l’estradizione di Snowden al termine del suo asilo temporaneo. Poi nulla vieta agli USA, una volta acciuffato Snowden, di rifiutare la buona condotta alla Manning allo scadere dell’ottavo anno e di tenerla in prigione per vendetta fino all’età di 61 anni.

Come si vede, Washington sta giocando una partita a scacchi su più tavoli.

Proprio per questo motivo bisogna cogliere il momento favorevole – ora che gli USA vogliono apparire non vendicativi – e chiedere subito il perdono presidenziale. Obama potrebbe al limite rinunciare alla Manning pur di avere Snowden, il vero pericolo per i piani egemonici statunitensi.

Ora il secondo interrogativo: verrà meno il sostegno popolare alla Manning dopo il suo annuncio di cambio di genere? Non sarebbe stato più furbo da parte sua tacere e non dichiararsi?

Il tempo ce lo dirà. Ci saranno sicuramente molti sostenitori che seguiranno l’esempio della psichiatra londinese Silvia Swinden, la quale si è schierata il giorno stesso con un cartello che recita: “Io sono Chelsea Manning”. Anche le CodePink  (Women for Peace) negli Stati Uniti si sono schierate subito con la Manning. Ma quanti altri sostenitori, che in passato si facevano fotografare col cartello “Io sono Bradley Manning”, vorranno ora alzare il cartello della Swinden e dire di essere Chelsea?

Eppure, ha argomentato la Swinden nel suo articolo su Pressenza, è un segno di maturità saper accettare che i propri eroi siano anche degli esseri umani e possono avere comportamenti che richiedono la nostra comprensione. Manning ci chiede di superare gli steccati sessuali posti dalla nostra società e di capire i suoi bisogni. Gandhi ha colpito la moglie per aver rifiutato di pulire il WC (per lei un lavoro da intoccabile), pur chiedendoci di credere nella sua dedizione alla nonviolenza. Bertrand Russel, donnaiolo, chiedeva comprensione per un comportamento in stridente contrasto con la sua sincera opposizione ad ogni sfruttamento. Rita Atria, la diciassettenne siciliana che osò denunciare la mafia locale a Paolo Borsellino e che disse a tutti di “non arrendersi mai”, alla morte di questo si suicidò. Queste figure sono meno eroiche per via delle loro contraddizioni? O semplicemente più umane?

Volere che i propri eroi siano incensurabili sotto qualsiasi profilo, liquidandoli poi come falsi al primo sgarro, è forse solo una scusa per non riconoscere l’esistenza di persone migliori di noi, che potrebbero comunque servirci da modello, pur con i loro difetti o il loro anticonformismo.

La scelta di Chelsea Manning di dar voce alla sessualità che sente dentro di lei, in barba alle convenzioni e anche ai ragionamenti opportunistici, è dunque un atto di coraggio che va rispettato, anche ammirato, che non intacca minimamente il valore del gesto che compì quattro anni fa, pubblicando i dossier sull’Iraq e sull’Afghanistan. Semmai costituisce una ragione in più per firmare la petizione a favore del perdono di Obama.

Infatti, ci sono ben tre motivi per voler firmare la petizione: 1. il motivo etico, 2. il motivo interessato, 3. il motivo politico-istituzionale.

1. Il motivo etico

Chiunque abbia letto le dichiarazioni della Manning al suo processo, è rimasto colpito dall’onestà rigorosa di questa giovane – l’onestà che, nel 2009, l’ha spinta a denunciare le atrocità commesse dalle forze armate statunitensi prima ai suoi superiori e poi, ignorata, al New York Times e al Washington Post e, solamente dopo il rifiuto di questi giornali, al sito Wikileaks di Julian Assange. Anzi, è stata un’ulteriore prova della sua rettitudine morale, aver ammesso, al suo processo, di non aver provato tutti i canali (ad esempio, non aveva interpellato la Commissione Forze Armate del parlamento) prima di andare su Wikileaks e quindi di essere stata effettivamente sleale con l’istituzione per la quale lavorava. Dare ragione al proprio avversario nella misura in cui egli possa averla, non è di tutti – e la dichiarazione di Manning va letta come indice della sua integrità, non come abiura e solo in sottordine come rito per ottenere una riduzione della pena.

Il candore di questa soldatessa ha lasciato a bocca aperta persino il Procuratore Capo che più volte durante il processo, ascoltando la Manning, ha abbozzato un sorriso e uno sguardo di ammirazione, subito nascosti dietro le sue carte.

Il 21 agosto, quando Manning è uscita dall’udienza che le ha inflitto fino a 35 anni di carcere, ha trovato fuori dall’aula i suoi sostenitori, chi furibondo, chi in lacrime. Lei no. “Era serena, sorridente,” ha raccontato poi il suo avvocato; “Anzi, è stata lei a tirare su i suoi sostenitori dicendo ‘Va bene così, non vi buttate giù, avete fatto il possibile, niente lacrime, un sorriso per favore, questo è solo uno stadio della mia vita che prepara ad altri, vedrete.’”

Eppure al processo, facendo la sua dichiarazione spontanea di ammissione delle proprie colpe, la voce le tremava. Chiedeva scusa perché era corretto chiederla, viste alcune (comprensibili) sue manchevolezze. Ma sicuramente le bruciava pronunciare quelle parole, mentre le passavano davanti agli occhi le facce beffarde dei soldati assassini da lei denunciati e mai incriminati; le facce beffarde dei suoi superiori, mai processati per omissioni di atti di ufficio nell’ignorare quei crimini di guerra; le facce beffarde dei vari Bush-Cheney-Rumsfeldt che hanno venduto la guerra in Iraq, mentendo spudoratamente, e che hanno sacrificato migliaia di soldati americani e milioni di iracheni per cercare di impossessarsi illegalmente del petrolio di quel paese, ricorrendo, nel tentativo, persino alle armi chimiche, usate per sterminare intere città come Fallujah. Oggi questi criminali di guerra vivono liberi e protetti e, anzi, incrementano le loro già vaste fortune vendendo libri che vantano le loro imprese belliche.

Ammettere i propri torti (minori) davanti a tanta protervia delittuosa doveva richiedere sforzi immani.  Eppure Chelsea ce l’ha fatta – e senza rinnegare la sostanza delle denunce che fece quattro anni fa. L’ha fatto perché era la cosa giusta: lo stesso motivo che la spinse ad agire nel 2009 e che l’ha spinta a dichiarare oggi la sua sessualità. Seguiamo, dunque il suo esempio.  Firmiamo la petizione per il suo perdono presidenziale perché è la cosa giusta.

2. Il motivo interessato

Ma c’è un altro motivo, più egoista, per firmarla: se noi non difendiamo chi ci difende a proprie spese, finiremo col non avere più chi ci difende. Scoraggeremo dal fare gesti eroici in futuro le persone che potrebbero un domani essere i vari Manning, Assange, Snowden.

E scoraggeremo non solo questi paladini delle grandi cause: se non sosteniamo chi si arrischia per noi, non avremo neppure chi ci difende nella vita quotidiana. Un esempio: a Ferragosto un pilota di Ryanair è stato licenziato perché ha fatto la talpa, denunciando sui giornali i risparmi sulla sicurezza della Ryanair da lui giudicati pericolosi. I suoi superiori non hanno voluto ascoltarlo e quindi si era rivolto ad un tg britannico. Anche questo pilota – un Chelsea Manning dell’aviazione – merita il nostro sostegno. Perché se lasciamo indifesi chi fa denunce, mandiamo il messaggio ai piloti di tutte le linee aeree che è meglio stare zitti quando le loro aziende attuano risparmi pericolosi. Mandiamo il messaggio che conviene stare zitti anche a tutti i ferrovieri, che spesso notano, anche loro, scelte aziendali pericolose per i passeggeri… e la lista non finisce qui. Una società in cui tutti guardano da un’altra parte sarà senz’altro una società più tranquilla, ma non più sicura. Anzi.

3. Il motivo politico-istituzionale

Infine, Manning va sostenuta anche per un motivo politico-istituzionale. La sentenza va contestata perché va contestato l’uso politico che si è fatto della Giustizia. Infatti, nel chiedere al tribunale di emettere una sentenza severa, non in base alle leggi soltanto, ma “per dare un esempio” a chi potrebbe voler fare denunce in futuro, la Procura ha cercato di trasformare il tribunale in uno strumento di repressione politica. Questo uso della Giustizia va fermato.  I tribunali devono essere indipendenti dai condizionamenti del potere politico.

Per convincersi della dilagante politicizzazione della Giustizia negli Stati Uniti, almeno in certi settori, basta esaminare le decisioni dei tribunali sulle questioni che riguardano la guerra in Iraq: i condizionamenti politici saltano agli occhi.  L’ultima in ordine di tempo è l’incredibile vicenda degli iracheni torturati nella prigione di Abu Ghraib. Hanno intentato una causa di risarcimento danni contro l’agenzia americana che ha fornito gli aguzzini all’esercito USA. Lo scorso giugno il tribunale della Virginia (sede competente perché sede dell’agenzia) ha rigettato la loro causa dicendo che l’agenzia godeva dell’immunità per via di una recente decisione della Corte Suprema e, comunque, aveva agito fuori dagli USA e quindi non era perseguibile.

Ma la storia non finisce qui. Ora l’agenzia responsabile delle torture, la CACI International, sta facendo causa, a sua volta, contro le vittime delle torture che hanno osato trascinarla davanti al tribunale.  Sta chiedendo loro il risarcimento totale delle spese processuali che l’agenzia ha dovuto affrontare – $15,500, cifra astronomica per gente che guadagna una media di $42 al mese.  Se la CACI International otterrà il risarcimento che pretende, le vittime delle sue torture saranno straziate una seconda volta e gettate sul lastrico. Contro questa infamia, un sito di attivisti americani sta lanciando una petizione chiedendo all’agenzia di ritirare la causa, a pena di subire una campagna pubblicitaria negativa (che potrebbe risultare dannosa per i suoi futuri contratti governativi). Perciò chi firma la petizione per Chelsea Manning potrebbe anche voler firmare questa petizione.

Due petizioni, dunque, per una giustizia equa, indipendente dai condizionamenti politici.

Patrick Boylan

boylan