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Tag: no debito

Giubileo e remissione dei beni perduti

Autore: liberospirito 20 Mar 2015, Comments (0)

E’ di alcuni giorni fa l’annuncio da parte del papa di proclamare un giubileo straordinario.  A partire da questa notizia Guido Viale (sul “manifesto” di ieri) ha avanzato alcune riflessioni sull’opportunità di un’iniziativa del genere e sulle possibili implicazioni, strettamente legate al momento presente. Attualizzare i contenuti del giubileo, questo il filo rosso che orienta tutto il discorso di Viale: annullare i debiti, liberare dalla servitù, far riposare la terra, sono alcuni dei temi che il prossimo giubileo, per essere veramente coerente, dovrebbe affrontare. Temi che – ci auguriamo – verranno ripresi e toccati in tutto il loro peso e la loro pregnanza.

giubileo

Il pros­simo 8 dicem­bre l’anno diven­terà “santo”. Per­ché per quella data papa Fran­ce­sco ha indetto un giu­bi­leo, che durerà fino al novem­bre del 2016. Giu­bi­leo è una parola di ori­gine ebraica, indica una ricor­renza che cadeva ogni 50 anni in cui, nella Pale­stina di un tempo, il popolo di Israele con­do­nava i debiti, libe­rava i servi e resti­tuiva i beni ai pro­prie­tari che li ave­vano per­duti. Papa Fran­ce­sco ha indetto il pros­simo giu­bi­leo (straor­di­na­rio, per­ché cadrà a soli 16 anni dall’ultimo) nel segno della mise­ri­cor­dia. Un’attitudine che a molti di noi dice poco; ma credo che sul giu­bi­leo si possa comun­que aprire un con­fronto: non con “il mondo cat­to­lico” — ter­mine vuoto e fin­zione di bassa poli­tica — ma con quei cat­to­lici che cre­dono vera­mente in quello che pro­fes­sano (una com­po­nente impor­tante di coloro che si bat­tono per un mondo diverso). E se avremo anche la bene­di­zione del papa, tanto meglio.

Dob­biamo però attua­liz­zare i con­te­nuti del giu­bi­leo: in ter­mini gene­rali non è dif­fi­cile farlo. Come resti­tuire i beni per­duti al suo pro­prie­ta­rio ori­gi­na­rio? Ripor­tando beni e ser­vizi che sono stati oggetto di appro­pria­zione pri­vata alla loro ori­gine o fun­zione di “beni comuni” — cioè di tutti — al ser­vi­zio di coloro che ne sono stati espro­priati dai pro­cessi di pri­va­tiz­za­zione. E que­sto vale sia per i beni mate­riali quali suoli, edi­fici e risorse di base come acqua, cibo e abi­ta­zione, sia per i ser­vizi – in par­ti­co­lare i ser­vizi pub­blici locali e quelli di pub­blica uti­lità – sia per quei beni che ven­gono al mondo gra­zie al lavoro con­giunto di milioni di per­sone, ma espro­priati quasi con­te­stual­mente alla loro com­parsa, come i saperi, la cul­tura, la socia­lità. E poi, chiu­dendo per sem­pre il capi­tolo delle Grandi Opere: uno spreco (abbi­nato a furti e mal­ver­sa­zioni con­ti­nue) di risorse comuni per deva­stare ter­ri­tori e comunità.

Quanto alla libe­ra­zione dei servi, oggi que­sta cate­go­ria di lavo­ra­tori non è più con­tem­plata dai codici civili; ma è in atto un pro­cesso teso a ricon­durre a una con­di­zione ser­vile il lavoro — sia quello sala­riato che quello auto­nomo, come peral­tro lo è da sem­pre gran parte del lavoro di cura — attra­verso lo sman­tel­la­mento com­pleto di quei diritti, con­qui­stati con dure lotte e immensi sacri­fici, che in una qual­che misura lo pro­teg­ge­vano dall’arbitrio del “padrone” (oggi datore di lavoro, com­mit­tente, o capo­fa­mi­glia). Innan­zi­tutto il giu­bi­leo che libera i servi non può coin­ci­dere per noi che con l’abrogazione del Jobs act e con la rein­tro­du­zione dell’Articolo 18. Ma poi, con molte altre cose che carat­te­riz­zano un lavoro libero, la cui pre­messa è un red­dito uni­ver­sale garan­tito, con­di­zione ine­li­mi­na­bile per­ché il lavoro non sia espo­sto a con­ti­nui ricatti.

Che cosa signi­fi­chi oggi, infine, remis­sione dei debiti non abbiamo biso­gno di andare a cer­carlo lon­tano; per­ché le vicende della Gre­cia e, ancor prima, quelle di casa nostra lo hanno messo al cen­tro del dibat­tito poli­tico. Il primo debito da cui dob­biamo essere libe­rati è quello da cui cia­scuno di noi è gra­vato senza averlo mai sot­to­scritto, per­ché lo hanno con­tratto, a nome e per conto nostro, senza esserne auto­riz­zati, i nostri Governi: e non nei con­fronti di un’entità pub­blica come una banca cen­trale (il che, in ultima ana­lisi, avrebbe voluto dire essere debi­tori verso se stessi); bensì nei con­fronti di isti­tu­zioni finan­zia­rie come ban­che pri­vate, assi­cu­ra­zioni e ric­chis­simi spe­cu­la­tori, che hanno fatto del debito cosid­detto “sovrano” uno stru­mento di governo delle poli­ti­che pub­bli­che e messo nelle loro mani — nel loro esclu­sivo inte­resse — la vita di milioni di cit­ta­dini e di lavoratori.

Poi cia­scuno di noi può anche essersi inde­bi­tato per far fronte a esi­genze che il suo red­dito non gli per­met­teva di sod­di­sfare: mutui, ratei, fidi, carte di cre­dito, “pre­stiti d’onore”. E die­tro quei debiti ritro­viamo le stesse isti­tu­zioni. Tutto ciò fa del cit­ta­dino delle società odierne un “uomo inde­bi­tato”: la con­di­zione esi­sten­ziale per­ma­nente di un “sog­getto” – nel senso di sud­dito – da cui si potrà inde­fi­ni­ta­mente estrarre valore e a cui si potrà sem­pre imporre sot­to­mis­sione per il solo fatto che non sarà mai più nella con­di­zione di libe­rarsi dal suo debito.

In nes­sun caso come que­sto la remis­sione del debito è la rispo­sta irri­nun­cia­bile per resti­tuire a un giu­bi­leo il suo senso auten­tico. Poi inter­verrà la neces­sità di arti­co­lare, modu­lare e sca­den­zare nel tempo que­sto obiet­tivo: un eser­ci­zio che vede attual­mente impe­gnato il nuovo governo greco, solo con­tro tutti. Ma quando arri­verà il giu­bi­leo si spera che il governo greco sia riu­scito a resi­stere e che altri attori — governi, isti­tu­zioni, movi­menti di massa, nuove coa­li­zioni sociali — si affian­chino ad esso per con­durre insieme que­sta sacro­santa battaglia.

Ma c’è un altro debito gigan­te­sco che incombe su tutti noi e al cui con­fronto i debiti pub­blici di tutti gli Stati del mondo sot­to­po­sti ai capricci dell’alta finanza non sono che fuscelli tra­spor­tati dal vento della sto­ria. E’ il debito che abbiamo con­tratto e con­ti­nuiamo a con­trarre nei con­fronti della Terra, del vivente, dell’ambiente che abi­tiamo e di cui siamo parte. E’ un debito che non merita e non rende pos­si­bile alcuna remis­sione, per­ché, come dice papa Fran­ce­sco, Dio per­dona sem­pre; l’uomo tal­volta; ma la natura non pedona mai.
Quello che le è stato e con­ti­nua a venirle tolto le va resti­tuito in qual­che modo, pena la scom­parsa delle con­di­zioni stesse della soprav­vi­venza: nostra, dei nostri figli, dei nostri nipoti; e di coloro che avranno la ven­tura di nascere dopo di loro. Dob­biamo resti­tuire alla natura la pos­si­bi­lità di “fun­zio­nare”: di ope­rare nel modo che ha per­messo alla serie lun­ghis­sima dei nostri pro­ge­ni­tori e dei nostri ante­nati di arri­vare a met­terci al mondo.
Ma que­sto immenso debito gene­rale ha molte facce e molti modi per essere sal­dato. Un fac­cia, la prin­ci­pale, è quello di comin­ciare a com­por­tarci, nei nostri con­sumi, nel nostro stile di vita, nelle nostre scelte poli­ti­che — ma anche, e soprat­tutto, nella misura del pos­si­bile, nel nostro lavoro — in modo da offen­derla il meno pos­si­bile; in modo da aiu­tarla a ripren­dersi, a rico­sti­tuire poco per volta la purezza dell’atmosfera e dell’aria che respi­riamo, quella dei mari e dell’acqua che beviamo, la fer­ti­lità del suolo che ci nutre e di quanto della bio­di­ver­sità è ancora soprav­vis­suto. Un com­pito non da poco.

L’altra fac­cia è il debito ambien­tale che noi, cit­ta­dini del mondo occi­den­tale di antica a con­so­li­data indu­stria­liz­za­zione, abbiamo con­tratto nei con­fronti degli abi­tanti del resto del mondo, occu­pando per oltre due secoli, con le nostre emis­sioni cli­mal­te­ranti, l’atmosfera ter­re­stre, che è un bene comune, forse il più grande: aria e spi­rito, respiro e vita sono ori­gi­na­ria­mente sino­nimi. Se non vogliamo che il resto del mondo segua – come già sta facendo – la nostra stessa strada mol­ti­pli­cando per tre, per cin­que, per sette, l’occupazione dell’atmosfera con emis­sioni pro-capite altret­tanto nefa­ste (e con sca­ri­chi e rifiuti inqui­nanti in ogni angolo del pia­neta) fino a creare, nel giro di pochi anni, un’alterazione irre­ver­si­bile del clima e un inqui­na­mento della Terra che la sta ren­dendo invi­vi­bile, dob­biamo spar­tire lo “spa­zio car­bo­nico” ancora dispo­ni­bile tra la gene­ra­zione attuale e quelle future, e, all’interno della gene­ra­zione attuale, tra chi ha già con­su­mato molto car­bo­nio e chi ha appena comin­ciato a farlo. E com­por­tarci in modo ana­logo con i pre­lievi di risorse e i rifiuti solidi e liquidi. Un altro obiet­tivo non da poco.

Guido Viale

Contro la dittatura della finanza

Autore: liberospirito 28 Nov 2012, Comments (0)

L’editoriale dell’ultimo aggiornamento del sito www.ildialogo.org reca la firma di Alex Zanotelli. Condividiamo e sottoscriviamo quanto è scritto sotto. Ulteriori informazioni e indicazioni possono essere reperite consultando i siti – riportati verso la fine dell’articolo – che propongono campagne e iniziative per un’uscita dal debito, ben diversa da quella proposta dagli attuali governanti e dai partiti che li sostengono.

Ho riflettuto a lungo come cristiano e come missionario, nonchè come cittadino, sulla crisi economico-finanziaria che stiamo attraversando, e sono riandato alla riflessione che noi missionari avevamo fatto sul debito dei paesi impoveriti del Sud. Per noi i debiti del Sud del mondo erano ‘odiosi’ e ‘illegittimi’ perché contratti da regimi dittatoriali per l’acquisto di armi o per progetti faraonici, non certo a favore della gente. E quindi non si dovevano pagare! “E’ immorale per noi paesi impoveriti pagare il debito” – così affermava Nyerere, il ‘padre della patria ‘ della Tanzania, in una conferenza che ho ascoltato nel 1989 a Nairobi (Kenya). Quel debito – spiegava Nyerere – non lo pagava il governo della Tanzania, ma il popolo tanzaniano con mancanza di scuole e ospedali. La nota economista inglese N. Hertz nel suo studio Pianeta in debito, affermava che buona parte del debito del Sud del mondo era illegittimo e odioso.

Perché abbiamo ora paura di applicare gli stessi parametri al debito della Grecia o dell’Italia? Nel 1980 , il debito pubblico italiano era di 114 miliardi di euro, nel 1996 era salito a 1.150 miliardi di euro ed oggi a quasi duemila miliardi di euro. “Dal 1980 ad oggi gli interessi sul debito – afferma F.Gesualdi – hanno richiesto un esborso in interesse pari a 2.141 miliardi di euro!” Lo stesso è avvenuto nel Sud del mondo. Dal 1999 al 2004 i paesi del Sud hanno rimborsato in media 81 miliardi di dollari in più di quanto non ne avessero ricevuto sotto forma di nuovi prestiti.

E’ la finanziarizzazione dell’economia che ha creato quella ‘bolla finanziaria’ dell’ attuale crisi. Una crisi scoppiata nel 2007-08 negli USA con il fallimento delle grandi banche, dalla Goldman Sachs alla Lehman Brothers, e poi si è diffusa in Europa attraverso le banche tedesche che ne sono state i veri agenti, imponendola a paesi come l’Irlanda, la Grecia…”Quello che è successo dal 2008 ad oggi – ha scritto l’economista americano James Galbraith – è la più gigantesca truffa della storia.”

Purtroppo la colpa di questa truffa delle banche è stata addossata al debito pubblico dei governi allo scopo di imporci politiche di austerità e conseguente svendita del patrimonio pubblico. Queste politiche sono state imposte all ’Unione Europea dal ‘Fiscal Compact’ o Patto Fiscale , firmato il 2 marzo 2012 da 25 dei 27 capi di Stato della UE. Con il Fiscal Compact si rendono permanenti i piani di austerità che mirano a tagliare salari, stipendi, pensioni, a intaccare il diritto al lavoro, a privatizzare i beni comuni. Per di più impone il pareggio in bilancio negli ordinamenti nazionali. I governi nazionali dovranno così attuare, nelle politiche di bilancio, le decisioni del Consiglio Europeo, della Commissione Europea e soprattutto della Banca Centrale Europea(BCE) che diventa così il vero potere’ politico’ della UE. Il potere passa così nelle mani delle banche e dei mercati. La democrazia è cancellata. L’ ha affermato la stessa Merkel: ”La democrazia deve essere in accordo con il mercato.” Siamo in piena dittatura delle banche.

E’ il potere finanziario che ha imposto come presidente della BCE, Mario Draghi, già vicepresidente della Goldman Sachs, (fallita nel 2008!) e a capo del governo italiano Mario Monti, consulente della Goldman Sachs e Coca-Cola, nonché membro nei consigli di amministrazione di Generali e Fiat. (Monti fa parte anche della Trilaterale e del Club Bilderberg) .Nel governo Monti poi molti dei ministri siedono nei consigli di amministrazione dei principali gruppi di affari della Penisola: Passera , ministro dello Sviluppo Economico, è ad di Intesa San Paolo; Fornero, ministro del lavoro , è vicepresidente di Intesa San Paolo; P.Gnudi, ministro del Turismo, è amministratore di Unicredit Group; Piero Giarda, incaricato dei Rapporti con il Parlamento, è vicedirettore del Banco Popolare e amministratore di Pirelli. Altro che ‘governo tecnico’: è la dittatura della finanza!

Infatti sotto la spinta di questo governo delle banche, il Parlamento italiano ha votato il ‘Patto Fiscale’, il Trattato UE che impone di ridurre il debito pubblico al 60% del PIL in vent’anni. Così dal 2013 al 2032, i governi italiani , di destra o sinistra che siano, dovranno fare manovre economiche di 47-48 miliardi di euro all’anno ,per ripagare il debito. “Noi italiani siamo polli in una macchina infernale – commenta giustamente F. Gesualdi – messa a punto dall’oligarchia finanziaria per derubarci dei nostri soldi con la complicità della politica.” E ancora più incredibile è il fatto che sia stato proprio il Parlamento , massima istituzione della democrazia, a mettere il sigillo “a una interpretazione del tutto errata della crisi finanziaria, ponendola nell’eccesso di spesa dello Stato, soprattutto della spesa sociale- così pensa L. Gallino. La crisi, nata dalle banche, è stata mascherata da crisi del debito pubblico.”

Il problema non è il debito pubblico (anche se bisogna riflettere per capire perché siamo arrivati a tali cifre!), ma il salvataggio delle banche europee che ci è costato almeno 4mila miliardi di dollari , a detta dello stesso presidente della UE, Barroso (Sembra che il salvataggio delle ‘banche americane’ fatto da Obama sia costato su 14mila miliardi di dollari!) .

E’ chiaro che non possiamo accettare né il Patto fiscale della UE, né la sua ratifica fatta dal Parlamento italiano ,né la modifica costituzionale dell’articolo 81 ,perché a pagarne le spese sarà il popolo italiano.

C’è in Europa una nazione che ha scelto un’altra strada:l’Islanda. La nostra stampa non ne parla. L’Islanda pittosto che salvare le banche (non avrebbe neanche potuto farlo, dato che i suoi debiti si erano gonfiati fino a dieci volte del suo PIL!), ha garantito i depositi bancari della gente ed ha lasciato il suo sistema bancario fallire, lasciando l’onere ai creditori del settore piuttosto che ai contribuenti. E la tutela del sistema di welfare, come scudo contro la miseria per i disoccupati, ha contribuito a riportare la nazione dal collasso economico verso la guarigione. E’ vero che l’Islanda è un piccolo paese ma può aiutarci a trovare una strada per tentare di uscire dalla dittatura delle banche .

Per questo suggeriamo alcune piste per una seria riflessione e conseguente azione:

  1. Richiesta di una moratoria per il pagamento del debito pubblico;
  2. Indagine popolare (audit) sulla formazione del nostro debito pubblico allo scopo di annullare la parte illegittima, rifiutando di pagare i debiti ‘odiosi’ o ‘illegittimi’, come ha fatto l’Ecuador di R. Correa nel 2007;
  3. Sospensione dei piani di austerità che, oltre essere ingiusti, fanno aumentare la crisi;
  4. Divieto di transazioni finanziarie con i paradisi fiscali e lotta alla massiccia evasione fiscale delle grandi imprese e degli straricchi;
  5. Messa al bando dei ‘pacchetti tossici’ e della speculazione finanziaria sul cibo;
  6. Divisione delle banche ‘troppo grandi per fallire’ in entità più controllabili, imponendo una chiara distinzione tra banche commerciali e banche di investimento;
  7. Apertura di banche di credito totalmente pubbliche,
  8. Imposizione di una tassa sulle transazioni finanziarie per la ‘tracciabilità’ dei trasferimenti e un’altra sui grandi patrimoni;
  9. Rifondazione della BCE riportandola sotto controllo politico (democratizzazione), consentendole di effettuare prestiti direttamente ai governi europei a tassi di interesse molto bassi.

Sono solo dei suggerimenti per preparare un piano serio ed efficace per uscire dalla dittatura delle banche.

Per chi è interessato alle campagne in atto per un’altra uscita dal debito, consulti: smonta il debito, www.cnms.it ; rivolta il debito, www.rivoltaildebito.org; no debito, www.nodebito.it.

Se ci impegniamo, partendo dal basso e mettendoci in rete, a livello italiano ed europeo, il nuovo può fiorire anche nel vecchio Continente.

Da parte mia rifiuto di accettare un sistema di apartheid mondiale dove il 20% della popolazione mondiale consuma l’80% delle risorse: un pianeta con un miliardo di obesi tra i ricchi, e un miliardo di affamati tra gli impoveriti, e dove ogni minuto si spendono tre milioni di dollari in armamenti e nello stesso minuto muoiono per fame la morte di quindici bambini.

Il mercato, la dittatura della finanza si trasformano allora “ in armi di distruzione di massa”, dice giustamente J. Stiglitz, premio Nobel dell’economia. “Il potere economico-finanziario lascia morire  –afferma F. Hinkelammert – e il potere politico esegue….Entrambi sono assassini.”

Diamoci da fare perché vinca invece la vita!

Napoli, 18 novembre 2012


Alex Zanotelli