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Tag: Nietzsche

Il 26 settembre del 1940 a Portbou, un piccolo villaggio catalano alla frontiera francese, si suicidò Walter Benjamin per sottrarsi ai nazisti. A ottant’anni dalla morte i suoi scritti mantengono un vero e proprio potenziale esplosivo. Quest’articolo di Donatella Di Cesare, apparso sul “manifesto” alcuni giorni fa ne sonda l’attualità. A partire dalla denuncia del capitalismo come vera e propria religione del nostro tempo, con tutti i suoi riti e dogmi (il lavoro, la produzione, il mercato …).

Ancora negli anni Settanta le testimonianze della Comune di Parigi, il racconto dell’insurrezione spartachista, le immagini degli esuli repubblicani spagnoli, la foto in cui, a mo’ di trofeo di guerra, era stato immortalato il cadavere del Che, suscitavano sdegno e ammirazione, rammarico e coraggio. Mai, però, impotenza e sconforto. Il lutto era il passaggio rituale di una speranza che, da una visione critica del passato, si protendeva verso il futuro. Quella speranza sembrò dileguarsi, sepolta sotto le macerie del muro di Berlino.

Un cumulo di rovine irrecuperabili – era tutto ciò che, di secoli di lotte, sembrava restasse dopo il 1989, la data che condensava una svolta storica inaugurando l’età dell’ordine liberale. Quel crollo, in cui si inabissava anche l’ultima generazione delle rivolte, sembrava trascinare con sé ogni utopia. Mentre il futuro veniva rimosso nel passato, rinuncia e rassegnazione si accompagnavano al ripiegamento.

Ma come elaborare la scomparsa di quel che non aveva neppure avuto luogo? A meno di non prendere il sogno per l’incubo, di non confondere la rivoluzione con la sua perversa metamorfosi, di non ridurre il comunismo alla versione totalitaria dello stalinismo. Identificazione inaccettabile – e perciò lutto inibito. La perdita ha assunto non tanto il senso della sconfitta, quanto quello dell’assenza. Si apriva così il tempo segnato dalla ricerca della rivoluzione perduta. Nella sua ambivalenza «perduta» non vuol dire solo vinta, debellata, ma anche smarrita, abbandonata, sfuggita. Secondo l’itinerario proustiano, questo significa, dopo un iniziale estraniamento, la riscoperta delle potenzialità represse, la liberazione delle promesse tradite.

Pochi mesi separano la caduta del Muro di Berlino dall’anniversario della morte di Walter Benjamin che, in fuga dai nazisti, si suicidò il 26 settembre 1940 a Portbou, il villaggio catalano a ridosso della frontiera francese. Nel 1990, a cinquant’anni di distanza, si commemorava quel filosofo rimasto a lungo ai margini della cultura europea, quell’ebreo tedesco che aveva coniugato in modo singolare marxismo e messianismo. Non era un caso.

L’angelo di Benjamin, con i suoi occhi spalancati, lo sguardo fisso sulle rovine, arrivava al momento giusto – per riconoscere nel progresso il pericoloso mito paralizzante, ma anche per alludere alla possibilità di un arresto messianico, di una chance rivoluzionaria contenuta in ogni istante. Non tutto era definitivamente perduto. I passages di Parigi e soprattutto le tesi Sul concetto di storia diventarono ben presto i testi di riferimento per coloro che, a sinistra, non si lasciavano attrarre né dalle sirene dell’antitotalitarismo né tanto meno da quelle del neoliberalismo. Di più: quei testi furono insieme la leva per resistere all’ondata reazionaria e la risorsa per ripensare radicalmente la sinistra.

Il lutto non sarebbe mai andato a buon fine, perché questo avrebbe sancito l’accettazione dell’ordine attuale – senza alternative. Si trattava piuttosto di far implodere la vecchia visione progressista e teleologica che vedeva il socialismo alla fine della storia, di smascherare la socialdemocrazia, pronta al compromesso e all’accomodamento, fino alla graduale scomparsa nell’assimilazione.

Contro la memoria pubblica liberale poteva riaccendersi, attraverso i traumi delle sconfitte, il ricordo della promessa. Il passato poteva illuminare il futuro nell’istante del pericolo: questo insegnava Benjamin, malinconica sentinella messianica che, con i suoi scritti, forniva una bussola per orientarsi nel mezzo della tempesta, nel tempo vuoto del capitalismo avanzato.

Così questo autore esoterico, comunista anarchico, collezionista ossessivo, giornalista free lance, intellettuale caotico ha trovato vita postuma a decenni dalla morte. Dopo aver corso il serio pericolo di diventare una figura dimenticata, è assurto a simbolo di un pensiero che resiste. Ha contribuito a questo riscatto la pubblicazione completa delle sue opere in tedesco – ma ormai anche in molte altre lingue, tra cui l’italiano. Di qui il profluvio di monografie, articoli, saggi critici. Restano, tuttavia, ancora da scoprire i nessi segreti, i legami sfuggenti, che tengono insieme una filosofia più complessa di quanto in genere si creda.

Ma perché i suoi scritti hanno un potenziale esplosivo? Anche per la riflessione contemporanea? Prediligendo i «passaggi», Benjamin ha dischiuso alla filosofia ambiti inconsueti: dai nuovi mezzi di comunicazione al cinema, dalla fotografia ai movimenti di avanguardia, dalla vita nevrotica nella metropoli alla letteratura per l’infanzia, dal gioco d’azzardo all’esperienza dell’hashish, al viaggio. Ma il punto è che, già molto presto, ha presagito gli esiti del capitalismo, ne ha scrutato i segreti, gli arcana reconditi.

E ci ha insegnato che il capitalismo è una religione del debito. Che un giorno la politica, scaduta a mera amministrazione, esercizio di governance, si sarebbe dissolta nell’economia, è un pensiero che Benjamin condivide con altri filosofi. Ma lui osa un passo ulteriore: quella forma economica, divenuta globale, non è una religione secolarizzata, come riteneva Weber, bensì una religione in senso stretto, forse la più estrema che sia mai stata data. Il culto, che non sa né di teologia né di dogmatica, può contare su una «durata permanente».

Non c’è tregua, né perdono. La pompa sacrale del marketing, il rito del guadagno, il fasto del consumo, sono inarrestabili. Là dove il tempo è sempre e solo denaro non si distingue più tra il giorno e la notte. Questo culto, che ha annullato persino la settimana, richiede una celebrazione ossessiva. Apparentemente è sempre festa – e invece non lo è mai. Se il culto è ininterrotto, è grazie all’apoteosi del debito, che nella sua «demoniaca ambiguità» in tedesco significa anche colpa.

«Il capitalismo è presumibilmente il primo caso di un culto che non lascia espiare, ma colpevolizza indebitando». Se Marx aveva visto nel debito pubblico il sigillo dell’era capitalistica, il suo terribile lascito ai popoli, Benjamin presagisce l’indebitamento planetario. Non potrebbe essere diversamente per una religione che non permette salvezza né redenzione. Sotto il cielo del capitale, che si spaccia per orizzonte ultimo, resta solo la disperazione cosmica. Come nel passato si pregavano gli dei, se ne temeva il volere, così oggi una società dichiaratamente illuminata è pronta a offrire ogni sorta di sacrifici alle imponderabili potenze del mercato. L’ordine di questa sventura ha la circolarità violenta del mito.

Agli occhi di Banjamin finisce così che Nietzsche, Freud, lo stesso Marx, appaiano i «gran sacerdoti» del culto capitalista, perché le loro teorie ne assecondano un potenziamento – non ne costituiscono la rottura.

La sua polemica investe soprattutto la socialdemocrazia, questo «poema mal scritto», questa idolatria della modernizzazione, questa cattiva politica incapace di darsi scadenze. Benjamin guarda al limite estremo, dove si consumerà l’apocalissi ultima del capitalismo. Marx aveva detto che le rivoluzioni sono le «locomotive» della storia. Benjamin oppone la figura speculare del «freno d’emergenza». La rivoluzione è una fenditura nel sempre uguale della storia, è arresto, cesura, interruzione nel permanere dell’insopportabile, nell’eterno ritorno della catastrofe. Si comprende allora la prossimità di questo «outsider di sinistra» alla fronda anarchica.

Il compito che Benjamin ci lascia è ripensare la cinetica rivoluzionaria. A cominciare dal riscatto del passato, dalla riparazione del torto subito dalle generazioni degli sconfitti. Non è possibile mancare l’appuntamento segreto – anche perché questo potere mitico minaccia vivi e morti. Risvegliarsi allora non alla ragione, bensì ai loro sogni, che non sogniamo più, per smascherare quel culto dell’emancipazione infelice, che non distingue tra una migliore riproduzione della vita e una vita realizzata, cioè felice.
Marx prosegue lungo il tragitto rettilineo truccato da progresso.

Donatella Di Cesare

Le cose sono relazioni

Autore: liberospirito 29 Mag 2018, Comments (0)

Pubblichiamo questo contributo, anche per mettere un po’ fra parentesi tutte le discussioni, più meno sensate, sul destino post-elettorale dell’Italia. E’ un articolo di Carlo Rovelli, fisico teorico e divulgatore in campo scientifico (apparso tempo fa su Corriere.it). Introduce al pensiero di Nagarjuna, autore buddhista indiano, vissuto nei primi secoli dopo Cristo. Brevissimamente: le cose altro non sono che relazioni. Un pensiero: chissà se una riflessione che parte in modo radicale da simili premesse non ci possa aiutare a uscire dal vicolo cieco in cui ci troviamo. Potrebbe essere una via – come diceva Wittgenstein nelle sue Ricerche filosofiche  – per “indicare alla mosca la via d’uscita dalla bottiglia”. E in che razza di bottiglia ci siamo infilati!

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Capita poche volte di incontrare un libro capace di influenzare nettamente il nostro modo di pensare. Ancora più raramente di incontrarne uno di cui non sapevamo nulla. Mi è capitato. Non è un testo sconosciuto: al contrario è famosissimo, commentato da secoli da generazioni di studiosi, addirittura venerato. Io non lo conoscevo, e penso che molti dei miei connazionali italiani, come me, non lo conoscano. L’autore si chiama Nagarjuna.

È un breve e asciutto testo filosofico scritto 18 secoli fa in India e divenuto classico di riferimento della filosofia buddhista. Il titolo è una di quelle interminabili parole indiane, Mulamadhyamakakarika, reso in vari modi, per esempio I versi fondamentali del cammino di mezzo. L’ho letto nella traduzione inglese di un filosofo, Jay Garfield, accompagnata da un ottimo commento che aiuta a penetrarne il linguaggio. Garfield conosce a fondo la tradizione orientale, ma viene dalla filosofia analitica anglosassone, e presenta le idee di Nagarjuna con la chiarezza e la concretezza che caratterizzano questa scuola, mettendole in relazione con il pensiero occidentale.

Non sono capitato su questo libro per caso. Persone disparate mi chiedevano: «Hai letto Nagarjuna?», soprattutto a seguito di discussioni sulla meccanica quantistica, o altri argomenti di fondamenti della fisica. Io non ho mai guardato con simpatia ai tentativi di legare scienza moderna e pensiero orientale antico: mi sono sempre sembrati tirati per i capelli, riduttivi da entrambi i lati. Ma all’ennesimo: «Hai letto Nagarjuna?», ho deciso di farlo, ed è stata una scoperta stupefacente.

Il pensiero di Nagarjuna è centrato sull’idea che nulla abbia esistenza in sé. Tutto esiste solo in dipendenza da qualcosa d’altro, in relazione a qualcosa d’altro. Il termine usato da Nagarjuna per descrivere questa mancanza di essenza propria è «vacuità» (sunyata): le cose sono «vuote» nel senso che non hanno realtà autonoma, esistono grazie a, in funzione di, rispetto a, dalla prospettiva di, qualcosa d’altro.

Se guardo un cielo nuvoloso — per fare un esempio ingenuo — posso vedervi un castello e un drago. Esistono veramente là nel cielo un drago e un castello? No, ovviamente: nascono dall’incontro fra l’apparenza delle nubi e sensazioni e pensieri nella mia testa, di per sé sono entità vuote, non ci sono. Fin qui è facile. Ma Nagarjuna suggerisce che anche le nubi, il cielo, le sensazioni, i pensieri, e la mia testa stessa, siano egualmente null’altro che cose che nascono dall’incontro fra altre cose: entità vuote.

E io che vedo una stella? Esisto? No, neppure io. Chi vede la stella allora? Nessuno, dice Nagarjuna. Vedere la stella è una componente di quell’insieme che convenzionalmente chiamo il mio essere io. «Quello che esprime il linguaggio non esiste. Il cerchio dei pensieri non esiste» (XVIII, 7). Non c’è nessuna essenza ultima o misteriosa da comprendere, che sia l’essenza vera del nostro essere. «Io» non è altro che l’insieme vasto e interconnesso dei fenomeni che lo costituiscono, ciascuno dipendente da qualcosa d’altro. Secoli di concentrazione occidentale sul soggettosvaniscono nell’aria come brina la mattina.

Nagarjuna distingue due livelli, come fanno tanta filosofia e scienza: la realtà convenzionale, apparente, con i suoi aspetti illusori o prospettici, e la realtà ultima. Ma porta questa distinzione in una direzione sorprendente: la realtà ultima, l’essenza, è assenza, vacuità. Non c’è. Ogni metafisica cerca una sostanza prima, un’essenza da cui tutto il resto possa dipendere: il punto di partenza può essere la materia, Dio, lo spirito, le forme platoniche, il soggetto, i momenti elementari di coscienza, energia, esperienza, linguaggio, circoli ermeneutici o quant’altro. Nagarjuna suggerisce che semplicemente la sostanza ultima… non c’è.

Ci sono intuizioni più o meno simili nella filosofia occidentale che vanno da Eraclito alla contemporanea metafisica delle relazioni, toccando Nietzsche, Whitehead, Heidegger, Nancy, Putnam… Ma quella di Nagarjuna è una prospettiva radicalmente relazionale. L’esistenza convenzionale quotidiana non è negata, è affermata in tutta la sua complessità, con i suoi livelli e sfaccettature. Può essere studiata, esplorata, analizzata, ma non ha senso cercarne il sostrato ultimo.

L’illusorietà del mondo, il Samsara, è tema generale del buddhismo; riconoscerla è raggiungere il nirvana, la liberazione e la beatitudine. Ma per Nagarjuna Samsara e Nirvana sono la stessa cosa: entrambi vuoti. Non esistenti.

Allora l’unica realtà è la vacuità? È questa la realtà ultima? No, scrive Nagarjuna, ogni prospettiva esiste solo in dipendenza da altro, non è mai realtà ultima, compresa la prospettiva di Nagarjuna: anche la vacuità è vuota di essenza: è convenzionale. Nessuna metafisica sopravvive. La vacuità è vuota.

Non prendete alla lettera questo mio impacciato tentativo di sintetizzare Nagarjuna. Ci mancherebbe. Ma da parte mia ho trovato questa prospettiva straordinaria e sorprendentemente efficace, e continuo a ripensarci.

In primo luogo perché aiuta a dare forma ai tentativi di pensare coerentemente la meccanica quantistica, dove gli oggetti sembrano misteriosamente esistere solo influenzando altri oggetti. Nagarjuna non sapeva nulla di quanti, ovviamente, ma nulla vieta che la sua filosofia possa offrire pinze utili per fare ordine in scoperte moderne. La meccanica quantistica non quadra con un realismo ingenuo, materialista o altro; ancora meno con ogni forma di idealismo. Come comprenderla? Nagarjuna offre uno strumento: si può pensare l’interdipendenza senza essenze autonome. Anzi l’interdipendenza — questo è il suo argomentare chiave — richiede di dimenticare essenze autonome. La fisica moderna pullula di nozioni relazionali, non solo nei quanti: la velocità di un oggetto non esiste in sé, esiste solo rispetto a un altro oggetto; un campo in sé non è elettrico o magnetico, lo è solo rispetto ad altro, e così via. La lunga ricerca della «sostanza ultima» della fisica è naufragata nella complessità relazionale della teoria quantistica dei campi e della relatività generale… Forse un antico pensatore indiano ci offre qualche strumento concettuale in più per districarci… È sempre dagli altri che si impara, dal diverso; e nonostante millenni di dialogo ininterrotto, Oriente e Occidente hanno ancora cose da dirsi. Come nei migliori matrimoni.

Ma il fascino di questo pensiero va al di là dei problemi della fisica moderna. La prospettiva di Nagarjuna ha qualcosa di vertiginoso. Sembra risuonare con il meglio di tanta filosofia occidentale, classica e recente. Con lo scetticismo radicale di Hume, con la dissoluzione delle domande mal poste di Wittgenstein. Nagarjuna non cade nelle trappole in cui si impiglia tanta filosofia postulando punti di partenza che finiscono sempre per rivelarsi a lungo andare insoddisfacenti. Parla della realtà e della sua complessità, schermandoci dalla trappola concettuale di volerne trovare il fondamento. È un linguaggio vicino all’anti-fondazionalismo contemporaneo. La sua non è stravaganza metafisica: è semplicemente sobrietà. E nutre un atteggiamento etico profondamente rasserenante: è comprendere che non esistiamo che ci può liberare dall’attaccamento e dalla sofferenza; è proprio per la sua impermanenza, per l’assenza di ogni assoluto, che la vita ha senso.

Questo è il Nagarjuna filtrato da Garfield. Esistono interpretazioni diverse del testo, commentato da secoli. Oggi se ne discutono di kantiane, pragmatiste, neoplatoniche, misticheggianti, zen… La molteplicità di possibili letture non è una debolezza del libro. Al contrario, è la testimonianza della vitalità e della capacità di parlare che può avere uno straordinario testo antico. Quello che davvero ci interessa non è cosa effettivamente pensasse il priore di un monastero nel Sud dell’India di quasi due millenni or sono — quelli sono affari suoi; ciò che ci interessa è la forza di idee che emana oggi dalle righe che lui ha scritto, e quanto queste, intersecandosi con la nostra cultura e il nostro sapere, possano aprirci spazi di pensieri nuovi. Perché questa è la cultura: un dialogo interminabile che ci arricchisce continuando a nutrirsi di esperienze, sapere e soprattutto scambi.

Carlo Rovelli