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Tag: Natale

Domani – 25 di dicembre – è il giorno di Natale, dopo tutti gli stordimenti delle celebrazioni consumistiche che il mega-mercato odierno elargisce in questi giorni e dopo la retorica, per lo più irrigidita e povera di senso per le donne e gli uomini di oggi, che la Chiesa si rassegna a proporre con sempre minore convinzione. Qui invece suggeriamo la lettura di una considerazione, teologicamente laica, di Augusto Cavadi, filosofo di strada palermitano, proveniente dal suo blog http://www.augustocavadi.com. Tempo fa abbiamo anche segnalato l’uscita di un interessante libro di John Spong (teologo statunitense) dedicato proprio al tema della natività; chi fosse interessato può andare qui.

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I biblisti sono ormai unanimi: natale non è il centro dei quattro vangeli. Questi testi sono stati costruiti intorno a ciò che i primi cristiani ritenevano il fulcro della propria fede: la resurrezione di Gesù (e non è un caso che della nascita del Redentore parlano solo Matteo e Luca, redatti successivamente a Marco che ne tace). Eppure…Eppure natale è la festa più emozionalmente avvertita dai cristiani e, per molti versi, dagli abitanti del pianeta. Come mai?

La chiesa dei primi secoli è stata strategicamente geniale nell’adottare come ricorrenza della nascita di Cristo non la sua data cronologica  (per altro impossibile da determinare per mancanza di registri anagrafici all’epoca), ma la festa del dio Sole: un modo semplice, immediato, ma efficace di esprimere la convinzione che il  Maestro fosse la nuova Luce apparsa sulla terra per diradare il buio di quei tempi (e non solo di quelli!).

La rilevanza del natale è sottolineata dal cammino che lo precede e dalle tappe che lo seguono. Lo precedono, infatti, quattro settimane di preparazione interiore e comunitaria: l’Avvento. Sono i giorni di attesa dell’Arrivo (Ad-venire) del Messia. Ma in che senso se ne può parlare? Con i Padri della chiesa, e oltre loro, si potrebbe rispondere: in quattro sensi.

Il Verbo di Dio è venuto una prima volta nella persona storica di Gesù; viene ogni giorno nel cuore di ogni uomo e di ogni donna che si aprano con sincera disponibilità alla Luce; viene ogni giorno nella carne dei deprivati (in questi anni sbarcando fisicamente, sulle nostre spiagge, da barconi stracarichi di disperati); verrà per l’ultima volta alla fine dei tempi – o, per lo meno – alla fine del tempo mortale della nostra mortale umanità.

Se le cose stanno così – almeno nella fede tradizionale dei cristiani – essi fanno molto bene a festeggiare la prima venuta del Salvatore a Betlemme (o a Nazareth o dovunque sia effettivamente avvenuta); ma non fanno altrettanto bene a dimenticare di celebrare le altre due venute (nella propria interiorità e nei propri fratelli più sfruttati dai meccanismi del capitalismo internazionale) e a prepararsi alla fine (prossima o lontana, comunque certa) di questo pianetino sperduto nell’universo.

Il vangelo di Cristo è un patrimonio etnico limitato all’Occidente, che lo ha gelosamente impacchettato in  trattati teologici, dizionari e catechismi , o non piuttosto un evento a cui ogni civiltà ha diritto di attingere liberamente, se necessario traducendo nella propria lingua (nelle proprie categorie culturali) un messaggio comunicato in aramaico venti secoli fa?

La risposta più chiara l’hanno data, da mille anni, le chiese autocefale dell’Oriente cristiano-ortodosso (greche, slave, russe): esse celebrano il natale il 6 gennaio. Non quando il bimbo viene partorito nel guscio di una famigliola mononucleare, ma quando viene esposto al pubblico e offerto ad estranei vicini e lontani. Vicini come i pastori, gente semplice che non ha bisogno di molte spiegazioni: corre in soccorso di chi ha bisogno, a dare latte e paglia a chi soffre fame e freddo. E lontani come i magi che come personaggi storici non hanno le carte in regola, ma come figure simboliche sono insostituibili: la loro presenza attesta, fin dai primordi, che il vangelo non è un affare provinciale ma una proposta potenzialmente universale, destinata non a soppiantare le sapienze già fiorenti (di cui i magi sono, appunto, esponenti) bensì a integrarsi con esse in tensione verso sintesi inedite  da aggiornare in continuazione.  La poesia dell’Epifania (o Manifestazione) va fruita in tutta la sua ricchezza, senza ridurla a quadretti bucolici da presepe. Essa, infatti, veicola una novità talmente dirompente che oggi, dopo venti secoli, sta davanti a noi come un traguardo utopico più che indietro come un residuo archeologico: la novità proclamata dall’ebreo-romano Paolo di Tarso a proposito di un popolo, vasto quanto l’umanità, in cui sarebbero diventate irrilevanti le differenze fra ebrei e pagani, uomini e donne, nobili e proletari.

Augusto Cavadi

Pubblichiamo un intervento di Alex Zanotelli: si tratta di una denuncia riguardante l’incalzante economia di guerra che, proprio qui in Italia, sta passando nel silenzio generale. Con quale coraggio si vuole celebrare un Natale di pace quando domina un’economia di guerra?

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Sono indignato davanti a quest’Italia che si sta sempre più militarizzando. Lo vedo proprio a partire dal Sud, il territorio economicamente più disastrato d’Europa, eppure sempre più militarizzato. Nel 2015 è stata inaugurata a Lago Patria(parte della città metropolitana di Napoli) una delle più importanti basi NATO d’Europa , che il 5 settembre scorso è stata trasformata nell’Hub contro il terrorismo (centro di spionaggio per il Mediterraneo e l’Africa). Sempre a Napoli, la famosa caserma della Nunziatella è stata venduta dal Comune di Napoli per diventare la Scuola Europea di guerra, così vuole la Ministra della Difesa F. Pinotti. Ad Amendola (Foggia) è arrivato lo scorso anno il primo cacciabombardiere F-35 armabile con le nuove bombe atomiche B 61-12. In Sicilia, la base militare di Sigonella (Catania) diventerà nel 2018 la capitale mondiale dei droni. E sempre in Sicilia, a Niscemi (Trapani) è stato installato il quarto polo mondiale delle comunicazioni militari, il cosidetto MUOS. Mentre il Sud sprofonda a livello economico, cresce la militarizzazione del territorio. (Non è per caso che così tanti giovani del Sud trovino poi rifugio nell’Esercito italiano per poter lavorare!)
Ma anche a livello nazionale vedo un’analoga tendenza: sempre più spese in armi e sempre meno per l’istruzione, sanità e welfare. Basta vedere il Fondo di investimenti del governo italiano per i prossimi anni per rendersene conto. Su 46 miliardi previsti, ben 10 miliardi sono destinati al Ministero della Difesa : 5.3 miliardi per modernizzare le nostre armi e 2.6 per costruire il Pentagono italiano ossia un’unica struttura per i vertici di tutte le nostre forze armate, con sede a Centocelle (Roma).
L’Italia infatti sta investendo sempre più in campo militare sia a livello nazionale, europeo ed internazionale. L’Italia sta oggi spendendo una barca di soldi per gli F-35, si tratta di 14 miliardi di euro!
Questo, nonostante che la Corte dei Conti abbia fatto notare che ogni aereo ci costerà almeno 130 milioni di euro contro i 69 milioni previsti nel 2007. Quest’anno il governo italiano spenderà 24 miliardi di euro in Difesa, pari a 64 milioni di euro al giorno. Per il 2018 si prevede un miliardo in più.
Ma è ancora più impressionante l’esponenziale produzione bellica nostrana: Finmeccanica (oggi Leonardo) si piazza oggi all’ 8° posto mondiale. Lo scorso anno abbiamo esportato per 14 miliardi di euro, il doppio del 2015! Grazie alla vendita di 28 Eurofighter al Kuwait per otto miliardi di euro, merito della ministra Pinotti, ottima piazzista d’armi. E abbiamo venduto armi a tanti paesi in guerra, in barba alla legge 185 che ce lo proibisce. Continuiamo a vendere bombe, prodotte dall’azienda RMW Italia a Domusnovas (Sardegna), all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen, dov’è in atto la più grave crisi umanitaria mondiale secondo l’ONU. (Tutto questo nonostante le quattro mozioni del Parlamento Europeo!) L’Italia ha venduto armi al Qatar e agli Emirati Arabi con cui quei paesi armano i gruppi jihadisti in Medio Oriente e in Africa (noi che ci gloriamo di fare la guerra al terrorismo!). Siamo diventati talmente competitivi in questo settore che abbiamo vinto una commessa per costruire quattro corvette e due pattugliatori per un valore di 40 miliardi per il Kuwait.
Non meno preoccupante è la nostra produzione di armi leggere : siamo al secondo posto dopo gli USA! Sono queste le armi che uccidono di più! E di questo commercio si sa pochissimo.
Quest’economia di guerra sospinge il governo italiano ad appoggiare la militarizzazione della UE. E’ stato inaugurato a Bruxelles il Centro di pianificazione e comando per tutte le missioni di addestramento, vero e proprio quartier generale unico. Inoltre la Commissione Europea ha lanciato un Fondo per la Difesa che a regime svilupperà 5,5 miliardi di investimento l’anno per la ricerca e lo sviluppo industriale nel settore militare. Questo fondo, lanciato il 22 giugno, rappresenta una massiccia iniezione di denaro pubblico nell’industria bellica europea. Sta per nascere la” PESCO-Cooperazione strutturata permanente” della UE nel settore militare (la Shengen della Difesa!). “Rafforzare l’Europa della Difesa – afferma la Mogherini, Alto Rappresentante della UE, per gli Affari Esteri- rafforza anche la NATO”.
La NATO, di cui la UE è prigioniera, è diventata un mostro che spende 1000 miliardi di dollari in armi all’anno. Trump chiede ora ai 28 paesi membri della NATO di destinare il 2% del Pil alla Difesa. L’Italia destina oggi 1,2 % del Pil per la Difesa. Gentiloni e la Pinotti hanno già detto di Sì al diktat di Trump. Così l’Italia arriverà a spendere100 milioni al giorno in armi. Così la NATO trionfa,mentre è in forse il futuro della UE. Infatti è la NATO che ha forzato la UE a creare la nuova frontiera all’Est contro il nuovo nemico, la Russia, con un imponente dispiegamento di forze militari in Ucraina, Polonia, Romania, Bulgaria, in Estonia, Lettonia e con la partecipazione anche dell’Italia. La NATO ha stanziato 17 miliardi di dollari per lo “Scudo anti-missili.” E gli USA hanno l’intenzione di installare in Europa missili nucleari simili ai Pershing 2 e ai Cruise (come quelli di Comiso). E la Russia sta rispondendo con un altrettanto potente arsenale balistico.
Fa parte di questo piano anche l’ammodernamento delle oltre duecento bombe atomiche B-61, piazzate in Europa e sostituite con le nuove B 61-12 . Il Ministero della Difesa ha pubblicato in questi giorni sulla Gazzetta Ufficiale il bando di costruzione a Ghedi (Brescia) di nuove infrastrutture che ospiteranno una trentina di F-35 capaci di portare cadauno due bombe atomiche B61-12. Quindi solo a Ghedi potremo avere sessantina di B61-12 , il triplo delle attuali! Sarà così anche ad Aviano? Se fosse così rischiamo di avere in Italia una forza atomica pari a 300 bombe atomiche di Hiroshima! Nel silenzio più totale!
Mai come oggi, ci dicono gli esperti, siamo vicini al ‘baratro atomico’. Ecco perché è stato provvidenziale il Trattato dell’ONU, votato il 7 luglio scorso, che mette al bando le armi nucleari. Eppure l’Italia non l’ha votato e non ha intenzione di votarlo.E’ una vergogna nazionale.
Siamo grati a papa Francesco per aver convocato un incontro, lo scorso novembre, in Vaticano sul nucleare, proprio in questo grave momento in cui il rischio di una guerra nucleare è alto e per il suo invito a mettere al bando le armi nucleari.
Quello che non riesco a capire è l’incapacità del movimento della pace a mettersi insieme e scendere in piazza a urlare contro un’Italia e Unione Europea che si stanno armando sempre di più, davanti a guerre senza numero, davanti a un mondo che rischia l’olocausto nucleare. Eppure in Italia c’è una straordinaria ricchezza di gruppi, comitati, associazioni, reti che operano per la pace. Ma purtropo ognuno fa la sua strada.
E come mai tanto silenzio da parte dei vescovi italiani? E che dire della parrocchie, delle comunità cristiane che si apprestano a celebrare la nascita del “Principe della Pace?”
“Siamo vicini al Natale – ci ammonisce papa Francesco – ci saranno luci, ci saranno feste, alberi luminosi, anche presepi…tutto truccato: il mondo continua a fare guerra!”
Oggi più che mai c’è bisogno di un movimento popolare che contesti radicalmente questa economia di guerra.

Alex Zanotelli

Fare posto all’altro

Autore: liberospirito 21 Dic 2016, Comments (0)

Oggi 21 dicembre cade il solstizio d’inverno in cui, pressoché da sempre, si celebra il passaggio dalle tenebre alla luce. Aggiungiamo anche che il giorno di Natale – il 25 di dicembre – si innesta proprio dentro questo genere di festività ed è bene non scordare questo legame profondo con feste ancestrali. Vogliamo qui ricordare l’approssimarsi di questa giornata con le parole attualissime di don Alessandro Santoro, delle Comunità delle Piagge a Firenze. 

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Nel Vangelo ci viene raccontato il viaggio che Maria e Giuseppe, con la loro famiglia povera e irregolare, fanno da Nazareth nella Galilea fino alla Giudea per essere censiti dall’impero, e arrivati là scoprono che “non c’è posto per loro”. Ho sempre sentito questa frase come un invito a riflettere sull’incapacità, nelle nostre città, nelle nostre relazioni, nelle nostre azioni a fare posto, a fare spazio a ciò che sorprende e “sovverte” la nostra vita. Tutti i giorni ci affanniamo per riempirci di cose, per riempire le nostre case, il nostro tempo; spendiamo energie per accumulare, per crescere, per accaparrare fino a non avere più posto… ciò che rimane poi di tutto questo è quasi sempre vuoto, malessere, solitudine. Ci scordiamo l’arte sapiente, semplice e vitale di fare posto, di fare spazio; ci dimentichiamo di dare la precedenza allo spostare, all’eliminare, al togliere ciò che copre e nasconde, per liberare l’inedito, il Mistero, le attese dense di speranza, il camminare lento ma tenace verso la liberazione e la pace,  verso gli incontri senza infingimenti con la vita e la storia dell’altro. In questa notte, giorno e tempo di Natale, l’invito che mi faccio e che vi faccio è quello di lasciarsi “disturbare” da questo richiamo a fare posto e a fare spazio, a farlo davvero… forse solo così potrà nascere qualcosa di nuovo nella nostra vita, forse solo così potremo riconoscere davvero quel piccolo bambino palestinese di nome Gesù come il sogno di liberazione di Dio che si fa carne, si fa possibile dentro la storia di  ognuno di noi e del nostro sogno comune di umanità nuova e di “terra e cieli nuovi”. Allora buon “fare posto” perché tu viva e sia felice.  Buon Natale

don Alessandro Santoro – Comunità delle Piagge, Firenze

Nascita/natività/natale

Autore: liberospirito 24 Dic 2015, Comments (0)

Come gli altri anni, anche questa volta proponiamo un post sul Natale, in una chiave alquanto differente dalle immagini e dai discorsi che, tristemente, si sentono in giro e popolano il web. Il testo e le immagini in questione provengono dal blog artenatura.altervista.org, curato da Silvia Papi, a cui abbiamo in altre occasioni già attinto materiale utile e condivisibile.

Il tempo che si rinnova

Ecco.

Tutto è pronto: penombra, silenzio, raccoglimento. Il tempo si è fermato.

Il bambino può giungere. (…)

Prima di nascere il bambino viveva nell’unità. (…) non esistevano né il fuori, né il dentro, né il freddo, né il caldo.

Venendo al mondo (…) egli scopre questi opposti, inseparabili. (…) Respirando per la prima volta, valica una soglia. Eccolo, inspira. E da questa inspirazione nasce il suo contrario, l’espirazione. Che a sua volta …

(…) il principio stesso di questo mondo, dove tutto è respirazione, ondulazione, dove tutto, eternamente, nasce dal proprio contrario, il giorno dalla notte, l’estate dall’inverno, la ricchezza dalla povertà, la forza dall’umiltà.

Senza fine. Senza principio.

F. Leboyer, Per una nascita senza violenza

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In questi giorni che precedono il Natale, con la luce che riprende lentamente ad allungare le giornate e già preannuncia il tempo dei germogli, mentre il frastuono commerciale, per occultare dolori e tragedie, tenta di annullare il silenzio, ci è piaciuto ricordare la nascita attraverso le parole di Frederick Leboyer e due dipinti di epoche differenti.

Il primo, del 1600, è una intensa e commovente natività dipinta dal francese Georges de La Tour, uno dei principali esponenti del barocco francese che, si dice, fu fortemente influenzato da Caravaggio.

Fine osservatore della vita quotidiana, con una straordinaria maestria nel dipingere scene illuminate da fonti di luce come candele o lampade, probabilmente non ha voluto ritrarre la natività di Gesù ma una semplice nascita, come il titolo attribuitogli dagli studiosi – le Nouveau-né, il neonato – ci fa intuire. In effetti non vi sono dettagli narrativi e soltanto tre figure riempiono tutto lo spazio scenico. Se il soggetto facesse riferimento alla storia di Gesù potrebbero essere Maria col bambino appena nato in braccio e Anna, la madre di Maria, oppure la nutrice accorsa alla capanna di Betlemme come invece narrano i vangeli apocrifi. Come unica fonte di luce quella di una candela che illumina il neonato il quale, a sua volta, emana un tale splendore da diventare egli stesso sorgente di luce per le donne che gli stanno accanto. Di fatto, chiunque siano le figure nella scena rappresentata, essa ci appare come simbolo, commovente e universale, della maternità e della vita che la comunità familiare genera e custodisce: trasparenza palpabile della presenza divina nella quotidiana normalità che l’intimità della luce diffonde.

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Più o meno tre secoli separano il primo dipinto dal secondo, la nascita di Gesù del tedesco Emil Nolde al quale abbiamo dedicato un post agli inizi dello scorso mese di novembre. Rappresentando la nascita l’opera è la prima di una serie di dipinti – con al centro, più grande, la crocefissione – che raccontano la vita di Gesù.

In questo bellissimo quadro espressionista, dove il bambino è sollevato verso il cielo stellato, come dono della vita alla vita, ritroviamo la stessa assenza di falsi misticismi e il corpo nudo di una piccola creatura, quasi casualmente umana, assume la forza potente che la nascita di ogni forma vivente porta con sé.

Con l’augurio che il Natale possa segnare l’inizio, per tutti noi, di un tempo che sempre si rinnova, nel giorno dopo giorno, rendendo onore alla vita.

Natale è passato. Viva il Natale

Autore: liberospirito 26 Dic 2014, Comments (0)

Natale è trascorso da meno di ventiquattro ore, con i suoi riti, per lo più profani. In questo trascorrere proponiamo la riflessione di Erri De Luca sul Natale e il suo senso smarrito. Una meditazione sommessa, meritevole di attenzione, qualcuno la potrà definire laica; comunque sia assai più religiosa di tante omelie che hanno risuonato ieri nelle pareti di molte chiese.

Erri De Luca

Il Natale

Nello scasso profondo dei nuclei familiari Natale arriva come un faro sui cocci e fa brillare i frantumi. Si aggiungono intorno alla tavola apparecchiata sedie vuote da tempo.Per una volta all’anno, come per i defunti, si va in visita al cerchio spezzato.
Natale è l’ultima festa che costringe ai conti. Non quelli degli acquisti a strascico, fino a espiare la tredicesima, fino a indebitarsi. Altri conti e con deficit maggiori si presentano puntuali e insolvibili.
I solitari scontano l’esclusione dalle tavole e si danno alla fuga di un viaggio se possono permetterselo, o si danno al più rischioso orgoglio d’infischiarsene. Ma la celebrazione non dà tregua: vetrine, addobbi, la persecuzione della pubblicità da novembre a febbraio preme a gomitate nelle costole degli sparpagliati.
Natale è atto di accusa. Perfino Capodanno è meno perentorio, con la sua liturgia di accatastati intorno a un orologio con il bicchiere in mano. Natale incalza a fondo i disertori.
Ma è giorno di nascita di chi? Del suo contrario, spedito a dire e a lasciare detto, a chi per ascoltarlo si azzittiva. Dovrebbe essere festa del silenzio, di chi tende l’orecchio e scruta con speranza dentro il buio.
Converge non sopra i palazzi e i centri commerciali, ma sopra una baracca, la cometa. Porta la buona notizia che rallegra i modesti e angoscia i re.
La notizia si è fatta largo dentro il corpo di una ragazza di Israele, incinta fuorilegge, partoriente dove non c’è tetto, salvata dal mistero di amore del marito che l’ha difesa, gravida non di lui.
Niente di questa festa deve lusingare i benpensanti. Meglio dimenticare le circostanze e tenersi l’occasione commerciale.
Non è di buon esempio la sacra famiglia: scandalo il figlio della vergine, presto saranno in fuga, latitanti per le forze dell’ordine di allora.
Lì, dentro la baracca, che oggi sgombererebbero le ruspe, lontano dalla casa e dai parenti a Nazareth, si annuncia festa per chi non ha un uovo da sbattere in due. Per chi è finito solo, per il viandante, per la svestita sul viale d’inverno, per chi è stato messo alla porta e licenziato, per chi non ha di che pagarsi il tetto, per i malcapitati è proclamata festa. Natale con i tuoi: buon per te se ne hai. Ma non è vero che si celebra l’agio familiare. Natale è lo sbaraglio di un cucciolo di redentore privo pure di una coperta.
Chi è in affanno, steso in una corsia, dietro un filo spinato, chi è sparigliato, sia stanotte lieto. È di lui, del suo ingombro che si celebra l’avvento.
È contro di lui che si alza il ponte levatoio del castello famiglia, che, crollato all’interno, mostra ancora da fuori le fortificazioni di Natale.

Erri De Luca

L’impero del consumo e la sua festa

Autore: liberospirito 20 Dic 2014, Comments (0)

Per i più l’approsimarsi del Natale non è – nonostante l’apparenza – evento religioso (memoria della nativita di Gesù di Nazareth, festa della luce per il solstizio invernale o altro ancora); il 25 di dicembre ci si avvicina invece, a grandi passi, alla festa del consumo, all’apoteosi di cene, spese, viaggi, regali e altro ancora. Mentre su tutti la grande crisi (economico-finanziaria, ma non solo) incombe… Su questo argomento riportiamo un notevole intervento di Eduardo Galeano, apparso su “Il manifesto” alcuni giorni or sono (ma proveniente a sua volta dal sito www.aporrea​.org).

galeano

L’esplosione del con­sumo nel mondo di oggi fa più rumore della guerra e più bac­cano del car­ne­vale. Come dice un antico pro­ver­bio turco, chi beve a cre­dito si ubriaca due volte. La bisboc­cia ottunde e obnu­bila lo sguardo; e quest’enorme sbronza uni­ver­sale sem­bra non cono­scere limiti di spa­zio e di tempo. Ma la cul­tura del con­sumo risuona molto, come il tam­buro, per­ché è vuota; all’ora della verità, quando gli stre­piti si cal­mano e la festa fini­sce, l’ubriaco di sve­glia solo, con l’unica com­pa­gnia della sua ombra e dei piatti rotti che dovrà pagare. L’espandersi della domanda cozza con i limiti impo­sti dallo stesso sistema che la genera. Il sistema ha biso­gno di mer­cati sem­pre più aperti e ampi, come i pol­moni hanno biso­gno dell’aria, e al tempo stesso ha biso­gno che si ridu­cano sem­pre più, come in effetti accade, i prezzi delle mate­rie prime e il costo della forza lavoro umana. Il sistema parla in nome di tutti, a tutti dà l’imperioso ordine di con­su­mare, fra tutti dif­fonde la feb­bre degli acqui­sti; ma niente da fare: per quasi tutti quest’avventura ini­zia e fini­sce davanti allo schermo del tele­vi­sore. La mag­gio­ranza, che fa debiti per otte­nere delle cose, fini­sce per avere solo più debiti, con­tratti per pagare debiti che ne pro­du­cono altri, e si limita a con­su­mare fan­ta­sie che tal­volta poi diven­tano realtà con il ricorso ad atti­vità delittuose.

Il diritto allo spreco, pri­vi­le­gio di pochi, pro­clama di essere la libertà per tutti. Dimmi quanto con­sumi e ti dirò quando vali. Que­sta civiltà non lascia dor­mire i fiori, le gal­line, la gente. Nelle serre, i fiori sono sot­to­po­sti a illu­mi­na­zione con­ti­nua, per­ché cre­scano più velo­ce­mente. E la notte è proi­bita anche alle gal­line, nelle fab­bri­che di uova.

È un modo di vivere che non è buono per le per­sone, ma è ottimo per l’industria far­ma­ceu­tica. Gli Stati Uniti con­su­mano la metà dei seda­tivi, degli ansio­li­tici e delle altre dro­ghe chi­mi­che ven­dute legal­mente nel mondo, e oltre la metà delle dro­ghe proi­bite, quelle ven­dute ille­gal­mente. Non è cosa di poco conto, visto che gli sta­tu­ni­tensi sono appena il 5% della popo­la­zione mondiale.

«Gente infe­lice, che vive in com­pe­ti­zione», dice una donna nel bar­rio del Buceo, a Mon­te­vi­deo. Il dolore di non essere, un tempo can­tato nel tango, ha ceduto il posto alla ver­go­gna di non avere. Un uomo povero è un pover’uomo. «quando non hai niente pensi di non valere niente», dice un tipo nel bar­rio Villa Fio­rito, a Bue­nos Aires. Con­fer­mano altri, nella città domi­ni­cana di San Fran­ci­sco de Maco­rís: «I miei fra­telli lavo­rano per le mar­che. Vivono com­prando cose fir­mate, e but­tano san­gue per pagare le rate».

Invi­si­bile vio­lenza del mer­cato: la diver­sità è nemica del pro­fitto, e l’uniformità comanda. La pro­du­zione in serie, su scala gigan­te­sca, impone ovun­que i pro­pri obbli­ga­tori modelli di con­sumo. La dit­ta­tura dell’uniformizzazione è più deva­stante di qua­lun­que dit­ta­tura del par­tito unico: impone, nel mondo intero, un modo di vita che fa degli esseri umani foto­co­pie del con­su­ma­tore esemplare.

La dit­ta­tura del sapore unico

Il con­su­ma­tore esem­plare è l’uomo tran­quillo. Que­sta civiltà, che con­fonde la quan­tità con la qua­lità, con­fonde la gras­sezza con la buona ali­men­ta­zione. Secondo la rivi­sta scien­ti­fica «The Lan­cet», negli ultimi dieci anni l’«obesità severa» è cre­sciuta di quasi il 30% fra la popo­la­zione gio­vane dei paesi più svi­lup­pati. Fra i bam­bini nor­da­me­ri­cani, negli ultimi 16 anni l’obesità è cre­sciuta del 40%, secondo uno stu­dio recente del Cen­tro scienze della salute presso l’università di Colo­rado. Il paese che ha inven­tato i cibi e le bevande light, il diet food e gli ali­menti fat free, ha la mag­gior quan­tità di grassi del mondo. Il con­su­ma­tore esem­plare scende dall’automobile solo per lavo­rare e guar­dare la tivù. Quat­tro ore al giorno le passa davanti allo schermo, divo­rando cibi di plastica.

Trionfa la spaz­za­tura tra­ve­stita da cibo: quest’industria sta con­qui­stando i palati del mondo e fa a pezzi le tra­di­zioni culi­na­rie locali. Le buone anti­che abi­tu­dini a tavola, che si sono raf­fi­nate e diver­si­fi­cate magari in migliaia di anni, sono un patri­mo­nio col­let­tivo acces­si­bile a tutti e non solo alle mense dei ric­chi. Que­ste tra­di­zioni, que­sti segni di iden­tità cul­tu­rale, que­ste feste della vita, ven­gono schiac­ciate dall’imposizione del sapere chi­mico e unico: la glo­ba­liz­za­zione degli ham­bur­ger, la dit­ta­tura del fast-food. La pla­sti­fi­ca­zione del cibo su scala mon­diale, opera di McDonald’s, Bur­ger King e altre catene, viola con suc­cesso il diritto all’autodeterminazione dei popoli in cucina: un diritto sacro, per­ché la bocca è una delle porte dell’anima.

Il cam­pio­nato mon­diale di cal­cio del 1998 ci ha con­fer­mato, fra l’altro, che la Master­Card toni­fica i muscoli, la Coca-Cola porta l’eterna gio­vi­nezza e che il menù di McDonald’s non può man­care nella pan­cia di un buon atleta. L’immenso eser­cito di McDonald’s spara ham­bur­ger nella bocca di bam­bini e adulti del mondo intero. Il dop­pio arco di que­sta M è ser­vito da stan­dard, nella recente con­qui­sta dei paesi dell’Europa dell’Est. Le code davanti alla McDonald’s di Mosca, inau­gu­rata in pompa magna nel 1990, hanno sim­bo­leg­giato la vit­to­ria dell’Occidente con altret­tanta elo­quenza della demo­li­zione del Muro di Ber­lino. Segno dei tempi: quest’azienda, che incarna le virtù del mondo libero, nega ai suoi dipen­denti la libertà di orga­niz­zarsi in sin­da­cato. McDonald’s viola in tal modo un diritto legal­mente rico­no­sciuto nei molti paesi nei quali opera. Nel 1997, alcuni suoi lavo­ra­tori, mem­bri di quella che l’azienda chiama la Mac­fa­mi­glia, cer­ca­rono di sin­da­ca­liz­zarsi in un risto­rante di Mon­treal in Canada: il risto­rante chiuse. Ma nel 1998, altri dipen­denti di McDonald’s in una pic­cola città presso Van­cou­ver, riu­sci­rono nell’impresa, degna del Guin­ness dei primati.

Gli uni­ver­sali della pubblicità

Le masse con­su­ma­trici rice­vono ordini in un lin­guag­gio uni­ver­sale: la pub­bli­cità è riu­scita là dove l’esperanto ha fal­lito. Tutti capi­scono, ovun­que, i mes­saggi tra­smessi dalla tivù. Nell’ultimo quarto di secolo, gra­zie al fatto che nel mondo le spese per la pub­bli­cità si sono decu­pli­cate, i bam­bini poveri bevono sem­pre più Coca-Cola e sem­pre meno latte, e il tempo prima dedi­cato all’ozio sta diven­tando tempo di con­sumo obbli­ga­to­rio. Tempo libero, tempo pri­gio­niero: le case molto povere non hanno letti, ma hanno il tele­vi­sore, ed è que­sto a det­tar legge. Com­prato a rate, que­sto pic­colo ani­male prova la voca­zione demo­cra­tica del pro­gresso: non ascolta nes­suno, ma parla per tutti. Poveri e ric­chi cono­scono, in tal modo, le virtù dell’ultimo modello di auto­mo­bili, e poveri e ric­chi si infor­mano sui van­tag­giosi tassi di inte­ressi offerti da que­sta o quella banca.

Gli esperti sanno con­ver­tire le merci in stru­menti magici con­tro la soli­tu­dine. Le cose hanno attri­buti umani: acca­rez­zano, accom­pa­gnano, capi­scono, aiu­tano, il pro­fumo ti bacia e l’auto è un amico che non tra­di­sce mai. La cul­tura del con­sumo ha fatto della soli­tu­dine il più lucroso dei mer­cati. Le ferite del cuore si risa­nano riem­pien­dole di cose, o sognando di farlo. E le cose non pos­sono solo abbrac­ciare: pos­sono anche essere sim­boli di ascesa sociale, sal­va­con­dotti per attra­ver­sare le dogane della società clas­si­sta, chiavi che aprono le porte proibite.

Quanto più sono esclu­sive, tanto meglio è: le cose esclu­sive ti scel­gono e ti sal­vano dall’anonimato della folla. La pub­bli­cità non ci informa sul pro­dotto che vende, o lo fa poche volte. Quello è il meno. La sua fun­zione prin­ci­pale con­si­ste nel com­pen­sare fru­stra­zioni e ali­men­tare fan­ta­sie: in chi ti vuoi tra­sfor­mare com­prando que­sta crema da barba?

Il cri­mi­no­logo Anthony Platt ha osser­vato che i delitti nelle strade non sono solo frutto della povertà estrema, ma anche dell’etica indi­vi­dua­li­sta. L’ossessione sociale del suc­cesso, dice Platt, incide in modo deci­sivo sull’appropriazione ille­gale delle cose altrui. Ho sem­pre sen­tito dire che il denaro non fa la feli­cità; ma qua­lun­que tele­di­pen­dente ha motivo di cre­dere che il denaro pro­duca qual­cosa di tanto simile alla feli­cità, che fare la dif­fe­renza è cosa da spe­cia­li­sti.
Secondo lo sto­rico Eric Hob­sbawm, il XX secolo ha messo fine a set­te­mila anni di vita umana cen­trata sull’agricoltura , da quando nel paleo­li­tico appar­vero le prime forme di col­ti­va­zione. La popo­la­zione mon­diale si con­cen­tra nelle città, i con­ta­dini diven­tano cit­ta­dini. In Ame­rica latina abbiamo campi senza per­sone ed enormi for­mi­cai umani urbani: le più grandi città del mondo, e le più ingiu­ste. Espulsi dalla moderna agri­col­tura per l’export, e dal degrado dei suoli, i con­ta­dini inva­dono le peri­fe­rie. Cre­dono che Dio sia ovun­que, ma per espe­rienza sanno che abita nei grandi cen­tri. Le città pro­met­tono lavoro, pro­spe­rità, un avve­nire per i loro figli. Nei campi, si guarda la vita pas­sare e si muore sba­di­gliando; nelle città la vita scorre, e chiama. Poi, la prima cosa che i nuovi arri­vati sco­prono, ammuc­chiati nelle cata­pec­chie, è che manca il lavoro e le brac­cia sono troppe, che niente è gra­tis e che gli arti­coli di lusso più cari sono l’aria e il silenzio.

Agli inizi del secolo XIV, frate Gior­dano da Rivalta pro­nun­ciò a Firenze un elo­gio delle città. Disse che cre­sce­vano «per­ché le per­sone amano stare insieme». Stare insieme, incon­trarsi. Ma adesso, chi si incon­tra con chi? E la spe­ranza, si incon­tra con la realtà? Il desi­de­rio, si incon­tra con il mondo? E la gente, si incon­tra con la gente? Se i rap­porti umani si sono ridotti a rap­porti fra le cose, quanta gente si incon­tra con le cose?

La mino­ranza compradora

Il mondo intero tende a diven­tare un grande schermo tele­vi­sivo, dal quale le cose si guar­dano ma non si toc­cano. Le mer­can­zie in offerta inva­dono e pri­va­tiz­zano gli spazi pub­blici. Le sta­zioni di pull­man e treni, che fino a poco tempo fa erano spazi di incon­tro fra le per­sone, si stanno tra­sfor­mando in spazi commerciali.

Lo shop­ping cen­ter, o shop­ping mall, vetrina di tutte le vetrine, impone la sua abba­gliante pre­senza. Le masse accor­rono, in pel­le­gri­nag­gio, a que­sto grande tem­pio della messa del con­sumo. La mag­gio­ranza dei devoti con­tem­pla, in estasi, oggetti che il por­ta­fo­glio non può pagare, men­tre la mino­ranza com­pra­dora risponde al bom­bar­da­mento inces­sante ed este­nuante dell’offerta. La folla che sale e scende dalle scale mobili viag­gia nel mondo: i mani­chini sono vestiti come a Milano o Parigi e le auto­mo­bili hanno lo stesso suono che a Chi­cago, e per vedere e ascol­tare non occorre pagare il biglietto. I turi­sti che ven­gono dai vil­laggi dell’interno, o dalle città che non hanno ancora meri­tato que­ste bene­di­zioni della moderna feli­cità, posano per una foto, davanti alle mar­che inter­na­zio­nali più famose, come un tempo posa­vano ai piedi della sta­tua a cavallo nella piazza. Bea­triz Solano ha osser­vato che gli abi­tanti delle peri­fe­rie vanno allo shop­ping cen­ter come prima anda­vano in cen­tro. Il tra­di­zio­nale stru­scio di fine set­ti­mana al cen­tro della città tende a essere sosti­tuito dalle escur­sioni a que­sti cen­tri. Lavati e pet­ti­nati, con indosso gli abiti migliori, i visi­ta­tori ven­gono a una festa dove non sono invi­tati, ma dove pos­sono essere spet­ta­tori. Intere fami­glie fanno il viag­gio nella navi­cella spa­ziale che per­corre l’universo del con­sumo, nel quale l’estetica del mer­cato ha dise­gnato un pae­sag­gio allu­ci­nante di modelli, mar­che ed etichette.

La cul­tura del con­sumo, cul­tura dell’effimero, con­danna tutto alla desue­tu­dine media­tica. Tutto cam­bia al ritmo ver­ti­gi­noso della moda, messa al ser­vi­zio della neces­sità di ven­dere. Le cose invec­chiano in un baleno, per essere sosti­tuite da altre che avranno una vita altret­tanto fugace. L’unica cosa che per­mane è l’insicurezza; le merci, fab­bri­cate per­ché durino poco, sono vola­tili quanto il capi­tale che le finan­zia e il lavoro che le pro­duce. Il denaro vola alla velo­cità della luce; ieri era là, adesso è qua, domani chissà, e ogni lavo­ra­tore è un poten­ziale disoc­cu­pato. Para­dos­sal­mente, gli shop­ping cen­ter, sovrani della fuga­cità, offrono l’illusione di sicu­rezza più effi­cace. Resi­stono infatti fuori dal tempo, senza età né radici, senza notte né giorno né memo­ria, ed esi­stono fuori dallo spa­zio, al di là delle tur­bo­lenze della peri­gliosa realtà del mondo.

I nuovi idoli

I padroni del mondo lo usano come se fosse un usa e getta: una merce dalla vita effi­mera, che si esau­ri­sce come si esau­ri­scono, quasi appena nate, le imma­gini spa­rate dalla mitra­glia­trice della tivù e le mode e gli idoli che la pub­bli­cità lan­cia inces­san­te­mente sul mer­cato. Ma in quale altro mondo potremmo andare? Siamo tutti obbli­gati a cre­dere che Dio abbia ven­duto il pia­neta a un certo numero di imprese, per­ché essendo di cat­tivo umano ha deciso di pri­va­tiz­zare l’universo?

La società dei con­sumi è una trap­pola esplo­siva. Chi ne ha le redini fa finta di igno­rarlo, ma chiun­que abbia gli occhi può vedere che la grande mag­gio­ranza delle per­sone con­suma poco, poco o niente neces­sa­ria­mente, così da garan­tire l’esistenza della poca natura che ci rimane. L’ingiustizia sociale non è con­si­de­rata un errore da cor­reg­gere, né un difetto da supe­rare: è una neces­sità essen­ziale. Non c’è natura capace di ali­men­tare uno shop­ping cen­ter delle dimen­sioni del pianeta.

Eduardo Galeano

I non-auguri di Natale

Autore: liberospirito 26 Dic 2013, Comments (0)

Ieri, 25 dicembre, era il giorno di Natale, giorno di festa. Per molti – gli studenti, ma non solo – le giornate di festa proseguiranno: oggi è S. Stefano, tra un po’ arriverà Capodanno e infine saremo all’Epifania. Abbiamo già pubblicato un post – il precedente – dedicato al Natale. Oggi riprendiamo un articolo di un paio di giorni fa a firma di Alessandro Del Lago, apparso su “Il manifesto”, che condividiamo e facciamo circolare. Lewis Carroll  parlava di non-compleanno – una ricorrenza che cade ogni giorno dell’anno, escluso quello del compleanno -, qui invece, a dispetto di ogni retorica d’occasione, si parla di non-auguri, la maniera più sincera per rivolgersi a qualcuno in giornate come queste.

lampedusa

Fac­ciamo gli auguri di fine anno ai migranti che si sono cuciti la bocca a Ponte Gale­ria e a quelli che hanno ini­ziato lo scio­pero della fame. Fac­cia­moli a tutti gli stra­nieri che si pre­pa­rano a pas­sare le cosid­dette feste al chiuso dei Cie, nella soli­tu­dine, nello squal­lore, nell’incertezza sul pro­prio destino chissà fino a quando. E fac­cia­moli al depu­tato Kha­lid Chaouki il quale, chiu­den­dosi nel cen­tro di acco­glienza di Lam­pe­dusa, terrà desta per un po’ l’attenzione dei media sulla ver­go­gna della deten­zione ammi­ni­stra­tiva dei migranti.

Ma non li fac­ciamo a tutti gli altri che col­la­bo­rano con il silen­zio, l’ipocrisia o l’indifferenza a man­te­nere quella ver­go­gna. Primo dell’elenco, il par­tito di Chaouki, il Pd, che quei cen­tri li ha inven­tati (con il nome di Cpt) gra­zie a Livia Turco e all’attuale pre­si­dente della Repub­blica, e non si è mai sognato di chiu­derli. E non par­liamo degli attuali com­pa­gni di strada del Pd, a comin­ciare da Alfano, il cui par­tito approvò la Bossi-Fini nel 2002 e quindi è in tutto e per tutto cor­re­spon­sa­bile delle norme più stu­pide e ves­sa­to­rie, come i 18 mesi di deten­zione nei Cie e il reato di immi­gra­zione clandestina.

Non ci sen­tiamo di fare nes­sun augu­rio nem­meno al governo, il quale, dopo lo scan­dalo delle docce anti-scabbia e le pro­te­ste di Ponte Gale­ria, pensa di abbre­viare la deten­zione nei Cie, ma solo per ren­dere le espul­sioni più facili.

Non li fac­ciamo nem­meno a quei par­la­men­tari 5 stelle che hanno comin­ciato timi­da­mente a discu­tere dell’abolizione del reato di immi­gra­zione clan­de­stina, ma sono stati imme­dia­ta­mente zit­titi da Grillo e Casa­leg­gio, e hanno lasciato per­dere, dando una note­vole prova di coe­renza, corag­gio e indi­pen­denza. Per non par­lare del blog di Beppe Grillo, che ogni giorno stre­pita con­tro la casta e fa pub­bli­cità ad auto­mo­bili, assi­cu­ra­zioni e com­pra­ven­dite d’oro, ma sulla que­stione dei Cie tace rigo­ro­sa­mente, per non scon­ten­tare la parte for­ca­iola del pro­prio elettorato.

Non abbiamo nulla da augu­rare nem­meno alle coo­pe­ra­tive, magari ade­renti alla Lega­coop, che gesti­scono Cda e Cie, e si giu­sti­fi­cano con la scusa pue­rile che, se non lo fanno loro, lo farà qual­cun altro. Che cosa non si fa per lucrare sui 50 euro gior­na­lieri che lo stato spende per ogni internato!

Meno che mai fac­ciamo gli auguri a Ceci­lia Malm­ström, com­mis­sa­rio Ue per la giu­sti­zia e gli affari interni, che oggi fa finta di indi­gnarsi per Lam­pe­dusa ma pochi giorni fa ha siglato un accordo con la Tur­chia sui migranti irre­go­lari che, in sostanza, pre­vede la libera cir­co­la­zione dei cit­ta­dini tur­chi nei paesi dell’Unione in cam­bio della dispo­ni­bi­lità di Ankara a ripren­dersi clan­de­stini e immi­grati. Insomma, i migranti come merce di scam­bio per il lento e fatale avvi­ci­na­mento della Tur­chia all’Europa.

La que­stione dei migranti, degli sbar­chi e dei cen­tri di inter­na­mento sparsi in tutta Europa e nei paesi satel­liti di Asia e Africa, è la prova della fal­sità con cui la Ue affronta, nel com­plesso e paese per paese, la povertà estrema che la lam­bi­sce. Esclu­si­va­mente inte­res­sata a difen­dere il suo pre­ca­rio benes­sere, debole con i forti (la grande finanza, gli Usa che la spiano come e quando vogliono), l’Unione è impla­ca­bile con i deboli, a cui elar­gi­sce solo deten­zioni e invi­si­bi­lità, natu­ral­mente amman­tan­dole con il lin­guag­gio dei diritti e della giustizia.

E così, davanti a un’ingiustizia così abis­sale e rimossa da tutti, non augu­riamo nulla nem­meno a quel bel coa­cervo di egoi­smi nazio­nali e trans-nazionali che va sotto il nome di Europa.

Alessandro Dal Lago

La genealogia orizzontale di Gesù

Autore: liberospirito 22 Dic 2013, Comments (0)

Riceviamo e pubblichiamo questo breve testo proveniente dalla Rete lodigiana per l’accoglienza. Ci sembra una riflessione sul Natale più profonda e puntuale di tanti discorsi altisonanti e pretenziosi che si sentono in questo periodo.

migranti

Dal 4 novembre 2013 al 15 dicembre 2013 in via San Giacomo a Lodi abbiamo incontrato almeno 69 persone che accedono, o non accedono, ai due dormitori (17 posti letto di emergenza). Non sono persone qualunque: tra loro ci sono Otto Emmanuel, Mahmudu, Bouazza, Messan, Komlan, Mbaye, Mobarok, Hossain Abzar Miah, Jules, Gheorghe, Modibo, Mohammed, Antonio, Saad, Mohamed Omar, Sheriff, Mostafa, Florya, Hamed, Walid, Carlo, Chaouki, Abdelhadi, Gheorge, Nelu, Robert, Maurizio, Federico, Komlan, Stefano, Driss, El moustafa, Allal, Simret, Cristian, Gabriel-Dorin, Anicet, abdullah, Idris, Emmanuel, Anouar, Awad, Haralambie, Nikoll, Alassane, Djime, Andrea, Daniel, Andrea, Fernando, Attilio, Maurizio, Pasquale, Mostafa, Calogero, Aoued, Salim, Adel …

Rappresentano la genealogia orizzontale di “poveri Cristi”, figli dello stesso Dio, nonostante le apparenze: ogni giorno nascono e muoiono nella nostra indifferenza. Esattamente come fu per Gesù 2013 anni fa’.

Ognuna di loro è una storia diversa, una vita che deve proseguire, tesa alla risurrezione. Noi siamo chiamati a dare loro un po’ di ossigeno, di luce… ma quanto riusciamo nel nostro intento? e quanto loro ci restituiscono in forza, determinazione, umiltà,… se solo non avessimo paura di camminare insieme a loro. Da questo augurio di coraggio arriva il nostro Buon Natale di speranza.

Rete lodigiana per l’accoglienza

Oggi, 1 gennaio 2013, riprendiamo dal sito www.dialogo.org – fonte di contributi di notevole interesse – la seguente meditazione di Eugenio Melandri, già missionario saveriano e successivamente fondatore e coordinatore dell’associazione  “Chiama l’Africa”.

In questi giorni, nell’attesa del Natale, nella liturgia si leggono brani profetici struggenti:

“O se squarciassi i cieli e scendessi…”

“Vieni, Signore, non tardare”…

“Si apra la terra e germogli il Salvatore”.

Un’accorata implorazione di speranza, di vita, di solidarietà, di giustizia, di pace. Fotografa da una parte la nostra inquietudine. “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore non trova requie, finchè non riposa in te”. La ricerca di vita, di felicità, di pace che ci portiamo dentro e che ci mette in cammino e non ci fa star fermi. La voglia di una vita piena, colma di significato, ricca di contenuto. La voglia di poter vivere in un mondo in cui ognuno abbia la possibilltà di essere se stesso, confrontandosi, non mettendosi in contrapposizione con i suoi compagni di viaggio. In una società che esclude i deboli in nome del merito. Che non rispetta i diritti; che rifiuta le diversità, da quella di genere a quella di cultura.

Dall’altra parte fotografa un mondo dove ogni giorno ci scontriamo con drammi che sembrano irrisolvibili. Con l’ingiustizia che regola le relazioni tra persone; con una società diseguale che esclude i poveri e i deboli; con i ricchi che diventano sempre più ricchi a spese dei poveri che diventano sempre più poveri. Con una politica che è ancella della finanza e dei poteri forti; che compra gli F35 e aumenta le spese militari, mentre taglia le pensioni e attenta ai diritti dei lavoratori; che fa pagare le tasse fino all’ultimo centesimo ai più poveri e non riesce o, meglio, non vuole riuscire a farle pagare ai ricchi. Con un’Europa che condanna la Grecia alla fame, in nome del pareggio di bilancio. Con un sistema che si regge sulla forza e sulle armi. Che contrabbanda la l’uso dell’esercito con la bufala delle cosiddette missioni di pace. Che volge gli occhi dall’altra parte di fronte a situazioni di ingiustizia e di morte. Che sfrutta le miniere di coltano in un’area del mondo dove una serie di guerre hanno provocato oltre cinque milioni di morti.
Fotografa la nostra nostalgia, quella “nostalgia del totalmente altro” che Horkheimer definiva come la nostalgia di un mondo “dove finalmente le vittime abbiano ragione dei propri carnefici”.

“O cieli, stillate rugiada e le nubi facciano piovere il giusto”.

Stretti in questa morsa, inevitabilmente guardiamo in alto. Forse perchè sappiamo che da soli non riusciamo a farcela. Perchè abbiamo bisogno di avere un orizzonte, un sogno, una utopia. Per colmare la nostra sete di felicità e il nostro bisogno di giustizia. Per questo gridiamo: “Oh se squarciassi i cieli e scendessi” Perchè, ce ne accorgiamo bene, abbiamo bisogno di altro. O, meglio, dell’Altro, del totalmente Altro: dell’inatteso, dello sconosciuto.

C’è chi chiama questo Altro, inatteso e indicibile, con il nome di Dio. Ma, al di là della fede tutti noi sentiamo il bisogna che ci sia “un Dio da qualche pate”. Che faccia giustizia . Che dia speranza. Ma nelle profezia bibliche ci si augura anche che “si apra la terra e germogli il Salvatore”. A significare che, se sappiamo rompere la crosta di questa terra, da essa stessa nasce il Salvatore. Vive nelle viscere della terra, del mondo. E’ impastato della nostra storia. Per dirci che anche dentro di noi, nel suolo che calpestiamo ogni giorno, abita il germe della salvezza. Per dirci che se cerchiamo la pace, essa già c’è, ma dobbiamo saperla scoprire, rimuovendo la terra che la copre, perchè essa possa germogliare. Così come la giustizia, la solidarietà, la libertà, l’uguaglianza, la fraternità.

Ed è in questa tensione tra il qui della terra e il non-ancora del cielo; tra il conosciuto e lo sconosciuto, tra l’immanente e il trascendete che si gioca la nostra vita. Una tensione che può divenire feconda se ognuno di noi sa viverla come nostalgia di quel mondo in cui finalmente le vittime avranno ragione dei loro carnefici”.

Una nostalgia che si fa ricerca, ma anche indignazione e seme di rivoluzione.

Eugenio Melandri

Si fa presto a dire Natale

Autore: liberospirito 24 Dic 2012, Comments (0)

Davvero, si fa presto a dire Natale, troppo presto. Pubblichiamo di seguito un video proveniente da youtube (il primo nella storia di questo blog; è preceduto – ahinoi – da una pubblicità; noi non c’entriamo, ovviamente, comunque si può tranquillamente saltare). La musica e le parole provengono da una celebre canzone di John Lennon. Il motivo per cui proponiamo il video è che colpisce il contrasto con le immagini, purtroppo di sconcertante attualità e alle quali non ci si abituerà mai. Merita vederlo.

Gesù disse: “Un uomo carico d’anni non esiterà a interrogare un bambino di sette giorni sul luogo della vita, ed egli vivrà. perchè molti dei primi saranno ultimi e diverranno uno”. (Vangelo di Tommaso)

Cliccare sulla scritta a fianco: John Lennon – Happy Xmas

Natale: qualcosa che verrà

Autore: liberospirito 22 Dic 2012, Comments (0)

Pubblichiamo un testo di Giacomo Zanga dedicato al Natale – apparso in un primo tempo nel dicembre 1977 sul quotidiano milanese “Il Giorno” e ripubblicato nel 1981, unitamente ad altri contributi, nel volume Le viscere del presente, per conto della scomparsa casa editrice La Salamandra (sempre di Milano) nella collana “Biblioteca di an-archos”. Abbiamo già pubblicato in passato un altro testo del medesimo autore. Per chi è interessato può trovarlo qui: http://liberospirito.altervista.org/?s=giacomo+zanga

Nel mese di novembre del 1858 un giovanissimo collegiale scrisse alla madre: Mi mette di buon umore il pensiero che domani è la prima domenica d’avvento; ancora quattro domeniche e poi canteremo: o beato, o lieto tempo di Natale, dispensatore di grazie!” Nelle sue lettere ai familiari il ragazzino parlava spesso di biancheria sporca e pulita, di compiti e di lezioni, di dolci, di crampi allo stomaco, di disturbi agli occhi e (preludio al disastro supremo della sua esistenza, la follia)di forti mal di testa. Nel brano citato alludeva invece, come s’è visto, all’imminenza del Natale. Per un lungo periodo egli sarebbe tornato ogni anno a esprimere nelle sue lettere la propria aspettativa di questa ricorrenza eccezionale. In lui, privato presto del padre e lontano dalla famiglia, si manifestava, evidentemente, il bisogno del calore domestico e, soprattutto, di quel tempo sospeso che è la festa.

Il bambino di cui stiamo parlando è Nietzsche, destinato a diventare il grande filosofo che per tutta la vita avrebbe aspirato a una stupenda aurora. Natale: giorno che molti, non completamente imbarbariti, celebrano con gioia, ritrovando in sé la religiosità pura dei fanciulli. Esistono, su questo tema della religiosità infantile, diverse pubblicazioni, ma in genere poco convincenti. Parecchi anni fa si pretendeva di rischiarare l’argomento comparando (colossale errore di metodo) la psiche dei bambini a quella dei “selvaggi” o “primitivi”. Meno assurdo fu invece il criterio di raccogliere e interpretare brani letterari in cui illustri scrittori avessero esposto ricordi intorno a stati d’animo della loro prima adolescenza. Attualmente ci si giova di mezzi più scientifici, cominciando da quello della selezione statistica.

Ma i risultati non sono plausibili. Perché? Innanzitutto perché si indaga non già sulla religiosità infantile, ma sulle rudimentali nozioni teologiche di questo o quel bambino, e limitatamente alla sola area occidentale. E’ naturale che domandando a un ragazzino: “Chi è Dio?”, si ottengano risposte (ad esempio, “Dio è l’essere perfettissimo, creatore e signore del cielo e della terra”) fondate su catechismi digeriti in fretta o mutuati dai discorsi degli adulti.

E poi: un fanciullo buddhista non ha – come non ha suo padre, perché il buddhismo è ateo – il concetto di alcun Dio; oseremo affermare che il buddhismo non è una religione ed escluderemo i piccoli buddhisti dall’ambito d’una ricerca sulla religiosità infantile? E’ da prendere allora un’altra strada, convincendosi che per definire ciò che è religione bisogna adottare parametri universali. L’aspirazione religiosa può si giovarsi d’un determinato tipo di filosofia, ma senza identificarsi mai perfettamente con essa. Religione è essenzialmente (e l’animo del bambino ce lo dimostra e garantisce) capacità di incentrare i propri sentimenti e pensieri sulla categoria del diverso, sulla continua attenzione verso quello “spaccato” escatologico che seziona dall’alto la realtà; in parole più povere: religione è capacità e volontà di vivere lo spirito dell’attesa, colorata di magia nell’adolescente, sorretta dalla ragione nella persona adulta.

Qui occorre una precisazione. La cosiddetta assoluta innocenza del bambino non esiste, e corrisponde a un’idea falsa e retorica del medesimo. Il bambino porta con sé scorie fisiche e psichiche dei genitori, degli avi, e le rivela ben presto. (V’è una pagina di Sant’Agostino in cui il grande pensatore africano parla dell’egoismo e dell’ira con cui due neonati si contendono il seno della balia).

La religiosità del bambino non si fonda su una sua presunta, totale purezza, ma sul suo spontaneo apprezzamento dell’amore (verso uomini, animali, oggetti) sulla sua stuporosa apertura verso il nuovo. Per questo l’artista somiglia al fanciullo, per questo nell’arte è infusa tanta carica di metafisicità alta e sublime. E’ ovvio che la considerazione in cui dev’essere tenuto il bambino non ha nulla a che fare con quel culto dell’infanzia e della giovinezza che tanti guai ha procurato e procura – soprattutto dal romanticismo in poi – all’Occidente. Il rispetto per i piccoli concerne un modello ideale che deve imporsi anche ai grandi: la modestia, l’ingenuità, la mansuetudine di molti – perfino uomini di genio – sta a provare che ciò non è impossibile.

La prodigiosità del fanciullo consiste nel fare il vuoto intorno a ogni inerte sapienza; perciò l’atto dei parenti che inseriscono la propria letizia in quella dei bambini, raccolti intorno ai doni del Natale, può essere un principio di liberazione, uno di quei momenti sembra stiparsi tutta la luce del mondo.

Giacomo Zanga

Troppo silenzio

Autore: liberospirito 22 Dic 2011, Comments (0)

Mentre vivo la vita di questi tempi, mi confronto con i miei simili, leggo i giornali e cerco di comprendere quel che accade, mi capita di leggere anche un bel racconto di Lev Tolstoj (“Il Natale di Martin”) – per l’appunto siamo in periodo d’Avvento – dove si fa riferimento al noto brano evangelico: “Ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi dissetaste, fui forestiero e mi accoglieste. Quanto avete fatto a uno dei più piccoli dei miei fratelli, l’avete fatto a me”.

Dentro di me tutte le informazioni si mischiano e così mi domando dove stia la coscienza di tutti quei milioni – centinaia di milioni  – di persone, me compresa, che – cattoliche, protestanti o altro che siano – fanno riferimento al Libro, il libro che narra a tutti noi la buona novella della nascita di un uomo chiamato Gesù che, da duemila anni a questa parte, non ha mai smesso di essere quotidianamente crocifisso.

Credo che dovremmo vergognarci (e non parlo degli alti prelati delle varie chiese, che non prendo nemmeno in considerazione tanta è la falsità), tacere e prendere coscienza – non ci diciamo forse religiosi? – della nostra meschinità e delle paure che ci sovrastano.

Non dovrebbe la parola evangelica essere per noi fonte di forza, invito alla riflessione e all’azione conseguente? 

Come possiamo tacere invece di alzare in coro la voce di fronte alle ingiustizie (distruzione dei beni comuni, ingiustizia sociale, razzismo, disuguaglianza…) che si susseguono giorno dopo giorno?

Allora diamo fuoco a quel libro che ci fa solo comodo quando vogliamo sentirci buoni perché arriva il Natale, ipocritamente migliori di altri.

Diamogli fuoco perchè quelle parole non hanno messo alcuna radice nei nostri cuori e intorno c’è troppo silenzio.

S.P.

Il Natale di Nicodemo

Autore: liberospirito 9 Gen 2011, Comments (0)

Sono trascorse oramai le feste natalizie. Proprio in occasione di questo trascorrere desideriamo proporre un intervento di Pasquale Iannamorelli sul Natale, a partire dall’episodio riguardante l’incontro tra Nicodemo, membro del sinedrio, e Gesù. E’ una riflessione spiazzante rispetto a numerosi discorsi a cui siamo stati, nostro malgrado, abituati nelle giornate passate.

Il Natale di Nicodemo

Pasquale Iannamorelli 

Nicodemo non è un pastore di Betlemme, non è Giuseppe, non è Erode, non è uno dei magi. Cosa c’entra allora con il Natale?

Mi ha sempre incuriosito e attratto, questo personaggio secondario del Vangelo di Giovanni, un’ombra che si muove nel buio, ma comunque una figura molto moderna per i suoi mille interrogativi e titubanze.

Nicodemo è l’uomo della paura, l’uomo del dubbio, l’uomo in ricerca, l’uomo della rinascita.

In Giovanni l’oscurità coincide spesso con l’ambiguità, il turbamento. È notte quando si scatena la tempesta sul mare e Gesù raggiunge i suoi camminando sulle acque (6,16); è notte quando Giuda esce dal cenacolo per andare a consegnare il Maestro (13,30); è notte quando Maria di Magdala scopre la tomba vuota (20,1). È notte quando Nicodemo va a parlare con Gesù (3, 1-21) o quando aiuta a dare sepoltura al suo corpo (19,39).

Nicodemo è uno scettico, non perché rinuncia alla verità, ma perché è un uomo che si pone delle domande. Anche la fede, nel suo nucleo più genuino, è una proposta sempre messa in discussione dal dubbio. Altrimenti assume un carattere fondamentalista nel senso più volgare della parola ed usa la religione come illusione.

Le persone che mi fanno più paura sono quelle che non dubitano mai, che non si interrogano mai, che non sono aperte al nuovo, che sono incapaci di guardare fuori del ghetto, partito, gruppo, squadra, movimento, religione… Non sta forse nel dubbio la tipicità dell’uomo? Imparare a vivere positivamente il dubbio, osare rimettere in discussione ogni mattina le certezze acquisite ieri per inserirle meglio nella vita quotidiana che passa, aprire gli occhi sia sul grigiore cupo di certe giornate che sugli stupori di fronte a una gemma in primavera, sperare che ciò che mi affligge oggi possa essere portatore di slancio domani, non è forse questo un atteggiamento di fede nella vita, in un chicco di grano che muore per portare frutto?

Solo quando non abbiamo più nulla, scompare la paura. E non si tratta solo di oggetti, di denaro, di immobili, di cose preziose. Nicodemo aveva paura di perdere la sua onorabilità, la sua autorità facendosi sorprendere con un poco di buono come Gesù. Ma al tempo stesso non rimane immobile, non gli basta approfondire con i suoi colleghi dottori della legge i temi che gli stanno a cuore, si avventura in mare aperto, pur usando una prudente e impaurita circospezione; vuole confrontarsi con quel Maestro tanto avversato dai farisei suoi amici. Questo perché è un uomo in ricerca, alla ricerca della luce. È confuso, crede in Gesù ma nello stesso tempo non riesce a decidere di seguirlo. Passerà gradatamente dalla titubanza figlia della paura dell’altrui opinione, all’esperienza umile della ricerca incessante e ostinata che farà di lui un testimone.

Nicodemo, durante quel colloquio serrato, partecipato, anche duro con Gesù, non capisce che è essenziale rinascere. Cosa significhi rinascere dall’alto forse lo comprende e ne fa esperienza proprio nel giorno della morte di quel Maestro che ha voluto incontrare di notte. È a partire da questa esperienza di morte e di vita che Nicodemo, da discepolo incredulo, diviene credente: si rinasce veramente quando non si ha più nulla da perdere.

Nella nostra tradizione cattolica abbiamo posto in relazione la parola rinascita con due sacramenti, il battesimo e la confessione, intesi come purificazione dal peccato: parola questa relegata nella sfera religiosa, ma che si traduce in parole umanissime e laiche: menzogna, ingiustizia, prepotenza, violenza, indifferenza, egoismo, viltà, complicità, tradimento, disumanità.

Nel Vangelo c’è una pagina che non cesserà mai di mettere lo scompiglio nei facili e comodi allineamenti dei cristiani con la mentalità mondana di ogni società e cultura: la lavanda dei piedi. Quando chi è posto in autorità, tradendo anzitutto la sua libera coscienza responsabile, pretende di sovrapporsi e di violentare la libertà di un suddito – bisognerebbe dire meglio di un corresponsabile – squalifica la sua autorevolezza. Non può esigere più né ossequio né obbedienza. È anarchia? Sì, ma per “rovesciare i potenti dai loro troni e innalzare gli umili” (Luca 1,52).

Nicodemo credeva di avere davanti a sé un qualsiasi maestro, un suo collega; invece incontra la luce, nonostante sia notte fonda. È come se la sua figura camminasse ai margini, attento alla vicenda di Gesù, ma da lontano e assaporando l’ambiguità, il disorientamento, il dubbio. Egli ora deve scegliere se stare nella notte in cui si muove o se scegliere la luce, rinascere.

Dall’impaurito, indeciso, dubbioso Nicodemo ho imparato che nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno. Rinascere più liberi, rinascere più vivi, rinascere più vigili, rinascere più resistenti, rinascere più appassionati, rinascere più entusiasti, rinascere più ricchi di gioia, rinascere più capaci di tenerezza…

Ecco perché Nicodemo è, a pieno titolo, un personaggio natalizio. Rinascere continuamente è il mio augurio di Natale. Per me e per voi.