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Tag: migranti

La questione dei migranti, sotto il giogo dell’odierno governo, ripropone con urgenza la questione del diritto all’esistenza. Tale diritto è stato declinato recentemente nei termini di “ius soli” – espressione giuridica che sta a indicare l’acquisizione della cittadinanza di un dato stato come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio, indipendentemente dalla provenienza dei genitori. Come è andata a finire la discussione intorno allo “ius soli” in Italia lo sappiamo. Qui riproponiamo la riflessione che fece a suo tempo Giorgio Agamben, secondo il quale, pur consapevole dell’importanza del problema, riteneva che l’attribuzione della cittadinanza non fosse la soluzione migliore all’emergenza migranti: “Mi rendo perfettamente conto che la condizione di apatride o di migrante è un problema che non può essere evitato, ma non sono sicuro che la cittadinanza sia la soluzione migliore. In ogni caso, essa non può essere ai miei occhi qualcosa di cui essere orgogliosi e un bene da condividere. Se fosse possibile (ma non lo è), firmerei volentieri un appello che invitasse ad abiurare la propria cittadinanza”. E oggi – aggiungiamo – la lotta per lo “ius soli”, con tutto quello che sta accadendo, rischia paradossalmente di essere una battaglia di retroguardia. Come dire: al peggio non c’è mai limite. A seguire il testo integrale di Agamben.

A quanto pare, benché io abbia dichiarato espressamente che non intendevo firmare l’appello sullo ius soli, il mio nome vi è stato in qualche modo illegittimamente inserito. Le ragioni del mio rifiuto non riguardano ovviamente il problema sociale ed economico della condizione dei migranti, di cui comprendo tutta l’importanza e l’urgenza, ma l’idea stessa di cittadinanza. Noi siamo così abituati a dare per scontato l’esistenza di questo dispositivo, che non ci interroghiamo nemmeno sulla sua origine e sul suo significato. Ci sembra ovvio che ciascun essere umano al momento della nascita debba essere iscritto in un ordinamento statuale e in questo modo trovarsi assoggettato alle leggi e al sistema politico di uno Stato che non ha scelto e da cui non può più svincolarsi. Non è qui il caso di tracciare una storia di questo istituto, che ha raggiunto la forma che ci è familiare soltanto con gli Stati moderni. Questi Stati si chiamano anche Stati-Nazione perché fanno della nascita il principio dell’iscrizione degli esseri umani al loro interno. Non importa quale sia il criterio procedurale di questa iscrizione, la nascita da genitori già cittadini (ius sanguinis) o il luogo della nascita (ius soli). Il risultato è in ogni caso lo stesso: un essere umano si trova necessariamente soggetto di un ordine giuridico-politico, quale che sia in quel momento: la Germania nazista o la Repubblica italiana, la Spagna falangista o gli Stati Uniti d’America, e dovrà da quel momento rispettarne le leggi e riceverne i diritti e gli obblighi corrispondenti.
Mi rendo perfettamente conto che la condizione di apatride o di migrante è un problema che non può essere evitato, ma non sono sicuro che la cittadinanza sia la soluzione migliore. In ogni caso, essa non può essere ai miei occhi qualcosa di cui essere orgogliosi e un bene da condividere. Se fosse possibile (ma non lo è), firmerei volentieri un appello che invitasse ad abiurare la propria cittadinanza. Secondo le parole del poeta: “la patria sarà quando tutti saremo stranieri”.

Giorgio Agamben

Migranti: sono indignato!

Autore: liberospirito 4 Apr 2018, Comments (0)
Pubblichiamo la denuncia di Alex Zanotelli sull’indegno comportamento che sempre più si sta affermando in tutta Europa rispetto all’arrivo di uomini e donne migranti: “in un prossimo futuro, i popoli del Sud del mondo diranno di noi quello che noi diciamo dei nazisti”. C’è poco o nulla da aggiungere…
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Sono indignato per quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi verso i migranti,nell’indifferenza generale. Stiamo assistendo a gesti e a situazioni inaccettabili sia a livello giuridico, etico ed umano.
E’ bestiale che Destinity, donna nigeriana incinta, sia stata respinta dalla gendarmeria francese. Lasciata alla stazione di Bardonecchia, nella notte, nonostante il pancione di sei mesi e nonostante non riuscisse quasi a respirare perché affetta da linfoma. E’ morta in ospedale dopo aver partorito il bimbo:un raggio di luce di appena 700 grammi!
E’inammissibile che la Procura di Ragusa abbia messo sotto sequestro la nave spagnola Open Arms per aver soccorso dei migranti in acque internazionali, rifiutandosi di consegnarli ai libici che li avrebbero riportati nell’inferno della Libia.
E’ disumano vedere arrivare a Pozzallo sempre sulla nave Open Arms Resen, un eritreo di 22 anni che pesava 35 kg, ridotto alla fame in Libia, morto poche ore dopo in ospedale. Il sindaco che lo ha accolto fra le sue braccia , inorridito ha detto :”Erano tutti pelle e ossa, sembravano usciti dai campi di concentramento nazisti”.
E’ criminale quello che sta avvenendo in Libia, dove sono rimasti quasi un milione di rifugiati che sono sottoposti-secondo il il Rapporto del segretario generale dell’ONU, A. Guterres – a “detenzione arbitraria e torture, tra cui stupri e altre forme di violenza sessuale, a lavori forzati e uccisioni illegali.” E nel Rapporto si condanna anche ”la condotta spregiudicata e violenta da parte della Guardia Costiera libica nei salvataggi e intercettazioni in mare.”
E’ scellerato, in questo contesto, l’accordo fatto dal governo italiano con l’uomo forte di Tripoli, El- Serraj (non c’è nessun governo in Libia!) per bloccare l’arrivo dei migranti in Europa.
E’ illegale l’invio dei soldati italiani in Niger deciso dal Parlamento italiano, senza che il governo del Niger ne sapesse nulla e che ora protesta.
E’ immorale anche l’accordo della UE con la Turchia di Erdogan con la promessa di sei miliardi di euro, per bloccare soprattutto l’arrivo in Europa dei rifugiati siriani, mentre assistiamo a sempre nuovi naufragi anche nell’Egeo: l’ultimo ha visto la morte di sette bambini!
E’ disumanizzante la condizione dei migranti nei campi profughi delle isole della Grecia. “Chi vede gli occhi dei bambini che incontriamo nei campi profughi – ha detto l’arcivescovo Hyeronymous di Grecia a Lesbos – è in grado di riconoscere immediatamente, nella sua interezza la “bancarotta dell’umanità.”
E’ vergognoso che una guida alpina sia stata denunciata dalle autorità francesi e rischi cinque anni di carcere per aver aiutato una donna nigeriana in preda alle doglie  insieme al marito e agli altri due figli, trovati a 1.800 m , nella neve.
Ed è incredibile che un’Europa che ha fatto una guerra per abbattere il nazi-fascismo stia ora generando nel suo seno tanti partiti xenofobi, razzisti o fascisti.
“Europa , cosa ti è successo?”, ha chiesto ai leader della UE Papa Francesco. E’ questo anche il mio grido di dolore. Purtroppo non naufragano solo i migranti nel Mediterraneo, sta naufragando anche l’Europa come “patria dei diritti”.
Ho paura che, in un prossimo futuro, i popoli del Sud del mondo diranno di noi quello che noi diciamo dei nazisti. Per questo mi meraviglio del silenzio dei nostri vescovi che mi ferisce come cristiano, ma soprattutto come missionario che ha sentito sulla sua pelle cosa significa vivere dodici anni da baraccato con i baraccati di Korogocho a Nairobi (Kenya). Ma mi ferisce ancora di più il quasi silenzio degli Istituti missionari e delle Curie degli Ordini religiosi che operano in Africa. Per me è in ballo il Vangelo di quel povero Gesù di Nazareth :”Ero affamato, assetato, forestiero…” E’ quel Gesù crocifisso, torturato e sfigurato che noi cristiani veneriamo in questi giorni nelle nostre chiese, ma che ci rifiutiamo di riconoscere nella carne martoriata dei nostri fratelli e sorelle migranti. E’ questa la carne viva di Cristo oggi.
Alex Zanotelli

Endlösung (la soluzione finale)

Autore: liberospirito 30 Ago 2017, Comments (0)

Sempre sulla questione-migranti. Per forza di cose, con tutto quello che sta accadendo, con l’ipocrisia di politici e media. Questa volta si tratta di un intervento di Franco Berardi Bifo (apparso su http://effimera.org) in cui si dice, in modo chiaro e semplice, in cosa consistono gli accordi del vertice UE di Parigi appena concluso e quali conseguenze porteranno. Tutt’altro che buone, sia per i migranti, ma anche per noi europei, che alla fine ne pagheremo le conseguenze (“chi semina vento, raccoglie tempesta”, Osea 8,7).

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Finalmente l’Europa ritrova l’unità: uno stalinista convertito al nazismo, di nome Marco Minniti, ha indicato la linea della nuova Unione: la soluzione finale diviene legge europea. Pagheremo (poco) perché i nostri Gauleiter africani impediscano ai migranti di raggiungere il mare. Come faranno non ha importanza per i nazisti europei. Ma non ci vuole molta fantasia per immaginarlo.

Il piano d’azione elaborato ieri all’Eliseo prevede “un’identificazione nei Paesi di transito” attraverso “una cooperazione con i Paesi africani con una presenza anche militare sul campo”, ha aggiunto Macron. Noi forniremo le armi e un po’ di spiccioli, i militari di Libia, Ciad, Mali e Niger provvederanno a impedire che milioni di uomini e donne, che il colonialismo e il riscaldamento globale hanno ridotto alla fame, possano emigrare.

Dal 1940 il nazionalsocialismo usò l’espressione “soluzione finale” per definire gli spostamenti forzati e le deportazioni (“evacuazioni”) della popolazione ebraica che si trovava allora nei territori controllati dalla Wehrmacht. A partire dall’agosto del 1941, questo governo degli spostamenti si trasformò nello sterminio sistematico della popolazione indesiderata.

Mi dispiace insistere, ma l’Europa è tornata esattamente allo stesso punto, anche se le vittime di quello che Minniti chiama governo della migrazione sono enormemente più numerose.
Ma esiste ancora l’Unione europea?

Non so, ditemelo voi: l’Austria manda le truppe al Brennero per bloccare gli arrivi dall’Italia, il presidente francese che qualche mese fa tutti salutavano come l’anti-Trump nazionalizza i cantieri di Saint Nazaire per impedire che un paese straniero possa acquisire la maggioranza in un’azienda di interessa nazionale, dichiarando coi fatti che il globalismo della finanza si sposa al protezionismo dell’economia. 

Nel frattempo in Libia si svolge una guerra tra Haftar e Serraj che in effetti è una proxy war tra Italia e Francia per il controllo delle risorse petrolifere.

Come unione va detto: non è proprio gran che. Ma su qualcosa l’Europa è unita. 

Negli ultimi dieci anni è stata unita nell’imporre misure finanziarie rivolte al trasferimento delle risorse dalla società al sistema bancario, col risultato di devastare la vita sociale in molti paesi, soprattuto quelli del sud.

La società è impoverita al punto che i cittadini europei, impotenti a fermare la violenza di chi è più forte di loro (il sistema finanziario) cercano un capro espiatorio, qualcuno più debole di loro da perseguitare, rinchiudere, sterminare.

Non è esattamente quello che accadde negli anni ’20 e ’30 in Germania? Dopo la prima guerra mondiale Maynard Keynes lo aveva scritto in un libro intitolato Le conseguenze economiche della guerra. Alle potenze vincitrici riunite a Versailles aveva detto: non imponete alla Germania misure punitive che provochino l’umiliazione e l’impoverimento, il popolo tedesco potrebbe reagire in modo violento.

Non lo ascoltarono. Le decisioni del Congresso di Versailles portarono alla rovina dell’economia tedesca e il popolo tedesco si riconobbe in un un uomo e in un partito che proponevano l’eliminazione dei rom, dei comunisti e degli ebrei.

Similmente negli ultimi anni molti hanno detto: non distruggete i servizi sociali e la vita quotidiana degli europei, altrimenti il popolo europeo cercherà un modo per vendicarsi contro qualcuno che non possa reagire.

Il momento è giunto. L’Unione è stata in questi anni uno strumento per lo spostamento di risorse dalla società al sistema bancario, ora l’Unione si trasforma in macchina per lo sterminio. I nazisti la chiamarono soluzione finaleIl vertice europeo di Parigi di ieri ha deciso che lo stalino-nazista Minniti è la sua guida. Finanzieremo (poco ma abbastanza) i militari libici e africani perché incarcerino, affamino, violentino, torturino e sterminino chi vorrebbe raggiungere il mare. Puniremo le Ong che si permettono di salvare la vita a chi ha osato superare il muro militare.

Credo che possiamo chiamarla soluzione finaleC’è modo di fermare questo orrore? Non lo so.

Quel che so per certo è che la guerra che gli europei hanno scatenato contro l’umanità è destinata a diffondersi nelle nostre città che nei prossimi anni diverranno sempre più teatro del terrore scatenato. E quella guerra si trasformerà in guerra civile europea.

L’Unione è morta da un pezzo.  Ora è morta anche la pietà, pietà l’è morta, e nei prossimi anni assisteremo all’estinzione della civiltà europea in ogni luogo di vita collettiva. 

Come a piazza San Carlo di Torino ben presto avremo paura di ogni botto, di ogni urlo e di ogni sussurro, perché sappiamo di essere criminali nazisti, e sappiamo che prima o poi chi semina vento raccoglie tempesta, come in Texas stanno imparando in queste ore.

Requiem.

Franco Berardi Bifo

Quanto riportiamo sotto è un intervento di Mussie Zerai, prete cattolico eritreo, da tempo impegnato nel sostegno ai migranti provenienti dal Mediterraneo. Nel 2015 è stato anche nominato al Nobel per la pace; più recentemente invece è stato sottoposto a indagine da parte dell’autorità giudiziaria italiana per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Nel testo si parla delle decisioni politiche ipocrite e disumane prese dall’Italia e dagli altri paesi dell’Unione Europea.

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l blocco per le navi delle Ong a 97 miglia dalle coste africane, ordinato dal Governo di Tripoli con il nulla osta ed anzi il plauso dell’Italia e dell’Unione Europea, chiude il cerchio di quella che appare quasi una guerra contro i migranti nel Mediterraneo. La situazione dei soccorsi ai battelli carichi di profughi che chiedono asilo e rifugio in Europa, viene riportata a quella creatasi all’indomani dell’abolizione del progetto Mare Nostrum quando, dovendo partire le navi da centinaia di chilometri di distanza per rispondere alle richieste di aiuto, ci fu immediatamente una moltiplicazione delle vittime e delle sofferenze. Non a caso, prima Medici Senza Frontiere e poi anche Save the Children e Sea Eye, hanno deciso di sospendere le operazioni di salvataggio in mare: troppo lunga la distanza da percorrere per fronteggiare con efficacia emergenze nelle quali anche un solo minuto di ritardo può risultare decisivo e, soprattutto, troppo rischioso – per sé ma ancora di più per i migranti – sfidare le minacce della Guardia Costiera libica, la quale non esita a sparare contro le unità dei soccorritori, come dimostra tutta una serie di episodi, incluso quello denunciato proprio in questi giorni dalla Ong spagnola Proactiva Open Arms.
La decisione di dare “mano libera” alla Libia purché, attuando veri e propri respingimenti di massa, si addossi il lavoro sporco di fermare profughi e migranti prima ancora che possano imbarcarsi o a poche miglia dalla riva, è il capitolo conclusivo della politica che, iniziata con il Processo di Rabat (2006) e proseguita con il Processo di Khartoum (novembre 2014), con gli accordi di Malta (novembre 2015) e il patto con la Turchia (marzo 2016), mira a esternalizzare fino al Sahara le frontiere della Fortezza Europa, confinando al di là di quella barriera migliaia di disperati in cerca solo di salvezza da guerre, persecuzioni, fame, carestia, e intrappolando nel caos della Libia quelli che riescono ad entrare o sono intercettati in mare e riportati di forza in Africa. Tutto ciò a prescindere dalla libertà, dalla volontà e dalle storie individuali dei migranti, calpestandone i diritti sanciti dalle norme internazionali e dalla Convenzione di Ginevra e senza tener conto della sorte che li aspetta, in Libia, nei centri di detenzione governativi, nelle prigioni- lager dei trafficanti, lungo la faticosa marcia dal deserto alla costa del Mediterraneo. Una sorte orrenda, come denunciano da anni, in decine di rapporti, la missione Onu in Libia, l’Unhcr, l’Oim, l’Oxfam, Ong come Amnesty, Human Rigts Watch, Medici Senza Frontiere, Medici per i Diritti Umani, numerose associazioni umanitarie, diplomatici, giornalisti, volontari. Rapporti che parlano di uccisioni, riduzione in schiavitù, stupri sistematici, lavoro forzato, maltrattamenti e violenze di ogni genere come diffusa pratica quotidiana. Non a caso il procuratore Fatu Bensouda ha annunciato sin dal maggio scorso, di fronte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che la Corte Penale Internazionale ha aperto un’inchiesta su quanto sta accadendo ai migranti in Libia nei cosiddetti “centri di accoglienza” e su certi episodi che riguardano la stessa Guardia Costiera, avanzando l’ipotesi anche di “crimini contro l’umanità”.
Chiunque sia artefice di questa politica di respingimento e chiusura totale e chiunque la sostenga – sorvolando, tra l’altro, sul fatto che la Libia si è sempre rifiutata di firmare la Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati – si rende complice di tutti questi orrori e prima o poi sarà chiamato a risponderne. Domani sicuramente di fronte alla Storia ma oggi, c’è da credere, anche di fronte a una corte di giustizia. Non mancano, infatti, diversi ricorsi a varie corti europee promossi da giuristi, associazioni, Ong, mentre anche il Tribunale permanente dei popoli, nella sessione convocata a Barcellona il 7 luglio, ha posto al centro della sua istruttoria il rapporto di causa-effetto tra le politiche europee sull’immigrazione e la strage in atto.
Alla luce di tutto questo, l’agenzia Habeshia fa appello alla comunità internazionale e alla società civile dell’intera Europa perché contestino le scelte effettuate dalle istituzioni politiche dell’Unione e dei singoli Stati e le inducano a un radicale ripensamento, revocando tutti i provvedimenti di blocco, istituendo canali legali di immigrazione e riformando il sistema di accoglienza, oggi diverso da Paese a Paese, per arrivare a un programma unico con quote obbligatorie, condiviso, accettato e applicato da tutti gli Stati Ue.
A tutti i media e ai singoli giornalisti, in particolare, l’Agenzia Habeshia fa appello perché raccontino giorno per giorno le morti e gli orrori che avvengono nell’inferno ai quali i migranti sono condannati, in Libia e negli altri paesi di transito o di prima sosta, dalla politica della Fortezza Europa, preoccupata solo di blindare sempre di più i propri confini, senza offrire alcuna alternativa di salvezza ai disperati che bussano alle sue porte. Serve come non mai, oggi, una informazione precisa, dettagliata, puntuale, continua perché nessuno possa dire: “Non sapevo…”.
Mussie Zerai

Riportiamo alcune dichiarazioni rilasciate da Alex Zanotelli nella puntata trasmessa venerdì 4 agosto di ‘In onda’, su La 7 (noi riprendiamo il testo da http://it.blastingnews.com).  L’intervista riguardava gli sviluppi di questi ultimi giorni circa gli sbarchi dei profughi e la campagna in corso contro le ONG. Ecco alcune parti salienti di ciò che è stato detto.

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Sui migranti un giorno diranno di noi quello che noi diciamo dei nazisti e della Shoah 

Alex Zanotelli ha esordito dicendo: “Mi dispiace vedere che questo attacco alle ONG che si sta ripetendo in tutta Europa è funzionale a tutto un discorso che ha il sottofondo del razzismo. C’è tutto un sottofondo che sta emergendo e non ho problemi a dire che il razzismo sta crescendo. Questo fa chi si esprime mettendo sospetti sulle ONG, le quali invece tentano di fare un lavoro che gli Stati europei dovrebbero fare. In questo Mediterraneo ci sono seppellite più 50.000 persone. Penso che un giorno diranno di noi di quello che noi diciamo della Shoah e dei nazisti, perché abbiamo assistito a questo scempio incredibile. E’ ora che ci svegliamo e prendiamo un’iniziativa”.

Abbiamo costretto l’Africa ad accordi che porteranno ancora più fame: ci saranno altri 50 milioni di profughi

Poi Zanotelli ha proseguito, commentando una recente dichiarazione di Matteo Renzi: “A me è spiaciuto leggere che Renzi sia andato a prendere dalla Lega la frase ‘aiutiamolo a casa loro’. Ma magari li aiutassimo a casa loro, ma come può un governo come quello italiano dire questo dopo aver tagliato i fondi alla cooperazione, che è ai minimi termini. Non solo: facciamo una politica che è quella dei nostri affari, delle banche, dell’ENI e di Finmeccanica. Il problema è politico: noi come Italia ed Europa stiamo strozzando l’Africa con gli EPA (Economic Partnership Agreement), ovvero accordi forzati sull’Africa, che non li voleva, con i quali obbligheremo i paesi africani a togliere i dazi, mentre la nostra agricoltura è sovvenzionata da 50 miliardi di euro all’anno. Saremo capaci di svendere i nostri prodotti in Africa, ma gli africani non potranno competere e faranno la fame. Dopo ci sarà certamente molta più fame di prima. Io cito l’ONU e dico che entro il 2050 i 3/4 dell’Africa sarà non abitabile e l’ONU si aspetta 250 milioni di profughi climatici, di cui 50 milioni dalla sola Africa. Queste sono le prospettive che dobbiamo aspettarci. O il mondo diventa più solidale o saremo destinati a sbranarci vicendevolmente”.

Vogliono screditare le ONG, non possiamo fermare migranti consegnandoli a carnefici: è da criminali

“L’obiettivo è screditare le ONG e fa parte di un clima generale che c’è in Europa di chi non vuole accogliere i migranti, sono mesi e mesi che ciò sta accadendo. Eppure su 70 milioni di migranti nel mondo buona parte neanche viene da noi, l’86% resta nel sud del mondo. Dovremmo vergognarci. Un passaggio importante è quello libico: non abbiamo ancora imparato come Italia che dobbiamo starcene lontani dalla Libia? I libici ci odiano a morte, noi abbiamo sulla coscienza un colonialismo terribile, durante l’occupazione abbiamo fucilato e impiccato 100.000 libici, poi abbiamo fatto una guerra contro Gheddafi che doveva essere amico di Berlusconi. Ma davvero dobbiamo inviare navi adesso e pensare che possiamo fermare i migranti consegnandoli a dei carnefici? A me viene in mente la parola ‘criminali’. Dobbiamo solo vergognarci come europei e come italiani per quello che sta accadendo”.

L’Italia ha le sue responsabilità: sta vendendo armi a tutti

Infine Zanotelli ha precisato: “Il fatto che si salga su una nave e si controlli è normale, uno Stato fa il suo dovere, il problema non è quello. Ma dobbiamo difendere assolutamente la gente che muore in mare. E non illudiamoci che si fermeranno, perché continueranno ad arrivare da tutte le parti. Abbiamo dato 6 milioni di euro ad Erdogan per fermare 3 milioni di siriani, ma loro, finita la guerra, vorranno tornare nella loro patria: non è che scappano a cuor leggero. Ma perché noi come italiani non ci domandiamo quali sono le nostre responsabilità in queste guerre visto che stiamo vendendo le armi a tutti?”. Zanotelli ha poi concluso: “Io sono perplesso perché stanno cercando di screditare chi prova a dare una mano del Mediterraneo”.

Rompiamo il silenzio sull’Africa

Autore: liberospirito 24 Lug 2017, Comments (0)
Circa una settimana fa Alex Zanotelli ha reso pubblico questo appello, rivolto ai giornalisti/e italiani/e affinché si rompesse il muro di silenzio che pesa sul continente africano. Non pare che nel frattempo sia cambiato molto. Tale comportamento silenzioso e omertoso dei media impedisce di comprendere le cause che si celano dietro le ondate migratorie che dall’Africa si dirigono verso l’Europa. Infatti questo silenzio non fa altro che alimentare “la paranoia dell’ ‘invasione’, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi”. Da leggere.
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Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani. Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale.So che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.
Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!)
E’ inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa),
ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.
E’ inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba ,il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.
E’ inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.
E’ inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.
E’ inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.
E’ inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.
E’ inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.
E’ inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa , soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.
E’ inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.
E’ inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.
E’ inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!!).
Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi. Questo crea la paranoia dell’ ‘invasione’, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi. Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’ Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti. Ma i disperati della storia nessuno li fermerà. Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al Sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano:”Aiutiamoli a casa loro”, dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.
E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti.
Davanti a tutto questo non possiamo rimanere in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?). Per questo vi prego di rompere questo silenzio-stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alle grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un‘altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi.
Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.
Alex Zanotelli

A proposito di “ius soli”

Autore: liberospirito 26 Giu 2017, Comments (0)
Proponiamo la lettura di un recente editoriale di Domenico Stimolo, apparso su http://www.ildialogo.org. Utile lettura per comprendere come questa proposta di legge, con un percorso alquanto sofferto, sia di fatto un “ius soli” assai moderato, con diversi vincoli, differente rispetto a quello in vigore in molti Paesi, dove viene attuato senza condizioni.
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Dopo quasi venti mesi dall’approvazione alla Camera dei Deputati – ottobre 2015 – ( il disegno di legge era stato presentato nel corso del 2013), finalmente la deliberazione sullo “Ius soli temperato” è approdata al Senato. Bontà del Governo, ieri presieduto da Renzi , oggi da Gentiloni. Le novità altre prodotte lungo questo percorso temporale, considerate assolutamente prioritarie sono sonoramente fallite: riforma costituzionale (battuta con grande maggioranza al referendum), tentativo di intesa su una nuova legge elettorale di stampo “centralista”, avevano determinato un potente rallentamento dell’iter legislativo della proposta di legge.
Da parte dei “manovratori” I diritti di cittadinanza erano stati messi abbandonatamente in coda.  Ora, improvvisamente, la fase politica è cambiata. Sembra proprio che le elezioni non siano più alle porte, quindi lo “ius soli”, che correva il grandissimo rischio di essere definitivamente accantonato ( elezioni anticipate!?), è stato ripescato e messo in buona e giusta evidenza.
Ovviamente, bene così!
Ci sono le potenziali condizioni, finalmente, riguardo fondamentali diritti di civiltà democratica, di fare uscire il nostro Paese dai vincoli di rilevante oscurantismo che lo caratterizzano nell’ambito del contesto europeo, specie per il riconoscimento della cittadinanza ai minorenni nati in Italia da genitori non italiani. Si tratta alfine di modificare in maniera strutturale una regola di stampo antico, plateale nel richiamo linguistico, rimasta in auge, pur nel procedere dei secoli. Tecnicamente identificata in maniera astrattamente naturalista “ ius sanguinis”, letteralmente diritto di sangue. L’ultima legge in materia, n°92 del 5 febbraio 1992, sancisce che il riconoscimento della cittadinanza Italiana è dovuta solo se si  fa parte dell’intreccio contenente il “prezioso” liquido comune. Una vera e propria discendenza di sangue, quasi un retaggio della famosa fascista  stirpe italica, di non lontana memoria, procacciatrice di enormi devastazioni umane e materiali.
Stante i requisiti delle vigente normativa all’atto di nascita acquisiscono il diritto di cittadinanza i bambini i cui genitori sono italiani, con l’esclusiva eccezione di genitori apolidi ( privi di qualunque cittadinanza) o ignoti.
La legge in oggetto prevede inoltre lo “ ius domicilii”.  La cittadinanza italiana viene concessa a coloro che raggiungono il 18° anno di età, sul presupposto che abbiano maturato 10 anni di residenza continuativa ( persone non comunitarie); l’ istanza deve essere effettuata entro 1 anno, pena la decadenza. La richiesta di cittadinanza per naturalizzazione ( adulti e residenti) è vincolata dagli anni di residenza ( almeno 10 per extra comunitari, 4 comunitari, 5 per apolidi e rifugiati; etc. ), con adeguato livello di integrazione e conoscenza della lingua italiana, reddito idoneo, senza carichi penali. In ogni caso, pur avendo i requisiti ( eccetto per matrimonio)  il riconoscimento può essere rifiutato.
Sul piano generale con lo “ius soli” ( diritto del suolo) si intende l’acquisizione della cittadinanza  vigente nel luogo della nascita, senza altre condizioni. Nei fatti, nel contesto territoriale  a noi più vicino, cioè l’ambito degli Stati europei, si distingue il riconoscimento alla nascita o dopo la nascita. Nell’Unione Europea costituita dai 15 Stati di adesione storica: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia, vengono applicate normative che complessivamente riconoscono la cittadinanza ( adulti e minori) in un quadro articolato e differenziato di condizioni.
Nell’area cosiddetta occidentale lo “ius soli” senza condizioni viene applicato negli Stati Uniti, Canada, e nella quasi totalità degli Stati del Sud America.
Nel nostro paese  i progetti di merito di cambiamento della legge 92/1992, riconoscimento della cittadinanza, sono al confronto del Parlamento già dal lontano 2003.  Il testo di proposta di legge in discussione al Senato è derivante dalle ampie modifiche precedentemente apportate dalla Camera dei Deputati. Nella versione originaria si individuava la “residenza legale”. Quindi, la proposta prevedeva il riconoscimento della cittadinanza italiana ai nati in Italia da genitori stranieri di cui almeno uno fosse residente legalmente nel territorio italiano da almeno cinque anni, senza interruzioni, antecedenti alla nascita.
Il testo in discussione prevede esclusivamente lo “ius soli temperato” e lo “ius soli culturae”.
Nella prima condizione il diritto di cittadinanza viene riconosciuto ai figli degli immigrati nati in Italia da genitori ( almeno uno) con permesso di soggiorno permanente/tempo indeterminato ( per extracomunitari) o se comunitari con permesso di lungo periodo, residente in maniera continuativa da almeno 5 anni . Nell’ipotesi “ culturae”  la cittadinanza viene concessa ai minori arrivati in Italia prima dei 12 anni di età e che abbiano frequentato un corso formativo scolastico per almeno 5 anni, oppure chi, venuto in Italia minorenne, residente da almeno sei anni, abbia acquisito titolo di studio/qualifica da ciclo scolastico/ istruzione professionale.
Uno studio della fondazione Leone Moresca prevede che i soggetti interessati siano circa ottocentomila, di cui  oltre seicentomila in quando nati in Italia.
E’ utile aggiungere che nel 2015 i cittadini extracomunitari che, stante i requisiti della legge 92/1992,  hanno ottenuto la cittadinanza italiana sono 159.000 ( dati Istat); i comunitari sono stati 19.000. Le cittadinanze italiane ottenute per matrimonio sono complessivamente marginali, poco meno del 10 per cento.
E’ questa, pur in una forma riduttiva, una primaria “battaglia” sui diritti civili. Una legge sulla cittadinanza, per riconoscere operativamente l’articolazione complessiva dei fondamentali diritti di libertà individuali e democratici espressi dai valori fondamentali costituenti il nucleo vitale della Costituzione.  Vitali, così come avvenuto con l’approvazione del divorzio, dell’interruzione della gravidanza, delle Unioni civili.
Quindi, come già verificatosi in quegli eventi, serve chiarezza e piena condivisione, senza distorsioni e mascheramenti. Le valutazioni dei Soggetti politici e le motivazioni ideologiche sono bene chiare nelle dichiarazioni di voto contrarie o di astensione; quest’ultime per i meccanismi di voto al Senato sono chiara espressione di rifiuto per l’estensione dei diritti civili.
Come già avvenuto in quelle occasioni serve una forte e decisa mobilitazione della società civile, a supporto di questa prioritaria evoluzione dei diritti civili. Le differenziazioni non si possono misurare solo nell’Aula parlamentare o lasciando le iniziative esterne solo ai razzisti o a chi ancora si richiama ai dettami della dittatura fascista.
Quindi, giù le maschere che da lungo tempo ormai offuscano la chiarezza civile e politica in Italia……e a ciascuno il suo, per trasparenza e incisività, antirazzismo e pratiche di libertà e giustizia. I cittadini sono tutti eguali tra loro, senza discriminazioni contro gli odi verso gli Umani che inquinano la nostra comune Società.
Domenico Stimolo

“Io sto con le Ong”

Autore: liberospirito 19 Mag 2017, Comments (0)

Riportiamo un’intervista a Erri De Luca sulla questione degli sbarchi dei migranti in Italia. Come sempre con lucidità e passione l’autore  sa entrare nel merito del problema, a dispetto di tutte le ipocrisie e le menzogne che capita di leggere sui vari quotidiani o di sentire in televisione.  L’intervista è apparsa sul sito di MicroMega.

04 Jan 2016, Greece --- Jan. 4, 2016 - Greece - Europe, Greece, Lesbos isle, January 5, 2016 : thousands of migrants land every day on the shores of the island of Lesbos from neighboring Turkey , distant only 4 nautical miles. (Credit Image: © Danilo Balducci via ZUMA Wire) --- Image by © Danilo Balducci/ZUMA Press/Corbis

Dalla chiusura dell’operazione Mare Nostrum, voluta dal governo Letta nell’ottobre 2013 e sospesa a ottobre 2014 dopo lunghissime polemiche, gli sbarchi sono aumentati e, con essi, i morti e dispersi in mare. Solo nel 2017 sono 43.357 i migranti arrivati per mare in Italia, Grecia e Spagna. In Europa siamo di fronte ad un’emergenza da fronteggiare?

Non si può usare il termine emergenza per un fenomeno che dura in continuità da venti anni. Emergenza è un terremoto, un’alluvione, una siccità. Qui si tratta di incompetenza, di volontario affidamento dei flussi migratori ai trafficanti, di passiva gestione di chi comunque arriva.

C’è chi parla di “invasione”, secondo lei viviamo una fase di grande distorsione tra percezione e realtà? E i media, con la loro imprenditoria della paura, hanno responsabilità?

Esiste il freddo reale misurabile in gradi di temperatura e il freddo percepito più intensamente, dovuto per esempio al vento. Nel caso dei flussi migratori registriamo una percezione ingigantita che istiga l’allarme di invasione. È vero il contrario, le poche decine di migliaia di nuovi arrivi non compensano l’esodo di italiani verso residenze all’estero. Passivo è anche il saldo tra nascite e decessi, in parte compensato dalla natalità dei nuovi arrivi. L’Italia è un paese in via di disabitazione. Una percezione sobria della realtà dovrebbe rallegrarsi del rabbocco di nuovi residenti. Si sparge invece artificialmente l’allarme per giustificare la parola emergenza, che a sua volta giustifica assegnazioni senza gara di appalti e di denaro pubblico a imprenditori legati ai partiti.

La sinistra storicamente ha assunto la posizione “no borders” e dell’accoglienza indiscriminata. Veramente in Italia non esiste un problema migrazione e abbiamo la capacità di inserire tutti i migranti nel nostro tessuto socio-economico?

Non so a che sinistra si riferisce. Il centrosinistra ha introdotto i campi di detenzione abusiva per stranieri colpevoli di viaggio non autorizzato. Ha esordito con il governo Prodi Veltroni affondando il barcone albanese Kater i Rades nella Pasqua del ‘97 per imporre un blocco navale illegale. Invece l’accoglienza economica esiste, eccome: manodopera sottopagata, senza limiti di orario di lavoro, sistemata in alloggi degradati. Succedeva già a Torino negli anni ‘60 e ‘70, gli operai meridionali vivevano in soffitte, dividendosi in due la stessa branda, secondo i turni di lavoro in fabbrica. Il sistema economico tende a ridurre al minimo il costo della manodopera e la nuova disponibilità di stranieri senza diritti sindacali è la pacchia del profitto. L’accoglienza economica avviene sopra e sotto banco.

Verrà accusato di essere un “buonista”, lo sa?

Ignoro il significato. So che chi vorrebbe infilare un immaginario preservativo all’Italia è un autolesionista che non vede a un centimetro dal proprio naso e si rifiuta di documentarsi sulle cifre.

Non crede che la questione debba essere risolta in chiave europea magari con un meccanismo di quote migratorie per ogni Paese? L’Europa non sta abbandonando l’Italia al proprio destino?

L’Italia e i Paesi di confine sud si sono danneggiati da soli firmando il trattato di Dublino, che assegna al Paese di primo arrivo l’intero onere di identificazione e trattenimento. Il governo d’Europa invece lascia che i flussi migratori se la sbrighino da soli. Ogni tanto l’Europa impone il blocco alle frontiere, sospendendo il trattato di Schengen. Va sospeso invece quello di Dublino.

Passiamo alla polemica sulle Ong generata dalle frasi del grillino Luigi Di Maio: come si spiega la sortita del leader del M5S?

Un atto di autolesionismo politico e morale: se c’è un calcolo nel ripetere a pappagallo la diffamazione contro i salvatori di vite umane in mare, è calcolo sbagliato. Potrà incassare qualche voto, ma produce di più un’emorragia di consensi. Con questa posizione sono diventati non più votabili per chi era uscito dall’astensionismo. Il Movimento aveva raccolto quell’area di astenuti, che ora ha restituito al vento.

Però sulla base di un rapporto di Frontex si ipotizza che le modalità operative delle navi umanitarie finiscano con il favorire i trafficanti. Che idea si è fatto di questa bagarre politica?

Sono stato in mare con Medici Senza Frontiere. Ho visto che l’unica condizione necessaria ai trafficanti è che il mare sia extrapiatto. Le camere d’aria lunghe dieci metri e cariche di centocinquanta persone in media, spinte da un motorino di 40 cavalli, partono solo se le condizioni meteo del mare sono ideali. Quando sussistono queste condizioni, i trafficanti lanciano a mosca cieca le camere d’aria al largo verso nord, senza neanche uno di loro alla guida. Se ci sono o non ci sono delle navi soccorso, è affare che non riguarda i trafficanti. Se le zattere naufragano o no, loro hanno già incassato il prezzo del biglietto. Non ha alcun senso logico né pratico l’ipotesi inventata di una loro intesa con le navi soccorso. Sono queste navi che devono dannarsi dall’alba al tramonto per cercare a vista di binocolo quei dieci metri di esseri umani accatastati, alla deriva nell’enorme Golfo della Sirte.

Ma le parole del procuratore Carmelo Zuccaro, sui presunti legami tra trafficanti libici e organizzazioni umanitarie impegnate nel soccorso dei migrant in mare, hanno gettato benzina sul fuoco di una questione irrisolta che si affaccia sulle coste del Mediterraneo?

Sono dichiarazioni irresponsabili del rappresentante di un’istituzione preposta a svolgere indagini, che ha parlato ammettendo di non avere elementi di prova, deragliando dal suo compito di ufficio.

Durante l’audizione in Senato il pm di Trapani, Ambrogio Cartosio, ha parlato di soccorsi senza informare la guardia costiera annunciando che “membri delle Ong sono indagati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Una di queste Ong, tra l’altro, è Medici senza Frontiere… Solo macchina del fango o dietro c’è del vero?

MSF non ha ricevuto, al momento che rispondo alla sua domanda, nessun avviso di indagine. Sono stato a bordo con loro per due settimane in aprile e ho conosciuto tutta la loro macchina organizzativa. In più ho conosciuto l’equipaggio della nave Prudence, noleggiata, e l’ho visto coinvolto dallo stesso spirito di servizio e di dovere di soccorso in mare, che anima i volontari. Favoreggiamento? Favoriscono il più indispensabile soccorso a chi sta per annegare.

E perché le Ong si rifiutano di far salire unità di polizia giudiziaria a bordo? La maggiore trasparenza (delle attività e dei fondi) non sgombrerebbe il campo da dubbi ed illazioni?

Perché non sono un corpo di polizia. Ci pensa già Frontex e la Guardia Costiera a svolgere con pieni poteri e autorità questo compito. I volontari di pace e di soccorso salvano vite senza nessuna divisa. Ricordo che durante la guerra di Bosnia negli anni ‘90 i convogli di aiuti ai quali partecipavo come autista, rifiutavano la scorta armata in zona di guerra. Non si va al soccorso con le armi. 

Non crede che sia possibile che qualche Ong, lavorando in contesti difficili, abbia rapporti ambigui e poco chiari? Le indagini della magistratura alla fine non potrebbero far luce sulla situazione, colpendo soltanto le mele marce della cooperazione internazionale? La giustizia non deve fare il suo regolare corso, perché temerla?

Ripeto: ai trafficanti non serve nessun contatto e comunque possono sapere se ci sono navi soccorso dai pescherecci libici che incrociano al largo e che recuperano i motori di 40 cavalli dai gommoni, dopo che le navi soccorso hanno issato a bordo i salvati. È veramente assurdo e inverosimile attribuire ai trafficanti lo scrupolo di assicurarsi un buon fine al carico umano del quale si liberano appena il mare è calmo.

Il Cara più grande d’Italia era da dieci anni nelle mani della ‘ndragheta per un giro d’affari di oltre 30 milioni di euro. In manette anche il parroco della chiesa di isola Caporizzuto. Come si contrasta il nuovo business sull’accoglienza (e sulla pelle) dei migranti?

In altre parte d’Italia la manodopera straniera viene impiegata senza nessuno scrupolo e a pieno sfruttamento. Non è diverso dal centro CARA calabrese, dove tutta quella forza lavoro lasciata inerte fa gola a chi può approfittarne. Non è peggio di chi ha la gestione dell’accoglienza e intasca la quota procapite, lasciando spiccioli agli ospiti che hanno diritto a quella somma.

Quali le responsabilità della politica?

Di infischiarsene, di lasciare che l’economia selvaggia lucri sulla vita, il lavoro, il bisogno di chi ha solo la forza e la gioventù come merce di scambio.

In effetti su sicurezza e immigrazione tanto il Pd – tra decreto Minniti ed estensione della legittima difesa – quanto il M5S sembrano inseguire la peggior destra, quella razzista di Salvini. È così? Si fa a gara a chi la dice più grossa contro i migranti per racimolare qualche voto?

Il recente ignobile decreto toglie al richiedente asilo il diritto di appello in caso di prima sentenza di respingimento della sua domanda. A chi ha perso tutto quello che si può perdere nella vita, viene tolto anche il ricorso in appello. È un provvedimento incostituzionale e il ministro lo sa, ma che importa? Basta sbattere sul tavolo di una perpetua campagna elettorale l’accanimento contro il più debole. Il decreto è stato preceduto dal ridicolo e certamente costoso accordo con un caporione libico, uno fra i tanti, per trattenere i profughi più a lungo.

E in tutto questo, la sinistra dov’è, esiste ancora?

E’ stata amputata dopo lunga cancrena. Come gli arti amputati, ogni tanto continua a far male in assenza. Nella questione dei flussi migratori è in discussione la semplice appartenenza alla specie umana e alla civiltà del Mediterraneo.

Credere, ma senza nevrosi

Autore: liberospirito 19 Apr 2017, Comments (0)

Quanto segue è un’intervista al teologo, psicoterapeuta ed ex-sacerdote tedesco Eugen Drewermann, apparsa alcuni anni fa sulla rivista “Mosaico di pace”. La riproponiamo perché gli argomenti restano sempre attuali, semmai li ritroviamo ulteriormente aggravati (dalla questione – urgente – dei migranti, all’assetto generale del sistema-mondo, al ritardo – storico – della Chiesa intesa come istituzione). “Non si può credere in Dio, senza credere nell’uomo e probabilmente non si può nemmeno credere nell’uomo senza credere in Dio”, dice Drewermann: affermazione interessante e condivisibile, previo chiarimento su ciò che si vuole intendere quando utilizziamo la parola “Dio”. 

drewermann

Eugen Drewermann, ultimamente la sua analisi si è incentrata sul tema della salvezza e della guarigione. Un tema arduo, che ha implicazioni psicanalitiche personali, però anche implicazioni con il sistema-mondo in cui viviamo, quasi a far pensare che, se questo mondo potesse essere disteso sul lettino, vedremmo immediatamente una proiezione di nevrosi e ossessioni inimmaginabili. Ma lei, nei suoi saggi e nei suoi libri, allarga il tema della salvezza ai convulsi movimenti di umanità, come le migrazioni di popoli che vengono cacciati e ricacciati da ogni parte. Per lei questo è uno scandalo. 

È un vero e proprio scandalo, che grida vendetta al cielo! Cinquanta milioni di persone oggi vivono sotto la soglia minima di povertà, sei milioni sono bambini; le statistiche dell’Onu ci parlano del flagello dell’Aids in molte parti dei continenti esclusi, in particolar modo in quel continente alla deriva che è l’Africa. Ma vogliamo fare i calcoli nel futuro?

Da qui al 2050? 
Sì, da qui al 2050 ci saranno nel nostro piccolo mondo nove miliardi di persone, di cui due terzi non sapranno come sopravvivere. Un problema che riguarda l’economia, non la psicologia. Viviamo in un mondo rovesciato. Abbattiamo i confini per il trasferimento di capitali e di industrie, però li chiudiamo alle persone. Abbiamo un bisogno urgente di cambiamento dell’ideologia del mercato fine a se stessa, però ciò non avviene. È chiaro che in un mondo così fatto i poveri chiedano di poter partecipare al banchetto dei ricchi. Ma gli stati del ben-essere, come l’Europa e l’Australia, si chiudono ermeticamente nei propri confini perché non vogliono vedere le conseguenze delle proprie azioni. Questo meccanismo ci porta alla contrapposizione fra primo e terzo mondo, fra le popolazioni che stanno bene e quelle che brancolano nell’indigenza e nella fame. Ma il meccanismo si dilata anche all’interno degli stati nazionali, dove si allarga la forbice fra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Ecco allora che si pone la grande domanda etica: cosa possiamo fare noi davanti a questa situazione di tremenda ingiustizia planetaria e di fronte alle legittime richieste di movimento delle popolazioni che fuggono la fame? Oggi molta gente che fugge dalla Nigeria, dal Ghana, dalla Turchia deve dimostrare, una volta arrivata nei Paesi ricchi, che scappa per motivi politici e che ha testimoni diretti. Incredibile. Ma quale stato ha l’interesse a riconoscere a queste persone in fuga il diritto di asilo politico?

È un circolo vizioso. Non se ne esce. 
Individualmente ci sono persone che obiettano a questo sistema atroce. Ci sono impiegati statali, piloti di aerei, poliziotti, che davvero vengono in aiuto di queste persone a rischio anche di perdere il proprio posto di lavoro.

E la Chiesa che fa? 
Qui volevo arrivare… La Chiesa dovrebbe essere una sorta di internazionale dell’umanità e rifarsi alle sue vere fondamenta, che sono quelle testimoniate da Gesù, l’uomo nuovo, il figlio di Dio che ascoltava il cuore dell’umanità. Ma sia il Vaticano che le Chiese locali continuano a rifiutare questo ruolo fondamentale, preferendo utilizzare le modalità e i linguaggi della diplomazia.
I credenti oggi si attendono un discorso chiaro, senza fronzoli, preciso, che si fa carico del rischio per la salvezza dell’uomo che viene, che si manifesta, magari col suo bagaglio di sofferenza e di angoscia. Molte persone hanno capito da tempo che la parola di Dio vale davvero solo quando trasforma la paura in speranza. E questo è possibile solo attraverso l’esperienza vissuta, ossia destrutturando tutti i discorsi teologici in forme pratiche di azione nel mondo. L’insegnamento di Gesù, nell’interpretazione di san Paolo e di Martin Lutero, spiega perfettamente che nessuna persona può essere buona solo perché lo vuole, ma la sua bontà gli deriva solo da una manifestazione pratica del bene. E la grazia è la rivelazione di un incontro con l’altro.

È un altro modo di intendere la fede. Già Dietrich Bonhoeffer aveva posto il problema della fede nel tempo della sciagura nazista. Oggi – diceva Bonhoeffer – urge una fede matura, che sappia vivere “etsi deus non daretur”, come se Dio non ci fosse. E questa fede in Dio è l’azione incondizionata per l’altro uomo. Esistere-per-gli-altri: è la dimensione della fede nel nostro tempo. 
Il grande problema è che noi abbiamo una fede di derivazione autoritaria, che ci arriva dall’autorità ecclesiale sotto forma di superstizione. E in questo senso Freud aveva ragione a credere all’ateismo come un atteggiamento assolutamente umano, perché se credere a Dio significa conservare paure e angosce infantili, allora è una liberazione chiudere con quella fede-credenza. Ecco, dunque, la grande domanda che deve interpellare la Chiesa e ogni altra tradizione religiosa dell’umanità oggi: è importante difendere e sviluppare l’autorità, oppure vivere la fede nella vita concreta, pratica, nell’esperienza di un mondo sensibile e aperto alla voce e al richiamo degli altri? Essere liberi significa rompere con la nevrosi della costrizione. Un tema importante anche in chiave ecumenica.

Quale futuro hanno quindi i valori simbolici, l’identità, la religiosità?
È importante che vi siano degli spazi in cui le persone vengano considerate come valori in se stesse e non più strumenti per un fine materiale. È questo un obiettivo cui mirano insieme sia la religione che la psicoterapia affinché non si richieda alle persone ciò che esse possono diventare per noi, bensì incontrarle per la loro identità, offrendo loro la possibilità di conoscere e ritrovare se stesse.

La teologia riveste ancora una grande importanza per la visione terapeutica di cura dell’uomo? 
La psicologia e la teologia, pur avendo punti di partenza diversi, cercano di conseguire lo stesso scopo: prendersi cura della psiche umana. Mentre però lo psicoterapeuta, alleandosi con i sogni del paziente, giunge negli strati profondi dell’inconscio, come Orfeo alla ricerca della sua Euridice, il teologo, utilizzando i modelli offerti dalla storia della religione o dalla rivelazione, tenta di scendere dall’alto dell’illuminazione fino al piano della realtà. Entrambi i metodi, per quanto diversi siano i loro punti di partenza, si condizionano a vicenda. In ultima analisi, non si può credere in Dio, senza credere nell’uomo e probabilmente non si può nemmeno credere nell’uomo senza credere in Dio.

Lo stagno dove sguazza il terrorismo

Autore: liberospirito 25 Mar 2016, Comments (0)

Proponiamo un intervento di Guido Viale (apparso su comune-info.net) riguardante i recenti attentati a Bruxelles. Il pregio dell’articolo è quello di riuscire a mettere in relazione gli attentati islamisti non solo con le guerre in corso in Medio Oriente, come tendono a fare in molti, con gli effetti più immediati che provoca (flussi di migranti verso l’Europa), ma collocandola in un contesto più ampio, come la crisi globale sia economica che ecologica.

Soldiers patrol the Rue Neuve pedestrian shopping street in Brussels on November 21, 2015. All metro train stations in Brussels will be closed on November 21, the city's public transport network said after Belgium raised the capital's terror alert to the highest level, warning of an "imminent threat". As Europe tightens security a week on from the jihadist attacks in Paris that left 130 people dead, Belgium's OCAM national crisis centre raised its alert level to 4 early on November 21, "signifying a very serious threat for the Brussels region". AFP PHOTO / JOHN THYS        (Photo credit should read JOHN THYS/AFP/Getty Images)

Il cordoglio e la pietà per le vittime degli attentati di Bruxelles dovrebbero renderci più umani e non più feroci nell’affrontare il vero conflitto con cui dobbiamo misurarci se vogliamo prosciugare lo stagno dove sguazza il terrorismo islamista: quel conflitto verso i profughi che rende l’Europa così fragile e debole.

L’urgenza di difenderci non deve farci dimenticare che il terrorismo non si combatte con la guerra, che é ciò che lo ha prima covato e poi nutrito nel corso degli ultimi anni, né con lo Stato di polizia, che non fa che promuoverlo, e meno che mai con la “caccia allo straniero”; bensì combattendo le discriminazioni e il disprezzo di cui si alimenta il rancore che alimenta il terrorismo. Per questo non c’è niente che metta in forse la convivenza in Europa quanto il cinismo e la ferocia con cui i suoi governi trattano i profughi che si presentano alle sue porte per sottrarsi al terrore che rende impraticabili tutti quei paesi – e non solo la Siria – da cui cercano di fuggire.

Certo, è difficile per tutti, soprattutto in questi giorni, cogliere la natura e la dimensione dello scontro sociale in atto sotto i nostri occhi, perché è completamente inedito; ma anche perché si presenta intrecciato con altri processi o eventi, come i mutamenti climatici, le guerre in corso o in preparazione, la crescente diseguaglianza, la crisi che attraversano i meccanismi di accumulazione del capitale a livello mondiale. Ma quello che si è aperto, soprattutto nell’area che abbraccia Europa, Medio Oriente e Africa centrosettentrionale, è uno scontro intorno al riconoscimento di un diritto ovvio, perché “naturale” nel senso più banale del termine, ma ostico e difficile da accettare. È uno scontro che vede da un lato chi rivendica il diritto a trasferirsi in un territorio “vivibile”, dove potersi ricostruire una vita e la possibilità di viverla decentemente, perché nelle terre che ha abbandonato, o che si appresta ad abbandonare, questo non è più possibile a causa di guerre, disastri ambientali e dittature; ma sopratutto perché il mondo, questo pianeta, appartiene a tutti. E che vede dall’altro lato chi invece rivendica un proprio diritto a escludere dal territorio in cui vive ogni nuovo arrivato in nome di una “sovranità” su di esso, che altro non è che il versante pubblico – e governativo – del “terribile diritto” di proprietà.

L’asilo, la protezione internazionale accordata ai profughi e normata dalla convenzione di Ginevra, era stato concepito finora, più che come un diritto, come una concessione delle democrazie liberali a chi fuggiva per sottrarsi a una dittatura e poi, per estensione, a una guerra civile. Ma oggi quelli con cui l’Europa e gli Stati che per ragioni geografiche o storiche gravitano intorno al Mediterraneo si confrontano sono esodi di massa in cui i fattori guerra e dittatura si mescolano inestricabilmente con quelli ambientali e climatici. Tanto che all’origine di molti dei conflitti armati in corso – compreso quello in Siria – non è difficile riconoscere un deterioramento ambientale provocato dallo sfruttamento incontrollato di risorse locali, ma, sempre più spesso, dai cambiamenti climatici in atto. Questo rende priva di fondamento la distinzione tra profughi di guerra, da accogliere, e migranti economici, da rimpatriare, con cui le autorità europee cercano di far credere, di poter “legittimamente” liberarsi di almeno la metà dei flussi che stanno
investendo il territorio dell’Unione. In un modo o nell’altro, sono ormai tutti profughi ambientali – una figura non contemplata dalle convenzioni sulla protezione internazionale – ma la cui presenza sarà centrale nel contesto sociale e politico dei decenni a venire. Quello scontro tra chi rivendica un diritto “naturale” alla vita e chi glielo vuole negare si ripercuote, all’interno degli Stati membri dell’Unione europea, in un conflitto sempre più acceso e centrale – tanto da far passare in second’ordine tutti gli altri, o da subordinarne ad esso le manifestazioni – tra chi si schiera a favore dell’accoglienza e chi si mobilita per sostenere i respingimenti.

Ai due poli di questi schieramenti, che stanno facendo piazza pulita della configurazione tradizionale dei partiti e delle forze politiche, troviamo da un lato una folta schiera di volontari, delle più varie estrazioni sociali e anche politiche o religiose, che si adoperano in mille modi per assistere e accogliere i profughi. Dall’altro degli squadristi impegnati in assalti ai siti dove i rifugiati vengono spesso solo “immagazzinati”. Ma intorno a questi squadristi si sta creando un cordone di condivisione e di aggregazioni politiche di stampo nazionalista (o “sovranista”) e, in buona misura, razzista, in netta avanzata ovunque. Mentre la simpatia che suscita l’azione dei volontari stenta – per usare un eufemismo – a farsi strada sia in termini di appoggio politico che come “comune sentire”. Anche perché le soluzioni prospettate dalla destra sono semplici, spicce e non affrontano le loro inevitabili conseguenze: una stretta, non solo politica, ma anche economica e sociale, sui diritti di tutti, una guerra che trasforma in nemici tutti coloro che oggi cercano e non trovano salvezza in Europa, una serie infinita di stragi in terra e in mare che finirà per configurarsi come un vero sterminio; mentre la scelta di accogliere, al di là delle emozioni immediate che suscita la vista di tanta miseria, è complicata, richiede programmi, ragionamenti, svolte e impegni radicali.

Da tempo i governi europei si sono in gran parte lanciati all’inseguimento delle forze di destra, per sottrarre loro l’esclusiva degli argomenti più popolari – “sono troppi”, “non c’è posto”, “costano troppo”, “minacciano la sicurezza e i nostri posti di lavoro”, ecc. – cercando di non farsi sottrarre l’egemonia che ancora hanno sull’elettorato. Una rincorsa vana, perché quegli argomenti li sanno usare meglio le forze apertamente razziste. Ma soprattutto perché sono incapaci di fare i conti con la dimensione effettiva del problema e delle misure necessarie per farvi fronte: rinuncia all’austerity, alla contrazione di spesa pubblica e welfare, a quella precarizzazione del lavoro che ha creato milioni di disoccupati, e un impegno effettivo nella conversione ecologica, unico modo, peraltro, per creare milioni di nuovi posti di lavoro utili a tutti. Quella incapacità li sospinge così verso politiche sempre più feroci e antipopolari, come gli hot spot, il filo spinato, la guerra in Libia o l’indecente accordo con la Turchia, insensato e suicida quanto cinico e
spietato. Che però ha fatto contenti tutti i governanti, che possono così aspettare qualche mese, fino a una nuova resa dei conti, per ammettere che non sanno che cosa fare; compreso Renzi, che si è improvvisamente fatto paladino di un’Europa più “umana”, ma che ha chiesto subito l’estensione di quell’accordo alle altre situazioni su cui verranno deviate le prossime ondate di profughi.

Sostenitori e nemici dell’accoglienza si ritrovano, in proporzioni diverse, tanto tra le forze di sinistra – qualsiasi cosa si intenda con quel termine – e di centro quanto nel mondo cristiano e soprattutto in quello cattolico, che su questo tema rischia una frattura storica, e persino tra molte persone di destra (tra cui c’é ancora qualche emulo di Perlasca). È una contrapposizione che lavora alla dissoluzione degli schieramenti e dei rituali politici tradizionali, ma anche a un riposizionamento di classi e forze sociali, verso  le quali c’è bisogno di un approccio politico nuovo, prammatico, non rituale né “ideologico” senza il quale la vittoria delle destre e del razzismo è scontata.

Oggi non è più possibile “fare politica”, lavorare alla ricostituzione di un fronte sociale che faccia valere gli interessi delle classi e dei cittadini sfruttati e oppressi, senza individuare nelle varie forme di volontariato, nelle loro pratiche, nelle loro necessità, nelle loro iniziative e, soprattutto, nei legami che riescono a creare con la nazione dei profughi un riferimento irrinunciabile per ogni possibile ricomposizione delle forze che vogliono un’altra Europa perché vogliono un’altra società.

Guido Viale

Speranza e impazienza

Autore: liberospirito 3 Gen 2016, Comments (0)

In apertura di duemilasedici una poesia su fatti accaduti nell’anno appena trascorso a cui spesso ci è toccato assistere impotenti. Affinché non si ripetano, per trovare la forza e l’intelligenza di reagire. Segnali positivi ce ne sono stati, non è ancora un deserto la terra che abitiamo. Vanno però coltivati, con la speranza e la necessaria impazienza che il momento in cui viviamo reclama. I versi sono di Erri De Luca e provengono dal libro Solo andata, pubblicato da Feltrinelli.

migranti

Coro

Da qualunque distanza arriveremo, a milioni di passi

quelli che vanno a piedi non possono essere fermati.

 

Voi siete l’alto, la cima pettinata del pianeta,

noi siamo i piedi e vi reggiamo il peso.

 

Lastrichiamo le strade, spaliamo la neve,

allisciamo i prati, battiamo i tappeti,

 

raccogliamo il pomodoro e l’insulto,

noi siamo i piedi e conosciamo il suolo passo a passo.

 

Non potete sbarazzarvi di noi,

Uno venuto molto prima ha detto:

 

a nome di noi tutti: “Va bene, muoio,

ma in tre giorni resuscito e ritorno”.

Erri De Luca

Il pane di Dioniso

Autore: liberospirito 9 Ott 2015, Comments (0)

Dyonisis Arvanitakis

“Dar da mangiare agli affamati”. Quante volte abbiamo sentito questa frase, ma quante volte a quelle parole hanno poi seguito i fatti? Non è domanda da poco. La riflessione che proponiamo prende avvio da alcune notizie diffuse nel mondo riguardanti un comune panettiere di Kos, in Grecia. Si chiama Dyonisis Arvanitakis, e di lui ha avuto la faccia tosta di parlare anche il presidente della Commissione Europea  Juncker: «Europa è quel panettiere di Kos che tutti i giorni va al porto per dare da mangiare alle anime affamate e stanche».

Perchè – laddove sono assenti interventi istituzionali – questo è quello che fa Dyonisis: ogni giorno va al porto, dove sa di trovare i rifugiati che, dai barconi, approdano stremati sulle coste di Kos. Apre le porte del suo furgoncino e distribuisce a tutti le sue pagnotte, cento chili al giorno, per aiutare i profughi a sconfiggere la fame.

A chi gli chiede la ragione di un comportamento simile, Dyonisis risponde dicendo che lui sa bene come ci si sente a essere «dall’altra parte». Anche lui è stato un migrante, nel 1957 aveva lasciato il Peloponneso per sfuggire alla povertà e a quindici anni, dopo un viaggio di quaranta giorni, è approdato in Australia. «Quando sono arrivato non sono riuscito a trovare un lavoro perché non parlavo inglese – ricorda – e in quei mesi ho capito cosa fosse la fame. Chi non l’ha mai patita non può capire cosa provano quelle persone. Io sono stato come loro». E ancora: «Quando ero un ragazzo, nel Peloponneso si pativa la fame e oggi è lo stesso, per questo scappavamo. Vivere per strada, non avere da mangiare, non conoscere la lingua sono cose che non si scordano facilmente». E di sé dice così: «Io mi limito ad aiutare, nient’altro».

Ricordiamo dunque Dyonisis, insieme a tutta quella moltitudine anonima di donne e di uomini che, giorno dopo giorno, si impegna a coltivare la propria umanità a dispetto delle chiacchiere e delle menzogne elargite dai potenti di turno.

 

Immigrazione: la nostra risorsa

Autore: liberospirito 4 Ott 2015, Comments (0)
Che nei confronti dei migranti non siano sufficienti opere pie o iniziative filantropiche è un discorso non più rinviabile, sia per l’entità del problema in sé, sia per rispondere concretamente agli attacchi dei razzismi, più o meno dichiarati, oggi ben vivi e attivi in Europa e anche in Italia. Per questo riprendiamo una proposta/appello apparsa su “Il manifesto” del 29 settembre. Ci sembra un modo intelligente per provare a coniugare il bisogno drammatico espresso dei migranti, con un bisogno – anch’esso drammatico – ben presente sul territorio italiano.
murales
Il tema non è nuovo. Alcuni degli scri­venti ne hanno trat­tato sul “mani­fe­sto”. La sini­stra ha, in Ita­lia, la pos­si­bi­lità di indi­care una soluzione non con­tin­gente né tran­si­to­ria al pro­blema gigan­te­sco dell’immigrazione. Lo può fare nel migliore dei modi, risol­vendo al tempo stesso alcuni suoi dram­ma­tici pro­blemi demo­gra­fici, ter­ri­to­riali, eco­no­mici e sociali. Noi pos­siamo indi­care agli ita­liani, contro la poli­tica della paura e dell’odio, una pro­spet­tiva che non è solo di soli­da­rietà e di umano e tem­po­ra­neo soc­corso a chi fugge da guerre e miseria.
Con le donne, gli uomini e i bam­bini che arri­vano sulle nostre terre noi pos­siamo costruire un inse­ri­mento sta­bile e coo­pe­ra­tivo, rela­zioni umane dure­voli, fon­date su nuove eco­no­mie che gio­ve­reb­bero all’intero Paese. Gli scri­venti ricor­dano che l’Italia sof­fre di un grave squi­li­brio nella distri­bu­zione ter­ri­to­riale della sua popo­la­zione. Poco meno del 70% di essa vive inse­diata lungo le fasce costiere e le col­line lito­ra­nee della Peni­sola, men­tre le aree interne e l’osso dell’Appennino, soprat­tutto al Sud, sono in abbandono.
Sem­pre meno popo­la­zione, in que­ste zone, fa manu­ten­zione del ter­ri­to­rio, con­trolla i feno­meni ero­sivi, sic­ché nes­sun fil­tro e protezione – come è acca­duto per secoli – si oppone alle allu­vioni che di tanto in tanto pre­ci­pi­tano con vio­lenza nelle valli e nelle pia­nure. Non solo dun­que la gran parte della popo­la­zione, ma la ric­chezza nazio­nale (città e abi­tati, aziende, infra­strut­ture via­rie e fer­ro­via­rie, ecc) è sem­pre più priva, a monte , di difese rispetto ai feno­meni atmo­sfe­rici estremi dei nostri anni. Ma non dob­biamo sol­tanto fron­teg­giare tale minaccia.
Lo spo­po­la­mento, l’invecchiamento di popo­la­zione, la dena­ta­lità delle aree interne costi­tui­sce, in sé, una per­dita incal­co­la­bile di ricchezza. Ven­gono abban­do­nate terre fer­tili che erano state sedi di agri­col­ture, i boschi si insel­va­ti­chi­scono e non ven­gono più sfrut­tati, gli alle­va­menti di un tempo scom­pa­iono. Al tempo stesso bor­ghi e paesi deca­dono, per­dono i pre­sidi sani­tari, le scuole, i tra­sporti. E in tale pro­gres­sivo abban­dono degra­dano case, palazzi edi­fici di pre­gio, monu­menti, piazze: in una parola un immenso patri­mo­nio di edi­fi­cato rischia di andare in rovina insieme ai ter­ri­tori rurali.
Ebbene, que­ste aree non hanno biso­gno che di popo­la­zione, di nuove ener­gie, di voglia di vivere, di lavoro umano. Que­ste terre possono rina­scere, ricreare le eco­no­mie scom­parse o in declino con nuove forme di agri­col­tura che valo­riz­zino l’incomparabile ricchezza di bio­di­ver­sità dell’agricoltura ita­liana. In que­sti luo­ghi si può creare red­dito con nuove forme di alle­va­mento, in grado di uti­liz­zare immensi spazi oggi deserti, con­trol­lando le acque interne ora in disor­dine e tra­sfor­man­dole da minacce in risorse. In questi paesi può nascere un vasto movi­mento di edi­li­zia da restauro dell’esistente, capace di rimet­tere in sesto il patri­mo­nio abitativo. Senza dire che in molti di que­sti bor­ghi anche i nostri gio­vani pos­sono spe­ri­men­tare un nuovo modo di vivere il tempo quo­ti­diano, di sfug­gire alla fretta che svuota l’animo e fram­menta ogni sog­get­ti­vità, di creare rela­zioni soli­dali, di sco­prire la bel­lezza del pae­sag­gio, di curare la natura e gli ani­mali. Si cian­cia sem­pre di cre­scita, mai di arric­chire di senso la nostra vita.
Ebbene in che modo, con che mezzi, con quali forze si può per­se­guire un così ambi­zioso progetto?
La prima cosa da fare è can­cel­lare la legge Bossi-Fini e cam­biare atteg­gia­mento di lega­lità di fronte a chi arriva. Occorre dare agli immi­grati che vogliono restare la pos­si­bi­lità di tro­vare un lavoro in agri­col­tura, nell’edilizia, nella sel­vi­col­tura, nei ser­vizi con­nessi a tali set­tori, nel pic­colo arti­gia­nato. Non si capi­sce per­ché i gio­vani del Sene­gal o dell’Eritrea deb­bano finire schiavi come rac­co­gli­tori sta­gio­nali di arance o di pomo­dori e non pos­sano diven­tare col­ti­va­tori o alle­va­tori in coo­pe­ra­tive, costrut­tori e restau­ra­tori delle case che abi­te­ranno, dei labo­ra­tori arti­giani in cui si inse­die­ranno altri loro com­pa­gni. Ricor­diamo che oggi l’ agri­col­tura non è più un sem­plice set­tore pro­dut­tivo di beni agri­coli, ma è un ambito eco­no­mico mul­ti­fun­zio­nale. Nelle aziende agri­cole oggi si fa trasfor­ma­zione arti­gia­nale dei pro­dotti, pic­colo alle­va­mento, cucina locale, com­mer­cio, turi­smo, assi­stenza sociale, atti­vità didattica. E’ una rete di atti­vità e al tempo stesso un mondo di rela­zioni umane.
La seconda cosa da fare è avviare e met­tere insieme un vasto movi­mento di sin­daci. Su tale fronte, la strada è già aperta. Mimmo Lucano e Ila­rio Ammen­dola, sin­daci di Riace e Cau­lo­nia, in Cala­bria, hanno mostrato come pos­sano rina­scere i paesi con il con­corso degli immi­grati, se ben orga­niz­zati e aiu­tati con un minimo di soc­corso pub­blico.
I sin­daci dovreb­bero fare una rapida rico­gni­zione dei ter­reni dispo­ni­bili nel ter­ri­to­rio comu­nale: patri­mo­niali, dema­niali, pri­vati in abban­dono e fit­ta­bili, ecc. E ana­loga ope­ra­zione dovreb­bero con­durre per il patri­mo­nio edi­li­zio e abi­ta­tivo. A que­ste stesse figure spet­te­rebbe il com­pito di isti­tuire dei tavoli di pro­get­ta­zione insieme alle forze sin­da­cali, alla Col­di­retti, alle asso­cia­zioni e ai volon­tari pre­senti sul luogo. Se i diri­genti delle Coo­pe­ra­tive si ricor­das­sero delle loro ori­gini soli­da­ri­sti­che potreb­bero dare un con­tri­buto rile­van­tis­simo a tutto il progetto.
Sap­piamo che a que­sto punto si leva subito la domanda: con quali soldi? E’ la rispo­sta più facile da dare. Soldi ce ne vogliono pochi, soprat­tutto rispetto alle grandi opere o alle altre atti­vità in cui tanti impren­di­tori ita­liani e gruppi poli­tici sono cam­pioni di spreco. I fondi strut­tu­rali euro­pei 2016–2020 costi­tui­scono un patri­mo­nio finan­zia­rio rile­vante a cui attin­gere. E per le Regioni del Sud costi­tui­reb­bero un’ occa­sione per met­tere a frutto tante risorse spesso inu­ti­liz­zate.
E qui le forze della sini­stra dovreb­bero fare le prove di un modo antico e nuovo di fare poli­tica, met­tendo a dispo­si­zione del movimento i loro saperi e sforzi orga­niz­za­tivi, le rela­zioni nazio­nali di cui dispon­gono, il con­tatto coi media. Esse pos­sono smon­tare pezzo a pezzo l’edificio fasullo della paura su cui una destra inetta e senza idee cerca di lucrare for­tune elet­to­rali. L’immigrazione può essere tra­sfor­mata da minac­cia in spe­ranza, da disa­gio tem­po­ra­neo in pro­getto per il futuro. Così cessa la pro­pa­ganda e rina­sce la poli­tica in tutta la sua ric­chezza pro­get­tuale. In que­sto dise­gno la sini­stra potrebbe get­tare le fon­da­menta di un con­senso ideale ampio e duraturo.
Piero Bevi­lac­qua, Franco Armi­nio, Vezio De Lucia, Alfonso Gianni, Mau­ri­zio Lan­dini,
Tonino Perna, Marco Revelli, Edoardo Salzano, Enzo Scan­durra, Guido Viale 

Migrazioni forzate, 2015

Autore: liberospirito 24 Set 2015, Comments (0)

Sempre a proposito di migranti. Ecco quanto risulta da un recente rapporto sul fenomeno delle migrazioni forzate analizzato a livello internazionale. L’Italia e i paesi dell’Unione Europea non ne escono bene, tutt’altro.  Il rapporto, fra le altre cose, mostra come ben due terzi dei rifugiati nel mondo siano attualmente ospitati presso nazioni che non possono certo essere annoverate fra i grandi della terra. L’articolo, a firma di Luca Fazio, è apparso ieri su “Il manifesto”.

refugies

Dice tante cose il nuovo Rap­porto sulla pro­te­zione inter­na­zio­nale 2015 in Ita­lia rea­liz­zato da Cari­tas, Cit­ta­lia, Fon­da­zione Migrantes, Rete Sprar e Anci (con la col­la­bo­ra­zione dell’Unhcr).

Sono dati, cifre, sta­ti­sti­che che se incro­ciate con atten­zione con­fer­mano una realtà sto­rica che con­fon­diamo con la cro­naca: il fallimento dell’Europa di fronte a un feno­meno mon­diale che di fatto sta solo sfio­rando il vec­chio con­ti­nente. Per ora.

Secondo il rap­porto, nel mondo vivono circa 59 milioni e mezzo di «migranti for­zati». Sono invece 19 milioni e mezzo i rifu­giati che sono già fuori dai loro paesi di ori­gine e tra que­sti ben due terzi (12,4 milioni di per­sone) è accolto da paesi in via di svi­luppo: Turchia, Paki­stan, Libano e Iran da soli ospi­tano il 36% del totale dei rifu­giati (5 milioni e 200 mila persone).

Que­sto è il qua­dro glo­bale cui biso­gna affian­care l’altro dato fon­da­men­tale: meno del 10% dei rifu­giati arriva in Europa e di que­sti meno del 3% arriva in Ita­lia (meno del 3 per mille del totale). Non per niente il rap­porto parla di «disu­nione euro­pea» e di «prova fal­lita», visto che ogni paese «ha agito in ordine sparso, adot­tando una pro­pria poli­tica, spesso con­trad­dit­to­ria e xenofoba».

«Il feno­meno — ha sot­to­li­neato il sin­daco di Prato e dele­gato Anci all’immigrazione Mat­teo Bif­foni — ha una com­ples­sità mon­diale oltre­ché nazio­nale che può essere risolta non con il richiamo alla paura ma attra­verso un sistema orga­niz­zato di acco­glienza dove lo Sprar (Sistema di pro­te­zione per Rifu­giati e richie­denti asilo, ndr) funga da sistema prin­ci­pale, in modo da met­tere gli enti locali nelle con­di­zioni di fare la pro­pria parte in maniera fun­zio­nale e digni­tosa». Logica e buon senso. Pur­troppo un focus sul nostro paese per ora offre sol­tanto altri deso­lanti spunti di rifles­sione in merito alla scarsa capa­cità di accoglienza.

Nei primi nove mesi di quest’anno sono sbar­cate sulle nostre coste circa 121.500 per­sone (circa 9mila per­sone in più dell’anno scorso). Di que­ste, 25mila hanno pre­sen­tato domanda di pro­te­zione inter­na­zio­nale nei primi cin­que mesi dell’anno (erano quasi 65 mila l’anno pre­ce­dente). Con che esito? Uno sì, l’altro no. Solo la metà dei richie­denti ha avuto rico­no­sciuta una forma di pro­te­zione inter­na­zio­nale (meno del 2014, quando era al 60%). Per con­tro, sono aumen­tate le deci­sioni di diniego (47%). Un altro dato dovrebbe met­tere a tacere i teo­rici dell’emergenza nostrana: la Gre­cia quest’anno ha regi­strato 288.020 arrivi, quindi più del dop­pio dell’Italia, invece ha regi­strato solo 1.953 arrivi in Spa­gna. Quanto alla pre­sunta «inva­sione» su cui ogni giorno spe­cula la Lega di Sal­vini, ecco le cifre reali: a fine giu­gno erano circa 82mila i migranti pre­senti nelle strut­ture di acco­glienza sparse in quasi tutte le regioni ita­liane (Sici­lia, Lom­bar­dia e Lazio in testa).

Allar­gando lo sguardo al con­ti­nente, il rap­porto segnala che nel 2014 nei 28 paesi mem­bri dell’Unione Euro­pea sono state presentate 626.715 domande di pro­te­zione inter­na­zio­nale (circa 200 mila in più rispetto all’anno pre­ce­dente). La Ger­ma­nia è il paese più richie­sto (202.815, pari al 32,4% del totale). A seguire la Sve­zia con 81.325 richie­ste e poi Ita­lia e Fran­cia (poco meno di 65 mila). E’ vero però che se si con­fron­tano i dati con quelli del 2013, in Ita­lia si regi­stra la cre­scita mag­giore di domande pre­sen­tate (+142,8%: signi­fica essere pas­sati da 26.620 a 64.625). Alto anche l’incremento regi­strato in Unghe­ria (da 18.900 a 42.775).

Il dato rela­tivo al «nodo» Siria, invece, dice che non ci sarà poli­tica di acco­glienza o soli­da­rietà che possa fun­zio­nare senza la risoluzione di quel con­flitto. Rispetto ai paesi di ori­gine dei rifu­giati, alla fine del 2014, la Siria risulta essere il primo paese al mondo con quasi 3,9 milioni di rifu­giati pre­senti in 107 paesi: da più di trent’anni que­sto tri­ste pri­mato appar­te­neva all’Afghanistan. Terzo paese in clas­si­fica la Soma­lia. Que­sti tre paesi, con 7,6 milioni di migranti, rap­pre­sen­tano il 53% di tutti i rifu­giati sotto la responsabi­lità dell’Unhcr (ma il dato è fermo al 2014).

Infine, altre sta­ti­sti­che, nude cifre ormai inca­paci di resti­tuire il dramma dell’ecatombe in corso, anche se cor­re­date da imma­gini scioc­canti. Sono i morti. Non solo nel mar Medi­ter­ra­neo. Dall’inizio dell’anno ad oggi sono “circa” 2.900 le per­sone che hanno perso la vita ten­tando di sfi­dare il mare. Oltre 200 invece sono morte sof­fo­cate nei camion o tra­volte nelle strade o lungo le ferrovie.

Luca Fazio

La semina maligna dell’Europa

Autore: liberospirito 15 Set 2015, Comments (0)
Una breve riflessione dall’America Latina su quello che sta accadendo in Europa. Lo sguardo è quello di Frei Betto, teologo e scrittore brasiliano, esponente della teologia della liberazione. Poche parole, dirette, che non possono non colpire. In rete esiste presso diversi siti la versione in spagnolo del testo (L’Europa recoge lo que plantó).
frei betto
Tutti seguiamo, tramite i media, il flusso migratorio verso l’Europa occidentale, di africani e arabi di paesi in conflitto come la Siria, l’Iraq, l’Eritrea e Libia. Nel 2015, 332.000 immigrati clandestini sono sbarcati nel Vecchio Continente. Le acque del Mediterraneo hanno sepolto, da gennaio ad agosto di quest’anno, 2.500 persone in fuga dalla miseria e dalla violenza, alla ricerca di un po’ di pane e di pace. Nel 2014, 3.500. Uno dei casi più drammatici è quello dei 71 migranti trovati morti in un camion frigorifero vicino Vienna, asfissiati dalla mancanza di ventilazione.
Quello che hanno fatto i nazisti negli anni 1930 e 1940, ora viene ripetuto su una scala più piccola, ma in un modo non meno tragico.
Papa Francesco ha fatto ripetuti appelli per proteggere le vittime di un mondo egemonizzato da un sistema in cui la libera circolazione delle monete non trova la reciprocità nella libera circolazione delle persone. Al capitale tutte le frontiere sono aperte. Alle persone, tutte si chiudono, soprattutto se sono neri o musulmani. Questi vengono presi, per pregiudizio, come potenziali terroristi.
L’Unione europea ha deciso che ogni paese membro dovrebbe ospitare una certa quota di immigrati. Tuttavia, chi fugge dalla fame e dalla guerra ignora le statistiche. Cerca un posto al sole in questo mondo segnato dalla disuguaglianza e dall’indifferenza.
E’ triste vedere i bambini vagare per le strade e i vecchi strisciare sotto recinzioni di filo spinato; gli obiettivi della polizia è cercare di respingerli con bombe a gas, cani, schermi elettrici .
L’Europa occidentale raccoglie il frutto del seme maligno che ha piantato: secoli di colonialismo in Africa e di sostegno a regimi dittatoriali in Oriente. Dopo aver rapinato risorse naturali e sostenuto dittatori sanguinari, gli europei hanno lasciato un peso di miseria e violenza. Se avessero promosso la democrazia e lo sviluppo di questi paesi, non starebbero ora ad alzare muri per fermare l’orda di immigrati, e questi non rischierebbero la vita nelle acque del Mediterraneo aggrappati alla fragile speranza di una vita migliore.
L’Unione europea ha sostenuto l’intervento brutale degli Stati Uniti nei paesi arabi. Dopo aver sostenuto Saddam Hussein, Gheddafi e Bashar al-Assad, le potenze occidentali, guardando il petrolio da questi paesi, hanno fatto appello al pretesto del terrorismo per rovesciare i loro ex burattini e lasciare il caos nel posto.
Europei occidentali dimenticano il loro stesso passato. Tra il 1890 e il 1910, oltre 17 milioni di europei emigrarono negli Stati Uniti – 570 000 ogni anno. E a migliaia sono venuti in Sud America. Questo quando la popolazione mondiale era quasi una quarto di quella di oggi. La migrazione dell’Atlantico è stata molto più intensa di quella attuale.
Perché l’Europa occidentale non ha chiuso i suoi confini dopo la caduta del muro di Berlino, quando si intensificò la migrazione da est verso ovest? I popoli dell’Est hanno caratteristiche slave, la pelle bianca come la neve, gli occhi chiari. Niente di meglio che averli come dipendenti – in alberghi, ristoranti, negozi e case – persone di “buon aspetto”.
Il pregiudizio uccide – le sue vittime e i valori umani che teoricamente difendiamo. E la discriminazione rivela la nostra vera faccia.
Frei Betto

L’arida bianca stagione dell’Europa

Autore: liberospirito 26 Ago 2015, Comments (0)

Agosto sta volgendo al termine e con lui questa estate. Come è andata dal punto di vista dell’attenzione al sociale? E’ stata “un’arida bianca stagione”, commenta lapidario Alex Zanotelli  in quest’articolo (che riprendiamo dal sito www.ildialogo.org). Un altro contributo per riflettere su profughi, migranti, richiedenti asilo e l’inarrestabile decadenza  (quest’ultima sarà anche una parola desueta ma fatichiamo a trovarne una più adatta) europea.

profughi

E’ con queste parole che il noto poeta sudafricano, B. Breytenbach,dipingeva il regime dell’apartheid.

In questa torrida estate non ho altre parole migliori per descrivere quest’Europa, sotto l’impietosa dittatura delle banche,incapace di perdonare il debito greco e di accogliere i ‘naufraghi’ dello sviluppo!

L’opulenta Europa è decisa a difendere il proprio benessere contro l’invasione dei ‘barbari’. E’ mai possibile che 28 nazioni non riescono ad accogliere neanche 40.000 profughi? Dopo lunghe discussioni , la UE ha deciso di accoglierne 35.000! Un paese povero coem il Kenya accoglie un milione di profughi somali. E il povero e piccolo Libano ne accoglie ancora di più. E’ mai possibile che la ricca Europa non possa aprire ‘corridoi umanitari’ per persone che fuggono da teatri di guerra e da dittature? Non solo non li accoglie, ma li respinge! In fatti i ministri degli esteri della UE hanno dato il via libero alla prima fase della missione navale EuNav For Med con cinque navi militari, due sottomarini, tre aerei ricognizione, due droni, tre elicotteri e un ‘migliaio’ di soldati per bloccare le partenze dei profughi dalla Libia. Eppure l’Europa sa molto bene che questi profughi sono la conseguenza delle politiche coloniali, imperiali,neocoloniali e neoliberiste dell’Occidente! Ma è altrettanto assurdo come noi europei trattiamo coloro che sono riusciti (con migliaia di morti alle spalle attraversando deserti e mari!) ad arrivare fino a noi! L’Ungheria ha iniziato a costruire un Muro lungo il confine con la Serbia per bloccare gli immigrati; la Francia sta tentando di bloccare trecento di loro accampati sugli scogli di Ventimiglia; l’Austria fa lo stesso al Brennero;l’Inghilterra cerca di impedire che i 5.000 profughi accampati a Calais (Francia) entrino sul suolo britannico; e la Spagna li respinge con il reticolato di Ceuta e Melilla. “E’ un’arida bianca stagione !“
Purtroppo non altrettanto accoglienti si stanno dimostrando tanti italiani! I recenti gravi episodi di rifiuto degli immigrati sono lì a dimostrarlo. Come quello di Quinto (Treviso), con il rogo delle suppellettili, tra la folla plaudente, di uno degli alloggi destinati ai profughi e quello di Casale S.Nicola di Roma (quartiere tutte villette e piscine), dove il furgone che trasportava 19 giovani richiedenti asilo è stato attaccato con bastoni. E dietro a questi episodi c’è il blocco politico fascioleghista. La Lega e l’ultra Destra cavalcano questo crescente razzismo della società italiana:un razzismo che mi fa paura. E ancora più spaventoso per me è che in questo paese l’accoglienza dei migranti sia diventata un altro business. La Magistratura ha rivelato recentemente questo business milionario che va dalla “Cascina” delle tangenti di Roma al Cara di Mineo (Catania), in perfetta continuazione con Mafia Capitale. “Guadagno di più con immigrati e Rom – aveva detto il capobanda di Mafia Capitale, Buzzi – che non con la droga!” Una Cupola ha controllato e in buona parte ancora controlla, attraverso la leva delle convenzioni, il fiume di denaro che ogni anno assicura l’accoglienza dei migranti nel nostro paese. Si tratta di oltre un miliardo di euro nel 2015. E’ gravissimo che in questo business ci siano cadute anche associazioni legate alla Chiesa! “E’ un’arida bianca stagione!”
La cosa più incredibile è che l’Italia ha bisogno di questi migranti .Ormai buona parte del lavoro agricolo, per esempio, è portato avanti dagli immigrati. Un lavoro pesante, pagato pochissimo….Qui al Sud, gli immigrati , che lavorano nei campi, spesso faticano dodici ore al giorno, con una paga di 20-25 euro al giorno di cui cinque vanno al caporale . In questi giorni è morto Mohammed, un sudanese di 47 anni che lavorava nei campi di Nardò (Lecce) a raccogiere pomodori sotto un sole che spaccava le pietre. “Mohammed lavorava per 3,50 euro a cassone-spiega il coraggioso sindacalista della FLAI, Yvan Sagnet . Ciascun cassone pesa tre quintali e più ne riempi ,più vieni pagato. La giornata di lavoro inizia alle 5 e finisce alle 17; si passono dodici ore sotto il sole.” I bei pomodori che arrivano sulle nostre tavole grondano sudore e sangue di immigrati-schiavi!“E’ un’arida bianca stagione!”
Come missionario mi sento profondamente ferito da questa infinita tragedia degli immigrati che rivela come questa Europa abbia ben poco di cristiano. Avevano profondamente ragione i miei fratelli e sorelle della baraccopoli di Korogocho (Nairobi), quando l’ultimo giorno passato con loro, mi hanno imposto le mani e pregando su di me hanno detto:”Papà, dona a p. Alex il tuo Spirito Santo perché possa tornare dalla sua tribù bianca e convertirla.”
Napoli, 3 agosto 2015
Alex Zanotelli

Accogliere i profughi, salvare l’Europa

Autore: liberospirito 19 Ago 2015, Comments (0)

Sempre sul tema riguardante profughi e migranti proponiamo l’intervento di Guido Viale apparso su “Il manifesto” di ieri. Parole che condividiamo e che esprimono la dose minima di buon senso richiesta di fronte a simili circostanze. Ma purtroppo di questi tempi il buon senso sembra divenuto un bene raro.

immigrati

Profughi e migranti sono due categorie di persone che oggi distingue solo chi vorrebbe ributtarne in mare almeno la metà: fanno la stessa strada, salgono sulle stesse imbarcazioni che sanno già destinate ad affondare, hanno attraversato gli stessi deserti, si sono sottratte alle stesse minacce: morte, miseria, fame, schiavitù sapendo bene che con quel viaggio, che spesso dura anche diversi anni, avrebbero continuato a rischiare la vita e la loro integrità. I profughi e i migranti che partono dalla Libia per raggiungere Lampedusa o le coste della Sicilia non sono libici: vengono dalla Siria, o dall’Eritrea, dalla Somalia, dalla Nigeria, dal Niger o da altri paesi subsahariani sconvolti da guerre, dittature o da entrambe le cose. I profughi e i migranti che partono dalla Turchia per raggiungere un’isola greca o il resto dell’Europa attraversando Bulgaria, Macedonia e Serbia non sono turchi (solo qualche curdo lo è per caso): sono siriani, afgani, iraniani, iracheni, palestinesi e fuggono tutti per gli stessi motivi. Sono anche di più di quelli che si imbarcano in Libia; ma nessuno ha ancora proposto di invadere la Turchia, o di bombardarne i  porti, per bloccare quell’esodo prima che si imbarchino, come si sta invece proponendo di fare in Libia, fingendo che questa sia la strada per risolvere il “problema profughi”. Perché non si concepisce niente altro che la guerra per affrontare un problema creato dalle guerre: guerre che l’Europa, o qualcuno dei sui Stati membri, ha contribuito a scatenare; o a cui ha assistito compiacente; o a cui ha partecipato con propri contingenti. Meno che mai ci si propone di andare a “risolvere” le situazioni siriana, o irachena, o afghana, già compromesse dalle “nostre” guerre, come si pensa invece di “sbloccare” quella libica. Bombardare i porti della Libia, o occuparne la costa per bloccare quell’esodo, non è, nella mente di chi ne propone o ne invoca la realizzazione, o ne attende con impazienza l’autorizzazione, niente altro che il rimpianto di Gheddafi: degli affari che si facevano con lui e con il suo petrolio e del compito di aguzzino di profughi e migranti che gli era stato affidato con tanto di trattati, di finanziamenti e di “assistenza tecnica”. Dopo aver però contribuito a disarcionarlo e ad ammazzarlo contando – e sbagliando – sul fatto che tutto sarebbe filato liscio come e meglio di prima.

Già solo questo abbaglio, insieme agli altri che lo hanno preceduto, seguito o accompagnato – in Siria, in Afghanistan, in Iraq, in Mali o nella Repubblica centroafricana – dovrebbe indurci non a diffidare soltanto, ma a opporci con tutte le nostre forze, delle proposte e ai programmi di guerra di chi se ne è reso responsabile.

Ma coloro che propongono un intervento militare in Libia, o mettono al centro del “problema profughi” la lotta agli scafisti,non sanno bene che cosa fare. Tra l’altro, bloccare le partenze dalla Libia non farebbe che riversarne quel flusso sugli altri paesi della costa sud del Mediterraneo, tra cui la Tunisia, rendendo anche lì ancora più instabile la situazione. Ma soprattutto non dicono – e forse non pensano: il pensiero non è il loro forte – che cosa ci si propone con interventi del genere. Ma capirlo non è difficile: si tratta di respingere o trattenere quel popolo dolente, composto ormai da milioni di persone, in quei deserti che sono una via obbligata delle loro fughe, e che  hanno già inghiottito molte più vittime di più di quante non ne abbia annegato il Mediterraneo; magari appoggiandosi, come si è cominciato a fare con il cosiddetto processo di Khartum, a qualche feroce dittatura subsahariana perché si incarichi lei di farle scomparire. E’ il risvolto micidiale, ma già in atto, dell’ipocrisia che corre da tempo in bocca ai nemici giurati dei profughi: “aiutiamoli a casa loro”.

Invece bisogna aiutarli a casa nostra, in una casa comune che dobbiamo costruire insieme a loro. Non c’è alternativa al loro sterminio, diretto o per interposta dittatura, o per entrambe le cose. Il primo passo da compiere è prenderne atto. Smettere di sottovalutare il problema, come fanno quasi tutte le forze di sinistra, e in parte anche la chiesa, pensando così di combattere o neutralizzare l’allarmismo di cui si alimentano le destre. Certo, 50.000 profughi (quanti ne sono rimasti di tutti quelli che sono sbarcati l’anno scorso in Italia) su 60 milioni di abitanti, o 500mila (quanti ne ha ricevuti l’anno scorso l’Unione Europea) su 500 milioni di abitanti non sono molti. Ma come si vede, soprattutto per il modo in cui vengono “gestiti”, cioè maltrattati, sono già sufficienti a creare allarmi e insofferenze insostenibili. Ma non bisogna dimenticare che quelli di quest’anno e degli ultimi anni non sono che l’avanguardia di altri milioni di profughi stipati nei campi del Medioriente e del Maghreb, o in arrivo lungo le rotte desertiche dai paesi subsahariani, che non possono – e non vogliono – restare dove sono. Vogliono raggiungere l’Europa e in qualche modo si sentono già cittadini europei, anche se non per questo dimenticano il loro paese di origine e il desiderio di farvi ritorno quando se ne presenteranno di nuovo le condizioni.

L’Unione europea, in mano all’alta finanza e agli interessi commerciali del grande capitale tedesco ha concentrato le sue politiche e i suoi impegni nel far quadrare i bilanci degli Stati membri a spese della popolazione e nel garantire che le sue grandi banche uscissero comunque indenni dalla crisi. Così, anno dopo anno, ha permesso o concorso a far sì che ai suoi confini si creassero situazioni di guerra, di caos permanente, di dissoluzione dei poteri statali, di conflitti per bande di cui l’ondata di profughi e di migranti, senza più futuro nei loro paesi,è la prima e più diretta conseguenza. Non saranno altre guerre, e meno che mai una politica feroce quanto vana di respingimenti, a mettere fine a questo stato di cose che le istituzioni dell’Unione non riescono più a governare né all’esterno né all’interno dei suoi confini. A riprendere le fila di quei conflitti, e di quello che si sta producendo a causa degli sbarchi e degli arrivi, non può che essere un nuovo protagonismo di quelle persone in fuga nella definizione di una prospettiva di pace nei paesi da cui sono fuggiti. Ma questo, solo se saranno messe in condizione di organizzarsi e di contare come interlocutori principali, insieme ai loro connazionali già insediati da tempo sul suolo europeo e a tutti i nativi europei che sono disposti ad accoglierli e a impegnarsi direttamente per alleviare le loro sofferenze; e che sono ancora tanti anche se i media non vi dedicano alcuna attenzione.

Bisogna “accoglierli tutti”, come ha raccomandato più di un anno fa Luigi Manconi in un libretto che ne condensa l’esperienza di combattente per i diritti umani; dare a tutti di che vivere: cibo, un tetto decente, la possibilità di autogestire la propria vita, di andare a scuola, di curarsi, di lavorare e di guadagnare. Ma non sono troppi, in un paese e in un continente che non riesce a garantire queste cose, e soprattutto lavoro e reddito, ai suoi cittadini? Sono troppi per le politiche di austerity in vigore nell’Unione e imposte a tutti i paesi membri; quelle politiche che non riescono e non vogliono più a garantire queste cose a una quota crescente dei suoi cittadini e per questo scatenano la cosiddetta “guerra tra i poveri”. Ma non sono troppi rispetto a quella che potrebbe ancora essere la più forte economia del mondo, se solo investisse, non per salvare le banche e alimentare le loro speculazioni, ma per dare lavoro a tutti e riconvertire, nei temi necessari per evitare un disastro irreversibile e di dimensioni planetarie, tutto il suo apparato economico e produttivo, e le sue politiche, in direzione della sostenibilità ambientale. Il lavoro, se ben orientato, è ricchezza. D’altronde l’alternativa a una svolta del genere non è la perpetuazione di un già ora insopportabile status quo, ma uno sterminio ai confini dell’Unione e la vittoria, al suo interno, delle forze autoritarie e scopertamente razziste che crescono indicando nei profughi, ma anche in tutti gli immigrati, nei loro figli e nei loro nipoti, il nemico da combattere. E se non direttamente di quelle forze, certamente delle loro politiche fatte proprie da tutte le altre.

Così il problema creato dai profughi, non previsto e non affrontato dalla governance dell’Unione, perché o non ha né posto né soluzione nel quadro delle sue politiche attuali, può diventare una potente leva per scardinarle a favore del progetto di un grande piano per creare lavoro per tutti e per realizzare la conversione ecologica dell’economia: due obiettivi che in una prospettiva di invarianza del quadro attuale non hanno alcuna possibilità di essere realizzati. E’ a noi italiani, e ai greci, che tocca dare inizio a questo movimento. Perché siamo i più esposti: le vittime designate del disinteresse europeo.

Guido Viale

Terra promessa e moltitudini migranti

Autore: liberospirito 11 Ago 2015, Comments (0)

migranti

E’ notizia dell’altro giorno che l’esercito egiziano ha consentito a una pattuglia israeliana di entrare nel Sinai (quindi in territorio a sovranità egiziana) per arrestare migranti eritrei e sudanesi che tentavano di entrare in Israele. Secondo informazioni provenienti dall’Human Rights Watch negli ultimi anni sono migliaia i migranti africani arrestati, torturati, deportati, vittime di traffici o uccisi in quella terra che una volta qualcuno chiamava promessa. Colpisce anche la piena sinergia di intenti da parte degli eserciti egiziani e israeliani, nemici o avversari su tante cose, ma affratellati nell’infierire contro le moltitudini migranti.

Tale affratellamento persecutorio fra opposti del resto lo riscontriamo anche in Italia. E’ sempre dell’altro giorno la notizia della piena sintonia sulle politiche anti-migranti che accomuna il fascioleghismo di Salvini e i cosiddetti cittadini del Movimento 5 stelle. Proprio quando i dati dell’UNHCR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) attestano – dati alla mano – che in Italia vi è una media di 1 rifugiato ogni mille abitanti, mentre in Francia ce ne sono 4 e in Svezia oltre 14 (sempre ogni mille abitanti). E’ possibile che mille persone non possano creare uno spazio per accoglierne una sola?

Sarebbe bene che qualcuno cominciasse a dire a voce alta che ci troviamo dinanzi a processi storici che vanno di gran lunga oltre l’ordinario, fenomeni di portata epocale, biblica appunto, verso cui necessitano risposte anch’esse fuori dall’ordinario e di portata epocale, per una terra promessa a tutti i senzaterra e senzapatria. Che lo si voglia o no siamo dinanzi alla caduta di un altro impero d’Occidente e, come ebbe a dire un po’ di anni fa Serge Latouche, “abbiamo l’incredibile privilegio di assistere in diretta al crollo della nostra civiltà”.  Provare a ragionare al di fuori di questa prospettiva è un esercizio di miopia, forse consolatorio, ma che alla fine si pagherà caro.

I migranti e la profezia di Pasolini

Autore: liberospirito 20 Giu 2015, Comments (0)

E’ risaputo che la Repubblica di Platone prevedeva l’espulsione dei poeti. Questo motivo lo si ritrova spesso nella storia, anche se non in forma esplicita. I poeti dicono a volte cose che i politici non vogliono sentire. Come in questi versi di Pasolini, non a caso un poeta espulso e messo a morte dal consorzio civile. E a leggerla oggi – scorrendo le notizie dei giornali sull’esodo delle genti d’Africa verso l’Europa – sconcerta: la parola “profezia” è quella che la descrive meglio e, infatti, proprio questo è il suo titolo esatto. Moravia nella sua orazione funebre, mentre passava la bara di Pasolini, così gridava: “Abbiamo perso prima di tutto un poeta, e di poeti non ce ne sono tantissimi nel mondo… ne nascono tre o quattro soltanto dentro un secolo; quando sarà finito questo secolo Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno, come poeta. Il poeta dovrebbe essere sacro!” Un’ultima osservazione: se si presta attenzione anche alla dimensione grafica della poesia  (scritta probabilmente nel 1962 e pubblicata nel volume Poesia in forma di rosa nel 1964) si noterà che prende la forma di una croce ripetuta per tre volte.

Pasolini in borgata

Profezia
Pier Paolo Pasolini

 

A Jean Paul Sartre, che mi ha raccontato
la storia di Alì dagli Occhi Azzurri.

Alì dagli Occhi Azzurri
uno dei tanti figli di figli,
scenderà da Algeri, su navi
a vela e a remi. Saranno
con lui migliaia di uomini
coi corpicini e gli occhi
di poveri cani dei padri
sulle barche varate nei Regni della Fame. Porteranno con sé i bambini,
e il pane e il formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua.
Porteranno le nonne e gli asini, sulle triremi rubate ai porti coloniali.
Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,
a milioni, vestiti di stracci,
asiatici, e di camice americane.
Subito i Calabresi diranno,
come malandrini a malandrini:
“Ecco i vecchi fratelli,
coi figli e il pane e formaggio!”
Da Crotone o Palmi saliranno
a Napoli, e da lì a Barcellona,
a Salonicco e a Marsiglia,
nelle Città della Malavita.
Anime e angeli, topi e pidocchi,
col germe della Storia Antica,
voleranno davanti alle willaye.

 Essi sempre umili
Essi sempre deboli
essi sempre timidi
essi sempre infimi
essi sempre colpevoli
essi sempre sudditi
essi sempre piccoli,
essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare,
essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi
in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo,
essi che si costruirono
leggi fuori dalla legge,
essi che si adattarono
a un mondo sotto il mondo
essi che credettero
in un Dio servo di Dio,
essi che cantavano
ai massacri dei re,
essi che ballavano
alle guerre borghesi,
essi che pregavano
alle lotte operaie…

… deponendo l’onestà
delle religioni contadine,
dimenticando l’onore
della malavita,
tradendo il candore
dei popoli barbari,
dietro ai loro Alì
dagli occhi azzurri – usciranno da sotto la terra per uccidere —
usciranno dal fondo del mare per aggredire — scenderanno
dall’alto del cielo per derubare — e prima di giungere a Parigi
per insegnare la gioia di vivere,
prima di giungere a Londra
per insegnare ad essere liberi,
prima di giungere a New York,
per insegnare come si è fratelli
— distruggeranno Roma
e sulle sue rovine
deporranno il germe
della Storia Antica.
Poi col Papa e ogni sacramento
andranno su come zingari
verso nord-ovest
con le bandiere rosse
di Trotzky al vento…

Gli schiavisti stanno fra noi

Autore: liberospirito 26 Apr 2015, Comments (0)

Sempre a proposito di quanto accade ogni giorno nel Mediterraneo ecco un contributo di Giorgio Cremaschi (apparso ieri sulle pagine dei  blog di Micromega). L’intervento mette in stretta relazione la politica dei respingimenti (da attuare oggi con il bombardamento dei barconi come unica soluzione) voluta, a quanto pare, da quasi tutti i governi europei, e le politiche di rigore economico anch’esse volute da quasi tutti i governi europei.

migranti

Il film Amistad di Spielberg, che narra la storia vera di schiavi ribellatisi su una nave ai propri negrieri  e finiti così negli Stati Uniti, si conclude con il bombardamento da parte della flotta britannica del forte schiavista di Lomboko, sulle coste dell’attuale Sierra Leone. Magari questa storia del primo 800 avrà ispirato Matteo Renzi e quanti nella UE pensano di affrontare le migrazioni con il bombardamento dei barconi, ma è proprio la falsità e la malafede del paragone a definire tutta l’infamia di questa intenzione.

Nel 1839 gli africani della nave Amistad erano stati rapiti e consegnati ai mercanti di  schiavi europei, molti gli italiani tra questi, per essere trasportati e venduti nel sud degli Stati Uniti. La loro ribellione li fece approdare al Nord ove, dopo un celebre processo, furono liberati. Essi allora chiesero e ottennero di essere riportati in Africa.

Ecco il punto fondamentale di differenza: coloro che muoiono o approdano sulle nostre coste non sono stati rapiti e non vogliono tornare a casa, essi sono semplicemente migranti. La cattiva coscienza europea usa il paragone con la tratta degli schiavi per spargere un belletto di umanità e progresso sopra una bieca scelta di respingimento. La differenza tra Renzi e Salvini è che il primo dice di ispirarsi a Lincoln mentre il secondo imita il Ku Klux Klan. Ma entrambi alla fine sono per il respingimento dei migranti che, lo ripeto perché non pare sufficientemente chiaro, vengono qui volontariamente e volontariamente non tornerebbero mai là da dove, pagando e rischiando la vita, sono partiti.

Certo che organizzazioni criminali lucrano su di loro e aggiungono ferocia a ferocia. Nel 1946 decine di migranti clandestini italiani che volevano raggiungere la Francia furono abbandonati dai loro caporali in mezzo ad una tormenta di neve. In gran parte furono salvati dai carabinieri, ma poi riprovarono a passare di là. Nessuno di loro pensò di tornare nella miseria delle campagne meridionali devastate dal latifondo e dalla mafia. La stupidità e la malafede di chi trasforma la questione sociale delle migrazioni in una operazione di polizia contro le mafie degli scafisti la dice lunga sulla ottusità con cui è governata l’Europa. Sì perché i migranti sono, lo ripeto ancora, volontari e non è certo colpendo chi specula sui loro bisogni che quei bisogni si cancellano.

Siamo in troppi scrive anche un intellettuale illuminato come Claudio Magris. Che paragona il nostro paese, o forse tutta l’Europa, ad un ospedale pieno nel quale sarebbe un disastro far entrare migliaia di persone. A parte il fatto che di fronte ad una emergenza, un ospedale cerca sempre di organizzarsi per aiutare più persone possibile. Come ben sanno i medici palestinesi che in piccoli ospedali a Gaza  han prestato assistenza a migliaia di persone colpite dalle bombe di Israele. Ma parte la singolare interpretazione del giuramento di Ippocrate da parte di Magris, chi ha deciso che l’Europa è una clinica a numero chiuso?

Chi lo ha deciso? Sono state le politiche di austerità rigore e pareggio di bilancio. Quanto costerebbe stabilire dei corridoi umanitari, investire con un piano di veri aiuti nei paesi da cui i disperati fuggono, stabilire un percorso di accoglienza e al tempo stesso di ricostruzione? Non sono in grado di fare un conto per tutte le aree da cui partono i migranti, ma so che a Gaza erano stati promessi 3,5 miliardi di euro che il milione di abitanti di quell’area devastata non ha neppure intravisto. Sono tanti soldi? Ma ci ricordiamo che il Quantitative Easing di Draghi finanzia le banche europee, Grecia esclusa, con 60 miliardi al mese?

E tutte le missioni militari contro il terrorismo che quando non uccidono cooperanti provocano milioni di profughi, quanto costano? Ma la povera Mogherini dovrà occuparsi di trovare la via legale per bombardare i barconi.

Ma poi siamo troppi in che senso? Certo è facile far credere che in Europa 50 milioni di disoccupati siano minacciati dal possibile arrivo di qualche milione di profughi. È facile a condizione però che li si convinca che contro le politiche di austerità non c’è nulla da fare. Eppure se tutti i paesi europei rinunciassero alle politiche di austerità e allargassero i cordoni della borsa per creare sul serio  lavoro, se i disoccupati europei ed italiani cominciassero davvero a ridursi di numero ed i salari di chi lavora ad aumentare, se la scuola, la sanità e i servizi pubblici riprendessero a garantire le loro prestazioni ai cittadini, se le nostra società riprendessero a cercare la giustizia sociale, perché non sarebbe possibile aggiungere posti a tavola? La verità è che la teoria e la pratica del respingimento dei migranti serve perfettamente a giustificare la distruzione della eguaglianza sociale in Europa. Anzi serve a creare consenso verso di essa: “Avete visto quanti milioni di persone vogliono venire qui? E voi poveri che qui già vivete baciate  questa terra e soprattutto ringraziate chi la protegge”.

Da tempo non credo che la disoccupazione di massa sia un incidente o un prezzo da pagare e sono invece convinto che sia perfettamente voluta per affermare quella società di mercato voluta dalla finanza globalizzata. Ora sono anche convinto che la politica del respingimento dei migranti sia altrettanto voluta e per le stesse ragioni. Per questo penso che Matteo Salvini e quelli come lui siano solo utili idioti di un disegno ben più sofisticato a cui fa comodo anche la loro squallida rozzezza. Chi difende il rigore economico europeo promuove il respingimento dei migranti, chi diffonde paura e odio verso i migranti difende il rigore economico europeo. Per questo trovo insopportabili sia il razzismo sia l’ipocrisia di stato che gli si oppone mentre nei fatti lo alimenta. Gli schiavisti sono tra noi.

Giorgio Cremaschi