Crea sito

Tag: Martin Buber

Dalla parte di Giuda

Autore: liberospirito 13 Mag 2015, Comments (0)

Le ultime elezioni politiche in Israele hanno visto naufragare definitivamente l’utopia sionista: il sogno è divenuto un incubo da cui è difficile risvegliarsi. Tutto ciò non solo per i palestinesi, ma anche per gli stessi israeliani. Che distanza da quanto, a suo tempo, sosteneva con forza Martin Buber – Israele come communitas communitatum, federazione di esperienze sociali, nel riconoscimento dell’uguaglianza dei diritti dei popoli arabo ed ebraico. O da quello che scriveva Gershom Scholem al suo arrivo in terra di Palestina: “Vogliamo la rivoluzione nell’ebraismo. Vogliamo rivoluzionare il sionismo e diffondere l’anarchia, ovvero l’assenza di dominio”. Quanto segue è una intelligente riflessione di Franco Berardi (apparsa su urgeurge.net) a partire dalla vittoria di Netaniahu alle ultime elezioni israeliane.

welcome-to-israel (1)

 “E’ inverno a Gaza, in ogni maledetto senso della parola. Decine di migliaia di senza casa spesso ammucchiati in mezzo ai detriti di edifici bombardati. I bambini muoiono di freddo, secondo le Nazioni Unite… Quasi tutti quelli con cui ho parlato dicono che le condizioni sono più miserabili di quanto siano mai state, esacerbate dalla sensazione che presto ci sarà un’altra guerra.” (Nicholas Kristoff, Winds of war in Gaza, “New York Times”).

E una nuova guerra è diventata più probabile dal giorno in cui Netaniahu ha vinto le elezioni dopo avere detto che per lui non ci sarà mai uno stato palestinese. Un bambino con cui ha parlato il giornalista del NYT dice:“Forse riusciremo ad ammazzare tutti gli israeliani e la vita sarà migliore” e il giornalista gli chiede se davvero lo pensa, e lui dice di sì con la testa. “Darei via l’anima pur di ammazzare tutti gli israeliani.”

Un amico che insegna in un’università americana mi disse a metà degli anni ’90: “Stanno rientrando in America molti ebrei che erano emigrati in Israele. Si rendono conto del fatto che il sogno sionista si è trasformato in un incubo, che le nuove leve dell’emigrazione sono fatte di gente aggressiva disposta ad uccidere pur di portar via terreno ai palestinesi, e così gli intellettuali, i democratici tornano nelle città americane”. Stava iniziando l’emigrazione dalla Russia e dagli altri paesi in cui ogni legame con la cultura ebraica è stata sommersa da tempo. Qualcuno se ne deve essere accorto quando all’interno di una caserma israeliana vennero rinvenute svastiche dipinte sul muro da qualcuna delle nuove reclute. Netaniahu vince le elezioni, perché Israele è oggi un paese fascista.

Ma soprattutto è un paese suicida. La recente dichiarazione con cui il vincitore delle elezioni cancellava definitivamente l’ambiguità sulla questione dei due stati significa che Israele ha deciso di andare alla guerra totale.
Un tempo Israele vinceva le guerre. Ha vinto quella del 1948, poi ha vinto quella del 1967, poi ha vinto quella del 1973. Poi ha assediato, perseguitato, deportato, massacrato i palestinesi fino a spingere quel popolo che era il più laico e il più colto dei popoli arabi a votare per Hamas. Ma da un certo momento in poi Israele ha cominciato a non vincere più le guerre in modo così netto come accadeva in passato. Sconfisse gli eserciti nazionali, ma è più difficile vincere una guerra quando il nemico è disgregato, molteplice, disperato, suicida. Netaniahu sta portando il popolo ebraico verso la catastrofe. E’ solo questione di tempo, poi qualcuno disporrà di armi letali da opporre alle armi letali di cui Israele dispone. E’ solo questione di tempo, poi dall’immensa distesa di umiliazione, miseria, rabbia, violenza che circonda Israele un nuovo Hitler rischia di sorgere.

Amos Oz racconta la storia di Israele come il venir meno di una speranza. Storia di amore e di tenebra, il romanzo del 2002, era la storia la sua vita sullo sfondo della storia d’Israele. La notte in cui diviene ufficiale la nascita dello stato sionista sente il padre piangere nel buio per la commozione e la gioia. Poi sottovoce ricorda “quel che avevano fatto a lui e a suo fratello dei teppisti al liceo polacco di Vilna, e anche le ragazze avevano partecipato, e l’indomani quando suo padre era venuto a scuola a protestare per quell’offesa, invece di restituirgli i pantaloni strappati quei bulli si erano avventati su suo padre, l’avevano scaraventato per terra, e gli avevano levato giacca e pantaloni in mezzo al cortile mentre le ragazze ridevano e dicevano sconcezze e gli insegnanti avevano visto tutto ma erano rimasti zitto e forse anche loro avevano riso.” Dunque la nascita di Israele è un sogno che si realizza: il sogno di avere una terra in cui nessuno potrà più trattarti come un animale. Ma quel sogno è diventato un incubo, e Amos Oz mette in scena l’incubo di un popolo di vittime che si trasforma in un popolo di carnefici. Quando nel 1967 Aisha, la ragazzina palestinese cui Amos si è affezionato, deve andarsene da Gerusalemme con la famiglia, perché Israele ha vinto la guerra dei sei giorni, allora lui si chiede: “E i loro pappagalli? E Aisha? E il fratellino zoppo? In quale punto del mondo suonerà adesso il suo pianoforte, sempre che ne abbia ancora uno, sempre che non sia invecchiata e deperita tra le baracche sporche e la canicola di un campo profughi con la fogna che scorre a vista giù per le strade sterrate? E chi saranno i fortunati ebrei che ora abitano nella casa della famiglia di Aisha, nel quartiere di Talbiyeh, tutto costruito di pietra celeste e rosa a volte di pietra?”

Dieci anni dopo, nel nuovo romanzo Giuda, Oz mette in scena la storia di uno studente che nei primi anni ‘60 fa la sua tesi dottorale sulla figura di Giuda Iscariota, cui la tradizione cristiana attribuisce il ruolo del traditore di Cristo. Rivendicando per sé il ruolo del traditore (che poi fu sempre quello dei profeti), Amos Oz va al cuore della questione: la storia del popolo ebraico non poteva e non doveva essere ridotta entro i confini concettuali e geografici di uno stato nazionale, perché questa scelta ha messo in moto una reazione a catena che inevitabilmente porta alla escalation di violenza cui abbiamo assistito negli ultimi decenni e cui assistiamo ogni giorno. E che ne sarà del popolo ebreo nel futuro?

“Chaim Weizmann ha detto una volta, per disperazione, che uno stato ebraico non sarebbe mai potuto sorgere perché sarebbe stata una contraddizione: se fosse stato uno stato, non sarebbe stato ebraico, e se fosse stato ebraico non sarebbe potuto essere uno stato.”

La riduzione della storia culturale del popolo ebraico alla forma di uno stato territoriale ha condotto alla nascita di uno stato confessionale, lo stato degli ebrei: un paradosso orribile che contrasta e sovverte l’eredità della cultura ebraica.
La separazione della politica dall’appartenenza rese possibili le forme moderne della Ragione, della Democrazia. Ora l’appartenenza ritorna, con le sue mostruose conseguenze politiche: esclusione, violenza, persecuzione di una comunità di appartenenza contro l’altra.

La scelta di territorializzarsi, di chiudersi dentro i confini di uno stato minuscolo, militarizzato, perennemente assediato ha trasformato Israele in uno stato fascista. Ma per quanta forza militare questo stato possegga ora il popolo ebreo è destinato ad attendere un futuro che si può rinviare ma non scongiurare indefinitamente. La pace è ora impossibile.

“Tutta la forza del mondo non basta per trasformare l’odio in amore. Colui che odia lo si può trasformare in servo, ma non in uno che ama. Tutta la forza del mondo non basta per trasformare un fanatico in illuminato. Tutta la forza del mondo non basta per trasformare in amico chi ha sete di vendetta. Proprio queste sono le questioni esistenziali dello stato d’Israele: trasformare il nemico in sodale, il fanatico in moderato, il vendicatore in amico.”

Accanto allo studente che si identifica in Giuda, c’è la figura di Atalia, la figlia di un intellettuale ebreo (Abrabanel) che negli anni precedenti alla catastrofe dei palestinesi, aveva predicato una pacifica coabitazione, e aveva cercato in tutti i modi di opporsi alla creazione di uno stato ebraico.

Tra Atalia e lo studente Shemuel si svolge un dialogo che riassume il pensiero di Oz:

“Volevate uno stato. Volevate l’indipendenza. Avete sparso fiumi di sangue innocente. Avete sepolto un’intera generazione. Avete cacciato centinaia di migliaia di arabi dalle loro case. Avete spedito navi intere di immigrati sopravvissuti a Hitler diritto dal capannone di accoglienza ai campi di battaglia. Tutto per avere qui uno stato di ebrei. E guardate cosa avete ottenuto.”  Shemuel disse mestamente:“Non credi che nel ’48 abbiamo combattuto davvero perché avevamo le spalle al muro? No, non avevate le spalle al muro. Il muro eravate voi… Nostro padre non era entusiasta dell’idea di stato. Per nulla. Non gli piaceva per nulla un mondo suddiviso in centinaia di stati nazionali. Come le file delle gabbie separate al giardino zoologico.”

La questione ebraica pone un problema che la politica moderna non è preparata ad affrontare: l’obsolescenza della forma-stato, la miseria della forma nazionale rispetto alla ricchezza di un’esperienza globalizzante e cosmopolita che la diaspora ebraica ha per prima anticipato. L’impensabile violenza che il nazismo scatenò contro il popolo ebraico spinse – comprensibilmente – le forze sioniste che avevano potuto sottrarsi all’Olocausto a iniziare un esperimento di territorializzazione.

Non permetteremo mai più a nessuno di fare quello che Hitler ha fatto contro un popolo indifeso, questa fu la determinazione su cui il sionismo si affermò come forza territorializzante. Avremo uno stato, avremo un esercito, ci difenderemo, attaccheremo, distruggeremo chi vuole distruggerci.

La riterritorializzazione del popolo ebraico divenne allora una scelta quasi inevitabile.

Ma questa scelta ha portato il popolo ebreo in una condizione di pericolo estremo: per quanto potente, per quanto armato, lo stato di Israele non può vincere tutte le guerre dei prossimi cento anni. L’aggressione contro il popolo palestinese ha prodotto una situazione di violenza crescente che nel lungo periodo non può che rivolgersi contro Israele. Ma nelle condizioni di isolamento accerchiamento e insicurezza, in cui il sionismo ha posto Israele ha finito per prevalere la politica provocatoria degli insediamenti, la chiusura paranoica delle frontiere, l’accentuazione del carattere “ebraico” dello stato, e quindi una fascistizzazione di cui la vittoria di Netaniahu sembra essere la sanzione definitiva.

Franco Berardi Bifo

Un cammino verso se stessi

Autore: liberospirito 5 Giu 2011, Comments (0)

“C’è qualcosa che tu non puoi trovare in alcuna parte del mondo, eppure esiste un luogo in cui la puoi trovare”

Martin Buber

Una caratteristica fondante su cui si basa questo tipo di società dominante è l’omologazione dei suoi aderenti e il loro allineamento su una serie di input che provengono dal sistema stesso.

Dalla moda agli orientamenti politici, dallo stile di vita agli svaghi, gran parte della vita quotidiana delle persone è oggi irregimentata in un percorso abbastanza omogeneo e in un certo senso scontato sin dalla più tenera età.

Soprattutto ci pare di poter dire che è un cammino che concorre a creare individui che supportano l’esistente e ne procrastinano le ingiustizie, le violenze, l’ignavia, la distruzione del pianeta e la mancata distribuzione delle risorse in modo equo.

A fronte di tutto questo, però, è chiaro che dal punto di vista etico e filosofico sarebbe opportuno mettere in risalto e rilanciare l’unicità di ogni individuo che è in realtà l’essenza costitutiva dell’essere umano.

Il riappropriarsi di ciò che siamo individualmente, delle nostre reali aspirazioni e dei nostri talenti, indipendentemente dal canto delle sirene che ci ammalia dai media televisivi o dalle vetrine colorate dei centri commerciali, sarebbe un bellissimo salto evolutivo per la qualità della nostra vita e di quella degli altri.

Il cammino individuale, infatti, si allarga a una visione più ampia nel momento in cui viene a confrontarsi col cammino dell’altro, con cui intesse un dialogo arricchente fondato proprio sulle specifiche diversità e competenze. È uno scambio energetico e umano a doppio senso. L’esatto contrario di ciò che avviene solitamente oggi, dove vi è un flusso di impulsi unidirezionale da un centro (di potere: politico, religioso, economico che sia) a una vasta periferia sociale standardizzata e in attesa di costanti stimoli esistenzialmente pseudomotivanti.

È certo che intraprendere una strada già ampia e tracciata è molto più facile e una tentazione quasi impossibile da evitare per la stragrande maggioranza di tutti noi. Essere se stessi è senz’altro un suggerimento di grande difficoltà attuativa e soprattutto è una meta che può anche spaventare dato che il risultato non è chiaro né certo, c’è spesso disistima e scoraggiamento ed è tutto un percorso in salita.

Tuttavia sembrerebbe molto logico e razionale riflettere sul fatto che ad esempio Mario deve essere Mario. Non può essere Vittorio. È banale, ma oggi spesso si sentono solo persone che vorrebbero essere ciò che non sono, che vorrebbero avere i capelli riccioli se li hanno lisci, o castani se li hanno biondi, che vorrebbero essere il calciatore osannato di turno o l’attore famoso del momento. Molte persone oggi passano la vita a rincorrere il sogno di essere qualcosa di molto diverso da quello che sono realmente, trascurando la ricchezza interiore insita in ognuna di esse.

Come primo passo, sarebbe forse interessante prendere coscienza del fatto che il messaggio che oggi viene veicolato dai mass media e dai vari supporti del regime consumistico (cartelloni pubblicitari ecc.) e diffuso in ogni momento della nostra vita quotidiana, non è l’unica e assoluta verità. Sull’altare degli ipermercati non c’è nessun dio. Tanto meno su quello delle patrie.

La grandezza morale dell’essere umano si misura nel suo discernimento di fronte all’esistente. Il suo discernimento, la sua singola capacità di fare delle scelte secondo la propria coscienza. Anteporre la coscienza all’obbedienza di cattolica memoria è un insegnamento spirituale antico. Sebbene possa non sembrare tale. Non siamo assolutamente obbligati a innestare nella nostra vita i principi cristiani snaturati che ci sono stati inculcati e che caratterizzano anche inconsapevolmente le nostre azioni e i nostri dogmi interiori nelle società occidentali.

La storia, ad esempio, dei cosiddetti “fraticelli”, i monaci francescani spirituali del Duecento che si discostarono dai più omologati “conventuali” ne sono una dimostrazione chiara. La vicenda del papa del “grande rifiuto”, Celestino V, e dei suoi seguaci, i celestini appunto, ne sono un’altra [1]. Tanto per citarne solo due di chiara appartenenza cattolica e che ne rappresentano in un certo senso una summa.

Oggi direi che alla necessaria adesione all’affermazione per cui “l’obbedienza non è più una virtù” di milaniana memoria vada aggiunta anche una diffida da qualsiasi omologazione distruttiva della dignità e della creatività umane.
 
La fratellanza, infatti, alla fin fine, non si materializza nel fare tutti la stessa cosa, ma nella dinamica per cui ognuno dà all’altro il proprio tesoro interiore. Proprio per questa nostra diversità individuale abbiamo a disposizione un’infinità di percorsi per raggiungere la sorgente della realizzazione. La ricerca e l’esperienza di un cammino personale dovrebbero dare all’uomo il senso di pienezza in tutti i suoi aspetti.

Per arrivare a questa meta occorre cominciare dunque da se stessi. Un buon processo comportamentale concreto di aiuto a questo intento di camminare nella verità (ossia di raggiungere ciò che si è veramente) potrebbe consistere nello sforzo costante di unire il pensiero, la parola e l’azione. Dire ciò che si pensa e fare ciò che si dice richiede un grande impegno e una assidua attenzione, ma ciò crediamo sia uno dei pochi percorsi per noi disponibili per diventare degli esseri unici senza il dolore di provare continui conflitti interiori ed esteriori. Questi nascono, molte volte dalla nostra incapacità di essere prima in pace con noi stessi.

Chi ha trovato un certo equilibrio e armonia con la sua vera essenza, sicuramente riesce a gestire meglio i conflitti propri e quelli altrui. Lavorare sulla connessione e coerenza tra pensiero, parola e azione è certamente il modo di essere veramente noi stessi e coerenti. Se scrostiamo la nostra vera natura delle varie impurità che vi si sono incollate potremmo fare delle grandi scoperte.

Il filosofo Martin Buber ha dedicato alcune sue riflessioni a questo tipo di percorso avvalendosi anche della potenza evocativa delle parabole yiddish. In un suo noto libretto egli racconta una storiella con cui ci piace concludere queste considerazioni:

“Ai giovani che venivano da lui per la prima volta, Rabbi Bunam era solito raccontare la storia di Rabbi Eisik, figlio di Rabbi Jekel di Cracovia. Dopo anni e anni di dura miseria, che però non avevano scosso la sua fiducia in Dio, questi ricevette in sogno l’ordine di andare a Praga per cercare un tesoro sotto il ponte che conduce al palazzo reale. Quando il sogno si ripeté per la terza volta, Eisik si mise in cammino e raggiunse a piedi Praga. Ma il ponte era sorvegliato giorno e notte dalle sentinelle ed egli non ebbe il coraggio di scavare nel luogo indicato. Tuttavia tornava al ponte tutte le mattine, girandovi attorno fino a sera. [2].

Alla fine il capitano delle guardie, che aveva notato il suo andirivieni, gli si avvicinò e gli chiese amichevolmente se avesse perso qualcosa o se aspettasse qualcuno. Eisik raccontò il sogno che lo aveva spinto fin lì dal suo lontano paese. Il capitano scoppiò a ridere: “E tu, poveraccio, per dar retta a un sogno sei venuto fin qui a piedi? Ah, ah, ah! Stai fresco a fidarti dei sogni! Allora anch’io avrei dovuto mettermi in cammino per obbedire a un sogno e andare fino a Cracovia, in casa di un ebreo, un certo Eisik figlio di Jekel, per cercare un tesoro sotto la stufa! Eisik, figlio di Jekel, ma scherzi? Mi vedo proprio a entrare e mettere a soqquadro tutte le case in una città in cui metà degli ebrei si chiamano Eisik e l’altra metà Jekel!”. E rise nuovamente. Eisik lo salutò, tornò a casa sua e dissotterrò il tesoro con il quale costruì la sinagoga intitolata “Scuola di Reb Eisik, figlio di Reb Jekel”.

‘Ricordati bene di questa storia – aggiungeva allora Rabbi Bunam – e cogli il messaggio che ti rivolge: c’è qualcosa che tu non puoi trovare in alcuna parte del mondo, eppure esiste un luogo in cui la puoi trovare’”

Dentro di noi c’è la potenzialità del cambiamento e di una realizzazione nostra e del mondo. Indipendentemente dal mobbing quotidiano del sistema cui siamo assoggettati. Basta credere ai sogni.

Valerio Pignatta

1. Si veda ad esempio Silone, Ignazio, L’avventura d’un povero cristiano, Mondadori, Milano, 1974, dove la sua vicenda viene narrata in maniera davvero affascinante.

2. Buber, Martin, Il cammino dell’uomo, Qiqajon, Magnano, 1990, pp. 57-58.

www.ilcambiamento.it