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Tag: Marco Revelli

Immigrazione: la nostra risorsa

Autore: liberospirito 4 Ott 2015, Comments (0)
Che nei confronti dei migranti non siano sufficienti opere pie o iniziative filantropiche è un discorso non più rinviabile, sia per l’entità del problema in sé, sia per rispondere concretamente agli attacchi dei razzismi, più o meno dichiarati, oggi ben vivi e attivi in Europa e anche in Italia. Per questo riprendiamo una proposta/appello apparsa su “Il manifesto” del 29 settembre. Ci sembra un modo intelligente per provare a coniugare il bisogno drammatico espresso dei migranti, con un bisogno – anch’esso drammatico – ben presente sul territorio italiano.
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Il tema non è nuovo. Alcuni degli scri­venti ne hanno trat­tato sul “mani­fe­sto”. La sini­stra ha, in Ita­lia, la pos­si­bi­lità di indi­care una soluzione non con­tin­gente né tran­si­to­ria al pro­blema gigan­te­sco dell’immigrazione. Lo può fare nel migliore dei modi, risol­vendo al tempo stesso alcuni suoi dram­ma­tici pro­blemi demo­gra­fici, ter­ri­to­riali, eco­no­mici e sociali. Noi pos­siamo indi­care agli ita­liani, contro la poli­tica della paura e dell’odio, una pro­spet­tiva che non è solo di soli­da­rietà e di umano e tem­po­ra­neo soc­corso a chi fugge da guerre e miseria.
Con le donne, gli uomini e i bam­bini che arri­vano sulle nostre terre noi pos­siamo costruire un inse­ri­mento sta­bile e coo­pe­ra­tivo, rela­zioni umane dure­voli, fon­date su nuove eco­no­mie che gio­ve­reb­bero all’intero Paese. Gli scri­venti ricor­dano che l’Italia sof­fre di un grave squi­li­brio nella distri­bu­zione ter­ri­to­riale della sua popo­la­zione. Poco meno del 70% di essa vive inse­diata lungo le fasce costiere e le col­line lito­ra­nee della Peni­sola, men­tre le aree interne e l’osso dell’Appennino, soprat­tutto al Sud, sono in abbandono.
Sem­pre meno popo­la­zione, in que­ste zone, fa manu­ten­zione del ter­ri­to­rio, con­trolla i feno­meni ero­sivi, sic­ché nes­sun fil­tro e protezione – come è acca­duto per secoli – si oppone alle allu­vioni che di tanto in tanto pre­ci­pi­tano con vio­lenza nelle valli e nelle pia­nure. Non solo dun­que la gran parte della popo­la­zione, ma la ric­chezza nazio­nale (città e abi­tati, aziende, infra­strut­ture via­rie e fer­ro­via­rie, ecc) è sem­pre più priva, a monte , di difese rispetto ai feno­meni atmo­sfe­rici estremi dei nostri anni. Ma non dob­biamo sol­tanto fron­teg­giare tale minaccia.
Lo spo­po­la­mento, l’invecchiamento di popo­la­zione, la dena­ta­lità delle aree interne costi­tui­sce, in sé, una per­dita incal­co­la­bile di ricchezza. Ven­gono abban­do­nate terre fer­tili che erano state sedi di agri­col­ture, i boschi si insel­va­ti­chi­scono e non ven­gono più sfrut­tati, gli alle­va­menti di un tempo scom­pa­iono. Al tempo stesso bor­ghi e paesi deca­dono, per­dono i pre­sidi sani­tari, le scuole, i tra­sporti. E in tale pro­gres­sivo abban­dono degra­dano case, palazzi edi­fici di pre­gio, monu­menti, piazze: in una parola un immenso patri­mo­nio di edi­fi­cato rischia di andare in rovina insieme ai ter­ri­tori rurali.
Ebbene, que­ste aree non hanno biso­gno che di popo­la­zione, di nuove ener­gie, di voglia di vivere, di lavoro umano. Que­ste terre possono rina­scere, ricreare le eco­no­mie scom­parse o in declino con nuove forme di agri­col­tura che valo­riz­zino l’incomparabile ricchezza di bio­di­ver­sità dell’agricoltura ita­liana. In que­sti luo­ghi si può creare red­dito con nuove forme di alle­va­mento, in grado di uti­liz­zare immensi spazi oggi deserti, con­trol­lando le acque interne ora in disor­dine e tra­sfor­man­dole da minacce in risorse. In questi paesi può nascere un vasto movi­mento di edi­li­zia da restauro dell’esistente, capace di rimet­tere in sesto il patri­mo­nio abitativo. Senza dire che in molti di que­sti bor­ghi anche i nostri gio­vani pos­sono spe­ri­men­tare un nuovo modo di vivere il tempo quo­ti­diano, di sfug­gire alla fretta che svuota l’animo e fram­menta ogni sog­get­ti­vità, di creare rela­zioni soli­dali, di sco­prire la bel­lezza del pae­sag­gio, di curare la natura e gli ani­mali. Si cian­cia sem­pre di cre­scita, mai di arric­chire di senso la nostra vita.
Ebbene in che modo, con che mezzi, con quali forze si può per­se­guire un così ambi­zioso progetto?
La prima cosa da fare è can­cel­lare la legge Bossi-Fini e cam­biare atteg­gia­mento di lega­lità di fronte a chi arriva. Occorre dare agli immi­grati che vogliono restare la pos­si­bi­lità di tro­vare un lavoro in agri­col­tura, nell’edilizia, nella sel­vi­col­tura, nei ser­vizi con­nessi a tali set­tori, nel pic­colo arti­gia­nato. Non si capi­sce per­ché i gio­vani del Sene­gal o dell’Eritrea deb­bano finire schiavi come rac­co­gli­tori sta­gio­nali di arance o di pomo­dori e non pos­sano diven­tare col­ti­va­tori o alle­va­tori in coo­pe­ra­tive, costrut­tori e restau­ra­tori delle case che abi­te­ranno, dei labo­ra­tori arti­giani in cui si inse­die­ranno altri loro com­pa­gni. Ricor­diamo che oggi l’ agri­col­tura non è più un sem­plice set­tore pro­dut­tivo di beni agri­coli, ma è un ambito eco­no­mico mul­ti­fun­zio­nale. Nelle aziende agri­cole oggi si fa trasfor­ma­zione arti­gia­nale dei pro­dotti, pic­colo alle­va­mento, cucina locale, com­mer­cio, turi­smo, assi­stenza sociale, atti­vità didattica. E’ una rete di atti­vità e al tempo stesso un mondo di rela­zioni umane.
La seconda cosa da fare è avviare e met­tere insieme un vasto movi­mento di sin­daci. Su tale fronte, la strada è già aperta. Mimmo Lucano e Ila­rio Ammen­dola, sin­daci di Riace e Cau­lo­nia, in Cala­bria, hanno mostrato come pos­sano rina­scere i paesi con il con­corso degli immi­grati, se ben orga­niz­zati e aiu­tati con un minimo di soc­corso pub­blico.
I sin­daci dovreb­bero fare una rapida rico­gni­zione dei ter­reni dispo­ni­bili nel ter­ri­to­rio comu­nale: patri­mo­niali, dema­niali, pri­vati in abban­dono e fit­ta­bili, ecc. E ana­loga ope­ra­zione dovreb­bero con­durre per il patri­mo­nio edi­li­zio e abi­ta­tivo. A que­ste stesse figure spet­te­rebbe il com­pito di isti­tuire dei tavoli di pro­get­ta­zione insieme alle forze sin­da­cali, alla Col­di­retti, alle asso­cia­zioni e ai volon­tari pre­senti sul luogo. Se i diri­genti delle Coo­pe­ra­tive si ricor­das­sero delle loro ori­gini soli­da­ri­sti­che potreb­bero dare un con­tri­buto rile­van­tis­simo a tutto il progetto.
Sap­piamo che a que­sto punto si leva subito la domanda: con quali soldi? E’ la rispo­sta più facile da dare. Soldi ce ne vogliono pochi, soprat­tutto rispetto alle grandi opere o alle altre atti­vità in cui tanti impren­di­tori ita­liani e gruppi poli­tici sono cam­pioni di spreco. I fondi strut­tu­rali euro­pei 2016–2020 costi­tui­scono un patri­mo­nio finan­zia­rio rile­vante a cui attin­gere. E per le Regioni del Sud costi­tui­reb­bero un’ occa­sione per met­tere a frutto tante risorse spesso inu­ti­liz­zate.
E qui le forze della sini­stra dovreb­bero fare le prove di un modo antico e nuovo di fare poli­tica, met­tendo a dispo­si­zione del movimento i loro saperi e sforzi orga­niz­za­tivi, le rela­zioni nazio­nali di cui dispon­gono, il con­tatto coi media. Esse pos­sono smon­tare pezzo a pezzo l’edificio fasullo della paura su cui una destra inetta e senza idee cerca di lucrare for­tune elet­to­rali. L’immigrazione può essere tra­sfor­mata da minac­cia in spe­ranza, da disa­gio tem­po­ra­neo in pro­getto per il futuro. Così cessa la pro­pa­ganda e rina­sce la poli­tica in tutta la sua ric­chezza pro­get­tuale. In que­sto dise­gno la sini­stra potrebbe get­tare le fon­da­menta di un con­senso ideale ampio e duraturo.
Piero Bevi­lac­qua, Franco Armi­nio, Vezio De Lucia, Alfonso Gianni, Mau­ri­zio Lan­dini,
Tonino Perna, Marco Revelli, Edoardo Salzano, Enzo Scan­durra, Guido Viale 

No alla guerra in Siria!

Autore: liberospirito 9 Set 2013, Comments (0)

Riportiamo da “Adista Notizie” il seguente articolo riguardante le mobilitazioni in corso per fermare la guerra in Siria. E’ possibile trovare il resoconto su varie iniziative e il link ad alcuni siti dove leggere interventi e sottoscrivere petizioni. Come si diceva un tempo: leggi fai girare!

No-War

Dall’internazionalizzazione del conflitto siriano che si sta profilando l’Italia potrebbe rimanere fuori: non vi parteciperà senza un mandato delle Nazioni Unite, ma anche in presenza di questo, la decisione verrà presa solo dopo un voto del Parlamento. Al momento in cui scriviamo, sono queste le ultime dichiarazioni della nostra ministra degli Esteri Emma Bonino (28 agosto). Non è un atteggiamento pilatesco ovviamente, ma l’osservanza dell’art. 11 della nostra Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Disposizione che in nessun caso consente alla nostra nazione di agire un attacco armato.

Come fa notare l’appello al governo italiano “Se vuoi la pace, prepara la pace” lanciato da Stefano Rodotà, Maso Notarianni, Cecilia Strada, Maurizio Landini, Marcello Guerra, Fiorella Mannoia, Alessandro Robecchi, Marco Revelli e altri (lo si può firmare su change.org), il secondo comma dell’art. 11 recita: «Consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Ovvero, sottolineano i firmatari, «la Costituzione non dice che l’Italia può cedere sovranità per fare guerre ma, anzi, afferma che il nostro Paese pur di assicurare pace e giustizia tra le Nazioni è disposta a “cedere parte della sua sovranità”». Il popolo siriano «ha bisogno della comunità internazionale, ma non dall’alto di un bombardiere», «ha bisogno che la comunità internazionale smetta di considerare la guerra come opzione possibile». «L’Italia – è la sollecitazione finale – si metta a lavorare per costruire nel mondo pace e diritti e si chiami fuori da questa guerra, chiunque decida di farla».

La nonviolenza è realistica

Anche Pax Christi Italia sul suo sito, con un appello firmato da Sergio Paronetto, pubblicato anche su Avvenire (27/8) nella rubrica delle “Lettere al direttore”, si richiama all’art. 11 della nostra Carta costituzionale. «Come ripete spesso papa Francesco (con la Santa Sede), la strada da seguire non è l’intensificazione militare del conflitto armato, ma la “riconciliazione nella verità e nella giustizia” che può trovare attuazione nella progettata Conferenza di pace di Ginevra. Occorre attuare una svolta politica nonviolenta. La nonviolenza è realistica», è «la pienezza di una politica attiva, determinata e costante. In Siria, come altrove, è mancata una politica di pace con mezzi di pace», mentre «finora hanno parlato le armi». In questo contesto Paronetto ricorda l’attivismo del Mussalaha (v. Adista Notizie nn. 25, 28/12 e 29/13), il movimento di riconciliazione siriana che il direttore del quotidiano Marco Tarquinio, nella risposta a Paronetto, definisce «unico segno di speranza», «esperienza, non solo una proposta, che nel pieno della guerra, contraddicendola, è animata “dal basso” da nostri fratelli e sorelle di fede ma che coinvolge anche personalità di altre minoranze religiose e della maggioranza islamica. È una traccia viva e preziosa. Che indica un cammino non facile né scontato».

Politici dormienti

“Sveglia!” è il significativo titolo dell’appello che chiama alla mobilitazione politici e pacifisti evidentemente dormienti. Firmato da Savino Pezzotta, don Luigi Ciotti, Flavio Lotti, Antonio Papisca, Beppe Giulietti, Ottavia Piccolo, p. Efrem Tresoldi, Gabriella Stramaccioni e altri (lo si può sottoscrivere all’indirizzo email: [email protected]) e pubblicato sul sito del Sacro Convento di San Francesco di Assisi (www.sanfrancescopatronoditalia.it), lancia l’allarme: «Non c’è più tempo per l’indifferenza e l’ipocrisia. Agire è difficile. Non farlo sarà catastrofico». E dunque, “sveglia!”: «Abbiamo bisogno (…) di aprire un grande dibattito pubblico che consenta all’Italia di definire una proposta politica lungimirante e di trasformarla in politica europea»; «di mettere le istituzioni democratiche della comunità internazionale nella condizione di operare tempestivamente ed efficacemente per la risoluzione pacifica dei conflitti»; «di agire concretamente senza dover ricorrere all’intervento armato».

«Possibile», si chiede incredulo il presidente della Focsiv Gianfranco Cattai, unendosi all’appello di papa Francesco del 25 agosto, «che la comunità internazionale sappia solo passare dall’immobilismo all’interventismo armato? Possibile che non sia capace di affrontare con il dovuto realismo e responsabilità la grave situazione siriana imponendo una soluzione negoziale che garantisca pace nella giustizia?». Eppure, secondo la Focsiv, c’è una road map percorribile: «Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu imponga il cessate il fuoco ed offra alla Russia, nella prospettiva di una Siria unitaria, federale e democratica, la garanzia di un’area di influenza dove ora vi è il loro sbocco al Mediterraneo; instauri efficacemente una Corte internazionale di giustizia per la Siria che accerti i crimini sia da parte dei ribelli che del regime di Assad; aiuti la moltitudine dei civili ridotti ormai ad estrema miseria; favorisca l’autodeterminazione democratica del popolo siriano».

Un’oscenità morale frutto del commercio d’armi

È «profondamente preoccupata» Pax Christi International che chiede «tempestivi sforzi diplomatici» per «bloccare immediatamente il flusso di armi verso entrambe le parti e verso tutti i gruppi militanti» («molti Stati hanno contribuito ad alimentare il conflitto armato in Siria») e «portare al tavolo delle trattative tutte le parti direttamente o indirettamente coinvolte nel conflitto». Nella presa di posizione, datata 29/8, Pax Christi International invita i leader religiosi di ogni fede ad «usare la loro autorità morale per schierarsi, chiaramente e con urgenza, in pubblico e in privato, contro l’uso della violenza», richiedendo «con decisione una soluzione politica al conflitto armato», promuovendo «campagne di preghiera, di non-cooperazione e di testimonianza pubblica per mettere fine alla violenza in Siria».

Dal sito pacifista Sibialiria.org l’associazione No War-Roma il 27 agosto dichiara tutto il suo scandalo: «Senza sapere – si legge nell’appello che chiama alla mobilitazione – che cosa è successo e chi è stato, applicando il principio di colpevolezza senza prove e a dispetto del cui prodest, gli Usa e le altre potenze rivendicano la necessità di un attacco diretto alla Siria parlando di “oscenità morale del regime siriano”. L’oscenità morale è questa guerra. Chiediamo a tutti in tutto il mondo di opporsi nelle strade».

«La guerra è la più grande violazione dei diritti umani, poiché essa consiste della commissione di stragi», esemplifica dal canto suo Peppe Sini del Centro di ricerca per la pace di Viterbo (28/8). «Sostenere che si promuove una guerra per difendere i diritti umani – afferma – è una contraddizione in termini. Solo la pace salva le vite e difende i diritti umani». «L’obiettivo più urgente che l’umanità deve porsi è abolire la guerra, prima che la guerra abolisca l’umanità», evidenzia Sini. Che propone la sua ricetta: «Occorre la scelta della nonviolenza come principio regolatore delle relazioni internazionali» e «ispiratore della politica tout court», come «lotta la più nitida e la più intransigente contro tutte le violenze, le oppressioni e le menzogne» per la «liberazione dell’umanità».

Non è un appello, ma un’approfondita analisi politica della situazione generatasi con la crisi siriana (come anche quella di Un Ponte per…, al sito www.unponteper.it/fermare-lintervento-armato-in-siria-non-tagliamo-la-corda/) la riflessione del Movimento nonviolento (30/8), che considera: «A questo punto un intervento armato esterno, con i bombardamenti dall’alto dei cieli, non solo è completamente privo di senso rispetto alla situazione specifica, non solo, come tutte le guerre, aggiunge crimine a crimine nei confronti della martoriata popolazione civile, non solo è senza alcuna legittimità internazionale, ma è anche, nonostante il dispiegamento di potenti e terrificanti armamenti, un grave di segno di impotenza della comunità internazionale».