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Tag: Manlio Dinucci

L’arte della guerra (e della menzogna)

Autore: liberospirito 15 Apr 2015, Comments (0)

E’ tempo di vacche magre – si dice – per questo dobbiamo tutti tirare la cinghia e ciascuno dovrà fare la sua parte… Queste sono alcune delle frasi fatte che sentiamo ripetere in questi tempi dai vari governanti. Insomma, non ci sono soldi per scuola, sanità, trasporti, per i disoccupati, per gli immigrati, per le pensioni, per i rinnovi contrattuali. Eccetera, eccetera. Eppoi arriva il rapporto del Sipri (Stockolm International Peace Research Institute) sulle spese militari nel mondo a contraddire tutte quelle parole. Così apprendiamo che ogni minuto si spendono nel mondo – a scopo militare  – 3,4 milioni di dollari, 204 milioni ogni ora, 4,9 miliardi al giorno. E l’Italia fa la sua bella parte, spendendo ottanta milioni al giorno in spese militari (collocandosi al dodicesimo posto mondiale). L’articolo che segue (l’autore è Manlio Dinucci, il quotidiano è “Il manifesto” di ieri) parla di ciò. Leggere per credere.

Military-Spending

La spesa mili­tare ita­liana, cal­co­lata al tasso di cam­bio cor­rente dollaro/euro, è salita da 65 milioni di euro al giorno nel 2013 a circa 70 nel 2014.

Anche nell’ipotesi che resti inva­riata nel 2015 (cosa impos­si­bile per­ché la Nato preme per un aumento), la spesa annuale del 2014 equi­vale, all’attuale tasso di cam­bio, a 29,2 miliardi di euro, ossia a 80 milioni di euro al giorno.

Ciò emerge dai dati sulla spesa mili­tare mon­diale, pub­bli­cati ieri dal Sipri. Più pre­cisi di quelli del Mini­stero della difesa, il cui bud­get uffi­ciale ammonta nel 2014 a 18,2 miliardi di euro, ossia a circa 50 milioni di euro al giorno. Ad esso si aggiun­gono però altre spese mili­tari extra-budget, che gra­vano sul Mini­stero dello svi­luppo eco­no­mico per la costru­zione di navi da guerra, cac­cia­bom­bar­dieri e altri sistemi d’arma e, per le mis­sioni mili­tari all’estero, su quello del Mini­stero dell’economia e delle finanze.

Net­ta­mente in testa restano gli Stati uniti, con una spesa nel 2014 di 610 miliardi di dol­lari (equi­va­lenti, all’attuale tasso di cam­bio, a 575 miliardi di euro).

Stando ai soli bud­get dei mini­steri della difesa, la spesa mili­tare dei 28 paesi della Nato ammonta, secondo una sua sta­ti­stica uffi­ciale rela­tiva al 2013, ad oltre 1000 miliardi di dol­lari annui, equi­va­lenti al 56% della spesa mili­tare mon­diale sti­mata dal Sipri. In realtà la spesa Nato è supe­riore, soprat­tutto per­ché al bilan­cio del Pen­ta­gono si aggiun­gono forti spese mili­tari extra bud­get: ad esem­pio, quella per le armi nucleari (12 miliardi di dol­lari annui), iscritta nel bilan­cio del Dipar­ti­mento dell’energia; quella per gli aiuti mili­tari ed eco­no­mici ad alleati stra­te­gici (47 miliardi annui), iscritta nei bilanci del Dipar­ti­mento di stato e della Usaid; quella per i mili­tari a riposo (164 miliardi annui), iscritta nel bilan­cio del Dipar­ti­mento degli affari dei vete­rani. Vi è anche la spesa dei ser­vizi segreti, la cui cifra uffi­ciale (45 miliardi annui) è solo la punta dell’iceberg.

Aggiun­gendo que­ste e altre voci al bilan­cio del Pen­ta­gono, la spesa mili­tare reale degli Stati uniti sale a circa 900 miliardi di dol­lari annui, circa la metà di quella mon­diale, equi­va­lenti nel bilan­cio fede­rale a un dol­laro su quat­tro speso a scopo militare.

Nella sta­ti­stica del Sipri, dopo gli Stati uniti ven­gono la Cina, con una spesa sti­mata in 216 miliardi di dol­lari (circa un terzo di quella Usa), e la Rus­sia con 85 miliardi (circa un set­timo di quella Usa). Seguono l’Arabia Sau­dita, la Fran­cia, la Gran Bre­ta­gna, l’India, la Ger­ma­nia, il Giap­pone, la Corea del sud, il Bra­sile, l’Italia, l’Australia, gli Emi­rati Arabi Uniti, la Turchia.

La spesa com­ples­siva di que­sti 15 paesi ammonta, nella stima del Sipri, all’80% di quella mondiale.

La sta­ti­stica evi­den­zia il ten­ta­tivo di Rus­sia e Cina di accor­ciare le distanze con gli Usa: nel 2013–14 le loro spese mili­tari sono aumen­tate rispet­ti­va­mente dell’8,1% e del 9,7%. Aumen­tate ancora di più quelle di altri paesi, tra cui: Polo­nia (13% in un anno), Para­guay (13%), Ara­bia Sau­dita (17%), Afgha­ni­stan (20%), Ucraina (23%), Repub­blica del Congo (88%).

I dati del Sipri con­fer­mano che la spesa mili­tare mon­diale (cal­co­lata al netto dell’inflazione per con­fron­tarla a distanza di tempo) è risa­lita a un livello supe­riore a quello dell’ultimo periodo della guerra fredda: ogni minuto si spen­dono nel mondo a scopo mili­tare 3,4 milioni di dol­lari, 204 milioni ogni ora, 4,9 miliardi al giorno. Ed è una stima per difetto della folle corsa alla guerra, che fa strage non solo per­ché porta a un cre­scente uso delle armi, ma per­ché bru­cia risorse vitali neces­sa­rie alla lotta con­tro la povertà.

Manlio Dinucci

I sepolcri imbiancati e “Charlie Hebdo”

Autore: liberospirito 14 Gen 2015, Comments (0)

Il massacro alla redazione di “Charlie Hebdo” e tutto quello che ne è seguito non cessa – come è giusto che sia di fronte a un dramma del genere – di sollecitare domande, riflessioni, pensieri. In questo caso rivolgiamo l’attenzione ai personaggi che si trovavano alla testa della manifestazione parigina di domenica scorsa. Erano sicuramente figure di primo piano della politica mondiale, ma siamo altrettanto sicuri che rappresentassero degnamente il desiderio di pace, di convivenza e dialogo, invocato a gran voce dai milioni di uomini e di donne che stavano sfilando? Oppure, per usare una vecchia ma eloquente immagine evangelica, altro non erano che “sepolcri imbiancati”, i sepolcri imbiancati del nostro tempo? Anche su queste cose sarebbe bene interrogarsi e agire: lasciare l’iniziativa a tali personaggi (“la testa del corteo” è una metafora efficace) non può produrre – è poco ma sicuro – nulla di buono. Su tutto ciò ecco un breve articolo a firma di Manlio Dinucci, apparso su “Il  manifesto” di ieri. 

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Due milioni di persone, dopo gli attentati terroristici, hanno attraversato in corteo Parigi, facendone (nelle parole del presidente Hollande) la «capitale della libertà» nel mondo. In effetti il sentimento prevalente, che ha fatto mobilitare tante persone di diverse nazionalità, era quello di rivendicare la libertà dall’odio, dalla violenza terroristica, dalla guerra.

Ma alla testa del corteo c’erano proprio alcuni dei principali responsabili delle politiche che hanno portato a tutto questo.

Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, l’alleanza a guida Usa che nella guerra contro la Libia nel 2011 e quella in corso contro la Siria ha armato e addestrato gruppi islamici prima definiti terroristi. Il primo ministro della Turchia, il re della Giordania e il ministro degli esteri degli Emirati arabi uniti, paesi che forniscono oggi anche all’Isis armi, addestramento, vie di transito e finanziamenti per condurre la guerra in Siria e Iraq. Il primo ministro britannico Cameron e l’ex presidente francese Sarkozy, che hanno usato forze speciali e servizi segreti per operazioni terroristiche in Libia, Siria e altri paesi. Il premier Renzi, in rappresentanza di quell’Italia che, partecipando alla demolizione dello Stato libico, ha contribuito a incendiare il Nordafrica e Medioriente. Il presidente Hollande, promotore dell’operazione militare lanciata dalla Francia in Mali e Niger (rappresentati dai rispettivi presidenti al corteo di Parigi), ufficialmente per aiutarli a combattere i terroristi islamici, in realtà per sfruttarne le ricche materie prime (oro, coltan, uranio e altre), il cui ricavato finisce nelle tasche delle multinazionali e della élite locali.

Il primo ministro israeliano Netanyahu che, sfruttando il cordoglio per le quattro vittime ebree in uno degli attentati terroristici di Parigi, cerca di far dimenticare le migliaia di vittime palestinesi, tra cui centinaia di bambini, nell’operazione «Piombo fuso» e nelle successive da lui ordinate contro Gaza. Il fatto che al corteo di Parigi vi fosse in seconda fila Abu Mazen, in veste non di presidente palestinese ma di rappresentante di Al Fatah, non è indice di un cambio di politica da parte di Israele. Con la sua presenza in testa al corteo, Netanyahu cerca di far dimenticare anche il sostegno che Israele fornisce alle operazioni terroristiche dei «ribelli» in Siria.

In testa al corteo avrebbe dovuto esserci in posizione preminente anche il segretario di stato Usa John Kerry, che ha preferito però di restare in India per stringere accordi in funzione anticinese e antirussa. Gli Usa erano rappresentati a Parigi dal ministro della giustizia Eric Holder, che ha partecipato a una riunione con i ministri dell’interno di 11 paesi europei tra cui l’Italia. Kerry arriverà nella capitale francese il 14 gennaio, per preparare un «summit sulla sicurezza globale» che si svolgerà il 18 febbraio a Washington.

Intanto il primo ministro Manuel Valls annuncia che «la Francia è in guerra contro il terrorismo ed è pronta ad adottare nuove misure». L’Occidente si sta così ricompattando, sotto leadership Usa, con la motivazione ufficiale di dover affrontare la minaccia del terrorismo. Quello che esso stesso ha contribuito a creare ed ha alimentato, nelle tragiche situazioni sociali provocate dalle guerre scatenate nell’arco di oltre vent’anni. I cui militanti di base svolgono, quasi sempre inconsapevolmente, un ruolo funzionale agli interessi delle potenze che pensano di combattere.

Dando così una mano a chi, in testa al corteo dell’Occidente, cerca come il pifferaio magico di incantarlo con la sua musica, conducendolo sulla via che porta al baratro della guerra.

Manlio Dinucci

Renzi, il drone e l’emiro

Autore: liberospirito 14 Nov 2014, Comments (0)

L’articolo che segue, di Manlio Dinucci e apparso giorni fa sul “Manifesto”, illustra molto bene cosa intenda l’attuale premier in carica per lavoro, progresso, cooperazione internazionale e, soprattutto, promozione della pace nel mondo. Non c’è che dire. Signori, è il nuovo che avanza…

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«È il futuro», ha annunciato orgogliosamente il premier Renzi, inaugurando insieme alla ministra della difesa Pinotti il nuovo stabilimento della Piaggio Aerospace a Villanova d’Albenga (Savona), definito dai dirigenti dell’azienda un centro di eccellenza che permette di «mantenere il ruolo di global brand nell’aviazione d’affari acquisendo in parallelo quello di player mondiale nel settore difesa». In altre parole, alla produzione di aerei di lusso per superricchi ed executive di multinazionali, la Piaggio Aerospace (nuova denominazione di Piaggio Aero) unisce quella di velivoli militari, come il pattugliatore multiruolo Multirole Patrole Aircraft e il velivolo a pilotaggio remoto P.1HH HammerHead.

Su quest’ultimo punta l’azienda per affermarsi nel settore militare. È un drone (velivolo senza pilota) di nuova generazione, progettato per una vasta gamma di missioni. Con una lunghezza e una apertura alare di circa 15 metri, e un peso massimo al decollo di oltre 6 tonnellate, il velivolo può volare per oltre 15 ore con un raggio d’azione di 8000 km, manovrando sia in modalità automatica che pilotato da una stazione terrestre. Con i suoi sofisticati sensori può individuare l’obiettivo, anche in movimento, fornendo le coordinate per l’attacco aereo o terrestre, o colpendolo direttamente con missili e bombe a guida di precisione. È quindi un sistema d’arma ideato per le guerre di aggressione in distanti aree geografiche.

Così l’Italia «si toglie di dosso la muffa», ha dichiarato Renzi nel discorso allo stabilimento della Piaggio Aero-space, dove accanto al palco troneggiava un modello del nuovo drone, intendendo sicuramente per «muffa» l’Art. 11 della Costituzione sul ripudio della guerra.

Quella della Piaggio Aerospace è una «storia da raccontare», ha aggiunto Renzi, poiché è un’azienda che sembrava finita ma è ripartita. Come abbia fatto lo si capisce dalla composizione del suo capitale sociale: esso è detenuto per il 98,05% dalla Mubadala Development Company, compagnia dell’emirato Abu Dhabi presieduta da Sua Altezza lo sceicco Mohamed Bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi e vice comandante supremo delle Forze armate. L’1,95% appartiene all’ing. Piero Ferrari (figlio di Enzo, fondatore della Scuderia di Maranello), passato dalle auto da corsa agli aerei da guerra: è stato sotto la sua presidenza dal 1998 al 2014 che la Piaggio Aero, oggi Piaggio Aerospace, è entrata nel settore militare.

Quindi l’azienda che Renzi indica all’Italia come fulgido esempio da seguire non è più italiana, ma appartiene quasi interamente alla famiglia dell’emiro di Abu Dhabi, il maggiore dei sette Emirati arabi uniti. «La nostra relazione di amicizia con gli Emirati arabi uniti – ha sottolineato Renzi nel suo discorso – non nasce semplicemente dal fatto che Mubadala è nel capitale di Piaggio o che Ethiad (altra compagnia degli Emirati) è nel capitale di Alitalia, ma nasce da un’idea profonda di condivisione politica».

Nessuno ne dubita: gli Emirati, come l’Italia, sono legati a doppio filo agli Stati uniti e alla rete delle loro basi militari. Per questo a Washington, e di conseguenza a Roma, si passa sotto silenzio il fatto – documentato dal Rapporto 2014 di Human Rights Watch – che ad Abu Dhabi e negli altri emirati il potere è concentrato per via ereditaria nelle mani delle famiglie regnanti, mentre partiti e sindacati sono considerati illegali, i dissidenti vengono imprigionati e torturati, gli immigrati (che costituiscono l’88,5% degli abitanti) schiavizzati.

Sarà questo, anche per l’Italia, il «futuro» di cui parla Renzi?

Manlio Dinucci

Sono bastate davvero poche parole, di poco fuori dalla genericità della retorica tradizionale, perché le dichiarazioni dell’attuale pontefice sulla minaccia di guerra in Siria venissero ignorate dai potenti della terra, creando imbarazzo e un implicito fastidio in quel mondo che si reputa fuori dal mondo e al di sopra dei comuni mortali (ci riferiamo ai vari presidenti, monarchi, economisti, politici, banchieri, generali, opinion-maker, etc.). A questo proposito pubblichiamo l’articolo, uscito ieri su “Il manifesto”, firmato da Manlio Dinucci.

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L’imbarazzato silenzio dei governanti

È’ tradizione consolidata in Italia che, ogni volta che il Papa apre bocca, si leva dai politici un coro bipartisan di consensi. Ora però Papa Francesco si è espresso contro la guerra, riferendosi implicitamente ma chiaramente all’attacco in preparazione contro la Siria. E si è chiesto: «Questa guerra di là, quest’altra di là – perché dappertutto ci sono guerre – è davvero una guerra per problemi o è una guerra commerciale per vendere queste armi?». Di fronte a tale presa di posizione e alla vasta mobilitazione popolare che la sostiene, i coristi si sono ammutoliti. Praticamente assenti, sui media, i soliti plausi del presidente della repubblica, del capo e dei membri del governo, dei segretari dei maggiori partiti. In compenso, il segretario del Pd Guglielmo Epifani ha lodato il governo perché ha fatto «una scelta giusta fin dal principio, dichiarandosi contrario all’intervento in Siria». Si è dimenticato Epifani che il giorno prima il governo Letta aveva sottoscritto, ai margini del G-20 a San Pietroburgo, la Dichiarazione sulla Siria presentata dagli Stati uniti, che condanna il governo siriano per il «terrificante attacco con armi chimiche», accusa il Consiglio di sicurezza di essere «paralizzato» (dal veto russo) e chiede «una forte risposta internazionale». Tace Epifani anche sul fatto che l’Italia è in prima linea nella preparazione dell’attacco aeronavale alla Siria: come quello contro la Libia nel 2011, sarebbe diretto dal Comando Usa di Napoli e sostenuto dall’intera rete di basi Usa/Nato in Italia, in particolare da quelle di Sigonella e Camp Darby. Per un primo attacco, della durata di alcuni giorni, sono più che sufficienti le forze aeronavali messe in campo da Stati uniti e Francia, che lancerebbero centinaia di missili e bombe a testata penetrante. Sarebbero probabilmente impiegati anche bombardieri strategici B-2 Spirit, gli aerei più cari del mondo (oltre 2 miliardi di dollari ciascuno), già usati contro la Serbia, l’Iraq e la Libia. Concepiti per l’attacco nucleare, possono trasportare oltre 18 tonnellate di bombe e missili a testata non-nucleare. Una partecipazione diretta italiana nella prima fase è quindi superflua sul piano militare, anche se non esclusa: con la motivazione ufficiale di proteggere il contingente italiano in Libano, è stato inviato nel Mediterraneo orientale il cacciatorpediniere lanciamissili Andrea Doria, che si aggiunge alle unità statunitensi, francesi, israeliane e turche che fronteggiano quelle russe. Situazione sempre più pericolosa: con quelle in arrivo, le navi da guerra russe nel Mediterraneo orientale saliranno a 12.
Epifani passa sotto silenzio anche il fatto che l’Italia è da tempo impegnata a sostenere la guerra interna: partecipa al gruppo intergovernativo degli «Amici della Siria» che, lo scorso giugno a Doha, si è apertamente impegnato a fornire armi ai «ribelli» (cosa che da tempo già faceva sotto direzione Cia). Pur tacendo, il governo non ha però fatto mancare la sua presenza alla preghiera per la pace. Il ministro della difesa Mario Mauro è giunto alla veglia in piazza San Pietro, senza però rispondere ai giornalisti che gli chiedevano come possa conciliarsi la preghiera per la pace con l’acquisto degli F35. Il premier Letta è andato in chiesa a Cernobbio, ma ha taciuto quando gli hanno chiesto se partecipava al digiuno per la pace. La regola del silenzio l’ha imparata partecipando al gruppo Bilderberg, cupola dei poteri occulti, che nel meeting 2012 (sempre a porte chiuse e in silenzio stampa) ha invitato insieme a Letta oscuri «rappresentanti dell’opposizione siriana».

Manlio Dinucci

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