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Tag: Luca Kocci

L’altro giorno migliaia e migliaia di insegnanti e studenti sono scesi in piazza contro la cosiddetta “buona scuola” voluta dal governo Renzi. Ma non è di questo che intendiamo parlare in questo post; la notizia, per fortuna, è sufficientemente nota. Vogliamo dare invece spazio a un fatto di cui poco si è parlato: ci riferiamo a un provvedimento disciplinare nei confronti di un docente che ha rimosso dall’aula in cui insegnava il crocifisso. Il tutto in barba alla tanto decantata libertà di pensiero. Riprendiamo l’articolo di Luca Kocci, apparso su “Adista” (n. 15 del 25 aprile 2015).

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Un mese senza insegnare e senza percepire lo stipendio. È questa la sanzione che l’Ufficio scolastico regionale per l’Umbria ha inflitto a Franco Coppoli, docente dell’Istituto tecnico “Allievi – San Gallo” di Terni. La colpa dell’insegnante? Aver rimosso i crocefissi dalle aule in cui fa lezione.

Il provvedimento, comminato lo scorso 1° aprile ed entrato in vigore l’8 – alla ripresa dell’attività didattica dopo la pausa pasquale –, motiva la decisione di sospendere l’insegnante dal servizio e dallo stipendio per 30 giorni in maniera piuttosto generica, limitandosi a sostenere che il comportamento del professore costituisce «una violazione dei doveri connessi alla posizione lavorativa cui deve essere improntata l’azione e la condotta di un docente».

Già nel febbraio 2009 Coppoli venne sospeso per un mese perché toglieva il crocefisso dalla parete dell’aula in cui insegnava – allora si trattava dell’Istituto professionale “Alessandro Casagrande” di Terni –, ricollocandolo al termine della lezione (v. Adista Notizie nn. 91/08; 25 e 84/09). Oltre al suo ci sono stati altri casi, tutti sanzionati in maniera più o meno decisa dall’amministrazione scolastica: Luigi Girelli nel bergamasco (v. Adista Notizie nn. 13, 39, 75 e 77/05) e, solo qualche mese fa, Davide Zotti a Trieste.

«L’elemento da cui partire è la sentenza della Corte di Strasburgo del 2011 sul ricorso di una famiglia che chiedeva la rimozione del crocefisso dalla scuola elementare frequentata dal figlio, ad Abano Terme», spiega Antonia Sani, del Comitato nazionale “Scuola e Costituzione”, interpellata da Adista sulla questione. «Nel 2011 la Corte di Strasburgo sentenzia che non c’è ragione di rimuovere il crocefisso, in quanto si tratta di un “simbolo culturale” di valore universale. L’atto compiuto da Coppoli ripete quello precedente del 2009, ma nel frattempo è stata emanata la sentenza di Strasburgo, e quindi la sua azione assume un nuovo significato perché non intende riconoscere un generico valore culturale a un simbolo religioso, che come tale si trova nelle aule scolastiche. Nel provvedimento dell’Ufficio scolastico dell’Umbria non c’è alcun riferimento a Strasburgo, ma il problema è proprio quella sentenza, che andrebbe invece rimessa in discussione: perché continuare a tollerare la presenza di un simbolo religioso, non “culturale”, di una religione, che non è più religione di Stato, nelle aule di una scuola dello Stato? Dal momento che nessuna legge prevede l’obbligo di esporre il crocefisso nelle aule scolastiche – non lo prevede nemmeno il sempre citato Regio Decreto del 1924 che parlava della presenza del ritratto del re e del crocefisso – la questione allora è non chi toglie il crocefisso, ma chi decide e autorizza la sua affissione nelle scuole».

Luca Kocci

L’albero, i frutti e la truffa finanziaria

Autore: liberospirito 22 Dic 2014, Comments (0)

Una volta, sotto Natale, si diceva ai bambini di fare i bravi. E’ di questi giorni (sotto Natale, appunto) la notizia che l’ordine francescano è coinvolto in uno scandalo economico-finanziario di notevoli proporzioni. Evidentemente non hanno fatto i bravi. E allora? Non servono commenti dinanzi a fatti del genere, ma qualcosa si può comunque provare a dire. «Chi è senza peccato, scagli la prima pietra», afferma Gesù nel Vangelo (Gv 8,7), condannando l’ipocrisia di tanti moralisti. E’ un’ammonizione da non scordare, anche per questo caso. Non amiamo indossare gli abiti da moralista. Ma è vero anche che nei Vangeli si legge pure questo: «Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto» (Lc 6, 43-44). Qui, c’è poco da dire, i frutti son quelli che sono: marci. Che fare allora dell’albero? (La domanda, se non lo si è capito, è retorica). A seguire, l’articolo di Luca Kocci (apparso su “Il manifesto”) che presenta il fatto.

Villetta Barrea (L'Aquila): Faggio del Pontone

Francescani : poveri per truffa

Fine d’anno ingloriosa per Francesco d’Assisi, il santo della povertà a cui papa Bergoglio ha detto di essersi ispirato quando nella Cappella sistina, appena eletto papa, ha scelto il proprio nome da pontefice. I suoi discepoli, i minori, l’ordine da lui fondato otto secoli fa, sono alle prese con un buco di bilancio di svariati milioni di euro, causato da «dubbie operazioni finanziarie», condotte anche da alcuni frati. E quello dei francescani è solo l’ultimo e l’ennesimo scandalo economico-finanziario che, in tempi recenti, ha coinvolto enti ecclesiastici e congregazioni religiose. Evidentemente nella Chiesa il bimillenario conflitto fra Dio e Mammona è sempre attuale.

Le rivelazione del dissesto economico dei francescani arriva direttamente dal ministro generale dell’Ordine dei frati minori – il terzo istituto religioso maschile della Chiesa cattolica per numero di aderenti, dopo gesuiti e salesiani –, lo statunitense fr. Michael Anthony Perry, in una lettera indirizzata agli oltre 14mila frati sparsi nel mondo. La situazione è «grave, sottolineo grave», rimarca Perry. Un aggettivo volutamente ribadito che lascia intendere – dalla Curia generale dell’ordine non si fanno cifre – che il buco di bilancio ammonta a decine di milioni di euro, forse anche di più. Non a causa della crisi, ma per operazioni finanziarie spericolate «condotte da frati cui era stata affidata la cura del patrimonio dell’ordine», in concorso anche con persone esterne ai francescani, già denunciate alla magistratura.

L’indagine interna, avviata nello scorso settembre e tutt’ora in corso, ha evidenziato una serie di attività finanziarie, definite eufemisticamente «dubbie», realizzate dall’Economato generale dei francescani. L’economo generale, p. Giancarlo Lati (prima di scegliere il saio lavorava al Monte dei Paschi di Siena), si è dimesso ed è stato subito sostituito dal suo vice, p. Silvio De La Fuente, affiancato da un secondo frate esperto in questioni economiche e amministrative, p. Pasquale Del Pezzo.

«La Curia generale si trova in una situazione di grave difficoltà finanziaria, con un cospicuo ammontare di debiti», si legge nella lettera del ministro generale. Dall’indagine interna «è emerso che i sistemi di vigilanza e di controllo finanziario della gestione del patrimonio dell’Ordine erano o troppo deboli oppure compromessi, con l’inevitabile conseguenza della loro mancanza di efficacia rispetto alla salvaguardia di una gestione responsabile e trasparente». Dai primi riscontri pare che si siano verificate molteplici «dubbie operazioni finanziarie», «senza la piena conoscenza e il consenso né del precedente né dell’attuale Definitorio generale», l’organo di governo centrale dell’Ordine. Operazioni che «hanno messo in grave pericolo la stabilità finanziaria della Curia generale» e che «vedono coinvolte persone che non sono francescane ma che sembra abbiano avuto un ruolo centrale nella vicenda». Si avvalora quindi l’ipotesi di una sorta di “concorso esterno” – che potrebbe anche nascondere una truffa –, ma le principali responsabilità sembrano essere tutte interne all’Ordine.

Uno dei filoni dell’indagine ruoterebbe attorno all’hotel “Il Cantico” – nome francescano doc, plasmato sul Cantico di frate Sole di Francesco d’Assisi –, albergo e ristorante di lusso di proprietà dei religiosi, a due passi da San Pietro, alla cui guida c’era l’ex economo, p. Lati, «un paradiso di eleganza, calore e benessere», si legge nel sito internet della struttura. Ma la vicenda potrebbe varcare anche i confini nazionali: secondo Panorama la magistratura svizzera avrebbe sequestrato alcuni depositi dell’Ordine per decine di milioni di euro perché sospetta che sarebbero stati investiti in società finite sotto inchiesta per traffici illeciti.

In attesa di eventuali sviluppi penali, l’indagine interna, scrive Perry, dovrà quantificare la reale consistenza dell’ammanco, rafforzare i sistemi di controllo e vigilanza interni e passare al setaccio tutte «le attività dell’ufficio dell’Economato generale dal 2003 ad oggi, prestando particolare attenzione a qualunque operazione potesse suscitare sospetto o preoccupazione». Da valutare la posizione del precedente ministro generale dei frati minori (dal 2003 al 2013), mons. José Rodríguez Carballo, da poco più di un anno nominato da papa Francesco segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica. Lo stesso Carballo, nello scorso agosto, firmò – insieme al prefetto della Congregazione, card. Braz de Aviz –, le “Linee orientative per la gestione dei beni negli Istituti di vita consacrata e nelle Società di vita apostolica”: un vademecum per la gestione corretta e trasparente dei beni e dei patrimoni degli ordini e delle congregazioni religiose.

I frati minori non rischiano il fallimento, ma il pesante dissesto economico potrebbe metterli in seria difficoltà. Tanto che Perry chiede a tutti i conventi di inviare alla Curia generale «un contributo finanziario per aiutarci a far fronte all’attuale situazione, che implica anche il pagamento di cospicue somme di interessi passivi». Chissà che questa vicenda non obblighi l’Ordine a recuperare la povertà praticata e auspicata da Francesco d’Assisi che fin dall’inizio – nonostante le agiografie edulcorate – fu guardata con sospetto dai papi e contestata dagli stessi francescani, che proprio sulla questione della povertà si divisero già all’indomani della morte del loro fondatore.

Luca Kocci

Riprendiamo da un articolo di Luca Kocci su “Il manifesto” di oggi, 23 maggio, la notizia della scomunica che ha colpito Martha Heizer,  presidente e co-fondatrice del movimento We are Church (Noi siamo Chiesa). Non c’è che dire: un bel regalo della Chiesa di papa Francesco…

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Durissimo provvedimento della Santa sede contro i gruppi cattolici di base. La Congregazione per la dottrina della fede ha scomunicato – quindi escluso dai sacramenti ed espulso dalla Chiesa cattolica –

Martha Heizer, cofondatrice e presidente di We are Church (Noi siamo Chiesa), il principale movimento cattolico internazionale progressista, presente in oltre 20 nazioni e impegnato per una riforma della Chiesa in direzione di una maggiore collegialità, pluralismo e povertà.

Da tre anni Martha Heizer e suo marito Ehemann Gert (scomunicato anche lui), per sollevare pubblicamente la questione dell’ordinazione presbiterale delle donne, celebrano l’eucaristia nella loro casa ad Absam (vicino Innsbruck, in Austria) insieme ad altre persone della comunità e senza preti. Una prassi peraltro comune nelle comunità cristiane di base, moltissime delle quali anche in Italia.

La Congregazione per la dottrina della fede (l’ex sant’Uffizio) – guidata dal card. tedesco Müller, nominato da Ratzinger e annoverato fra i conservatori – ha avviato un’indagine che mercoledì sera si è conclusa con la consegna, da parte del vescovo di Innsbruck, mons. Manfred Scheuer, del decreto di scomunica proprio per aver infranto le regole canoniche sul sacramento dell’eucaristia. La coppia però lo ha respinto e non ha nemmeno voluto ritirarlo. «Siamo stati trattati come i preti che hanno compiuto delitti gravissimi, come gli abusi sessuali sui minori, anzi peggio perché non conosciamo un solo caso di un prete pedofilo che è stato scomunicato», dichiarano Heizer e suo marito. «Abbiamo rifiutato di ritirare il decreto, non lo accettiamo perché sappiamo di non aver commesso abusi tali da essere scomunicati. Anzi continueremo a impegnarci con maggior forza per la riforma della Chiesa cattolica: proprio queste modalità mostrano con quanta urgenza la Chiesa debba essere rinnovata». «Con le loro azioni, Heizer e suo marito hanno creato una situazione per cui era necessario prendere provvedimenti», lo scarno commento di mons. Scheuer, «in un certo senso si sono auto scomunicati».

Per Vittorio Bellavite, portavoce della sezione italiana di Noi siamo Chiesa, l’intervento è un attacco dell’ala conservatrice delle gerarchie al nuovo clima ecclesiale: «Il card. Müller ha “usato” questa vicenda per un attacco, indiretto ma molto duro, al nuovo corso di papa Francesco e alle riforme indispensabili che egli cerca di proporre. Non è possibile nessuna altra interpretazione davanti a un intervento nei confronti della presidente del principale movimento che da anni si impegna per la riforma della Chiesa cattolica nella linea del Concilio e che, ora, ha accolto con convinzione il messaggio del nuovo vescovo di Roma. La questione, di cui era imputata Martha, era ferma da tre anni e sembrava abbandonata. Non a caso viene risollevata ora che nella Chiesa lo scontro si sta facendo vivace».

Noi siamo Chiesa è nata in Austria nel 1996 attorno ad un “Appello al Popolo di Dio” che raccolse 2 milioni e 500mila firme in tutta Europa (oltre 35mila in Italia) e che chiedeva riforme radicali nella Chiesa cattolica: maggiore democrazia, abolizione dell’obbligo del celibato ecclesiastico, fine delle discriminazioni contro gli omosessuali, accesso ai sacramenti per i divorziati risposati. La scomunica alla presidente è un duro colpo al dialogo con il mondo cattolico di base, che sembrava essersi riaperto con papa Francesco, il quale però era sicuramente informato del provvedimento.

Luca Kocci

8 x mille. Metà verità (e metà bugia)

Autore: liberospirito 22 Apr 2014, Comments (0)

E’ uscito oggi su “il manifesto” un articolo di Luca Kocci riguardante la pubblicità proposta sui media dalla Chiesa cattolica per l’8 per mille da indicare nella prossima dichiarazione dei redditi. Come dire: una mezza verità è anche una mezza bugia…

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I testimonial non sono attori e sono scelti con cura: c’è la suora missionaria in una baraccopoli di Addis Abeba, la comunità Progetto Sud di don Giacomo Panizza a Lamezia Terme più volte presa di mira dalle ‘ndrine, gli interventi di solidarietà internazionale della Caritas e la Consulta antiusura. Ma la nuova campagna pubblicitaria per l’8×1000 alla Chiesa cattolica – lanciata a metà aprile – racconta solo un quarto della verità. Precisamente il 23%, perché a tanto ammonta la percentuale che lo scorso anno – e negli anni precedenti la quota era generalmente la stessa – la Conferenza episcopale italiana ha deciso di assegnare agli «interventi caritativi»: 240 milioni, su un totale incassato di 1 miliardo e 32 milioni di euro (116 milioni in meno del 2012, quando venne raggiunta la cifra record di 1 miliardo e 148 milioni). I tre quarti dei fondi vengono invece impiegati per l’edilizia di culto, la pastorale e la catechesi (420 milioni di euro) e per gli stipendi di circa 33mila preti (382 milioni).

Quest’anno, al lungo elenco delle confessioni che già accedono all’8×1000 (cattolici, valdesi e metodisti, luterani, battisti, avventisti del settimo giorno, ortodossi, ebrei e pentecostali della Chiesa apostolica e delle Assemblee di Dio) si aggiungono altre due religioni non cristiane, che portano in dote almeno 200mila praticanti: Unione buddhista e Unione induista italiana. Totale 11. Restano fuori i mormoni (Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni) i quali invece, pur avendone diritto, vi hanno rinunciato. Il dodicesimo partecipante è lo Stato, che però non si fa pubblicità, per non disturbare le Chiese.

Mascherato come scelta volontaria, l’8×1000 è in realtà obbligatorio, quindi, di fatto, un finanziamento pubblico. Chi non sceglie infatti paga lo stesso, e la sua quota viene attribuita in proporzione alle scelte espresse dagli altri. Considerando che a firmare per una destinazione è meno della metà dei contribuenti (circa il 45%), è la minoranza a decidere per tutti. Una sorta di Italicum applicato all’Irpef.

Il meccanismo, ideato ai tempi del Nuovo Concordato da Tremonti, allora consigliere economico di Craxi, Cirino Pomicino, presidente della Commissione bilancio della Camera, e il card. Nicora, venne concepito per favorire il più forte, ovvero la Chiesa cattolica. I Radicali hanno invano tentato di cancellarlo con un referendum abrogativo che però non ha raggiunto le firme necessarie per poter essere svolto. Tutti, o quasi, ne traggono beneficio: solo Assemblee di Dio e Chiesa apostolica devolvono allo Stato le quote non espresse che gli sarebbero spettate (prima vi rinunciavano anche valdesi e battisti, dall’anno scorso però hanno deciso di incassarle). Ma è il “primo partito”, la Chiesa cattolica, a ricavarne il massimo: lo scorso anno, grazie al meccanismo di ripartizione proporzionale delle quote non espresse, ha ottenuto l’82% dei fondi (nel 2007 era l’89,8%), nonostante meno del 40% dei contribuenti l’abbia scelta.

Come usano le comunità religiose i fondi pubblici dell’8×1000? Ovviamente come vogliono, perché la normativa di fatto non pone limiti.

Dei cattolici si è detto: soprattutto per culto, pastorale e sostentamento del clero, solo una piccola parte per la solidarietà. Ma anche altri (luterani, ortodossi ed ebrei) fanno scelte analoghe. La Chiesa luterana nel 2012 ha incassato quasi 3milioni e 500mila euro: 1milione e mezzo è stato speso per l’evangelizzazione, quasi 1 milione per i ministri di culto, 350mila per attività missionarie; per il sociale e la cultura sono rimasti 500mila euro, 100mila per pubblicità e spese di gestione. E l’Unione delle comunità ebraiche: degli oltre 4 milioni e 700mila euro ottenuti nel 2011 (ultimo rendiconto disponibile), 2 milioni e 848mila sono andati alle varie comunità ed enti ebraici presenti in Italia, 1 milione e 533mila è stato speso per attività culturali e didattiche sempre facenti capo ed istituzioni ebraiche, 340mila per la comunicazione. La Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia non fornisce cifre, dichiara solo che i soldi vengono usati per culto, catechesi e «un sostegno anche materiale per le persone sole e per le famiglie più bisognose».

Di segno opposto le scelte delle Chiese valdesi e metodiste e delle Assemblee di Dio: non usano i fondi per il culto ma – a parte una quota intorno al 5% per le spese di gestione – esclusivamente per attività sociali, assistenziali e culturali, sia in Italia che all’estero, come documentano i loro rendiconti piuttosto dettagliati (anche se, va detto, una parte di queste attività sono condotte dalle loro stesse strutture che quindi parzialmente si autofinanziano). Lo scorso anno, grazie all’aumento del consenso da parte dei contribuenti (570mila firme, 100mila in più del 2012) ma soprattutto per la decisione di trattenere le quote non espresse, i valdesi hanno quasi triplicato gli incassi, arrivando a 37 milioni di euro (nel 2012 erano 14milioni) e ponendosi nettamente al secondo posto fra le comunità religiose, sebbene a lunghissima distanza dai cattolici. Le Assemblee di Dio nel 2012 hanno ricevuto 1 milione e 165mila euro.

Anche battisti, avventisti e Chiesa apostolica non usano 1 centesimo per il culto e spendono tutto per iniziative sociali, ma inciampano sulla trasparenza: tranne la segnalazione di qualche progetto spot, i rendiconti non vengono diffusi (da un vecchio bilancio si scopre però che nel 2011 gli avventisti percepirono 2milioni e 167mila euro, con cui finanziarono progetti sociali, formativi, educativi e culturali in Italia per quasi 2 milioni e progetti umanitari all’estero per 70mila euro, lasciandone 100mila per la campagna informativa e per le spese di gestione).

Dei due nuovi arrivati, induisti e buddhisti, si sa poco, se non che utilizzeranno i soldi sia per il culto che per progetti sociali, umanitari e culturali, come cattolici, luterani ortodossi ed ebrei. «Nella nostra comunità, i due piani si intrecciano», ha spiegato all’agenzia Adista Svamini Hamsananda Giri, vicepresidente degli induisti italiani, perché «destinare fondi alla costruzione di un tempio significa mettere in moto tutta una serie di attività che vi si svolgono», di culto ma anche sociali e assistenziali.

Luca Kocci

Hic Rhodus, hic salta…

Autore: liberospirito 5 Apr 2013, Comments (0)

Abbiamo già parlato degli apprezzamenti nei confronti di Francesco I (espressi anche da figure solitamente critiche nei confronti delle gerarchie vaticane) e delle rare voci dissonanti riguardo a ciò. Riportiamo un articolo di Luca Kocci, apparso un paio di giorni fa su “Il manifesto”, in cui vengono messe sul tappeto alcune decisioni cruciali che dovranno essere prese dal nuovo papa. Come dire: Hic Rhodus, hic salta. Lì, proprio lì, lo vederemo alla prova e allora si potrà comprendere se quei segni manifestati al momento dell’insediamento di Francesco I – che alludevano a un cambio di orientamento – preannunciavano il novum che tanti desiderano oppure tutto ciò a cui abbiamo assistito era solo marketing, null’altro che un’astuta operazione cosmetica.

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Francesco alla prova di governo

La luna di miele è terminata, adesso comincia il vero pontificato di papa Francesco. Concluse le celebrazioni della Pasqua, esauriti i bagni di folla – l’ ultimo lunedì: in piazza San Pietro ad ascoltare il Regina Coeli, che nel tempo pasquale sostituisce l’ Angelus, c’erano 40mila fedeli –, finita l’ abbuffata mediatica, Bergoglio dovrà ora dare l’ avvio all’ azione di governo della Chiesa.

I punti all’ ordine del giorno, alcuni dei quali particolarmente spinosi, sono numerosi: la sostituzione del card. Bertone alla guida della Segreteria di Stato, le nomine dei capi dei dicasteri curiali – ovvero i ministri del governo vaticano –, lo Ior e altre questioni finanziarie. Da queste decisioni si capirà meglio se quello di Bergoglio sarà un pontificato realmente riformatore oppure se il papa venuto «dalla fine del mondo» si limiterà ad innovare le forme e le apparenze lasciando però immutata la sostanza e le strutture dell’istituzione ecclesiastica.

Molti dei gesti compiuti e delle parole fin qui pronunciate sono un evidente segno di discontinuità con il recente passato: la rinuncia ai paramenti distintivi del potere papale; la scelta di appellarsi «vescovo di Roma» piuttosto che pontefice; la prima messa nella Cappella sistina celebrata dall’ altare rivolto verso i fedeli (che nell’ occasione erano i cardinali elettori) e non da quello preconciliare addossato alla parete, quindi dando le spalle ai fedeli, come invece fece Ratzinger; un seggio al posto del trono papale durante le udienze; la lavanda dei piedi ai detenuti del carcere minorile di Casal del Marmo, fra cui due ragazze, che tanto ha fatto infuriare i tradizionalisti; l’ incontro con il fratello di Emanuela Orlandi, Pietro, prima sistematicamente ignorato e tenuto a debita distanza dai sacri palazzi; l’ uso di espressioni come «popolo» e «Chiesa povera e per i poveri» (ma non «Chiesa dei poveri», come disse il Concilio).

Si tratterà ora di vedere se tale discontinuità riguarderà anche l’ azione di governo, a cominciare dalla scelta della nuova Segreteria di Stato, fin’ ora guidata da Bertone, il quale, complice anche la fiducia assoluta in lui riposta da Ratzinger, ha concentrato nelle sue mani un potere enorme – non sempre ben digerito dagli altri cardinali di Curia: non a caso molti documenti del Vatileaks riguardavano proprio la gestione Bertone – e ha piazzato i suoi uomini nei gangli vitali del potere vaticano, dai dicasteri economici (l’ Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica, la Prefettura degli affari economici, il Governatorato) allo Ior. Bertone ha superato l’ età della pensione (ha 78 anni, si lascia a 75), è stato riconfermato «donec aliter provideatur» (fino a che non si provveda altrimenti) ma ha le settimane contate. La scelta del suo successore sarà decisiva per capire la direzione del pontificato di Bergoglio, che da giorni ha avviato le consultazioni con diversi cardinali latinoamericani e alcuni capi dicastero.

Capitolo Ior. Bertone sembra averlo “blindato” per i prossimi 5 anni: è stato appena nominato il nuovo presidente (il tedesco Von Freyberg, che però non è un bertoniano), confermato il Consiglio di sovrintendenza (un Consiglio di amministrazione laico) e rinnovata la Commissione cardinalizia di vigilanza (dove uno dei cardinali “ostili” al segretario di Stato, Nicora, è stato sostituito con il fedelissimo Calcagno), di cui lo stesso Bertone è presidente. E circola la notizia secondo cui lo Ior potrebbe essere posto sotto il controllo della Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano, il dicastero che insieme al Governatorato amministra lo Stato vaticano, guidata da un altro fedelissimo di Bertone, il card. Bertello. Sembrerebbe che non ci siano grandi possibilità di manovra. Ma il nuovo papa, se vorrà, potrà rimescolare le carte, tenendo anche conto che entro l’estate Moneyval, l’organismo di controllo antiriciclaggio del Consiglio d’Europa, dovrà decidere se ammettere il Vaticano nella white list dei Paesi virtuosi.

Nel rinnovo potranno avere un peso anche due vicende giudiziarie che stanno coinvolgendo, come persone informate sui fatti, due pesi massimi della Curia: il presidente del Pontificio consiglio per la famiglia, mons. Vincenzo Paglia (vicino alla Comunità di sant’Egidio) e lo stesso Bertone. La diocesi di Terni, amministrata da Paglia fino a pochi mesi fa, è sotto osservazione dai magistrati della Procura per un buco di bilancio di 18-20 milioni di euro in seguito ad alcune operazioni immobiliari spericolate. Bertone invece, forse già in settimana, sarà sentito dai giudici del Tribunale civile di Roma che stanno dirimendo la contesa sull’eredità del marchese Alessandro Gerini (uno dei grandi palazzinari romani degli anni ’50-’70) fra i salesiani – la congregazione religiosa di Bertone, beneficiaria del lascito milionario – e gli eredi Gerini, che ne contestano la regolarità: se venisse confermata la condanna, i salesiani dovrebbero sborsare una cifra di 99 milioni di euro.

Luca Kocci