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Tag: Lidia Menapace

Un papa…

Autore: liberospirito 30 Mar 2017, Comments (0)

Lidia Menapace, classe 1924, già staffetta partigiana, già nel nucleo dei fondatori del movimento Cristiani per il Socialismo, già esponente del movimento femminista, di quello antimilitarista e dell’ANPI, già senatrice della repubblica, è ad oggi una delle poche voci fuori dal coro all’interno del mondo cattolico rispetto il pontificato di Bergoglio. Il suo pensiero in merito lo troviamo sintetizzato in maniera eccellente in queste poche righe. Il testo proviene da www.italialaica.it.

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… re dello stato assoluto,  più assoluto che esiste,  batte circa tutti gli altri capi dei paesi d’Europa, rafforzando l’assolutismo, non mutando in nulla la definizione dei diritti delle donne, nè la condanna dell’aborto e il sostegno ai medici antiabortisti violenti USA, appoggiati durante la campagna elettorale di Trump, e diffondendo il linguaggio, il simbolico, l’alta forma di gusto dei riti che caratterizza il cattolicesimo detto costantiniano, già rifiutato dal dimenticato Concilio Vaticano II. La cultura politica italiana non è mai laica nemmeno nei laici, perchè la cultura di Chiesa è nel nostro paese egemone, così anche sullo Ior il papa re non dice nulla e perciò, essendo un evasore fiscale, non può  condannare la cospicua evasione fiscale che caratterizza il nostro paese. Chiedo scusa, so di  colpire molti innamorati/e della affascinante personalità di  Bergoglio, ma sento di non poter tacere. Ciao Lidia

L’essere umano è – ci dicono gli acculturati –  homo loquens, cioè animale di linguaggio. Cosa significhi ciò non è possibile dirlo nello spazio di un post, mancano le parole, letteralmente. Qui ci interessano alcune parzialissime osservazioni in merito a certe modifiche in atto nell’uso di alcuni termini, poco più di una manciata di parole. A ben vedere, sono questioni non sono linguistiche, ma anche civili, politiche e altro ancora. Questo è il discorso del testo sottostante di Lidia Menapace, apparso su www.italialaica.it.

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I qualificativi elencati nel titolo possono servire per rendere i nostri discorsi meno approssimativi, vaghi, noiosi, allusivi, ambigui  di quanto non siano diventati, non per scelta, bensì per passivizzazione. Infatti approssimazione allusività ambiguità non sono sempre per sè negativamente connotati, ma perchè possano esprimere un senso positivo bisogna che vengano usati con criterio, spirito critico, avvertenze d’uso, conoscenza del loro etimo, ironia ecc.

Arrivata a questo punto mi accorgo che a chi legge potrà capitare  di chiedersi: “Ma cosa viene in mente alla Menapace di mettersi a spiegare le parole?”: si figura di essere ancora una profe in servizio, portiamo pazienza”. Portate pure pazienza, ma  so bene di essere in pensione da mo’ e invece spiego, perchè quando si é in una fase di confusione, é buona pratica registrare, mettere a punto il linguaggio: e non c’è sicuro bisogno di dimostrare che siamo nella confusione.
Comincio: ‘piccolo’, aggettivo che non ha bisogno di spiegazioni: mi capita spesso di osservare che l’Italia non è (ancora) un paese vinto, perchè andando in giro si incontrano molte iniziative, magari piccole o piccolissime, organizzate, pensate, agite e che raggiungono il fine cui erano destinate;  ad esse bisognerebbe ispirarsi; anzi farle conoscere e metterle in relazione è un vero lavoro politico oggi importante, forse decisivo. Con ciò non accetto una generalizzazione “ideologica” che dice : “Piccolo é bello”. Se si continua a considerarlo bello, non perchè è bello, ma perchè è piccolo, si cade nel minoritarismo ecc. Così ho anche potuto  far capire che cosa vuol dire “ideologia come falsa coscienza”, l’accezione di ideologia che Gramsci rifiuta. Osservo però che ormai ideologia è diventata una parolaccia e non la si può più usare. Ho provato per un po’ a dire: dico ideologia nel senso di  Weltanschauung” e per un po’ azzitivo, perchè davanti a una parola lunga e in tedesco, si deve far finta di sapere che cosa vuol dire, ma alla fine ideologia è uscita dall’uso, non potendo avere un significato  positivo immediatamente comprensibile senza ulteriore specificazione . Infatti la lingua è un organismo vivente ed economico; fino a che è viva inventa parole per cose nuove (avvocata, ministra, ecc); se incomincia a non dire nemmeno più “legge sul lavoro”, ma “jobact” persino nei testi uffficiali, vuol dire che incomincia a morire rispetto all’inglese, lingua dei padroni del mondo.
Quanto a “grande”, che non voglia dire lo stesso che “grosso” è una delle prime differenze che si imparano fin da piccoli/e.
Ma a proposito, che significa “i/e”? E veniamo, del tutto spontaneamente al linguaggo detto tecnicamente “inclusivo”.
Con questa locuzione si indica una abitudine linguistica da scegliere e perseguire, se si vuole che nel linguaggio entri la considerazione dell’esistenza -nella specie umana- di due generi.
So bene che ci  sono uomini che dicono: “Lo so che siamo uguali, per questo dico “uomo” intendendo anche “donna”. Di solito replico: va bene, se siamo  uguali io dirò “donna” intendendo anche “uomo” e si vede che non siamo uguali e che la vecchia regola grammaticale, che ha vinto i secoli, resta col suo significato iniziale. Infatti la citata regola più stabile del più solenne dogma dice: in italiano nelle concordanze prevale (!) il maschile (e fin qui si studia ancora pari pari): ma la regola continuava, secondo la definizione iniziale dettata dai grammatici: “prevale il maschile come genere più nobile”: perciò se accetto di essere chiamata uomo, vuol dire che penso che il genere femminile sia  un po’ ignobile, tanto è vero che si suol dire che una donna quando è brava, è più brava di un uomo, dunque è una eccezione, che conferma la regola.
Davvero “le parole sono pietre”
Di recente, forse ad appoggiare noi femministe cultrici del linguaggio inclusivo, le NU sono venute fuori a dire che le donne sono stabilmente la maggioranza della popolazione sul pianeta e in ogni paese che lo compone, sicché -si potrebbe continuare- chi dice o pensa o spera di essere in un regime politico di democrazia rappresentativa, sappia che non dice il vero, considerati i generi. Inoltre sempre le NU dicono che le donne -stabile maggioranza- occupano ovunque  i livelli più bassi e sono ovunque sottorappresentate. Perciò chi intende vivere in una democazia rappresentativa, si dia da fare affinché almeno la  facilissima regola del linguaggio inclusivo venga rispettata.
A regola anche ‘internazionale’ indica un uso un po’ arretrato, sarebbe meglio dire sovranazionale, trasnazionale: diamoci da fare, prima  che a furia di rispettare il nazionale conservandolo indenne in tutte le accezioni date, non ci dovesse capitare di riaprire vecchie questioni, riassumibili nel detto: tutto ciò che é lodevole nei linguaggio politico, diventa negativo se  gli si appiccica il prefisso:”nazionale”: da nazione nazionalismo; da nazionalità identità nazionale, insomma non c’è che da sfogliare termini fascisti o nazisti per vedere controprovato l’infausto influsso del suffisso o prefisso ‘nazionale’ a cominciare da nazismo, cioè nazionalsocialismo. Così il liberalnazionale è un peggiorativo del liberale , e il comunismo in un paese solo diventa quell’orrore che è il nazionalcomunismo in URSS.
Ma per tornare al linguaggio inclusivo, devo ancora dire che una semplice copia del maschile grammaticalmente femminilizzato non è assunzione della differenza tra i generi; noi femministe chiamiamo o chiamavamo (quando essendo all’inizio eravamo più aspre) emancipazione delle scimmiette quella che più correttamente si dice ‘emancipazione imitativa’ e che si conclude nel fatto che uomini più o meno illuminati scelgono donne da mettere in posizioni anche eminenti (come le ministre) purchè siano obbedienti e decorative.  Dalla consapevolezza che i generi sono due (almeno biologicamente) si arriva a definire la differenza come il termine corretto per esprimerle. E la differenza consente di govenare in parità nella differenza.
Adesso affronto il termine “beni comuni”, che non è propriamente quella splendida novità che vien spacciata, poiché la inventò Aristotele buonanima;  poi fu accolta da Tomaso d’Aquino, egli pure non proprio moderno: ma fu molto importante, dopo che gli Arabi ebbero tradotto Aristotele in latino e ne favorirono la diffusione nell’Occidente cristiano, che parlava latino. Importante perchè essendo il fine dello stato o comunque dell’organizzazione politica quello di  far esistere il bene, Aristotele  afferma che esso non è quel che ciascuno ha, bensì lo si raggiunge distribuendo comunemente ciò che è bene, ricchezza potere beni.  E che certi beni detti comuni sono in fin dei conti una specie di diritto originario: beni comuni in questa accezione sono l’aria l’acqua e la terra che dunque non possono essere totalmente appropriati privatamente.  Da ciò deriva il diritto  politico a pubblicizzare l’acqua.
Marx va più avanti, forse ispirandosi alla Bibbia che credo fosse  un fondamento anche inconsapevole della sua cultura, dato che era ebreo, sia pure non praticante e scolasticamente di cultura cristiana. Marx parla non  solo di beni comuni, bensì anche di beni e di valori d’uso. C’è anche dunque ciò che sfugge del tutto alla proprietà anche pubblica: l’aria, l’acqua e la terra. Molto significativa la faccenda della terra. Secondo la Scrittura la terra é di Dio, cioè -sullaterra-  di nessuno, è data in usufrutto agli umani e umane; deve essere lavorata senza sfruttarla troppo e perciò lasciata  riposare un anno ogni sette (anno sabbatico) e ogni sette anni sabbatici, cioè ogni 50 anni va redistribuita tutta quanta in uso a chi la lavora (Giubileo).
Sembrerà strano ma questa norma così avanzata non passa nel cristianesimo, che adotta invece la dottrina giuridica romana fino ad affermare  che la proprietà privata è un diritto naturale. Mah!
Lidia Menapace

Chi ha vinto (per ora)

Autore: liberospirito 17 Lug 2014, Comments (0)
“Chi ha vinto (per ora)” è il titolo di questo intervento di Lidia Menapace (breve ma quanto mai denso, secondo il suo stile). A quale vittoria si riferirisce l’autrice? Alle recenti elezioni europee? A Renzi? A Marchionne? Probabilmente, ma non solo. Potremmo dire, con un lessico un po demodè, che si tratta di un’analisi della fase attuale, di cui i vari Renzi e Marchionne sono solo epifenomeni o tutt’al più sgradevoli sintomi. E tutto questo discorso c’entra – e tantissimo – con un sentire religioso che non vuole ridursi ad un accantucciarsi intimistico. “Chi ha vinto (per ora)” non significa però auspicare la vittoria di una parte su di un’altra, ma andare al di là della logica del vincere e del perdere, per affermare semplicemente la vita. “Socialismo o barbarie”: il riferimento all’espressione di Rosa Luxemburg ci induce a segnalare, per chi non lo conosce, un piccolo ma prezioso libriccino, pubblicato alcuni anni fa da Adelphi dal titolo Un po’ di compassione, in cui l’autrice, rinchiusa in una prigione, assiste e partecipa alla sofferenza di un animale maltrattato.
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Questa mano della partita, o più precisamente questa partita della gara, l’ha vinta il capitalismo, il sistema vigente e dominante sul pianeta, secondo una opinione molto diffusa, che io pure del resto condivido.
Nella lunga contesa, il capitalismo via via ha vinto sul feudalesimo,  poi ha prodotto lo stato di diritto  con la Rivoluzione francese  e poi é cominciata una lunga storia di crisi sempre più gravi e pericolose, nel corso delle quali il capitalismo con la prima guerra mondiale ha cambiato comando, dall’Europa (Inghilterra) all’America (USA), e poi la seconda, ma con il necessario appoggio dell’Urss, uscendone dissanguato quasi quanto i vinti e in ogni modo da quella volta un assetto capitalistico certo sicuro ed egemone non vi è più stato. La crisi capitalistica si è approfondita tanto da essere riconosciuta come strutturale . Il campo anticapitalistico non é riuscito a comporre un disegno adeguato per trasformare la crisi del capitalismo in una occasione per avviare l’alternativa (che si chiami  anticapitalismo, socialismo o come vorremo).
  Senza ulteriori analisi, dico che per quanto mi risulta resto dell’opinione che il capitalismo ha vinto la partita di quella lunga gara in corso, ma non essendo in grado di superare la propria crisi, non produce né accetta o promuove un cambiamento di se stesso se non regressivo, e quindi siamo al noto dilemma luxemburghiano: “Socialismo (o comunque vorremo chiamare l’alternativa) o barbarie”. Di socialismo nemmeno l’ombra, ma la barbarie cresce ogni giorno sia nel senso delle atrocità quotidiane e sia nel senso di perdere ogni ombra di razionalità , sia nel senso di promuovere alcunchè di ragionevole.
  Il frutto più utile della sciagurata stagione che viviamo é che – se non ci diamo da fare per promuovere l’alternativa –  la barbarie fino alla guerra atomica è prevedibile.
Lidia Menapace

Il senato regio

Autore: liberospirito 26 Giu 2014, Comments (0)
Religione e politica non dovrebbero mai incontrarsi, dicono alcuni. Pena il pericolo di fondamentalismi, integralismi, ecc. ecc. Sarà pure vera questa avvertenza, ma è anche vero che l’essere umano è un unicum; non si può scindere la sua apertura alla dimensione sociale e pubblica da quella riferita all’interiorità, alla relazione di sé con sè medesimo. Pena il pericolo di provocare una scissione nell’essere umano stesso, con tutte le possibili conseguenze. Del resto la parola “religione” rinvia all’idea di riunire, ricomporre, rilegare. Se politica e religione sono due e non una cosa sola, è vero pure che c’è un aspetto politico (cioè sociale, pubblico) nell’esperienza religiosa, così come c’è un aspetto religioso nell’esperienza politica (cioè attinente all’intimità più intima). E’ con tale premessa che presentiamo questo breve contributo, ma denso e sferzante, di Lidia Menapace (letto su www.italialaica.it).
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Faccio apposta questo titolo ad effetto, per vedere se riesco ad attirare l’attenzione sul pericoloso scivolamento verso una “democrazia autoritaria”, nella quale il Pd pretende di essere – come dice Renzi testualmente – il partito della Nazione (il pnr, cugino del tristemente noto pnf?) e lo stato diventa sempre più centralistico (si aboliscono le province, ma restano i prefetti, si smontano le regioni e si ritrasferiscono le loro competenze a Roma). Berlusconi non capisce che bisogna tacere fino a che il processo non è diventato costituzione materiale e rivela la sua impazienza, chiedendo che si parli subito esplicitamente di presidenzialismo, che imprudente scocciatore!

Comunque, se passa indenne la controriforma del Senato, ci riavviciniamo “modernamente” allo Statuto albertino, con il Senato di nomina e non eletto, chi fa politica  scelto dal potere esistente, oppure ricco, forse potrà essere regolarmente assunto,  se privo di proprie risorse, dalla Confindustria, datrice di lavoro.

Chi resta proprio fregato è il popolo, la cui “sovranità” si riduce ogni volta, perde identità (per qualunque cosa voti, vota per Renzi, legittimandolo come presidente del consiglio anche se non é mai stato eletto a quella funzione da un parlamento legittimamente in carica) e potere di garanzia: insomma la destra, per ora ademocratica, si estende come cultura politica, e l’eventuale innesto dei 5stelle stessi aggrava il processo, dimostrando quanto sia tentatore il potere appena assaporato.  Satana invero si riservò la carta del potere per ultima e più forte tentazione, quando – secondo il racconto biblico –  provò le sue mire su Gesù Cristo.

Se ci fosse meno ignoranza religiosa in questo paese più superstizioso che  religioso, e la Bibbia fosse uno dei classici dei quali l’ignoranza faccia vergogna, qualcuno se ne sarebbe già accorto da un bel po’, per la miseria!

Lidia Menapace

“Grandi opere” e sovranità popolare

Autore: liberospirito 8 Giu 2014, Comments (0)
Parliamo di attualità. Di scottante attualità, come si suol dire. E’ il discorso sulle cosiddette “grandi opere” che – inevitabilmente, per forza di cose – si trovano coniugate con malaffare, malgoverno, ecc. L’inchiesta sul Mose, a breve distanza dall’Expo, è l’ultima della serie. Ci sembra di notevole riguardo, per la sua evidenza più che lampante, la proposta di Lidia Menapace, che proponiamo (proviene dal sito www.ildialogo.org) qui sotto. In breve: perchè non dare corso alla richiesta di una legge riguardante la sovranità popolare sul territorio (oltre al Mose, l’Expo, vedi la Tav, il Muos), invece di lasciarla nelle mani del sistema dei partiti e di voraci imprese monopolistiche ? Qui, sensibilità ecologica, politica e religiosa si incontrano, devono incontrarsi.
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A proposito del grande scandalo del Mose, vale la pena di non attardarsi nelle alte grida ecc.ecc. , ma di respingere subito con forza ciò che dicono sia Renzi che Lupi: “Bisogna perseguire la corruzione, ma le opere si debbono fare”. Si deve ovviamente punire la corruzione, ma soprattutto cogliere l’occasione per riaprire intero il discorso sulle “Grandi opere”.
Che sia il Mose o la Tav o il Muos, tutte hanno come caratteristica di essere sotto il potere di imprese monopolistiche, magari Impregilo, ben connesse con ministri per lo più di CL, della Compagnia delle Opere (molto spesso Grandi, appunto).
Questo mette il potere politico ed economico al riparo e nella più ampia discrezionalità: se non fossero così ingordi e si limitassero appunto solo ad essere ordinariamente corrotti, potrebbero fare tutto quel che vogliono, con un po’ di misura; invece chi non è d’accordo, appena protesta, diventa “terrorista, violento” ecc. : basta pensare ai Valsusini .
A me pare che si debba invece sulle Grandi opere ragionare prima di tutto sulla loro utilità rispetto alla natura e dimensioni del nostro territorio, che é già cementificato in misura tale da aver consumato molta terra coltivabile ecc.
Poichè la Costituzione dice che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita secondo le leggi” e una legge sulla sovranità popolare non esiste, propongo che ci si attrezzi per scrivere e firmare un testo di legge di iniziativa popolare, appunto per definire e rendere effettiva la sovranità popolare sul territorio.
Propongo dunque di mettere in funzione l’unica forma di democrazia diretta esistente nel nostro ordinamento, per riconoscere al popolo il potere di difendere il proprio territorio da interessi di puro profitto da errori e ingordigie.
Lidia Menapace

La multifiorita stagione

Autore: liberospirito 15 Apr 2013, Comments (0)
L’aspettavamo tutti, chi nelle città chi in campagna. Per chi non l’avesse capito, stiamo parlando proprio dell’arrivo della primavera che, senza rispettare i tempi ufficiali, finalmente è arrivata. Non rubrichiamo un pensiero del genere come futile considerazione rispetto ai gravi problemi che incombono, più o meno minacciosi. La preoccupazione e la denuncia per l’alterazione degli ecosistemi e la violazione del mondo naturale percepito come terra mater (ciò che gli indios in America chiamano pachamama) non può prescindere da una partecipazione affettiva ai suoi ritmi, grandi e piccoli. Il breve scritto di Lidia Menapace che proponiamo (proveniente da www.ildialogo.org) esprime proprio una simile gioiosa condivisione che ci piace far circolare.
primavera
Sembra più fine ottobre che inizio aprile, ma per fortuna i fiori hanno un loro orologio interno fedele, e così viaggiando viaggiando ho letto la solita bellissima trafila: prima spuntano i fiori gialli, col loro colore squillante e fresco, primule, forsizie, ginestre; poi arrivano i fiori bianchi che staccano dal primo verde che spunta da terra, il biancospino, i mandorli, il sambuco; poi il rosa dei peschi incomincia a sfoggiare sfumature più sofisticate e leggiadre e dopo viole, tulipani, garofani, camelie, rose e si avvia quella che Mimnermo chiamava poluanthemos ore, la multifiorita stagione.
Tutto ciò mi trasmette un grande senso di bellezza e di ordine vitale, di sicurezza: la ripetizione stagionale è una rassicurazione; immagino la paura delle prime creature intelligenti, che forse temevano che il sole fuggito non tornasse più; e il miracolo dell’alba arrivava come un patto sicuro e sereno stipulato con la madre Terra.
Ero sul Gargano una delle scorse mattine, mi sono svegliata presto e ho visto con eterno stupore il sole sorgere all’orizzonte dal mare, sfumando di rosa le nuvole prima grigie e cancellando via via con la sua luce potente una sottile mezzaluna argentea, che prima campeggiava, una meraviglia.
Lidia Menapace

Habemus papam. La censura del silenzio

Autore: liberospirito 23 Mar 2013, Comments (0)

Con stupore e delusione abbiamo ascoltato alcuni commenti a caldo – largamente positivi – espressi da alcune note figure dissidenti all’interno della Chiesa in merito alla nomina di Francesco I. Ecco di seguito, invece, la riflessione di Lidia Menapace (recuperata da www.italialaica.it) sull’elezione del nuovo papa. E’ davvero una delle rare voci fuori dal coro e per questo è bene assegnarle il dovuto risalto. Per chi non la conoscesse, Lidia Menapace, già giovanissima partigiana, è una figura storica del cristianesimo del dissenso, quello orientato a coniugare religione e politica; è stata deputata al parlamento per Rifondazione Comunista e attualmente fa parte del comitato nazionale dell’ANPI.

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Stavo guardando il tg3 delle 19, come sempre quando sono a casa ed è arrivata la notizia e la vista della fumata bianca che ha mandato in pezzi tutti i discorsi sul nuovo papa. Sono rimasta a seguire tutta la trasmissione fino alla fine.
Il nuovo papa mi ha fatto una grande impressione per la sua prestanza e imponenza fisica, soverchiava di tutta la testa i circostanti, era fermo e non emozionato. Ha mostrato subito una grande abilità comunicativa con il parlare  semplice e le battute, ha inaugurato un simbolico gestuale  notevole, come quello di chiedere al popolo che pregasse per lui e lo benedicesse prima che il papa benedicesse il popolo, ho notato che usa abitualmente il linguaggio inclusivo fratelli e sorelle, uomini e donne.
Ma in testa mi risuonava il suo nome insieme a quello di mons. Pio Laghi, un nome infausto e da vergognarsi, mi si ripresentava la rabbia e il rifiuto di Pertini nei confronti di Videla. Mi sono ripromessa di riordinare le impressioni, ma – nelle trasmissioni ufficiali – su quell’oscuro e tremendo periodo della dittatura di Videla si scivola via con frasi a mezzabocca. Insomma vige già una specie di congiura del silenzio. Il nuovo papa ha già messo insieme molti primati, anche quello dei gesti schietti e del parlare  non aulico, ma quanto a doppiezza sembra restare  entro i confini della consuetudine per di più essendo gesuita (anche questo è un primato, non c’é mai stato finora un papa della compagnia di Gesù). Ho seguito nei giorni successivi le vicende, dato oltretutto che Francesco  ha letteralmente occupato la tv pubblica con  programmi direttamente confezionati dal servizio vaticano.
ll clou è stata  la serata del 14/15: mi sono passati davanti  due millenni di storia del cattolicesimo attraverso il racconto del pontificato e anche del Concilio Vaticano II e non ho visto né sentito se non volti nomi voci fatti eventi  interessi di uomini maschi, non una faccia di donna, non un nome di donna, non una questione che riguardasse le donne. Verremo citate quando il papa tirerà fuori il suo noto rigore etico, immagino contro divorzio, omosessualità, aborto: certamente sarà con i poveri e con l’assistenza, non con i diritti. Sembra  il metodo della comunità di S. Egidio, molta beneficenza e gesti di generosità e umiltà come quelli di servire a tavola nelle mense della Caritas, ma il più rigido fondamentalismo nei confronti della libertà.
È proprio vero che il patriarcato ha vinto su tutta la linea, dal papa a Grillo, che propone due uomini come candidati del M5S per le presidenze di Camera e Senato.  Non so se un così accentuato trionfo patriarcale potrà tirar fuori le chiese e le religioni dalla loro crisi, certamente – per la crisi capitalistica – il patriarcato portatore di barbarie non consente di predisporre né immaginare un futuro alternativo.
Lidia Menapace
lidia menapace