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Tag: Leonardo Boff

Per riscoprire l’incanto dell’universo

Autore: liberospirito 4 Feb 2017, Comments (0)

Proponiamo la presentazione di Claudia Fanti del numero speciale di “Adista” in uscita (n.6/febbraio 2017) dal titolo Terra. Di ritorno dall’esilio. L’esilio di cui si parla è proprio dalla terra, la nostra casa comune. Per ogni info: http://www.adista.it

ecology

L’alca gigante era un uccello simile al pinguino, incapace di volare, con ali piccole e tozze, piume bianche sul torace e scure sul dorso e due macchie bianche sopra ogni occhio. A raccontarne la vicenda è Elizabeth Kolbert, che, nel suo magnifico libro La sesta estinzione. Una storia innaturale, riferisce come l’alca gigante, prima che cominciasse il suo «sterminio su larga scala», spaziasse, in milioni di esemplari, dalla Norvegia all’isola di Terranova e dall’Italia alla Florida, finché, essendo lenta a muoversi e dunque facilmente catturabile, non divenne la provvista ideale per i pescatori di merluzzo europei, impegnati, agli inizi del XVI secolo, in regolari spedizioni verso Terranova. Quindi, nei decenni successivi, le alche vennero utilizzate come esche per la pesca, come combustibile («Ci si porta dietro un bollitore – riferì un marinaio inglese di nome Aaron Thomas – e ci si mette dentro un pinguino o due, si accende un fuoco alla base e questo fuoco si alimenta completamente dei due disgraziati pinguini») e come imbottitura per i materassi («Se si è venuti fin qui per il loro piumaggio – raccontò ancora Thomas -, (…) basta afferrarne uno e strappare le piume migliori. Poi il povero pinguino viene lasciato libero, con la pelle seminuda e lacerata, a morire delle ferite riportate»). Non sorprende allora come, alla fine del ‘700, il numero degli uccelli fosse in rapido calo: il commercio delle piume era diventato così redditizio che gli uomini delle spedizioni trascorrevano l’intera estate «a far bollire gli animali e a strappare loro le piume». Sopravvissuta, negli anni ’30 del XIX secolo, solo su uno spuntone roccioso dell’isola di Eldey, in Islanda, l’alca gigante – evidenzia Kolbert – si trovò infine «ad affrontare una nuova minaccia: la sua stessa rarità», diventando ambita preda dei collezionisti. Fu proprio per ordine di questi che l’ultima coppia conosciuta venne uccisa, proprio sull’isola di Eldey, nel 1844.

Se l’estinzione dell’alca gigante può apparire drammatica, non è nulla, tuttavia, rispetto alle stragi che la specie autodenominatasi piuttosto arbitrariamente homo sapiens avrebbe realizzato da lì in avanti – il segno distintivo della nuova epoca geologica chiamata Antropocene, caratterizzata proprio dall’impatto senza precedenti dell’azione umana sull’ambiente terrestre –: oggi, come segnala Kolbert, «si stima che un terzo del totale dei coralli che costituiscono la barriera corallina, un terzo di tutti i molluschi di acqua dolce, un terzo degli squali e delle razze, un quarto di tutti i mammiferi, un quinto dei rettili e un sesto di tutti gli uccelli siano destinati a scomparire».

Risuona pertanto quanto mai opportuno il monito di papa Francesco nella Laudato si’: «Essendo stati creati dallo stesso Padre, noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge a un rispetto sacro, amorevole e umile. Voglio ricordare che Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda, che la desertificazione del suolo è come una malattia per ciascuno, e possiamo lamentare l’estinzione di una specie come fosse una mutilazione». E quanto sia grave, tale perdita, lo si capisce ancora meglio considerando il tempo impiegato dall’universo per generare la vita in tutte le sue meravigliose forme: un cammino iniziato 13,7 miliardi di anni fa, a partire da un minuscolo punto di trilioni di gradi di temperatura, che ha dato vita a un turbinio incessante di particelle, le quali, man mano che il neonato universo ha continuato a espandersi e a raffreddarsi, hanno iniziato a costituire legami stabili, progredendo in comunità sempre più complesse, fino a costituire le stelle e le galassie e i pianeti, tra cui il nostro splendente pianeta bianco-azzurro, grondante di vita e, secondo la teoria di Gaia, vivente esso stesso, come sistema complesso e autoregolato in grado di preservare i presupposti della vita e di produrne sempre nuova. Il tutto, secondo un movimento calibrato in maniera così perfetta che se, per esempio, il ritmo di espansione fosse stato più lento solo di un milionesimo dell’1%, l’universo sarebbe nuovamente collassato e, se fosse stato più veloce, appena – di nuovo – di un milionesimo dell’1%, non si sarebbe formata alcuna struttura in grado di produrre la vita. Una dinamica così sorprendentemente autoregolata, questa, da indurre il fisico Freeman Dyson a dichiarare che, quanto più esaminava i particolari dell’architettura cosmica, tanto più trovava prove «che l’universo, in un certo senso, doveva già sapere che saremmo arrivati». E se, come ha mostrato il Premio Nobel per la chimica Ilya Prigogine, l’evoluzione si realizza nello sforzo di creare ordine nel disordine – il caos, cioè, si rivela altamente generativo, trasformandosi in un fattore di costruzione di forme sempre più alte di ordine – è legittimo sperare che, malgrado tutte le crisi, tutte le traversie, tutte le devastazioni, l’universo vada auto-organizzandosi e autocreandosi in direzione di una sempre maggiore complessità, bellezza, profondità.

È a tale viaggio appassionante che abbiamo allora voluto dedicare questo numero speciale, il primo di una serie di 5 numeri dal titolo “Terra. Di ritorno dall’esilio: la riscoperta della nostra Casa comune”, promossa dalla nostra associazione, Officina Adista, e finanziata con il contributo dell’8 per mille della Chiesa valdese. Un cammino che percorriamo, in queste pagine, in compagnia di Leonardo Boff, Ilia Delio, José Arregi, Elizabeth Green e Federico Battistutta. Buona lettura e buon viaggio.

Claudia Fanti

Ecologia integrale, un libro

Autore: liberospirito 20 Nov 2016, Comments (0)

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E’ da poco in circolazione la nuova edizione italiana (curata dal Gruppo America Latina della Comunità di Sant’Angelo e da Adista) dell’Agenda latinoamericana, opera aconfessionale, ecumenica e interrreligiosa progettata da Pedro Casaldáliga e José Maria Vigil (http://latinoamericana.org).

Il titolo di questo libro è Ecologia integrale. Una radicale riconversione. Gli autori che partecipano a questo lavoro collettivo provengono per lo più dalle fila pensiero teologico latinoamericano (oltre a Casaldáliga e Vigil ricordiamo Leonardo Boff, Frei Betto, Marcelo Barros, solo per fare qualche nome), ma vi sono testimonianze legate ad altre esperienze, come quelle dell’attivista e pensatrice canadese Naomi Klein, del monaco zen vietnamita Thich Nhat Hanh o del missionario irlandese Diarmaid O’Murchu. L’edizione italiana presenta poi anche alcuni contributi di autori di casa nostra (Claudia Fanti e Cinzia Thomareizis – le quali firmano la prefazione insieme a Vigil -, Luca Pandolfi e Federico Battistutta).

L’ecologia integrale di cui si parla in queste pagine intende varcare i confini talvolta ristretti dell’ambientalismo e, partendo da una cosmovisione rinnovata, desidera proporre uno sguardo che sia integralmente ecologico sul mondo, su sé stessi, finanche sulla spiritualità. Riportiamo dalla quarta di copertina: “La riflessione dei diversi autori si uniscono al clamore della Madre Terra, a quello delle foreste mutilate, dei boschi riarsi, dei fiumi inquinati, delle montagne scavate, degli animali messi alle strette in un habitat invaso”.

Il libro, il cui ricavato andrà a sostenere un progetto ecologico in El Salvador, non è in distribuzione nelle librerie, ma può essere richiesto ad Adista (tel. 06/68801924, e-mail: [email protected], oppure acquistato online sul sito www.adista.it).

La spiritualità salverà il mondo?

Autore: liberospirito 8 Ago 2016, Comments (0)

 La spiritualità salverà il mondo? A settembre uscirà in libreria un nuovo libro di Matthew Fox dal titolo La spiritualità del Creato: manuale di mistica ribelle (Gabrielli Editori). Anticipiamo ampi stralci dell’intervista che Fox ha rilasciato a Gianluigi Gugliermetto, pastore anglicano e fondatore dell’Associazione Spiritualità del Creato, e che costituirà la postfazione del volume. Abbiamo ricavato la conversazione dal sito di Adista, dove è possibile leggere la versione integrale.

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Quando scrisse  La spiritualità del Creato, il mondo si trovava forse in una situazione di maggiore speranza. La guerra fredda era terminata, la guerra del Golfo non era ancora iniziata. Anche se lei venne ridotto al silenzio per un anno, e scrisse il libro alla fine di quel periodo, il tono generale del volume è molto ottimistico. È d’accordo? Scriverebbe lo stesso libro oggi? O, meglio: la sintesi della spiritualità del Creato che lei ha proposto in questo libro del 1991 è valida ancora oggi?

È vero, ovviamente, che la storia e la cultura si sono evolute da quando ho scritto questo libro. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, ad esempio, all’epoca alcuni teologi (tra cui Leonardo Boff e io stesso) eravamo posti sotto silenzio per periodi limitati, ma non eravamo ancora stati espulsi come invece accadde alcuni anni dopo. Successivamente, un totale di 106 teologi e teologhe (la lista si trova nel mio libro La Guerra del papa, Fazi, 2012) sono stati messi a tacere, espulsi e posti in condizioni tali di stress da provocar loro attacchi cardiaci ed esaurimenti nervosi. Il Vaticano dell’era Giovanni Paolo II e Benedetto XVI era impegnato a screditare la Teologia della Liberazione e le Comunità di Base, in combutta con il presidente Reagan e la CIA (un fatto che documento nel mio libro), ma non era ancora detto che ci sarebbero riusciti e che avrebbero sostituito dei leader cristiani autentici e davvero eroici, come mons. Romero, il vescovo Casaldáliga, il cardinale Arns, con persone estremamente obbedienti e appartenenti alla destra estrema, membri dell’Opus Dei, della Legione di Cristo, e altri ancora. Il marcio dei preti pedofili e la sua copertura da parte della gerarchia, a partire dal card. Law fino al card. Ratzinger, non era ancora visibile al pubblico. Quando il libro venne pubblicato c’era, quindi, più speranza riguardo alla Chiesa cattolica, a causa di una certa ingenuità. Dal punto di vista culturale, il libro venne ben prima dei drammatici eventi dell’11 settembre e la risposta cieca, guidata dal loro cervello rettiliano, data dall’amministrazione Bush-Cheney, con l’invasione dell’Iraq con ragioni false e con il pandemonio che ne seguì, con il Medio Oriente che continua a bruciare, dalla Siria all’Iraq, alla Libia e in altri luoghi ancora. E la successiva “primavera araba” come sappiamo ha ottenuto risultati ambivalenti. Riguardo la tesi fondamentale del libro, tuttavia, ritengo che stia ancora in piedi. Dopo tutto, io non sono un giornalista. Come teologo spirituale cerco di dare un nome alla correnti profonde della vicenda umana, sia quelle individuali sia quelle comunitarie, correnti che sono presenti in ogni caso, indipendentemente dagli avvenimenti internazionali. Ciò che dico in La spiritualità del Creato è ancora vero, secondo me: abbiamo bisogno ora più che mai di un risveglio interculturale che nasca da una passione profonda per la giustizia e la compassione, per un nuovo sistema economico che funzioni per tutti, per il rinnovo delle forme educative e di una filosofia dell’apprendimento che sottolinei la creatività invece dell’obbedienza, che ritenga l’eco-giustizia essenziale per la nostra sopravvivenza come specie (ovviamente anche delle altre specie) e che si impegni a raccogliere insieme le tradizioni sapienziali di tutta la Terra (inclusa la scienza di oggi) invece di continuare le guerre di religione e le divisioni ideologiche. Queste io le chiamo le “quattro E”: l’educazione, l’ecologia, l’economia e l’ecumenismo. È ovvio che la spiritualità del Creato, che pone il Creato come strada maestra dell’esperienza del divino e del senso del sacro, è al cuore del rinascimento che tutti stiamo cercando. Per questo io continuo a suggerire di passare dalla conoscenza alla sapienza, un passaggio che un vero rinascimento spirituale può effettuare, anzi deve. La scienza ha fatto grandi passi avanti negli ultimi 25 anni, quando questo libro venne pubblicato in lingua inglese, risvegliandoci tutti quanti, attraverso le sue scoperte, all’importanza dell’interconnessione come base della compassione (di cui parlo nel mio libro Compassione: spiritualità e giustizia sociale).

Quindi lei non è indotto al pessimismo dalle vicende dei nostri giorni?

Thomas Berry ha sottolineato che spesso è nei periodi più oscuri della storia che emergono le fasi più creative. Questo fu il caso della dinastia Han nella Cina del III secolo, e una cosa simile si è verificata nel Medioevo europeo. L’oscurità non deve indurre al pessimismo, ma può essere un invito ad accendere i focolai della creatività e dell’immaginazione sociale. Il movimento della spiritualità del Creato lo fa da decenni nell’area della pedagogia, con risultati stupendi, come anche nell’area dell’ecologia e dell’ecumenismo. E certamente dobbiamo spingere per una nuova economia che funzioni e abbiamo, tra gli altri, l’economista David Korten il quale è impegnato a tracciare un’economia che funzioni per tutti, inclusi i non-umani. Fu Tommaso d’Aquino ad avvertirci che «la disperazione è il più insidioso dei vizi» (mentre il peggiore dei peccati per lui è l’ingiustizia). Quando siamo disperati, osserva Tommaso, non ci amiamo, e per questo non amiamo gli altri. La disperazione caccia via la compassione dai nostri cuori. La speranza quindi è necessaria per sopravvivere, ma mi piace la definizione che della speranza dà l’eco-filosofo David Orr: «La speranza è un verbo che si tira su le maniche». La nostra speranza e il nostro ottimismo sono proporzionali alla fatica che decidiamo di metterci.

Quanto è importante per lei che la spiritualità rimanga distinta dalla religione? Pensa che la Chiesa cattolica, o altre Chiese, si stiano muovendo verso una stagione di riforme? Pensa che le persone possano essere raggiunte dalla spiritualità del Creato anche se non appartengono a nessuna istituzione religiosa?

Penso che la religione istituzionale così come la conosciamo stia per terminare la sua corsa, in Oriente come in Occidente. Gaia – la Terra – è così seriamente in pericolo e le istituzioni moderne sono così lontane dalle persone, che si può tracciare un parallelo tra periodi analoghi della storia dell’Occidente quando nacquero dei nuovi ordini. Penso alla nascita dei Benedettini nel VI secolo, ai Francescani e ai Domenicani nel XIII secolo, ai Gesuiti nel XVI secolo. Gli ordini rispondono più rapidamente ai cambiamenti culturali rispetto ai grandi apparati delle religioni istituzionali. In un certo senso, la moltiplicazione dei movimenti in seno al protestantesimo ha rispecchiato la nascita degli ordini nella Chiesa cattolica romana, ma non completamente. La base del protestantesimo è stata la reazione contro gli abusi della Chiesa cattolica, e sebbene la protesta e il no profetico siano una cosa molto positiva, il risultato ottenuto ha messo in secondo piano il sì mistico alla vita e il misticismo stesso. I limiti del protestantesimo, che oltretutto è nato contemporaneamente al mondo moderno, sono ben visibili oggi, come aveva predetto Paul Tillich 75 anni fa parlando di «fine dell’era protestante». Ma oggi noi viviamo anche nell’era della fine del cattolicesimo romano. Il pianeta Terra si trova in circostanze così preoccupanti che non può permettersi di aspettare che le religioni organizzate si diano una mossa. La Terra stessa sta chiamando molti giovani a realizzare nuove forme comunitarie, un nuovo connubio tra contemplazione e azione, tra misticismo e profezia, che ha luogo al di fuori delle mura dei monasteri e spesso al di fuori delle Chiese. Molti giovani stanno rispondendo con generosità e con coraggio a questa chiamata e sono ben pochi quelli che si aspettano che la guida venga assunta dalla Chiesa istituzionale. Inoltre, l’assunzione di tradizioni e di pratiche spirituali che provengono dall’Oriente e dai popoli indigeni è anch’essa un segno dei nostri tempi. Il suo successo non dipende tanto dalla religione istituzionale quanto dalla fame dei cuori e dal desiderio profondo che hanno le anime di gustare il divino per mezzo di pratiche di meditazione che sono non-dualistiche e che uniscono profondamente corpo, anima e spirito. Lo yoga e la meditazione zen sono degli esempi, ma ci sono molte altre pratiche, tra cui l’arte-come-meditazione, la messa cosmica, i mantra cristiani, lo studio dei nostri mistici occidentali, la permacultura e gli orti, e infine le pratiche di derivazione nativo-americana come la capanna sudatoria e la ricerca della visione. La spiritualità del Creato promuove tutte queste cose, rimanendo attenta a ciò che accade nella cultura. La religione e la spiritualità spesso prendono strade separate, e me ne rammarico. Ma la spiritualità viene per prima. Ovviamente è un bene invitare le persone che frequentano ancora i riti religiosi ad accostarsi all’ambito della spiritualità. (…)

Lei ha preceduto l’eco-teologia, oggi presente nelle scuole di teologia, ma è diventata una disciplina a sé. Come avvenne originariamente per lei la connessione tra teologia ed ecologia? È chiaro che la sua “spiritualità del Creato” non è limitata alla questione ecologica, e tuttavia è intimamente legata alla Terra. Qual è dunque la relazione tra la Terra e Dio?

È incoraggiante scoprire che le Chiese e la società intera hanno fatto dei grandi passi in avanti da quando questo libro è stato pubblicato per la prima volta, riguardo all’importanza dell’eco-teologia e delle pratiche ecologiche. Si possono indicare l’accordo di Parigi sul cambiamento climatico, le rivelazioni della scienza su tale cambiamento e sull’estinzione delle specie, l’enciclica di papa Francesco Laudato si’ (che, tra parentesi, è stata scritta in gran parte da una persona che è stata mio studente in un master di spiritualità del Creato), e il risveglio di interesse nei grandi mistici della spiritualità del Creato di ieri e di oggi. La chiave è la riscoperta della sacralità della Terra e della sua casa più vasta, l’universo. La Terra non ha mai peccato, soltanto gli esseri umani peccano. La Terra è una benedizione originaria che non ha eguali, e tutte le nostre benedizioni derivano da lei. Tutti gli esseri sono un altro Cristo, un Cristo Cosmico. Questa “terza natura” di Cristo, cioè il Cristo Cosmico, è stata ignorata per secoli, ma è presente nei primi scritti della tradizione cristiana: nelle lettere paoline, come ad esempio quella ai Colossesi, e altrove, come nel Vangelo di Tommaso che si potrebbe datare all’epoca di Paolo, prima ancora dei Vangeli sinottici. Dal momento che, come ha detto Thomas Berry, «l’ecologia è l’aspetto funzionale della cosmologia», il Cristo Cosmico è un Cristo ecologico. La luce e la bellezza della Terra ci mostrano la divinità creatrice, ma le sofferenze della madre Terra ci mostrano la crocifissione del Cristo cosmico nella nostra epoca. Uccidere la Terra, la diversità delle sue specie, le acque e i pesci, gli alberi e le foreste, significa crocifiggere di nuovo il santo Cristo. Gli imperi di oggi fanno alla Terra e alle creature quello che fece l’Impero romano a Gesù. Dio e la Terra sono in relazioni intime. (…)

 

Il libro si apre con la «nuova storia della creazione». Cos’è? In che senso si collega alla storia biblica? Il cristianesimo non dovrebbe mantenere la sua storia della creazione?

La scienza ci ha fatto dono di una nuova storia della creazione che unisce molti popoli del pianeta, al di là delle loro culture, etnie o tradizioni religiose. Questa è una buona cosa, perché le tribù umane sono sempre rimaste unite attorno alla loro storia della creazione, e oggi noi esseri umani stiamo diventando una sola tribù, pur nella differenza di filoni di idee e costumi culturali. Io non sto dicendo che dobbiamo gettar via la cornucopia di storie della creazione che abbiamo ricevuto dai nostri antenati, siano esse bibliche o derivanti dalle tradizioni indigene, ecc. Si tratta di un et-et. La storia scientifica risveglia la meraviglia e ci dice come siamo giunti fino qui. Si tratta di cose che è necessario conoscere e che sono più che banalmente edificanti. Sono verità universali, come è la scienza. Ma anche le nostre storie bibliche (e ce ne sono più di una, sia nella Bibbia ebraica sia in quella cristiana) hanno molto da insegnarci. Comunque, molte delle lezioni che possiamo apprendere non stanno tanto nella lettera dei fatti scientifici, ma nel nostro comportamento quando li veniamo a conoscere.

Lei offre una serie di «regole per vivere nell’universo». Qual è la sua relazione con la disciplina, nel senso che lei di solito sembra più interessato alla liberazione dalle regole che a dettarne di nuove. Inoltre, quant’è difficile obbedire alle regole di cui lei parla?

Quando parlo di “regola” parlo anche di “habitus” oppure di “virtus”, nel senso latino, oppure di valori. Perché questi valori prendano piede c’è bisogno di disciplina interiore e di sostegno collettivo. Ma se la società decide di aderire ad essi, diventa più facile farli vivere. Essi diventano parte della nostra educazione scolastica, delle storie collettive e dell’arte, sia essa musica, cinema, teatro, danza o riti. È compito di una collettività sana rendere più facile l’adesione a queste “regole”. Ci vogliono soprattutto coraggio e generosità, che io vado sempre cercando nelle persone perché ritengo che siano i segni più rilevanti dello spirito nel nostro tempo. Sono lieto di trovarli specialmente nei giovani. Celebrare questi valori e lodarli pubblicamente fa parte della sapienza intergenerazionale che vogliamo promuovere, come anche l’incarnarli nell’educazione, nella religione, ecc.  [Tra le “regole” di cui Fox parla nel libro si trovano la stravaganza, l’espansione, la varietà, il vuoto, la creatività, la giustizia e la bellezza – nota del curatore]. (…)

 

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Il 10 aprile del 1955 morì a New York Pierre Teilhard de Chardin. In seguito venne sepolto nel cimitero della casa noviziale dei gesuiti a Saint Andrew on Hudson (oggi Hyde Park di New York).

Sono trascorsi dunque sessantanni dalla sua scomparsa. In occasione di questa ricorrenza “Voices” rivista internazionale e multilingue di teologia ha messo on line un numero interamente dedicato al “gesuita proibito”. O meglio, si tratta di una lunga riflessione sull’attualità di Teilhard visto a partire dal sud; un sud in primo luogo geografico (quello che veniva chiamato “terzo mondo”), ma anche un sud inteso dal punto di vista epistemologico. Sono raccolti interventi (in inglese, spagnolo, portoghese e italiano) di Jorge Nicolás ALESSIO, Federico BATTISTUTTA, Frei BETTO, Maria Clara Lucchetti BINGEMER, Roger HAIGHT, Agustín DE LA HERRÁN GASCÓN, Carles James dos SANTOS, Jojo M. FUNG, Luiz Alberto Gómez DE SOUZA e Roberto TOMICHÁ.

Questo è il link per accedere al numero in questione della rivista.

Chi invece volesse prendere visione dei numeri di “Voices” fin qui usciti (si possono leggere – fra gli altri – interventi di Michael Amaladoss, Marcelo Barros, Leonardo Boff, Pedro Casaldaliga, Vito Mancuso, Josè Maria Vigil e di numerosi altri autori) può andare qui. “Voices” è una pubblicazione curata dalla Commissione Internazionale Teologica dell’EATWOT (Ecumenical Association of Third World Theologians). Andando qui si può consultare il sito dell’EATWOT.

E’ stato da poco pubblicato il saggio Storie dell’Eden. Prospettive di ecoteologia (Milano, IPOC) di Federico Battistutta. E’ un libro che, partendo dalla crisi globale che ci riguarda direttamente, prova a ragionare a partire da un campo di ricerca ancora pochissimo esplorato in Italia. Ci riferiamo all’ecoteologia e ai numerosi autori che di essa si sono occupati (Leonardo Boff,  Thomas Berry, Jurgen Moltmann, Raimon Panikkar, Matthew Fox, per citare solo i più noti). Di seguito offriamo la sinossi del testo.

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Presso diversi popoli e diverse culture, tanto del passato che del presente, ricorrono narrazioni in cui si parla di spazi e di tempi dove si è resa possibile, come per incanto, un’intesa e un rispecchiamento tra uomo e donna, tra giovani e vecchi, tra l’essere umano e il mondo minerale, vegetale e animale. Cosa dicono a noi contemporanei, in quest’epoca di crisi incombente, tali racconti? Si tratta solo di mitologie, fole nostalgiche e fantasiose riguardanti un passato che forse non è mai esistito? O, al contrario, custodiscono qualcosa di prezioso: una profezia, una speranza, un sogno verso quella nuova innocenza a cui – nel segreto più intimo del suo cuore – da sempre, con passione e intelligenza, l’essere umano aspira?

Di ciò si occupa il presente saggio, prendendo le mosse dalle narrazioni presenti nel testo biblico, passando poi attraverso i classici greci e latini, la letteratura popolare, le ricerche archeologiche e antropologiche, fino a un confronto serrato con alcune figure significative del pensiero moderno e contemporaneo. Lungo questo percorso labirintico vengono esplorate e scandagliate le possibilità e gli esiti meno scontati, rimanendo così all’altezza della radicalità insita in una simile domanda. Come dire: quando il deserto avanza è opportuno pensare in grande e agire di conseguenza.

Per ulteriori informazioni sul libro (consultazione dell’indice, lettura del primo capitolo e altro ancora) si può andare a questa pagina.

Chi desiderasse acquistarlo lo può ordinare presso le maggiori librerie on line o direttamente presso l’editore (andando alla pagina già indicata sopra).

Nel precedente post si parlava del Brasile e dei mondiali di calcio. Rimaniamo in Brasile, occupandoci di ben altro. Il testo che presentiamo (proveniente dal sito www.filosofiatv.org) Leonardo Boff si sofferma sugli aspetti contraddittori del contesto attuale, cercando di valorizzare i semi che, nonostante tutto, stanno germogliando nel mondo. E’ un invito a non arrendersi, proseguendo il proprio cammino.
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Da Sant’Agostino (“in ogni uomo c’è insieme un Adamo e un Cristo), passando per Abelardo (“sic et non”), per Hegel e Marx e arrivando a Leandro Konder, sappiamo che la realtà è dialettica. Vale a dire che é contraddittoria perché
gli opposti non si annullano, ma si intendono e convivono permanentemente generando dinamismo nella storia. Questo non è un difetto di costruzione, ma il segno distintivo della realtà. Nessuno lo ha espresso meglio del poverello di Assisi quando pregava : “Dove c’è odio che io porti amore, dove ci sono tenebre che io porti la luce, dove ci sono errori che io porti la verità…”. Non si tratta di negare o annullare uno dei poli, ma di optare per uno, quello luminoso, e rinforzarlo al punto di impedire che l’altro negativo sia così distruttivo. Perchè questa riflessione? Significa che il male non è mai così male da impedire la presenza del bene, e che il bene non è mai così bene da
prosciugare la forza del male. Dobbiamo imparare a trattare con queste contraddizioni. In un precedente articolo tentai un bilancio della macrorealtà, bilancio negativo; attualmente stiamo andando di male in peggio. Ma
dialetticamente c’è un lato positivo che è importante rilevare. Un bilancio delle microrealtà ci rivela che stiamo assistendo, speranzosi, allo sbocciare di fiori nel deserto. E questo sta accadendo in tutto il pianeta. Basta frequentare i Forum Sociali Mondiali e le basi popolari di molte parti del mondo per notare che una nuova vita sta esplodendo tra le vittime del sistema e perfino nelle imprese e nei dirigenti che stanno abbandonando il vecchio paradigma e si
mettono a costruire una Arca di Noé salvatrice.
Annotiamo alcuni punti del cambiamento che potranno salvaguardare la vitalità della Terra e garantire la nostra civilizzazione.
Il primo è il superamento della dittatura della ragione strumentale analitica, principale responsabile della devastazione della natura, mediante l’incorporazione dell’intelligenza emozionale o cordiale, che ci porta a coinvolgerci con il destino della vita e della Terra, curando, amando e cercando il ben-vivere.
Il secondo è il rafforzamento mondiale dell’economia solidale globale, dell’agroecologia, dell’agri-coltura biologica, della bio-economia e dell’eco-sviluppo, alternative alla crescita materiale misurata dal PIL.
Il terzo è l’ecosocialismo democratico che propone una nuova forma di produzione con la natura e non contro di essa e un necessario governoglobale.
Il quarto è il bioregionalismo che si presenta come alternativa alla globalizzazione omologatrice, valorizzando i prodotti e i servizi di ogni regione, con la sua popolazione e cultura.
Il quinto è il ben vivere dei popoli indigeni andini, che suppone la costruzione dell’equilibrio tra esseri umani e con la natura a base di una democrazia comunitaria e nel rispetto dei diritti della natura e della Madre Terra o l’Indice di Felicità Lorda del governo del Bhutan.
Il sesto è la sobrietà condivisa o la semplicità volontaria che rafforzano la sovranità alimentare di tutti, la giusta misura e l’autocontrollo del desiderio ossessivo di consumare.
Il settimo è il visibile protagonismo delle donne e delle popolazioni indigene che hanno una nuova benevolenza verso la natura e modi più solidali di produzione e consumo.
L’ottavo è l’accettazione lenta ma crescente delle categorie della cura come precondizione per realizzare una reale sostenibilità. Questa si sta slegando dalla categoria sviluppo ed è vista come la logica della rete della vita, che garantisce le interdipendenze di tutti con tutti, assicurando la vita sulla Terra.
Il nono è la penetrazione dell’etica della responsabilità universale, perché siamo tutti responsabili per il nostro destino comune e della Madre Terra.

Il decimo è la redenzione della dimensione spirituale, al di là delle religioni, che ci permette di sentirci parte del tutto, di percepire l’Energia universale che tutto penetra e sostenta

[…].
Tutte queste iniziative sono più che sementi. Sono già germogli che dimostrano la possibile fioritura di una Terra nuova con una Umanità che sta imparando a responsabilizzarsi, a curare e amare, il che assicura la sostenibilità del nostro piccolo Pianeta.
(traduzione di Antonio Lupo)

There is no Alternative

Autore: liberospirito 18 Feb 2014, Comments (0)
Pubblichiano un nuovo testo di Leonardo Boff, proveniente (in traduzione italiana) dal sito www.ildialogo.org, in cui si parla della relazione invertita tra economia, politica ed etica, con tutte le conseguenze che ne derivano. “There is no Alternative”, dice nella conclusione del suo intervento Boff, riprendendo e ribaltando il senso dello slogan che fu caro a Margaret Thatcher. Perchè al punto in cui siamo non si dà alternativa: o cambiamo (finché saremo in tempo) oppure periremo.
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Di solito le società si assestano sul seguente treppiede: l’economia, che garantisce la base materiale perché la vita dell’uomo sia buona e dignitosa; la politica, per mezzo della quale si distribuisce il potere e si organizzano le istituzioni che fanno funzionare la convivenza sociale; e l’etica, che stabilisce i valori e le norme che reggono i comportamenti umani, perché vi sia giustizia e pace e i conflitti si risolvano senza ricorso alla violenza. In genere l’etica si accompagna a un’aura spirituale che risponde al senso ultimo della vita e dell’universo, esigenze che sono sempre presenti nel quotidiano umano.
In una società efficiente queste esigenze s’incrociano, però sempre in quest’ordine: l’economia obbedisce alla politica e la politica si sottomette all’etica.
Tuttavia dalla Rivoluzione industriale nel secolo XIX, e più esattamente in Inghilterra dal 1834, l’economia incominciò a staccarsi dalla politica e a sotterrare l’etica. Sorse un’economia di mercato tale che tutto il sistema economico sarebbe stato diretto e controllato solamente dal mercato, libero da qualsiasi controllo o limite di carattere etico.
Il marchio registrato di questo mercato non è la cooperazione, ma la competizione, che si estende molto oltre l’economia e impregna tutti i rapporti umani. Quindi, come dice Karl Polanyi, si formò «un nuovo credo totalmente materialista che credeva potessero risolversi tutti i problemi con una quantità illimitata di beni materiali» (La Gran Transformación, Campus 2000, p. 58). Questo credo ancor oggi è fatto proprio, e con fervore religioso, dalla maggior parte degli economisti del sistema imperante e, in generale, dalle politiche pubbliche.
Da quel momento in poi l’economia prese a funzionare come l’unico perno su cui si articolano tutte le proposte sociali. Tutto sarebbe passato attraverso l’economia, in concreto mediante il Prodotto Interno Lordo (PIL). Chi studiò nei dettagli questo processo fu il filosofo e storico dell’economia prima ricordato, Karl Polanyi (1866-1964), di origini ungheresi ed ebree, più tardi convertito al cristianesimo protestante calvinista. Nato a Vienna, sviluppò la sua attività in Inghilterra e in seguito, durante il maccartismo, fra Toronto in Canada e l’Università della Columbia negli Stati Uniti. Egli dimostrò che «invece di essere l’economia inserita nei rapporti sociali, sono i rapporti sociali inseriti nel sistema economico» (p. 77). Quindi avvenne ciò che egli definisce “La Grande Trasformazione”: da un’economia di mercato si passò a una società di mercato.
Come conseguenza si formò un nuovo sistema sociale, mai verificatosi prima di allora, nel quale non esiste la società, ma soltanto gli individui che competono fra loro, ciò che Reagan e la Thatcher hanno ripetuto fino alla nausea. Tutto cambiò, poiché proprio tutto diventa mercanzia. Qualsiasi bene sarà portato sul mercato per essere negoziato al fine del lucro individuale: prodotti della natura, manufatti, cose sacre legate direttamente alla vita umana come l’acqua potabile, le sementi, i terreni, gli organi umani. Polanyi nota infine che tutto questo è «contrario all’essenza umana e naturale delle società». Tuttavia è ciò che trionfò, specialmente nel dopoguerra [ndt.: della II Guerra Mondiale]. Il mercato è «un elemento utile, ma subordinato a una comunanza democratica», dice Polanyi. La sua filosofia sta alla base della «democrazia economica».
Qui occorre ricordare le profetiche parole di Karl Marx in La miseria della filosofia, 1847: «Venne infine un tempo in cui tutto quello che gli uomini avevano considerato inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffici, e poteva essere venduto. Il tempo nel quale le stesse cose che fino allora erano compartecipate ma mai scambiate; date, ma mai vendute; acquisite, ma mai comperate – virtù, amore, opinioni, scienza, coscienza, ecc. – tutte passarono nel commercio. Il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o per parlare in termini di economia politica, il tempo nel quale qualsiasi cosa, morale o fisica, una volta attribuitale valore venale è portata al mercato per ottenere un prezzo e una volta stabilito il suo valore commerciale è messa sul mercato per ricevere un prezzo, il suo corrispettivo più oggettivo».
I disastrosi effetti socio-ambientali di questa mercificazione di tutto li stiamo sopportando oggi con il caos ecologico della Terra. Dobbiamo ripensare la posizione dell’economia nel complesso della vita umana, in particolare rispetto ai limiti della Terra. L’individualismo più feroce, l’accumulazione ossessiva e illimitata devitalizza quei valori senza i quali nessuna società può considerarsi umana: la cooperazione, la considerazione degli uni per gli altri, l’amore e la venerazione per la Madre Terra e l’ascolto della coscienza, che ci sprona al bene comune.
Una società come la nostra, quando intorpidita dal suo crasso materialismo diventa incapace di sentire l’altro come altro, ma soltanto come possibile produttore e consumatore, si sta scavando la propria fossa. Ciò che ha detto Chomsky in Grecia il 22 dicembre 2012 ha il valore di un segnale d’allarme: «Quelle che guidano la corsa verso l’abisso sono le società più ricche e potenti, con vantaggi incomparabili, come gli Stati Uniti e il Canada. Questa è la dissennata razionalità della “democrazia capitalista” realmente esistente».
Adesso è necessario applicare il There is no Alternative: non c’è alternativa, o cambiamo o periremo, perché i nostri beni materiali non ci salveranno. Si tratta del prezzo letale per aver consegnato il nostro destino alla dittatura dell’economia trasformata in “dio salvatore” di tutti i problemi.
Leonardo Boff
(traduzione dallo spagnolo di José F. Padova)

Crisi terminale per il capitalismo?

Autore: liberospirito 9 Nov 2013, Comments (0)

Questo intervento (proveniente da http://albainformazione.wordpress.com) di Leonardo Boff, un autore a noi caro, riflette in forma sintetica ma mai superficiale sulla crisi in corso, cogliendone le diverse implicazioni (economiche, ecologiche, finanche spirituali). Un altro tassello in più su cui riflettere. Crisi terminale e definitiva del modello capitalista o curva asintotica in cui la crisi si protrae indefinitamente?

crisi_economica

Da qualche tempo a questa parte sostengo l’idea che l’attuale crisi del capitalismo va oltre il suo carattere congiunturale e strutturale, cioè è terminale. Si può affermare che è giunta la fine dello spirito del capitalismo sempre pronto ad adattarsi al sopraggiungere di qualsiasi circostanza? Sono conscio che poche persone sostengono questa tesi. Tuttavia sono due le ragioni che mi spingono verso questa interpretazione.

La prima ragione è che la crisi è terminale perché tutti noi, ma particolarmente il capitalismo, abbiamo oltrepassato i limiti di sostenibilità della Terra. Abbiamo occupato e depredato tutto il pianeta, distruggendo l’equilibrio sottile che lo regge ed esaurendo i suoi beni e servizi fino al punto che esso non riesce più a rigenerare ciò che gli è stato sottratto. Verso la fine del XIX secolo Karl Marx scriveva in modo profetico che la tendenza del capitale si orientava verso la distruzione delle sue due fonti di ricchezza e di riproduzione: la natura e il lavoro. Ed è ciò che sta avvenendo.

Difatti la natura è sottoposta a un grosso stress come non lo è mai stata prima, almeno per quanto concerne quest’ultimo secolo, senza prendere in considerazione le quindici più grandi estinzioni che il pianeta ha conosciuto attraverso tutta la sua storia di oltre quattro miliardi di anni. I fenomeni estremi che si sono verificati in tutte le latitudini e i cambi climatici che tendono verso un sempre maggiore surriscaldamento globale confermano la tesi di Marx. In assenza della natura il capitalismo come potrà riprodursi? Ha ormai raggiunto un limite insormontabile.

Il capitalismo precarizza o prescinde del lavoro. Esiste un grosso sviluppo che fa a meno del lavoro. Il sistema produttivo informatizzato e robotizzato produce di più e meglio con la quasi totale assenza di manodopera. La conseguenza diretta è la disoccupazione strutturale.

Milioni di persone non entreranno mai a formare parte del mondo del lavoro, neppure come esercito di riserva. Il lavoro poiché dipende dal capitale, è da quest’ultimo ignorato. In Spagna la disoccupazione raggiunge il 20% del totale della popolazione e il 40% dei giovani. In Portogallo il 12% del paese e il 30% dei giovani. Questo significa che esiste una grave crisi sociale come quella che colpisce in questo momento la Grecia. Si sacrifica tutta la società in nome di un’economia pensata non per soddisfare la domanda sociale, ma per pagare il debito delle banche e del sistema finanziario. Marx ha ragione: il lavoro sfruttato non costituisce più fonte di ricchezza. Lo è la macchina.

La seconda ragione si riferisce alla crisi umanitaria che il capitalismo sta generando. In passato si limitava ai paesi periferici. Non si può risolvere la questione economica smontando la società. Le vittime, collegate dalle nuove reti della comunicazione, resistono, si ribellano e minacciano l’ordine. Sempre un maggior numero di persone, specialmente i giovani, non accetta la logica perversa dell’economia politica capitalista: la dittatura delle finanze che con il mercato sottopone gli Stati ai propri interessi e la redditività dei capitali speculativi che circolano da una borsa a un’altra, ottenendo profitti senza produrre assolutamente nulla se non maggiori profitti per i rentier.

È stato il capitale a produrre il veleno che lo può uccidere: mentre richiedeva ai lavoratori una formazione tecnica sempre migliore e una maggiore competitività per essere all’altezza di una crescita sempre più accelerata, involontariamente ha creato degli individui che pensano. Essi lentamente vanno scoprendo la perversità del sistema che scuoia le persone in nome di un’accumulazione meramente materiale, la quale si mostra insensibile al momento di esigere una sempre maggiore efficienza fino a stressare profondamente i lavoratori, spingendoli alla disperazione e in alcuni casi anche al suicidio come accade in alcuni paesi, compreso il Brasile.

Le strade di diversi paesi europei e arabi, gli “indignados” che occupano le piazze della Spagna e della Grecia sono l’espressione di una ribellione contro il sistema politico vigente a rimorchio del mercato e della logica del capitale. I giovani spagnoli urlano: «non è una crisi, è un furto». I ladri sono insediati a Wall Street, nel FMI e nella BCE. In altre parole sono i sommi sacerdoti del capitale globalizzato e sfruttatore.

Con l’aggravarsi della crisi in tutto il mondo si svilupperanno le moltitudini che non tollereranno più le conseguenze dello sfruttamento delle proprie vite e della vita della Terra a oltranza e si ribelleranno contro questo sistema economico che ora è in agonia, non per invecchiamento, ma per la forza del veleno e delle contraddizioni che ha generato, punendo la Madre Terra e tormentando la vita dei suoi figli e delle sue figlie.

Leonardo Boff

Sull’orlo dell’abisso (ecologico)

Autore: liberospirito 27 Ott 2013, Comments (0)
Questo intervento di Alex Zanotelli (proveniente da www.ildialogo.org) affronta un tema di un’urgenza a dir poco allarmante (concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera, aumento della temperatura globale, etc.). E l’allarme è determinato proprio dall’indifferenza generale dei cosiddetti organi competenti; la cui competenza è ristretta all’elaborazione di strategie volte alla massimizzazione dei profitti. Costi quel che scosti, appunto…Da leggere e, per quanto possibile, da far girare.
cambiamenti-climatici
Stiamo andando nel silenzio generale verso un altro importante appuntamento internazionale: la Conferenza delle Parti (COP 19) che si terrà a Varsavia, 11-12 novembre. Eppure non c’è nell’agenda dei nostri politici.
E questo nonostante il quinto Rapporto IPCC (Panel Internazionale per i Cambiamenti Climatici) presentato a Stoccolma il 27 settembre scorso e frutto di una ricerca scientifica durata sei anni.
Il Rapporto afferma che la concentrazione di CO2 (anidride carbonica) nell’atmosfera è al limite di guardia e tra dieci anni saremo fuori dall’area di sicurezza. Le emissioni di gas serra continuano a crescere del 2-3% l’anno. Andando avanti così, gli scienziati dell’IPCC dicono che , a fine secolo, la temperatura potrebbe arrivare a +5,5 gradi. Gli scienziati indicano anche le cause responsabili di questo processo: i combustibili fossili (petrolio, carbone e metano) e la deforestazione. E la comunità scientifica concorda che la colpa è dell’uomo.
Il clima è impazzito e la Madre Terra non sopporta più il più vorace degli animali: l’uomo. Ci attende una tragedia con conseguenze devastanti per l’umanità (scioglimento dei ghiacciai, innalzamento dei mari, tempeste come Sandy, centinaia di milioni di rifugiati climatici).
E’ in atto un biocidio , un geocidio .
“Moralmente noi abbiamo sviluppato una risposta al suicidio, all’omicidio, al genocidio- ha scritto il teologo ecologista Thomas Berry – ma ora ci troviamo a confrontarci con il biocidio , l’uccisione di sistemi vitali, e il geocidio, l’uccisione del Pianeta Terra nelle sue strutture vitali e funzionali. Queste opere sono un male maggiore di quanto abbiamo conosciuto fino ad oggi, male per il quale non abbiamo principi né etici, né morali di giudizio. Una semplice dottrina della custodia del creato non sembra più adeguata per affrontare problemi così gravi.” E’ una situazione che interpella tutti, credenti e non. Giustamente lo stesso Berry afferma che “la più significativa divisione tra gli esseri umani non è basata né su nazionalità né sull’etnia né sulla religione, ma piuttosto è una divisione fra coloro che dedicano la loro vita a sfruttare la terra in una maniera deleteria, distruggendola, e coloro che si dedicano a preservare la terra in tutto il suo naturale splendore.”. Credenti e non sono convocati oggi nella storia a un salto di qualità per affrontare una situazione così grave e minacciosa. E’ in ballo la vita, è in ballo il futuro dell’umanità.
Lo stiamo toccando con mano qui in Campania , una terra avvelenata da rifiuti tossici, dai fuochi di materiali tossici, dalle megadiscariche…Noi stiamo morendo di tumori, leucemie. Lo stiamo toccando con mano a Taranto avvelenata dall’inquinamento industriale, con quasi novemila malati di cancro, con piombo nel sangue dei bambini e diossine nel latte materno. Nel microcosmo osserviamo quello che avviene nel macrocosmo: la Madre Terra è violentata, avvelenata, degradata; non sopporta più la specie umana.
Sono però profondamente convinto che ce la possiamo fare partendo dalle nostre realtà locali. Per questo c’è bisogno di un grande lavoro di informazione e coscientizzazione che porti a una rivoluzione culturale (è agghiacciante il silenzio dei media su questi temi!).
Una rivoluzione culturale che chiede a tutti:
-stile di vita più sobrio ed essenziale;
-riciclaggio totale dei rifiuti ,opponendoci agli inceneritori;
-bilancio energetico nazionale che riduca del 30% le emissioni di gas serra entro il 2020;
-sostegno al Piano della Commissione Europea che prevede una riduzione per tappe dell’80% delle emissioni di gas serra entro il 2050;
-un fondo per le nazioni del Sud del mondo per fronteggiare i cambiamenti climatici, ricordando il nostro debito ecologico nei loro confronti.
E’ partendo da queste basi che dobbiamo mobilitarci, dal basso, come cittadinanza attiva, per forzare i governi e la politica a una svolta epocale. Purtroppo in questi anni abbiamo in larga parte fallito sia a livello locale che nazionale ed internazionale. Basterebbe, a livello mondiale, ricordare il fallimento delle varie Conferenze delle Parti (COP) sui cambiamenti climatici, da Copenhagen (2009) a Durban (2010), da Cancun (2011) a Doha (2012). Il prossimo appuntamento importante sarà a Varsavia dove si terrà la COP19 (11-12 novembre 2013). Dopo un Rapporto così duro dell’IPCC sulla situazione climatica del Pianeta, non possiamo accettare un altro fallimento a Varsavia.
L’IPCC afferma che il disastro ambientale potrebbe essere evitato se in pochi anni si dimezzassero le emissioni di gas serra causate dall’uso di petrolio, carbone e metano. Ma manca la volontà politica per farlo. Infatti dopo il fallimento del vertice del 2009 a Copenhagen i governanti si sono affidati agli impegni volontari di riduzione del CO2, rimandando al 2020 una cura più efficace..
“Proseguendo su questa strada- ha scritto il teologo della liberazione Leonardo Boff – ci troveremo di fronte , e non manca molto, a un abisso ecologico. Come ai tempi di Noè, continuiamo a mangiare, a bere, e ad apparecchiare la tavola del Titanic che sta affondando. La casa sta prendendo fuoco e mentiamo agli altri dicendo che non è niente.”
Alex Zanotelli

Per un nuovo credo

Autore: liberospirito 22 Ott 2013, Comments (0)

Quella che segue (ripresa dal blog Parresia/Teologia e Liberazione – http://teologiaeliberazione.blogspot.it/) è la professione di fede pronunciata da Frei Betto, teologo e scrittore brasiliano, esponente di rilievo – insieme a Leonardo Boff e altri – della Teologia della Liberazione (fra l’altro venne imprigionato e subì torture durante la dittatura miltare nel suo Paese). Le righe che seguono – affrancate da gioghi dogmatici – ci sembrano elementi più che interessanti da cui partire e su cui riflettere.

Frei-Betto

Credo nel Dio liberato dal Vaticano e da tutte le religioni esistenti e che esisteranno. Il Dio che è antecedente a tutti i battesimi, pre-esistente ai sacramenti e che va oltre tutte le dottrine religiose. Libero dai teologi, si dirama gratuitamente nel cuore di tutti, credenti e atei, buoni e cattivi, di quelli che si credono salvati e di quelli che si credono figli della perdizione, e anche di quelli che sono indifferenti al mistero di ciò che sarà dopo la morte.

Credo nel Dio che non ha religione, creatore dell’universo, donatore della vita e della fede, presente in pienezza nella natura e nell’essere umano. Dio orefice di ogni piccolo anello delle particelle elementari, dalla raffinata architettura del cervello umano fino al sofisticato tessuto dei quark.

Credo nel Dio che si fa sacramento in tutto ciò che cerca, attrae, collega e unisce: l’amore. Tutto l’amore è Dio e Dio è il reale. E trattandosi di Dio, non si tratta dell’assetato che cerca l’acqua ma dell’acqua che cerca l’assetato.

Credo nel Dio che si fa rifrazione nella storia umana e riscatta tutte le vittime di tutti i poteri capaci di far soffrire gli altri. Credo nella teofania permanente e nello specchio dell’anima che mi fa vedere gli altri diversi dal mio io. Credo nel Dio, che come il calore del sole, sento sulla pelle, anche se non riesco a contemplare la stella che mi riscalda.

Credo nel Dio della fede di Gesù, Dio che si fa bambino nel ventre vuoto della mendicante e si accosta nell’amaca per riposarsi dalle fatiche del mondo. Il Dio dell’arca di Noé, dei cavalli di fuoco di Elia, della balena di Giona. Il Dio che sorpassa la nostra fede, dissente dei nostri giudizi e ride delle nostre pretese; che si infastidisce dei nostri sermoni moralisti e si diverte quando il nostro impeto ci fa proferire blasfemie.
Credo nel Dio che, nella mia infanzia, piantò una acacia in ogni stella e, nella mia giovinezza, si mise in ombra quando mi vide baciare la mia prima innamorata. Dio festeggiatore e bisboccione, lui che creò la luna per adornare la notte della delizia e l’aurora per incorniciare la sinfonia del volo degli uccelli all’albeggiare.
Credo nel Dio dei maniaci-depressi, dell’ossessione psicotica, della schizofrenia allucinata. Il Dio dell’arte che denuda il reale e fa risplendere la bellezza pregna di densità spirituale. Dio ballerino che, sulla punta dei piedi, entra in silenzio sul palcoscenico del cuore e, cominciata la musica, ci afferra fino alla sazietà.
Credo nel Dio dello stupore di Maria, del camminare laborioso delle formiche e dello sbadiglio siderale dei fiorellini neri. Dio spogliato, montato su un asino, senza una pietra dove appoggiare il capo, atterrato dalla sua stessa debolezza.
Credo nel Dio che si nasconde nel rovescio nella ragione atea, che osserva l’impegno degli scienziati per decifrare il suo gioco, che si incanta con la liturgia amorosa dei corpi che giocano per ubriacare lo spirito.
Credo nel Dio intangibile all’odio più crudele, alle diatribe esplosive, al cuore disgustoso di quelli che si alimentano con la morte altrui. Dio, misericordioso, si fa quatto fino alla nostra piccolezza, supplica un soave messaggio e chiede una ninna nanna, esausto davanti alla profusione delle idiozie umane.
Credo, soprattutto, che Dio crede in me, in ognuno di noi, in tutti gli esseri generati per il mistero abissale di tre persone unite per amore e la cui sufficienza traboccò in questa creazione sostenuta, in tutto il suo splendore, dal filo fragile del nostro atto di fede.
Frei Betto

Quando è cominciato il nostro errore

Autore: liberospirito 7 Ago 2013, Comments (0)

Nel precedente post abbiamo parlato di popoli nativi e dell’impatto devastante che il processo di globalizzazione in corso sta avendo sul loro vivere. In qualche modo proseguiamo il discorso con questo intervento di Leonardo Boff, un autore frequentato con piacere da questo blog. Qui Boff prova – in estrema sintesi, sia chiaro – a esplorare come e dove è incominciato il deragliamento verso il tunnel in cui la nostra civiltà si è infilata. L’attenzione nei confronti delle comunità native (da parte nostra come da parte di Boff) è  tutta qui: lasciare emergere nella storia dell’umanità quei percorsi possibili – archiviati nel passato o relegati presso esigue testimonianze presenti – che possono offrire elementi concreti di alternativa alla corsa folle oggi sempre più in auge. Non per tornare a essere dei raccoglitori-cacciatori, sarebbe una banalità ovvia e anacronistica, ma per riscoprire un differente rapporto tra l’uomo e la donna, i loro simili e tutto il restante mondo, sia esso animale, vegetale e minerale.

arte preistorica

Oggi sentiamo l’urgenza di stabilire una pace perenne con la Terra. Sono secoli che siamo in guerra con essa. La affrontiamo in mille modi nell’intento di dominare le sue forze e di approfittare al massimo dei suoi servizi. Abbiamo conseguito risultati, ma a un prezzo tanto alto che ora la Terra sembra ribellarsi contro di noi. Non abbiamo nessuna possibilità di vincerla; al contrario i segnali dicono che dobbiamo cambiare altrimenti essa potrà continuare sotto la luce benefica del sole, ma senza di noi.
E’ tempo di fare un bilancio e chiederci: quando è iniziato il nostro errore? La maggioranza degli analisti dice che tutto è cominciato circa diecimila anni fa con la rivoluzione del neolitico, quando gli esseri umani diventarono sedentari, progettarono villaggi e città, inventarono l’agricoltura, cominciarono con le irrigazioni e l’addomesticamento degli animali. Tutto questo permise di uscire dalla situazione di penuria data dal garantirsi l’alimentazione necessaria, giorno per giorno, solo con la caccia e la raccolta di frutti. Ora con il nuovo modo di produrre, si creò lo stock di alimenti che servì di base per armare eserciti, fare guerre e creare imperi. Ma si è disarticolata la relazione di equilibrio tra natura e essere umani. Cominciò il processo di conquista del pianeta che è culminato ai nostri tempi con la tecnicizzazionee l’artificializzazionepraticamente di tutte le nostre relazioni con il mezzo-ambiente.
Ritengo, tra l’altro, che questo processo sia cominciato molto prima, nel seno stesso dell’antropogenesi. Fin dai suoi albori, bisogna distinguere tre tappe nella relazione dell’essere umano con la natura. La prima era di interazione. L’essere umano interagiva col mezzo senza interferire, approfittando di tutto quello che esso abbondantemente offriva. Un grande equilibrio prevaleva tra i due, ambiente e uomini. La seconda tappa fu quella dell’intervento. Corrisponde all’epoca in cui sorse, circa 2,4 milioni di anni or sono, l’ homo habilis. Questo nostro antenato cominciò a intervenire sulla natura usando strumenti rudimentali, come un pezzo di legno o una pietra per meglio difendersi e impadronirsi delle cose attorno a lui. Si inizia la rottura dell’equilibrio originale. L’essere umano si sovrappone alla natura. Questo processo si fa sempre più complesso fino al sorgere della terza tappa, che è quella dell’aggressione. Coincide con la
rivoluzione del neolitico della quale abbiamo riferito prima. Qui si apre un percorso di alta accelerazione nella conquista della natura. Dopo la rivoluzione del neolitico si sono succedute varie altre rivoluzioni: l’industriale, la nucleare, la biotecnologica, quella dell’informatica, dell’automazione e della nanotecnologia. Si sono sofisticati ogni volta di più gli strumenti dell’aggressione, fino a penetrare nelle particelle sub-atomiche (topquarks, hadrions) e nel codice genetico degli esseri viventi.
In tutto questo processo si è operato un profondo dislocamento nel la relazione: l’essere umano, che era inserito nella natura come parte di essa, si è trasformato in un essere fuori e sopra la natura. Il suo proposito è dominarla e trattarla, nell’espressione di Francesco Bacone, il formulatore del metodo scientifico, come l’inquisitore tratta il suo inquisito: torturarlo finché riveli tutti i suoi
segreti. Questo metodo è largamente imperante nelle università e nei laboratori.
Nel frattempo la terra è un pianeta piccolo, vecchio e con limitate risorse. Da sola non riesce più ad autoregolarsi. Lo stress può generalizzarsi e assumere forme catastrofiche. Dobbiamo riconoscere il nostro errore: quello di esserci allontanati da lei, dimenticando che siamo Terra, che è l’unico focolare domestico che possediamo e che la nostra missione è prenderci cura di essa. Dobbiamo farlo sviluppando una tecnologia più adeguata ad un paradigma di sinergia e di benevolenza, base della pace perpetua tanto sognata da Kant.
Leonardo Boff
Traduzione dal portoghese e adattamento di Tiberio Collina per l’Associazione Eco-Filosofica (www.filosofiatv.org)

Fonte: Envolverde

Copyleft – E’ libera la riproduzione esclusivamente per fini non commerciali, purché l’autore e la fonte siano citati e questa nota inclusa.

Insegnamenti maya per una civiltà in crisi

Autore: liberospirito 6 Mag 2013, Comments (0)

A parziale integrazione a quanto riportato sul precedente post (Difendere gli Awà, difendere la terra, difendere la vita) riportiamo un breve intervento di Leonardo Boff (autore molto frequentemente su questo blog) dove si parla dell’ecocidio in corso ad opera dell’attuale modello globalizzato e sviluppista e della possibilità di trovare fonti di ispirazione di saggezza ecologica presso antiche civiltà amerinde. In questo caso non si parla dei popoli amazzonici ma della civiltà maya.

calendario-maya

Il modello globalizzato di civiltà, che implica una guerra contro la natura, sta portando tutto il sistema di vita ad una crisi. Ci sono segnali di crisi inequivoci per cui la Terra non sopporta questo esasperato sfruttamento delle sue risorse, l’offesa alla dignità dei suoi figli e figlie e l’esclusione di milioni di esseri umani condannati a morire di fame. Come osservava Eric Hobsbawm nella sua nota opera L’età degli estremi. Discutendo con Hobsbawm del secolo breve, Roma, Carocci, 1998: “Il futuro non può essere la continuazione del passato; il nostro mondo corre il rischio di esplosione o di implosione. Deve cambiare, visto che l’alternativa ad un cambiamento della società è l’oscurantismo”.

Come evitare questo oscurantismo che può significare la demolizione del nostro tipo di civilizzazione ed eventualmente l’Armageddon della specie umana? E’ imperativo che ci ispiriamo ad altre civiltà che possano essere fonti di sapienza ecologica. Ce ne sono molte, ma scelgo la civiltà maya, perché ho visitato recentemente per venti giorni le regioni dell’America Centrale dove abitano i discendenti di quello straordinario esempio di civiltà e ho conversato con il suoi saggi, sacerdoti e sciamani.

Da quella ricchezza immensa, riprendo solo tre punti centrali che corrispondono a grandi assenze nel nostro modo di vita: la visione cosmica in armonia con tutti gli esseri, l’affascinate antropologia centrata nel cuore e nel senso del lavoro umano. L’antica sapienza maya si è conservata mediante la trasmissione orale di padre in figlio. Essendosi tenuti al margine della cultura moderna, i maya custodiscono fedelmente le antiche tradizioni e gli antichi insegnamenti, che si trovano anche in opere scritte, come il Popol-Vuh e i libri di Chilam Balam. L’intuizione che sta alla base della loro visione cosmica si avvicina molto alla moderna cosmologia e alla fisica quantica.

L’universo è costituito ed è mantenuto da energie cosmiche, dal Creatore e Formatore del tutto. Quello che esiste in natura è nato dall’amore tra il Cuore del Cielo e il Cuore della Terra. La Madre Terra è un essere vivo che vibra, sente, intuisce. lavora, genera e alimenta tutti i suoi figli. La dualità di base tra formazione e disintegrazione (diremmo tra caos e cosmos) conferisce dinamismo a tutto il processo universale. Il benessere umano si ottiene con il sincronizzarsi con questo processo e con il coltivare un profondo rispetto per ogni essere. Così l’essere umano si sente parte consustanziale della Madre Terra e gode di ogni sua bellezza e protezione. La morte non è nemica, è una immersione più profonda nell’universo.

Gli esseri umani sono visti come “gli illuminati, gli indagatori e ricercatori dell’esistenza”. Un testo del Popol-Vuh merita di essere citato per la bellezza e la solennità con la quale descrive la nascita dell’essere umano: “Che rischiara, che fa sorgere il sole nel cielo e sulla terra; non ci sarà gloria né grandezza nel creato oltre l’ esistenza della creatura umana”. Per giungere alla loro pienezza, gli esseri umani passano per tre fasi, un vero processo di individualizzazione, nel senso del pensiero di C. G. Jung. La “persona di argilla” ha la capacità di parlare, ma non ha consistenza poiché l’acqua la dissolve. Si sviluppa e può diventare “persona di legno”: può intendere ma non ha anima perché, come quella materia, è rigida e insensibile. Infine raggiunge la fase di “persona di mais”: “Che conosce quello che sta vicino e che sta lontano”, ma la sua caratteristica principale è l’aver Cuore: per questo “sente perfettamente, percepisce l’Universo, la Fonte della Vita” e batte al ritmo del Cuore del Cielo e della Terra.

L’essenza dell’essere umano sta nel cuore, che è quello che molti pensatori come Michel Maffesoli, Daniel Goleman, Adela Cortina e io stesso affermiamo da anni. Risiede nell’intelligenza cordiale e nella ragione sensibile. Non si tratta di abdicare alla ragione analitica e calcolatrice, ma di completarla e allargarla perché la nostra capacità di comprendere sia più ampia e feconda. Dando centralità a queste altre forme di esercizio della razionalità, creiamo spazio perché emergano l’attenzione, l’amore, la compassione e il rispetto, valori senza i quali non salveremo il sistema minacciato della vita.

Un terzo aspetto, il lavoro, è illuminate per la nostra cultura. Per noi il lavoro è fondamentalmente la produzione di beni e ricchezza. Le migliori ore del giorno sono dedicate al lavoro, molto spesso deludente e poco creativo. Per i maya lavorare è aiutare la Madre Terra che ci dà tutto quello che serve per vivere. Quando manca qualcosa, la aiutiamo a produrre quello che è sufficiente per tutti. Raggiunti questi fini, essi si occupano di altre cose, come la convivenza comunitaria, gli affari collettivi, le cure per la casa, strade e templi o attività artistiche. Il lavoro è per i Maya qualcosa che non schiavizza l’essere umano, ma che permettere di esprimere le sue abilità e plasmare la sua vita. Questa sapienza pratica è un esempio valido per questa fase critica della nostra storia. Tutto quello che aiuta a mantenere l’equilibrio della terra e ad alimentare la sua vitalità deve essere valorizzato e assunto come forma di rigenerazione e via di salvezza.

Leonardo Boff

 

Traduzione e adattamento di Tiberio Collina per l’Associazione Eco-Filosofica

http://www.filosofiatv.org

Ecclesia casta et meretrix?

Autore: liberospirito 3 Mar 2013, Comments (0)

 

Pubblichiamo un recente intervento di Leonardo Boff (risalente al febbraio scorso, dal sito http://leonardoboff.wordpress.com) riguardante gli ultimi (e penultimi) fatti che interessano la vita della Chiesa cattolica, su cui abbiamo già pubblicato materiali. Le riflessioni di Boff sono – come sempre – di grande interesse e sulle quali non si può non trovarsi in lieto accordo. Coltiviamo delle riserve circa alcune considerazioni conclusive. Laddove si esprime una valutazione storica complessivamente positiva nei confronti della Chiesa-istituzione (pur aggiungendo che “essa predica la libertà, sapendo che generalmente sono altri che liberano e non lei”). Massima comprensione e solidarietà, dunque, verso chi aspira e lotta affinché si affermi “il sogno di Gesù” all’interno della Chiesa di Roma, ma, al contempo, salda convinzione che il novum radicale custodito in quell’antico sogno da tempo ha preso altre strade…


La Chiesa-istituzione come “casta meretrix”

Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. (Mc 10, 42-44)

Chi ha seguito le notizie degli ultimi giorni sugli scandali dentro al Vaticano, portati a conoscenza dai giornali italiani “La Repubblica” e “La Stampa”, che parlano di una relazione di trecento pagine e elaborata da tre cardinali provetti sullo stato della curia vaticana, deve naturalmente, essere rimasto sbalordito. Immagino i nostri fratelli e sorelle devoti, frutto di un tipo di catechesi che celebra il Papa come “il dolce Cristo in Terra”. Devono star soffrendo molto, perché amano il giusto, il vero e il trasparente e mai vorrebbero legare la sua immagine a notorie malefatte di assistenti e cooperatori.

Il contenuto gravissimo di queste relazioni rafforza, a mio parere, la volontà del papa di rinunciare. E’ la riprova di un’atmosfera di promiscuità, di lotta per il potere tra “monsignori”, di una rete di omosessuali gay dentro al Vaticano e disvio di denaro attraverso la banca del Vaticano come se non bastassero i delitti di pedofilia in tante diocesi, delitti che hanno profondamente intaccato il buon nome della Chiesa-istituzione.

Chi conosce un poco la storia della Chiesa – e noi professionisti dell’area dobbiamo studiarla dettagliatamente – non si scandalizza. Ci sono state epoche di vera rovina del Pontificato con Papi adulteri, assassini e trafficanti di immoralità. A partire da Papa Formoso (891-896) sino a Papa Silvestro (999-1003) si instaurò, secondo il grande storico cardinale Baronio, l’“era pornocratica” dell’alta gerarchia della Chiesa. Pochi papi la passavano liscia senza essere deposti o assassinati. Sergio III (904-911), assassinò i suoi due predecessori, il Papa Cristoforo e Leone V.

La grande rivoluzione nella Chiesa come un tutto è avvenuta, con conseguenze per tutta la storia ulteriore, col papa Gregorio VII, nel 1077. Per difendere i suoi diritti e la libertà della istituzione-Chiesa contro re e principi che la manipolavano, pubblicò un documento che porta questo significativo titolo Dictatus Papae che tradotto alla lettera significa “la dittatura del Papa”. Con questo documento, lui assunse tutti poteri, potendo giudicare tutti senza essere giudicato da nessuno. Il grande storico delle idee ecclesiali Jean-Yves Congar, domenicano, la considera la maggior rivoluzione avvenuta nella chiesa. Da una chiesa-comunità è passata a essere una istituzione-società monarchica e assolutista, organizzata in forma piramidale e che arriva fino ai nostri giorni.

Effettivamente il canone 331 dell’attuale Diritto Canonico si connette a questa lettura, con l’attribuzione al Papa di poteri che in verità non spetterebbero a nessun mortale se non al solo Dio: “in virtù del suo Ufficio, il Papa ha il potere ordinario, supremo, pieno, immediato, universale” e in alcuni casi precisi, “infallibile”.

Questo eminente teologo, Congar, prendendo la mia difesa davanti al processo dottrinario mosso dal cardinale Joseph Ratzinger in ragione del libro Chiesa: carisma e potere ha scritto un articolo su “La Croix” (08.09.1984) su “Il carisma del potere centrale”. Scrive: “il carisma del potere centrale è non aver nessun dubbio. Ora, non aver nessun dubbio su se stessi è, nello stesso tempo, magnifico e terribile. È magnifico perché il carisma del centro consiste precisamente nel rimanere saldi quando tutto intorno vacilla. E è terribile perché a Roma ci sono uomini che hanno limiti, limiti nella loro intelligenza, limiti del loro vocabolario, limiti delle loro preferenze, limiti nei loro punti di vista”. E io aggiungerei ancora limiti nella loro etica e morale.

Si dice sempre che la Chiesa è “Santa e peccatrice” e deve essere “riformata in continuazione”. Ma questo non è successo durante secoli e neppure dopo l’esplicito suggerimento del concilio Vaticano II e dell’attuale papa Benedetto XVI. L’istituzione più vecchia dell’Occidente ha incorporato privilegi, abitudini, costumi politici di palazzo e principeschi, di resistenza e di opposizione che praticamente impediscono o distorcono tutti i tentativi di riforma.

Solo che questa volta si è arrivati a un punto di altissimo degrado morale, con pratiche persino criminali che non possono più essere negate e che richiedono mutamenti fondamentali nella struttura di governo della Chiesa. Caso contrario, questo tipo di istituzionalità tristemente invecchiata e crepuscolare languirà fino a entrare nel suo tramonto. Scandali come quelli attuali sempre ci sono stati nella curia vaticana, soltanto non c’era quel provvidenziale Vatileaks per renderli di pubblico dominio e far indignare il Papa e la maggioranza dei cristiani.

La mia percezione del mondo mi dice che queste perversità nello spazio sacro e nel centro di riferimento di tutta la cristianità – il papato – (dove dovrebbe primeggiare la virtù e persino la santità) sono conseguenze di questa centralizzazione assolutista del potere papale. Questo rende tutti vassalli, sottomessi e avidi perché stanno fisicamente vicino al portatore del supremo potere, il Papa. Un potere assoluto, per sua natura, limita e perfino nega la libertà degli altri, favorisce la creazione di gruppi di anti-potere, fazioni di burocrati del sacro contro altre, pratica largamente la simonia che è compravendita di favori, promuove adulazioni e distrugge i meccanismi di trasparenza. In fondo tutti diffidano di tutti. E ognuno cerca la soddisfazione personale nella forma migliore che può. Per questo è sempre stata problematica l’osservanza del celibato all’interno della curia vaticana, come si sta rivelando adesso con l’esistenza di una vera rete di prostituzione gay. Fino a quando questo potere non sarà decentralizzato e non permetterà maggior partecipazione di tutti gli strati del popolo di Dio, uomini e donne, alla conduzione dei cammini della Chiesa, il tumore che sta all’origine di questa infermità continuerà a durare. Si dice che Benedetto XVI consegnerà a tutti i cardinali la suddetta relazione perché ciascuno sappia che problemi dovrà affrontare nel caso che sia eletto papa. E l’urgenza che avrà di introdurre radicali trasformazioni. Dal tempo della Riforma che si sente il grido: “Riforma nel capo e nelle membra”. E siccome mai è avvenuta, è nata la Riforma come gesto disperato dei riformatori di compiere tale impresa per conto proprio.

Per spiegare meglio ai cristiani e a tutti gl’interessati di problemi di Chiesa, torniamo alla questione degli scandali. L’intenzione è di sdrammatizzarli, permettere che se n’abbia una nozione meno idealista e a volte idolatrica della gerarchia e della figura del Papa e liberare la libertà a cui il Cristo ci ha chiamati (Gal 5,1). In questo non c’è nessun cattivo gusto per le cose negative né volontà di aumentare sempre di più il degrado morale. Il cristiano deve essere adulto, non può lasciarsi infantilizzare né permettere che gli neghino conoscenze teologiche e storiche per rendersi conto di quanto umana ed smodatamente umana può essere l’istituzione che ci viene dagli apostoli.

Esiste una lunga tradizione teologica che si riferisce alla Chiesa come casta meretrix, tema abbordato dettagliatamente da un grande teologo, amico dell’attuale Papa, Hans Urs von Balthasar (vedere in Sponsa Verbi, Einsiedeln, 1971, pp. 203-305). In varie occasioni il teologo Joseph Ratzinger è ritornato su questa denominazione.

La chiesa è una meretrice che tutte le notti si abbandona alla prostituzione; è casta perché Cristo, ogni mattina ne ha compassione, la lava è la ama.

L’habitus meretricius, il vizio del meretricio, è stato duramente criticato dai santi padri della Chiesa come Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, San Gerolamo e altri. San Pier Damiani arriva chiamare il suddetto Gregorio VII “Santo satanasso” (D. Romag, Compendio di storia della Chiesa, vol. II, Petropolis, 1950, p. 112). Questa denominazione dura ci rimanda a quella di Cristo diretta Pietro. Per causa della sua professione di fede lo chiama “pietra”, ma per causa della sua poca fede e di non capire i disegni di Dio lo qualifica come “satanasso” (Matteo 16,23). S. Paolo pare un moderno quando parla ai suoi oppositori con furia: “magari si castrassero tutti quelli che vi danno fastidio” (Gal, 5,12).

C’è pertanto un luogo per la profezia nella Chiesa e per le denunce delle malefatte che possono capitare in mezzo agli ecclesiastici e persino in mezzo ai fedeli.

Vi riporto un altro esempio tratto dagli scritti di un santo amato dalla maggioranza dei cattolici per il suo candore e bontà: Sant’Antonio da Padova. Nei suoi sermoni, famosi all’epoca, non appare niente affatto dolce e gentile. Fa una vigorosa critica ai prelati corrotti del suo tempo. Dice: “i vescovi sono cani senza nessuna vergogna perché il loro aspetto ha della meretrice e per questo stesso non vogliono vergognarsi” (uso l’edizione critica in latino pubblicata a Lisbona in due volumi nel 1895). Questo fu pronunciato nel sermone della quarta domenica dopo Pentecoste (pagina 278). Un’altra volta chiama i prelati “ scimmie sul tetto, da lì presiedono alle necessità del popolo di Dio”. (Op. cit p. 348). È continua: “Il vescovo della Chiesa è uno schiavo che pretende regnare, principe iniquo, leone che ruggisce, orso affamato di rapina che depreda il popolo povero” (p.348). Infine nella festa di San Pietro alza la voce e denuncia: “Attenzione che Cristo disse tre volte: pasci e neanche una volta tosa e mungi… Guai a quello che non pasce neanche una volta e tosa e munge tre o quattro volte…lui è un drago a fianco dell’arca del Signore che non possiede altro che apparenza e non verità” (vol. II, p. 918).

Il teologo Joseph Ratzinger spiega il senso di questo tipo di denunce profetiche: “il senso della profezia risiede in verità meno in alcune previsioni che nella protesta profetica: protesta contro l’autosoddisfazione delle istituzioni, l’autosoddisfazione che sostituisce la morale con il rito e la conversione con le cerimonie” (Das neue volk Gottes, Düsseldorf 1969,250, esiste traduzione italiana Il nuovo popolo di Dio, Brescia 1971).

Ratzinger critica con enfasi la separazione che abbiamo fatto in riferimento alla figura di Pietro: prima della Pasqua, il traditore; dopo la Pentecoste, il fedele. “Pietro continua a vivere questa tensione del prima e del dopo; lui continua ad essere tutte due le cose: la pietra e lo scandalo…Non è successo lungo tutta la storia della Chiesa che il Papa era simultaneamente il successore di Pietro e la pietra dello scandalo?” (p.259).

Dove vogliamo arrivare con tutto questo? Vogliamo arrivare a riconoscere che la Chiesa-istituzione di papi, vescovi e preti è fatta di uomini che possono tradire, negare e fare del potere religioso un affare e uno strumento di auto-soddisfazione. Tale riconoscimento è terapeutico dato che ci cura di ogni ideologia idolatrica intorno alla figura del Papa, ritenuto come praticamente infallibile. Questo è visibile nei settori conservatori e fondamentalisti del movimento cattolico laici e anche di gruppi di preti. In alcuni è ancora viva una vera papolatria, che Benedetto XVI ha sempre cercato di evitare.

La crisi attuale della Chiesa provocato la rinuncia di un Papa che si è reso conto che non aveva più il vigore necessario per sanare scandali di tale portata. Ha buttato la spugna con umiltà. Che un altro più giovane venga e assuma il compito arduo e duro di pulire la corruzione nella curia romana e dell’universo dei pedofili, eventualmente punisca, deponga e invii i più renitenti in qualche convento per far penitenza ed emendare la propria vita.

Soltanto chi ama la Chiesa può farle le critiche che gli abbiamo fatto noi citando testi di autorità classiche del passato. Se tu hai smesso di amare una persona un tempo amata, ti diventano indifferenti la sua vita e il suo destino. Noi ci interessiamo come fa l’amico e fratello di tribolazione Hans Kung (è stato condannato dalla ex inquisizione), forse uno dei teologi che più ama la Chiesa e per questo la critica.

Non vogliamo che i cristiani coltivino questo sentimento di poca stima e di indifferenza. Per quanto gravi siano stati gli errori e gli equivoci storici, l’istituzione-Chiesa custodisce la memoria sacra di Gesù e la grammatica dei Vangeli. Essa predica la libertà, sapendo che generalmente sono altri che liberano e non lei.

Anche così vale stare dentro la chiesa, come ci stavano S. Francesco, dom Helder Camara, Giovanni XXIII e noti teologi che hanno aiutato a fare il concilio Vaticano II e che prima erano stati tutti condannati dall’ex inquisizione, come de Lubac, Chenu, Congar, Rahner e altri. Dobbiamo aiutarla a uscire da quest’imbarazzo, alimentandosi di più col sogno di Gesù di un regno di giustizia, di pace e di riconciliazione con Dio e di sequela della sua causa e destino, piuttosto che di semplice giustificata indignazione che può scadere facilmente nel fariseismo e nel moralismo.

Altre riflessioni del genere si trovano nel mio libro Chiesa: carisma e potere (ed. Record, 2005), specialmente in appendice con tutte gli atti del processo celebrato all’interno dell’ex inquisizione nel 1984.

Leonardo Boff
(Traduzione di Romano Baraglia)


 

Ricordando l’11 settembre

Autore: liberospirito 13 Set 2012, Comments (0)

Un paio di giorni fa  – l’11 settembre, appunto – ricorreva l’anniversario dell’attentato alle torri gemelle. Qui da noi, in Italia, la data è passata sotto tono,  a differenza del clamore mediatico di qualche anno fa; evidentemente per giornali e televisione non fa più notizia… Noi vogliamo ricordare quei fatti riproponendo la riflessione di Leonardo Boff, apparsa in italiano sul “Manifesto” all’incirca un anno fa.

Se lo Stato si fa terrorista

Per approvare il nefasto crimine terrorista compiuto da al Qaeda l’11 settembre 2001 a New York, uno deve essere nemico di se stesso e contro i valori umanitari minimi.

Ma è inaccettabile che uno Stato, il più forte del mondo sul piano militare, per rispondere al terrorismo si sia trasformato anch’esso in uno Stato terrorista. È quello che ha fatto Bush, limitando la democrazia e sospendendo a tempo illimitato alcuni diritti in vigore nel paese. E ha fatto di più, ha scatenato due guerre, una contro contro l’Afghanistan e l’altra contro l’Iraq, dove ha devastato una delle culture più antiche dell’umanità e in cui più di centomila persone sono state uccide e più di un milione costrette a fuggire. Bisogna ripetere la domanda che quasi a nessuno interessa fare: perchè si sono compiuti questi atti di terrorismo?

Il vescovo Robert Bowman, di Melbourne Beach in Florida, che prima era stato pilota di cacciabombardieri durante la guerra in Vietnam, ha risposto con chiarezza, sul National Catholic Reporter, con una lettera aperta al presidente: «Siamo bersaglio dei terroristi, perchè, in buona parte del mondo, il nostro governo difende la dittatura, la schiavitù e lo sfruttamento dell’uomo. Siamo bersaglio dei terroristi perchè ci odiano. E ci odiano perchè il nostro governo fa cose odiose». Richard Clarke, responsabile anti-terrorismo della Casa bianca, in una intervista a Jorge Pontual diffusa da Globonews il 28 febbraio 2010 e ritrasmessa il 3 maggio scorso, ha detto sostanzialmente le stesse cose. Aveva avvertito la Cia e il presidente Bush che un attacco di al Qaeda a New York era imminente. Non lo avevano ascoltato. Subito dopo successe quel che successe e questo lo riempì di rabbia. Una rabbia contro il governo che aumentò quando sentì che Bush, con menzogne e falsità dettate dalla pura volontà imperiale di mantenere l’egemonia mondiale, proclamò una guerra contro l’Iraq, che non aveva nessuna connessione con l’11 settembre. La rabbia arrivò al punto tale che per salute e decenza si dimise dalla carica.

Ancora più contundente è stato Chalmers Johnson, uno dei principali analisti della Cia, in una intervista del 2 maggio scorso a Globonews. Lui conosceva dal di dentro i malefíci effetti prodotti dalle oltre 800 basi militari Usa sparse in tutto il mondo, in quanto provocano rabbia e rivolta nelle popolazioni e sono il brodo di coltura del terrorismo. Cita il libro di Eduardo Galeano «Le vene aperte dell’America latina» per dare esempi delle barbarità compiute dagli organismi della intelligence Usa nei nostri paesi. Denuncia il carattere imperiale dei governi, fondato sull’uso dei servizi per fomentare colpi di stato, organizzare l’assassinio di leader e insegnare i metodi di tortura. Per protesta si dimise e diventò professore di storia all’università della Califórnia. Ha scritto tre volumi «Blowback» (rappresaglia) dove prevedeva, con qualche mese di anticipo, le rappresaglie contro la prepotenza Usa nel mondo. Lui fu come il profeta dell’11 settembre. Questo è il quadro di fondo per capire la situazione attuale, culminata nell’esecuzione criminale di Osama bin Laden. Gli organi della intelligence Usa hanno fatto clamorosamente fiasco. Per dieci anni hanno messo sottosopra il mondo per dar la caccia a bin Laden. Senza risultato. Solo usando um metodo immorale, la tortura di un messaggero di bin Laden, sono riusciti ad arrivare al suo nascondiglio. Senza nessun merito proprio.

Tutto in questa caccia è sotto il segno del’immoralità, della vergogna e del crimine. Per prima cosa il presidente Barak Obama, come se fosse un «dio» ha decretato l’esecuzione/assassinio di bin Laden. Questo è contro il principio etico universale di «non uccidere» e degli accordi internazionali che prescrivono la prigione, il processo e la punizione dell’accusato. Così si è fatto con Hussein in Iraq, con i criminali nazisti a Norimberga, con Eichmann in Israele e con altri accusati. Con bin Laden si è preferita la esecuzione sommaria, crimine per cui Barak Obama dovrà un giorno rispondere. Poi si è invaso il territorio del Pakistan, senza nessun preavviso dell’operazione. Infine si è sequestrato il cadavere che è stato buttato in mare, un crimine contro la pietà familiare, il diritto che ogni famiglia ha di seppellire i suoi morti, criminali o no, che per pessimi che siano restano sempre esseri umani.Non è stata fatta giustizia. Si è praticata la vendetta, sempre condannabile. «Mia è la vendetta», dice il Dio delle scritture delle tre religioni abramiche. Ora resteremo sotto il potere di un Imperatore su cui pesa l’accusa di assassinio. E la necrofilia delle folle ci rende più piccoli e ci fa vergognare tutti.

Leonardo Boff

Rio+20 – Il prossimo passo

Autore: liberospirito 8 Lug 2012, Comments (0)

La conferenza Rio+20 si è chiusa da poco evidenziando ancora di più una frattura tra la società civile – rappresentata da centinaia di associazioni di diverso orientamento, compresi esponenti delle popolazioni native – e i vari delegati del racket della politica che, nei giorni scorsi, sono stati difesi da un muro di poliziotti in assetto antisommossa. Il documento finale poi non va oltre un elenco di buoni propositi privo di indicazioni operative. Su tutto ciò riportamo il commento del teologo brasiliano Leonardo Boff apparso in traduzione italiana su “Adista Documenti” (www.adista.it).

Il grande tema di Rio+20 era “Il futuro che vogliamo”. Il documento finale, però, non ci indica la rotta né i mezzi per percorrerlo: è timoroso, senza ambizioni e manca del senso etico e spirituale della storia umana. Ostaggio di una visione riduzionista e materialista dell’economia, non costruisce un software di società e di civiltà che ci possa dare speranza in un futuro che non sia il semplice prolungamento del passato e del presente. Questo ha dato tutto quello che poteva dare. Portarlo ostinatamente avanti vuol dire spingerci verso l’abisso che si apre di fronte a noi in un tempo non molto
lontano.

Di fronte alle crisi che affliggono tutta l’umanità, in particolare quelle del riscaldamento globale e dell’insostenibilità del pianeta Terra e ultimamente quella economico-finanziaria che colpisce al cuore i Paesi opulenti, di fronte alla crescita del fondamentalismo e alla permanente minaccia del terrorismo, agli scenari drammatici che molti seri analisti delineano per il futuro della Terra, dell’Umanità, della vita e alle poche chance per una pace duratura, una angosciosa domanda ci assale: quale sarà il prossimo passo dopo Rio+20?

Alcune constatazioni: si è consolidato il villaggio globale; abbiamo occupato praticamente l’intero spazio terrestre e sfruttato il capitale naturale fino ai confini della materia e della vita, attraverso l’uso della ragione strumentale-analitica; abbiamo provocato un’immensa crisi di civiltà espressa nelle varie crisi menzionate. Chiediamoci: e ora che succederà? Niente di nuovo? Sarebbe molto rischioso, perché il paradigma attuale si basa sul potere come dominio della natura e degli esseri umani. Non dobbiamo dimenticare che è all’origine della macchina di morte che può distruggere tutti noi e la vita di Gaia. Tale cammino sembra esaurito, per quanto sia ancora dominante.

Siamo obbligati a passare dal capitale materiale a quello spirituale. Il capitale materiale è limitato e si esaurisce. Quello spirituale è infinito e inestinguibile. Il capitale spirituale, fatto di amore, compassione, cura, creatività, realtà intangibili e valori infiniti, non ha limiti. Ne abbiamo fatto un uso modesto, ma può rappresentare la grande alternativa per superare la crisi attuale e inaugurare un nuovo modello di civiltà.

Il capitale spirituale ha la sua centralità nella vita, nell’autonomia dei cittadini, nella relazione inclusiva, nell’amore incondizionato, nella compassione, nella cura della nostra Casa comune, nella gioia di vivere e nella capacità di trascendenza.

Non significa che dobbiamo esimerci dalla tecnoscienza: senza di essa non risponderemmo alle esigenze umane. Ma che deve venir meno il suo carattere distruttivo nei riguardi della natura e della vita. Se nel capitale materiale il motore era la ragione strumentale, nel capitale spirituale è la ragione del cuore, la ragione sensibile, ad organizzare la vita sociale e la produzione secondo i cicli della natura e i limiti di ogni ecosistema. È nella ragione del cuore che sono radicati i valori; di essa si alimenta la vita spirituale per produrre le opere dello spirito: l’amore, la solidarietà e la trascendenza.

Usando una metafora del grande scrittore irlandese C .S. Lewis, direi: se al tempo dei dinosauri un osservatore ipotetico si fosse interrogato sul passo successivo dell’evoluzione, probabilmente avrebbe immaginato la comparsa di specie di dinosauri ancora più grandi e voraci. Ma si sarebbe sbagliato. Non avrebbe mai immaginato che un piccolo mammifero che viveva in cima agli alberi più alti alimentandosi di fiori e germogli, terrorizzato dai dinosauri, avrebbe fatto irruzione, milioni di anni dopo, come qualcosa di assolutamente impensabile: un essere di coscienza e intelligenza – l’essere
umano – con qualità del tutto diverse da quelle dei dinosauri. Niente fu come prima. Fu una rottura. Un passo diverso.

Crediamo che potrà sorgere ora un essere umano con un altro passo, animato dall’inesauribile capitale spirituale. E sarà il mondo dell’essere più che il mondo dell’avere. Il prossimo passo, allora, sarebbe esattamente questo: scoprire l’illimitato capitale spirituale e cominciare ad organizzare la vita, la produzione, la società e la quotidianità a partire da esso. Allora l’economia sarebbe al servizio della vita e la vita si impregnerebbe dei valori di relazioni aperte e inclusive, della reciprocità tra essere umano e Terra, dell’autorealizzazione e della gioia. Una vera alternativa al paradigma vigente.

Ma questo passo non è meccanico. È il risultato di un collegamento di forze attorno a valori e principi assunti da tutti, bio-centrati ed eco-amichevoli. Cioè, offerto alla nostra libertà. Possiamo accoglierlo come possiamo rifiutarlo. Ma, anche rifiutandolo, rimane come una possibilità sempre presente e pronta ad irrompere. Non si identifica con nessuna religione. È qualcosa di precedente che emerge dalle potenzialità di quella Energia di fondo, potente e amorevole, che sostiene tutto l’universo e ognuno di noi, e che penetra in tutta l’evoluzione cosciente. Chi l’accoglie vivrà un altro senso della vita e abiterà un nuovo futuro, diverso da quello immaginato da Rio+20. Gli altri continueranno a scontrarsi con i vicoli ciechi dell’attuale modo di essere e si interrogheranno, angosciati, sul loro futuro e sull’eventuale scomparsa della specie umana.

È stato Teilhard de Chardin, ancora negli anni ‘30 del XX secolo, a nutrire il sogno dell’irruzione della noosfera. Noos, in greco, significa mente e spirito totalmente aperti. La noosfera sarebbe l’irruzione
dell’umanità come specie, della mente e del cuore che battono all’unisono. Sarebbe la tappa nuova della antropogenesi, il superamento dell’antropocene (l’èra geologica attuale, ndt), l’inaugurazione dell’èra ecozoica e una nuova fase per Gaia.

Credo che l’eredità positiva dell’attuale crisi mondiale sia di aprirci alla possibilità di realizzare la noosfera. Si dice che Gesù, Budda, Francesco d’Assisi, Rumi, Gandhi, suor Dorothy (Stang, ndt) e tanti altri maestri e testimoni del passato e del presente abbiano fatto anticipatamente questo passo. Sono le nostre stelle polari, i seminatori del nostro principio-speranza e la garanzia che abbiamo ancora un futuro. I dolori attuali non sarebbero rantoli di una civiltà moribonda ma segnali del parto di un nuovo modo sostenibile di vivere e di abitare il nostro pianeta Terra. Saremo umani, riconciliati con noi stessi, con la Madre Terra e con la Realtà Ultima.

Come ha detto suggestivamente una delle nostre migliori pensatrici dei nuovi paradigmi, Rose Marie Muraro: «Quando desisteremo dall’essere dei, potremo essere pienamente umani: ancora non sappiamo cos’è ma l’abbiamo intuito da sempre».

Leonardo Boff

Quale era per l’uomo contemporaneo?

Autore: liberospirito 28 Lug 2011, Comments (0)

Ere geologiche: lezione di ripasso

Conosciamo le ere geologiche che ha attraversato, e ancora sta attraversando, la Terra che ci ospita? Si parla di momenti enormi, quanto a dimensioni temporali, che è pressoché impossibile raffigurarseli nella mente. Forse qualcuno si ricorderà questi nomi ripescandoli nella memoria dei propri trascorsi scolastici. Sono l’era precambriana, paleozoica, mesozoica, cenozoica e neozoica. Seppur brevemente, proviamo a rivederle insieme.

Il Precambriano è la prima grande era che ebbe inizio all’incirca quattro miliardi e mezzo di anni fa. Si conosce veramente poco di quest’epoca. I mari iniziarono poco alla volta a popolarsi di forme di vita molto semplici, poi via via più complesse.

L’era paleozoica deve il suo nome alla scoperta delle prime forme di vita biologica e, anche se successivamente si risalì a forme di vita più antiche, rimase il nome che originariamente le era stato attribuito. Il Paleozoico giunge fino a 271 milioni di anni fa.

L’era mesozoica è l’età di mezzo della terra, che dura 180 milioni di anni; in quest’era prevalgono come specie animali i rettili ed il Mesozoico sarà, fra le altre cose, caratterizzato dalla comparsa e scomparsa dei dinosauri (qualcuno si ricorda di Jurassic Park di Steven Spielberg?).

Poi c’è l’era cenozoica, l’era dei mammiferi. A causa dell’abbassamento della temperatura e della profondità oceanica avvengono le migrazioni di alcune di queste specie verso vaste distese erbose, le praterie, con la conseguente diffusione di animali erbivori, come  gli equini, e dei suoi predatori, i felini. Successivamente si avrà la comparsa delle prime scimmie e il seguente sviluppo di scimmie antropomorfe che condurrà alla specie homo. Infatti, tra i sette e i cinque milioni di anni fa dall’albero evolutivo dei primati si formò il ramo che diede origine ai nostri antenati. Se paragoniamo a un giorno la storia della Terra, ecco che l’orologio sta per battere la mezzanotte: proprio in questo momento l’uomo fa il suo ingresso sul pianeta.

A questo punto entriamo nell’era Neozoica (dal greco vita nuova) o Quaternaria – che deve il nome alla comparsa e alla diffusione dell’uomo – un’età che va da 1,8 milioni di anni fa fino ad oggi. L’arco di tempo caratterizzato dalla presenza umana viene poi suddiviso in periodi i cui nomi sono correlati allo sviluppo della conoscenza, della scienza e della tecnica da parte dell’uomo. Questi periodi sono: il Paleolitico, il Mesolitico, il Neolitico, il Calcolitico (o età del Rame), l’Eneolitico (o età del Bronzo), l’Età del Ferro, sino a giungere all’Età del Silicio, vale a dire l’epoca odierna, caratterizzata dall’uso di materiali elettronici e dall’informatizzazione del sapere e della cultura.

L’era ecozoica

Giunti fin qui, il discorso si può ritenere concluso o si possono intravedere già nuovi esiti possibili? Proponiamo, accostandoli, i punti di vista di due importanti ecoteologi: Thomas Berry e Leonardo Boff, i quali con spirito affatto profetico squarciano il velo che ottenebra la capacità di comprendere e di vedere oltre le crisi in cui ci troviamo.

Thomas Berry, discepolo e prosecutore del pensiero di Teilhard de Chardin, storico delle culture, bioregionalista, ha dedicato gran parte della sua attività nel propugnare un cambiamento della società occidentale in chiave ecocentrica, in grado di riconoscere la storia della Terra come un unico testo sacro di una visione spirituale (meglio: ecospirituale) del mondo, in base alla quale ciascuno si impegna a vivere con consapevolezza nel proprio territorio, nella propria bioregione. Egli ha anche tratteggiato i lineamenti di una futura era ecozoica, rispetto ai quali proponiamo alcune interessanti articolazioni.

Secondo Th. Berry, se i principali sviluppi del Cenozoico avvennero, per forza di cose, interamente al di fuori di ogni intervento umano, nell’Ecozoico noi umani avremo invece un’influenza determinante pressoché in quasi tutti i processi evolutivi: “anche se non sappiamo come produrre un filo d’erba, questo non potrà crescere se non è accettato, protetto e sostenuto da noi”. Pertanto nell’Ecozoico si imporrà un nuovo ruolo sia per la scienza che per la tecnologia. Le prime dovrebbero provvedere a una comprensione integrale della Terra e delle modalità in cui le attività umane e terrestri possono vicendevolmente potenziarsi. Dal canto loro le scienze biologiche svilupperanno un “sentimento per tutto ciò che vive”, un rispetto più profondo della soggettività presente nei vari esseri viventi della Terra. E, per finire, le tecnologie umane si armonizzeranno finalmente con quelle del mondo naturale. Ma questa era ecozoica potrà diventare una realtà solo mediante il riconoscimento della dimensione femminile della Terra e mediante l’assunzione di una responsabilità comune – sia maschile che femminile – per stabilire una comunità terrestre integrata.

Sempre lungo la medesima linea si collocano le riflessioni di Leonardo Boff, teologo brasiliano, già esponente di punta della teologia della liberazione. Egli definisce la fase attuale nei termini di era tecnozoica. Oggi, qui, domina la tecnoscienza, al servizio della megamacchina produttiva, con la quale si sfruttano in forma sistematica e sempre più accelerata tutte le risorse, per lo più a beneficio di una minoranza della popolazione mondiale, lasciando ai margini il resto dell’umanità. A tale scopo, tutta la Terra viene occupata, dominata e sfruttata, saturandola di elementi tossici al punto che essa rischia di perdere ogni capacità di metabolizzarli.

Anche secondo Boff l’alternativa sta nel passaggio all’era ecozoica. Da oltre tredici miliardi di anni l’universo esiste e si espande, spinto da una insondabile energia di fondo; è un processo unitario, articolato e complesso che ha prodotto le galassie, il nostro Sole, i pianeti, compresa la Terra; ha dato inoltre origine alle prime cellule viventi, agli organismi multicellulari, al proliferare della fauna e della flora, fino all’autocoscienza umana che consente di percepirci come parte di un tutto. Ma il futuro di questo vasto processo si giocherà proprio nel passaggio da un’era tecnozoica, con i tremendi rischi che contiene, a quella ecozoica, la quale ambisce a mantenere i ritmi della Terra, producendo e consumando dentro i limiti necessari, ponendo la persistenza e il benessere dell’uomo unitamente a quelli di tutta la comunità terrestre come interesse precipuo. Qui si gioca il futuro prossimo venturo, qui scienza, politica, cultura e religione possono e debbono incontrarsi e collaborare.

Federico Battistutta

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