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Tag: Lampedusa

Accogliere i profughi, salvare l’Europa

Autore: liberospirito 19 Ago 2015, Comments (0)

Sempre sul tema riguardante profughi e migranti proponiamo l’intervento di Guido Viale apparso su “Il manifesto” di ieri. Parole che condividiamo e che esprimono la dose minima di buon senso richiesta di fronte a simili circostanze. Ma purtroppo di questi tempi il buon senso sembra divenuto un bene raro.

immigrati

Profughi e migranti sono due categorie di persone che oggi distingue solo chi vorrebbe ributtarne in mare almeno la metà: fanno la stessa strada, salgono sulle stesse imbarcazioni che sanno già destinate ad affondare, hanno attraversato gli stessi deserti, si sono sottratte alle stesse minacce: morte, miseria, fame, schiavitù sapendo bene che con quel viaggio, che spesso dura anche diversi anni, avrebbero continuato a rischiare la vita e la loro integrità. I profughi e i migranti che partono dalla Libia per raggiungere Lampedusa o le coste della Sicilia non sono libici: vengono dalla Siria, o dall’Eritrea, dalla Somalia, dalla Nigeria, dal Niger o da altri paesi subsahariani sconvolti da guerre, dittature o da entrambe le cose. I profughi e i migranti che partono dalla Turchia per raggiungere un’isola greca o il resto dell’Europa attraversando Bulgaria, Macedonia e Serbia non sono turchi (solo qualche curdo lo è per caso): sono siriani, afgani, iraniani, iracheni, palestinesi e fuggono tutti per gli stessi motivi. Sono anche di più di quelli che si imbarcano in Libia; ma nessuno ha ancora proposto di invadere la Turchia, o di bombardarne i  porti, per bloccare quell’esodo prima che si imbarchino, come si sta invece proponendo di fare in Libia, fingendo che questa sia la strada per risolvere il “problema profughi”. Perché non si concepisce niente altro che la guerra per affrontare un problema creato dalle guerre: guerre che l’Europa, o qualcuno dei sui Stati membri, ha contribuito a scatenare; o a cui ha assistito compiacente; o a cui ha partecipato con propri contingenti. Meno che mai ci si propone di andare a “risolvere” le situazioni siriana, o irachena, o afghana, già compromesse dalle “nostre” guerre, come si pensa invece di “sbloccare” quella libica. Bombardare i porti della Libia, o occuparne la costa per bloccare quell’esodo, non è, nella mente di chi ne propone o ne invoca la realizzazione, o ne attende con impazienza l’autorizzazione, niente altro che il rimpianto di Gheddafi: degli affari che si facevano con lui e con il suo petrolio e del compito di aguzzino di profughi e migranti che gli era stato affidato con tanto di trattati, di finanziamenti e di “assistenza tecnica”. Dopo aver però contribuito a disarcionarlo e ad ammazzarlo contando – e sbagliando – sul fatto che tutto sarebbe filato liscio come e meglio di prima.

Già solo questo abbaglio, insieme agli altri che lo hanno preceduto, seguito o accompagnato – in Siria, in Afghanistan, in Iraq, in Mali o nella Repubblica centroafricana – dovrebbe indurci non a diffidare soltanto, ma a opporci con tutte le nostre forze, delle proposte e ai programmi di guerra di chi se ne è reso responsabile.

Ma coloro che propongono un intervento militare in Libia, o mettono al centro del “problema profughi” la lotta agli scafisti,non sanno bene che cosa fare. Tra l’altro, bloccare le partenze dalla Libia non farebbe che riversarne quel flusso sugli altri paesi della costa sud del Mediterraneo, tra cui la Tunisia, rendendo anche lì ancora più instabile la situazione. Ma soprattutto non dicono – e forse non pensano: il pensiero non è il loro forte – che cosa ci si propone con interventi del genere. Ma capirlo non è difficile: si tratta di respingere o trattenere quel popolo dolente, composto ormai da milioni di persone, in quei deserti che sono una via obbligata delle loro fughe, e che  hanno già inghiottito molte più vittime di più di quante non ne abbia annegato il Mediterraneo; magari appoggiandosi, come si è cominciato a fare con il cosiddetto processo di Khartum, a qualche feroce dittatura subsahariana perché si incarichi lei di farle scomparire. E’ il risvolto micidiale, ma già in atto, dell’ipocrisia che corre da tempo in bocca ai nemici giurati dei profughi: “aiutiamoli a casa loro”.

Invece bisogna aiutarli a casa nostra, in una casa comune che dobbiamo costruire insieme a loro. Non c’è alternativa al loro sterminio, diretto o per interposta dittatura, o per entrambe le cose. Il primo passo da compiere è prenderne atto. Smettere di sottovalutare il problema, come fanno quasi tutte le forze di sinistra, e in parte anche la chiesa, pensando così di combattere o neutralizzare l’allarmismo di cui si alimentano le destre. Certo, 50.000 profughi (quanti ne sono rimasti di tutti quelli che sono sbarcati l’anno scorso in Italia) su 60 milioni di abitanti, o 500mila (quanti ne ha ricevuti l’anno scorso l’Unione Europea) su 500 milioni di abitanti non sono molti. Ma come si vede, soprattutto per il modo in cui vengono “gestiti”, cioè maltrattati, sono già sufficienti a creare allarmi e insofferenze insostenibili. Ma non bisogna dimenticare che quelli di quest’anno e degli ultimi anni non sono che l’avanguardia di altri milioni di profughi stipati nei campi del Medioriente e del Maghreb, o in arrivo lungo le rotte desertiche dai paesi subsahariani, che non possono – e non vogliono – restare dove sono. Vogliono raggiungere l’Europa e in qualche modo si sentono già cittadini europei, anche se non per questo dimenticano il loro paese di origine e il desiderio di farvi ritorno quando se ne presenteranno di nuovo le condizioni.

L’Unione europea, in mano all’alta finanza e agli interessi commerciali del grande capitale tedesco ha concentrato le sue politiche e i suoi impegni nel far quadrare i bilanci degli Stati membri a spese della popolazione e nel garantire che le sue grandi banche uscissero comunque indenni dalla crisi. Così, anno dopo anno, ha permesso o concorso a far sì che ai suoi confini si creassero situazioni di guerra, di caos permanente, di dissoluzione dei poteri statali, di conflitti per bande di cui l’ondata di profughi e di migranti, senza più futuro nei loro paesi,è la prima e più diretta conseguenza. Non saranno altre guerre, e meno che mai una politica feroce quanto vana di respingimenti, a mettere fine a questo stato di cose che le istituzioni dell’Unione non riescono più a governare né all’esterno né all’interno dei suoi confini. A riprendere le fila di quei conflitti, e di quello che si sta producendo a causa degli sbarchi e degli arrivi, non può che essere un nuovo protagonismo di quelle persone in fuga nella definizione di una prospettiva di pace nei paesi da cui sono fuggiti. Ma questo, solo se saranno messe in condizione di organizzarsi e di contare come interlocutori principali, insieme ai loro connazionali già insediati da tempo sul suolo europeo e a tutti i nativi europei che sono disposti ad accoglierli e a impegnarsi direttamente per alleviare le loro sofferenze; e che sono ancora tanti anche se i media non vi dedicano alcuna attenzione.

Bisogna “accoglierli tutti”, come ha raccomandato più di un anno fa Luigi Manconi in un libretto che ne condensa l’esperienza di combattente per i diritti umani; dare a tutti di che vivere: cibo, un tetto decente, la possibilità di autogestire la propria vita, di andare a scuola, di curarsi, di lavorare e di guadagnare. Ma non sono troppi, in un paese e in un continente che non riesce a garantire queste cose, e soprattutto lavoro e reddito, ai suoi cittadini? Sono troppi per le politiche di austerity in vigore nell’Unione e imposte a tutti i paesi membri; quelle politiche che non riescono e non vogliono più a garantire queste cose a una quota crescente dei suoi cittadini e per questo scatenano la cosiddetta “guerra tra i poveri”. Ma non sono troppi rispetto a quella che potrebbe ancora essere la più forte economia del mondo, se solo investisse, non per salvare le banche e alimentare le loro speculazioni, ma per dare lavoro a tutti e riconvertire, nei temi necessari per evitare un disastro irreversibile e di dimensioni planetarie, tutto il suo apparato economico e produttivo, e le sue politiche, in direzione della sostenibilità ambientale. Il lavoro, se ben orientato, è ricchezza. D’altronde l’alternativa a una svolta del genere non è la perpetuazione di un già ora insopportabile status quo, ma uno sterminio ai confini dell’Unione e la vittoria, al suo interno, delle forze autoritarie e scopertamente razziste che crescono indicando nei profughi, ma anche in tutti gli immigrati, nei loro figli e nei loro nipoti, il nemico da combattere. E se non direttamente di quelle forze, certamente delle loro politiche fatte proprie da tutte le altre.

Così il problema creato dai profughi, non previsto e non affrontato dalla governance dell’Unione, perché o non ha né posto né soluzione nel quadro delle sue politiche attuali, può diventare una potente leva per scardinarle a favore del progetto di un grande piano per creare lavoro per tutti e per realizzare la conversione ecologica dell’economia: due obiettivi che in una prospettiva di invarianza del quadro attuale non hanno alcuna possibilità di essere realizzati. E’ a noi italiani, e ai greci, che tocca dare inizio a questo movimento. Perché siamo i più esposti: le vittime designate del disinteresse europeo.

Guido Viale

Il Mediterraneo come campo di sterminio

Autore: liberospirito 20 Apr 2015, Comments (0)

Dalle informazioni (in realtà, spesso dis-informazioni) che apprendiamo dai media si parla di oltre 700 morti nel canale di Sicilia, altre versioni stimano invece più di 900 vittime. Forse, con precisione, non sapremo mai quantificare le morti dell’altro giorno. Quel che è certo è che è in corso uno sterminio di massa: lo scorso febbraio la cronaca aveva dovuto registrare la morte di 300 migranti, mentre nell’ottobre del 2013 le vittime erano state 339. Fermiamoci a questi ultimi dati, senza  andare più indietro: sono cifre di una guerra in corso, anzi di un  vero e proprio sterminio. Riportiamo sotto una riflessione a caldo (tratta dal ilfattoquotidiano.it/blog) di un operatore sociale a Lampedusa. 

morti immigrati

Ieri nel centro del paese c’erano bambini lampedusani che giocavano a calcio con i profughi, ridevano e scherzavano, mentre nella chiesa con i volontari stavamo dando vestiti alle persone che vengono dal mare. Ho visto le donne di quest’isola, messa al fronte dall’indifferenza europea, fare qualcosa di straordinario nella sua semplicità. Riuscire a regalare sorrisi e abbracci nel percorso di queste persone, svuotare i loro armadi e dare quello che potevano. Sono andato a letto felice, pensando a loro, e ai bambini che ho preso in braccio in questi giorni per le strade di Lampedusa. Sani, salvi e morbidi come lo era il mio in quell’età. Nessuna emergenza, solo bella umanità ho incontrato in questi giorni.

Questa mattina però, di nuovo, ho dovuto mettermi davanti le agenzie e contare i morti nel Canale di Sicilia. Sentire le dichiarazioni dei soliti sciacalli, le solite frasi di commento dei politici europei, incontrare i giornalisti. Mi escono le lacrime in diretta su un’intervista in radio perché ho troppa rabbia addosso. Penso alle storie che ho sentito dai ragazzi in questi giorni e penso a quelli come loro che stanotte sono stati inghiottiti per sempre dal mare. Nel nero della notte, senza stelle.

Mentre scrivo questo post un amico mi manda un messaggio con i commenti degli italiani che godono della morte degli innocenti sui social network. Respiro e penso che il sistema mediatico italiano è riuscito dove nemmeno Goebbels era arrivato, far odiare talmente degli innocenti da far gioire cittadini della loro morte pubblicamente. Siamo oltre la banalità del male, nell’indifferenza generale stiamo diventando parte attiva nello sterminio, tifiamo la morte. Con rabbia infinita penso a chi scrive queste cose, poi mi calmo e mi sforzo di restare lucido, cerco di trovare le parole per dire che queste non sono tragedie. Questo infatti è un crimine contro l’umanità.

Il Mediterraneo è un campo di sterminio prodotto dall’indifferenza europea, dal suo egoismo diffuso, dalle guerre per il gas e per il petrolio, dallo sfruttamento di interi continenti. No, non è questione di riflettere se aumentare o meno le missioni di salvataggio per uomini, donne e bambini. Il semplice discuterne dal punto di vista economico è il segno della devastazione in cui siamo sprofondati. Occore invece affrontare  una questione che è politica e da venti anni ed oltre sbatte sulle frontiere d’occidente. Una questione che non può e non deve essere affrontata solo dall’Europa, ma dal Consiglio di sicurezza dell’Onu che deve riunirsi immediatamente e mettere in piedi un corridoio umanitario globale per proteggere i profughi e richiedenti asilo. Utilizzando le ambasciate come luoghi in cui presentare domanda di protezione umanitaria risolveremmo molti dei problemi e al tempo stesso toglieremmo ai criminali il mercato di carne umana. Ogni nazione aderente alla Carta dei diritti dell’uomo dovrebbe aderire per comune responsabilità.

Risponderemmo così, in maniera globale, ad un fenomeno globale che per dimensioni è paragonabile agli effetti di una guerra mondiale. Sono quasi 25 anni che l’Occidente fa le guerre, destabilizza intere nazioni impoverendole, togliendo la speranza per milioni di persone che prendono così le rotte del nord. Usa e Francia, per non parlare della Gran Bretagna e delle monarchie dei petrodollari, oggi si lavano le mani in un mare che hanno contribuito a trasformare in cimitero. Non serve accusarli semplicemente per questo crimine, ma costruire una campagna globale, di massa, in grado di costringere le potenze del mondo a rimediare ai danni che hanno provocato.

Francesco Piobbichi

Dei discorsi pubblici del nuovo papa se ne parla tanto. In genere positivamente. Le voci fuori dal coro, aperte e senza pregiudizi sono rare. Fra queste c’è l’articolo a firma di Marcello Vigili, apparso recentemente sul sito www.italialaica.it, che pubblichiamo qui sotto. Il testo non parla solo del papa, ma dell’atteggiamento comune, da “sepolcri imbiancati”, sia delle gerarchie politiche di casa nostra, sia delle gerarchie ecclesiastiche. Le parole dure e incisive di Francesco I contro le caste politche e religiose si scontrano contro muri di gomma senza fine. Il fatto che quei discorsi, addirittura esaltati, non vengano mai tradotti in prassi dalla Chiesa o dai politici estimatori del papa, dovrebbe essere il vero tema di riflessione. 

sepolcri imbiancati

La crisi ucraina, la visita di Obama in Italia e il suo appuntamento in Vaticano non possono certo essere considerati motivi sufficienti per giustificare lo scarso interesse mostrato dai nostri commentatori politici per la dura lezione impartita da papa Francesco ai parlamentari italiani durante la messa organizzata per il 27 marzo in San Pietro dal cappellano di Montecitorio. Erano presenti 492 parlamentari, 9 ministri, 19 sottosegretari, 3 parlamentari europei e 23 ex parlamentari.

Un evento che ha offerto al papa l’opportunità di confermare la scarsa considerazione verso la classe politica italiana, già manifestata in altre occasioni a partire dalla sua visita a Lampedusa. Commentando i testi biblici del giorno, ha denunciato i farisei che hanno rifiutato l’amore del Signore, additandoli come esempio negativo di classe dirigente che si era allontanata dal popolo. Ed era soltanto con l’interesse nelle sue cose: nel suo gruppo, nel suo partito, nelle sue lotte interne.

Il riferimento ai suoi diretti interlocutori è stato evidente a tutti.

A loro era rivolto l’invito a riflettere ricordando che per i peccatori c’è perdono, ma non c’è per quei peccatori che sono scivolati diventando corrotti. È tanto difficile che un corrotto riesca a tornare indietro. Il peccatore sì, perché il Signore è misericordioso e ci aspetta tutti. Ma il corrotto è fissato nelle sue cose, e questi erano corrotti.

Erano Uomini di buone maniere, ma di cattive abitudini. Gesù li chiama, ‘sepolcri imbiancati’.

Sono parole dure e incisive quali nessuno dei suoi predecessori aveva usato, nel sollecitarli all’impegno e ad essere adeguati alla gravità dei tempi.

Non sembra, però, che siano servite a promuovere pentimenti e assunzioni di responsabilità, in verità, neppure nelle gerarchie ecclesiastiche e nei movimenti ecclesiali, che li hanno fin qui appoggiati, e non rinunciano a interloquire con loro.

Eppure indirettamente, ma non troppo, le parole del papa sono rivolte anche a loro che continuano a chiedere favori e privilegi come il Sinedrio dei tempi di Gesù che tresca con Erode e con Pilato per far fuori questo nazareno ribelle: predica amore e uguaglianza alle folle osannanti, che però lo abbandonano dopo aver goduto dei suoi miracoli e averlo acclamato come Messia.

Il cardinal Bagnasco, sempre pronto a cogliere ogni piccola minaccia ai privilegi cattolici, è intervenuto per confermare l’impegno a rafforzare il predominio ideologico sulla scuola. Ha denunciato la diffusione nelle scuole pubbliche di tre volumetti informativi, Educare alla diversità a scuola, a cura dell’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) per contrastare l’omofobia ottenendone dal Ministro l’immediato ritiro.

In verità frequenti sono i casi in cui si evidenzia che le parole di papa Francesco, pur esaltate, non sono tradotte nella prassi della sua Chiesa.

Recentemente la stessa Conferenza episcopale italiana, nel recepire nella sua ultima riunione, il pesante intervento della Congregazione per la Dottrina della Fede, che ha chiesto di modificare le “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” da essa approvate nel 2012, lo ha di fato ignorato confermando il suo ruolo esclusivo in materia. Nel nuovo testo non si riconosce l’obbligo di deporre o di esibire documenti ad autorità esterne, non si garantisce alle vittime il diritto di essere parte nel procedimento canonico e assolutamente nulla si dice su possibili risarcimenti nei loro confronti. Tutto viene lasciato al prudente discernimento del vescovo o al suo solo “dovere morale di contribuire al bene comune! .

Il Movimento Noi siamo Chiesa ha così commentato: Ma la fiducia nella discrezionalità e nella buona volontà del singolo vescovo è stata ridotta a zero dai tanti anni in cui la totalità dei vescovi nel nostro paese ha sempre avuto come del tutto prioritaria la preoccupazione per l’onore della Chiesa, non intesa come comunità dei credenti ma come corpo sacerdotale.

Non c’è quindi da meravigliarsi se il richiamo di papa Francesco è stato così facilmente ignorato anche dai parlamentari, cattolici e non, che, invece, proprio in questi giorni sono chiamati ad una maggiore responsabilità nell’esercizio del loro mandato. La fase di revisione del sistema istituzionale si è aperta drammaticamente perché resa accidentata dalla scelta di Renzi di usare l’arma del ricatto e di travisare le posizioni degli oppositori per imporre le sue scelte.

Le sue false accuse contro il Presidente Grasso, reo di volere un Senato rinnovato ma diverso da quello da lui previsto, e il disprezzo per i firmatari del documento, che rileva nelle sue scelte una deriva autoritaria, non sollecitano, infatti, un franco dibattito ma pretendono un pronunciamento di fedeltà a chi sarà, presto, chiamato a formare le liste dei candidati per le prossime elezioni.

Forte sarà per i parlamentari la “tentazione” di lasciarsi corrompere a servire la volontà del capo piuttosto che l’interesse della comunità nazionale.

Un parlamentare è corrotto non solo se incassa una mazzetta, ma anche se offre il suo sostegno al miglior offerente e non vota” secondo coscienza”.

Marcello Vigili

Lampedusa a Sant Pauli (Amburgo)

Autore: liberospirito 11 Gen 2014, Comments (0)

In altri post abbiamo parlato delle condizioni di vita dei migranti e dei rifugiati, di Lampedusa e così via. Oggi proponiamo un articolo interessante, apparso ieri sul quotidiano “Il manifesto”, in cui si parla delle iniziative in corso ad Amburgo, nel nord della Germania, in difesa dei diritti di queste popolazioni. In un quartiere di Amburgo – Sant Pauli, luogo di riferimento della cultura alternativa della città – vivono circa trecentocinquanta rifugiati africani provenienti da Lampedusa; per loro – e con loro – si sono mobilitati in tanti: associazioni, centri sociali, studenti, sindacati, chiesa protestante, finanche la squadra di calcio locale. Da leggere, da discutere (e da mettere in pratica).

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Alla mani­fe­sta­zione «Lam­pe­dusa ad Amburgo», il 2 novem­bre scorso, c’erano oltre 10 mila per­sone, a dimo­strare come la que­stione dei diritti fon­da­men­tali vio­lati sia in grado di mobi­li­tare ampi set­tori della società civile. Un’altra grande mani­fe­sta­zione è pro­gram­mata ad Amburgo ai primi di marzo 2014.
La sto­ria del gruppo «Lam­pe­dusa ad Amburgo» è solo il pezzo più recente dell’Emergenza Nord Africa. All’inizio della pri­ma­vera 2013, essa si è mate­ria­liz­zata a migliaia di chi­lo­me­tri da Lam­pe­dusa e dall’Italia: qui, nella metro­poli por­tuale di Amburgo, città tra le più grandi del Nord Europa, che con l’hinterland arriva a 5 milioni di abi­tanti, quanto l’intera popo­la­zione della vicina Dani­marca. Ad Amburgo gli afri­cani dell’Emergenza sono circa 350, a testi­mo­nianza dei per­corsi di vita negata di migliaia di uomini e donne arri­vati in Ita­lia durante la guerra in Libia nel 2011. Da oltre tre anni vivono in prima per­sona le con­se­guenze di poli­ti­che migra­to­rie e di asilo nazio­nali ed euro­pee basate su con­trollo, mar­gi­na­liz­za­zione e rifiuto.
Sto­rie di vita negate che si somi­gliano, come quella di Ama­dou, ori­gi­na­rio di Bamako, e por­ta­voce del gruppo fran­co­fono che incon­triamo nella Chiesa del quar­tiere St. Pauli. Nove mesi al cen­tro Sant’Anna di Cro­tone e un mese da sen­za­tetto a Roma prima di arri­vare qui. Par­liamo men­tre intorno fini­scono cola­zione e fanno le puli­zie nella Chiesa di St. Pauli, che fino ad un mese fa ospi­tava oltre 80 rifu­giati.
La muni­ci­pa­lità di Amburgo ha ini­zial­mente offerto loro un breve ser­vi­zio tem­po­ra­neo di acco­glienza inver­nale, chiuso già all’inizio di mag­gio, quando le tem­pe­ra­ture qui nel nord Europa vanno ancora sot­to­zero. È stato uno dei primi ten­ta­tivi della muni­ci­pa­lità, a guida social­de­mo­cra­tica, di allon­ta­nare i rifu­giati «volon­ta­ria­mente», negando ser­vizi di acco­glienza di base e richia­man­dosi alle regole di Dublino: i rifu­giati devono rien­trare in Ita­lia, loro primo paese d’ingresso, che deve occu­parsi dell’asilo. La rispo­sta è stata un’azione di pro­te­sta orga­niz­zata davanti al Muni­ci­pio, dove è com­parso lo stri­scione «Non siamo soprav­vis­suti alla guerra della Nato in Libia per venire a morire sulle strade di Amburgo».
La man­canza di ascolto ha con­tri­buito alla nascita del gruppo «Lam­pe­dusa ad Amburgo», che nel tempo si è fatto com­patto, orga­niz­zato e lucido nella riven­di­ca­zione dei pro­pri diritti. Come altri movi­menti di migranti, il gruppo chiede acco­glienza, diritto alla casa, al lavoro, la pos­si­bi­lità di entrare a far parte inte­grante della società locale. Scrive uno dei por­ta­voce, Asu­quo Udo, in una let­tera aperta ai cit­ta­dini di Amburgo: «Vogliamo diven­tare parte della società di Amburgo, non pos­siamo e non vogliamo tor­nare alla mise­ria, né in Ita­lia, né nei paesi afri­cani». Molti dei rifu­giati dell’Emergenza prima di lasciare la Libia lavo­ra­vano come ope­rai edili, car­pen­tieri, mec­ca­nici, gior­na­li­sti, esperti infor­ma­tici. Sono qui per vivere, lavo­rare, inse­rirsi nella società.
Ralf Lou­renco, atti­vi­sta del movi­mento Kara­wane (http://​the​ca​ra​van​.org/), nella sede di St. Pauli spiega: «Quando i rifu­giati si sono rivolti a noi erano già orga­niz­zati e ave­vano quat­tro por­ta­voce. (…) Li abbiamo aiu­tati a ren­dere pub­bli­che le loro riven­di­ca­zioni, orga­niz­zando dimo­stra­zioni, incon­tri pub­blici e con la stampa, aiu­tan­doli nelle tra­du­zioni in tede­sco. Ma i con­te­nuti erano già chiari in par­tenza». A dif­fe­renza di altre realtà che si occu­pano di diritti di rifu­giati e migranti, il gruppo di Kara­wane inco­rag­gia e sostiene forme di self-empowerment ed auto-organizzazione dei migranti e rifu­giati. Per­ché non sono «vit­time da aiu­tare», ma sog­getti auto­nomi, pen­santi, in grado di auto-rappresentarsi, for­mu­lare e recla­mare i pro­pri diritti. Il sup­porto di Kara­wane si tra­duce spesso in forme di soste­gno pra­ti­che, ma non ci sono inter­me­diari. Sono i rifu­giati che vanno agli incon­tri con le auto­rità, la stampa, i sin­da­cati, gli stu­denti, i movi­menti di cit­ta­dini. Que­sto è uno dei punti di forza di Lam­pe­dusa ad Amburgo, che è innan­zi­tutto un movi­mento dei migranti, rispetto ad altre realtà spesso «per i migranti».
Un esem­pio: il primo mag­gio 2013 il gruppo di Kara­wane e una cin­quan­tina di afri­cani di quella che ormai è la «Lam­pe­dusa ad Amburgo» vanno tutti al Kir­chen­tag, il con­ve­gno inter­na­zio­nale delle chiese pro­te­stanti. Tre­mila tra fedeli, rap­pre­sen­tanti della comu­nità pro­te­stante, intel­let­tuali, poli­tici. Si discute anche di diritti degli immi­grati e di acco­glienza. I rifu­giati repli­cano: «Wir sind her!» («Siamo qui!). Un’azione che ottiene un risul­tato: il vescovo pro­te­stante della città, Kir­sten Ferhs, deve rico­no­sce che serve fare qual­cosa. In seguito, la chiesa di St. Pauli apre le porte a più di 80 rifu­giati e altri luo­ghi di culto seguono l’iniziativa: dalla moschea a St Georg alla chiesa Erlö­ser­kir­che. A que­sta forma di acco­glienza se ne aggiun­gono altre, presso asso­cia­zioni e pri­vati, soprat­tutto e non a caso nel quar­tiere di St. Pauli.
La riven­di­ca­zioni poli­ti­che di «Lam­pe­dusa ad Amburgo» fanno anche appello al §23 della legge di sog­giorno tede­sca, in cui lo stato fede­rale decide, in accordo con il mini­stero degli Interni. Il para­grafo age­vola istanze di resi­denza nel caso spe­ci­fico di gruppi omo­ge­nei e nume­rosi, come nel caso di Lam­pe­dusa ad Amburgo. Il Senato fede­rale di Amburgo replica con la pro­po­sta di accet­tare la pra­tica, che in tede­sco si chiama Dul­dung, per cui la domanda di asilo viene fatta su base esclu­si­va­mente indi­vi­duale. Ciò com­por­te­rebbe per i rifu­giati la per­dita di tutto l’iter pre­ce­dente, incluso il rico­no­sci­mento di asilo già avve­nuto in Ita­lia, dopo attese lun­ghis­sime. Il rifiuto della domanda di asilo, inol­tre, avvie­rebbe auto­ma­ti­ca­mente pro­ce­dure di deten­zione nei cen­tri di espul­sione della Ger­ma­nia e depor­ta­zione. In sostanza, nes­sun rico­no­sci­mento col­let­tivo al gruppo, ma solo una scelta su base indi­vi­duale. Più che una solu­zione, i por­ta­voce di «Lam­pe­dusa ad Amburgo» la inter­pre­tano come un nuovo ten­ta­tivo di divi­dere il gruppo, diluirne le riven­di­ca­zioni col­let­tive, l’organizzazione e com­pat­tezza. La pro­po­sta del Senato è con­si­de­rata inac­cet­ta­bile dalla mag­gio­ranza del gruppo, che ha repli­cato con una let­tera aperta (http://​www​.the​voi​ce​fo​rum​.org/​n​o​d​e​/​3​396).
Su que­sto punto si sono create alcune dif­fi­coltà tra le molte e diverse realtà impe­gnate nella difesa dei diritti di «Lam­pe­dusa ad Amburgo». Secondo Ralf, «la chiesa si pre­oc­cupa prin­ci­pal­mente dell’aspetto uma­ni­ta­rio della que­stione, con­cen­tran­dosi sui casi indi­vi­duali. Per la chiesa la solu­zione di gruppo non è pos­si­bile. La chiesa di St. Pauli vuol essere de-politicizzata, e que­sto influi­sce nega­ti­va­mente sul gruppo, che ha avuto alcune espe­rienze nega­tive con rap­pre­sen­tati della comu­nità della Chiesa coin­volti in nego­ziati poli­tici senza il soste­gno col­le­giale della Lam­pe­dusa».
La chiesa è un fat­tore impor­tante nel mobi­li­tare la comu­nità pro­te­stante, ma indub­bia­mente le rela­zioni si com­pli­cano quando dalla que­stione pre­va­len­te­mente uma­ni­ta­ria e legata al sin­golo si passa a dover pren­dere posi­zioni poli­ti­che, che com­por­tano ine­vi­ta­bil­mente una cri­tica dei poteri costi­tuiti e delle norme vigenti. Qui il ruolo della Chiesa è inde­bo­lito anche dalle pres­sioni fatte dalle auto­rità locali. All’incontro set­ti­ma­nale degli atti­vi­sti nella chiesa di St Pauli, Phi­lippe sostiene si tratta anche una que­stione prag­ma­tica: «Una cosa è inter­ve­nire quando la situa­zione fa vedere che certe poli­ti­che non fun­zio­nano, un’altra pre­ten­dere di voler cam­biare radi­cal­mente le poli­ti­che di asilo e immi­gra­zione». Per Phi­lippe «l’atto uma­ni­ta­rio è anch’esso un atto poli­tico», ma rico­no­sce che esi­stono vin­coli e limiti det­tati dal ruolo e dalla natura stessa dei rap­porti della Chiesa con le isti­tu­zioni, si pensi all’aspetto economico.Tuttavia,seduti tra gli atti­vi­sti è dif­fi­cile non notare che nes­sun por­ta­voce di «Lam­pe­dusa ad Amburgo» è tra noi durante la riu­nione. Alcuni ascol­tano seduti in disparte, altri dalla navata supe­riore, ma nes­suno tra­duce e pochi di loro par­lano già il tede­sco.
Al di là dei pro­blemi, il dif­fuso soste­gno della comu­nità ai rifu­giati e il con­ti­nuo mol­ti­pli­carsi ed espri­mersi di ini­zia­tive di soli­da­rietà riman­gono i fat­tori posi­tivi. «Una soli­da­rietà così forte non ce l’aspettavamo» affer­mano a Kara­wane, e que­sta è tra le ragioni dei risul­tati fino ad ora otte­nuti, anche rispetto ad altri movi­menti. A que­sto hanno anche con­tri­buito la popo­lare squa­dra di cal­cio del St. Pauli, il cen­tro sociale Rote Flora sgom­be­rato con la forza dalla poli­zia nei giorni scorsi, gli stu­denti delle scuole locali e dell’Università, il tea­tro, sin­da­cati come Ver.di e IG Metall. Cam­mi­nando per St Pauli, ovun­que ci sono mani­fe­sti col motto «We are here to stay», graf­fiti, ban­ners alle fine­stre, scritte ai muri e mar­cia­piedi, depliants nei bar e nei negozi di quar­tiere. Gli afri­cani ad Amburgo sono i primi a rico­no­scerlo, ricambiando.Perché «Wir sind mehr/ Siamo di più». Una soli­da­rietà che la «zona ad alto peri­colo» (gefah­ren­ge­biet) dichia­rata dalla poli­zia a St. Pauli e in aree adia­centi a seguito della mani­fe­sta­zione del 21 dicem­bre con­tro la chiu­sura del cen­tro sociale Rote Flora non pos­sono cir­co­scri­vere.
Que­ste anche le ragioni di spe­ranza. «Rima­niamo fidu­ciosi», afferma Ralf, «e con­ti­nue­remo a lot­tare per otte­nere una solu­zione che rico­no­sca i diritti del gruppo di Lam­pe­dusa». Per­ché la lotta a fianco di «Lam­pe­dusa ad Amburgo» è in realtà un modo per discu­tere e riflet­tere più in gene­rale sulle attuali que­stioni in mate­ria di asilo, immi­gra­zione ed acco­glienza, a livello nazio­nale ed euro­peo. «Lam­pe­dusa ad Amburgo» è un esem­pio in grado di influen­zarne posi­ti­va­mente altri, di mol­ti­pli­carsi. Molti stanno guar­dando a quello che sta suc­ce­dendo qui ad Amburgo, per­ché qui c’è stata e con­ti­nua ad esserci una rispo­sta con­creta da parte della comu­nità alle vuote pro­messe fatte dai poli­tici sull’isola di Lampedusa.

Susi Meret

Per il 3 di ottobre

Autore: liberospirito 26 Ott 2013, Comments (0)

Non c’è giorno che non vi sia attraversamento o sbarco dal Mediterraneo per giungere alle nostre coste, in cerca di uno scampolo di vita e di dignità. Stiamo parlando dei migranti. Fra le altre cose si è costituito di recente il Comitato 3 ottobre avente come obiettivo quello di celebrare – appunto il 3 ottobre di ogni anno – la Giornata delle memoria delle vittime del mare, in ricordo delle centinaia di profughi morti davanti alle coste di Lampedusa. Su questi temi pubblichiamo di seguito una poesia di Erri De Luca che dice più di tanti lunghi, lambiccati discorsi.

Clandestini, 390 arrivati a Lampedusa in due sbarchi

Abbiamo amato l’Odissea, Moby Dick, Robinson Crusoe,
i viaggi di Sindbad e di Conrad,
siamo stati dalla parte dei corsari e dei rivoluzionari.
Cosa ci fa difetto per non stare con gli acrobati di oggi,
saltatori di fili spinati e di deserti,
accatastati in viaggio nelle camere a gas delle stive,
in celle frigorifere, in container, legati ai semiassi di autocarri?
Cosa ci manca per un applauso in cuore,
per un caffè corretto al portatore di suo padre in spalla
e di suo figlio in braccio
portato via dalle città di Troia, svuotate dalle fiamme?
Benedetto il viaggio che vi porta, il Mare Rosso che vi lascia uscire,
l’onore che ci fate bussando alla finestra.

Erri De Luca

erri-de-luca

“Non sono che animali”

Autore: liberospirito 19 Giu 2013, Comments (0)

C’è un cimitero in fondo al mare, dalle parti di Lampedusa. L’altro giorno, nella notte tra sabato e domenica sette migranti sono annegati, inghiottiti dal mare mentre tentavano di aggrapparsi a una gabbia di tonni. Non bisogna assuefarsi a questo genere di notizie, anche se gran parte degli organi di informazione fanno di tutto per presentarle come normali. Riportiamo di seguito l’articolo di Annamaria Rivera, apparso su “Il manifesto” di ieri.  “Non sono che animali”, s’intitola il pezzo. Lasciando intendere che dietro tutto ciò c’è un’orrenda offesa nei confronti di coloro a cui, nei fatti, viene negata l’appartenenza al genere umano. Tale offesa viene poi doppiata con l’implicita ammissione che agli animali non umani è lecito compiere ogni tipo di maltrattamento.

migranti

È atrocemente simbolica la fine degli ultimi sette o dieci migranti annegati nel Canale di Sicilia.
Ingoiati dai flutti mentre cercavano disperatamente di aggrapparsi a una gabbia ove si agitavano dei tonni: sette o dieci, non importa, ma altrettanto terrorizzati e come loro destinati alla morte. Sebbene troppo citato, l’aforisma di Theodor W. Adorno è perfettamente calzante: il «non è che un animale» si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli umani.
Secondo il racconto dei novantacinque superstiti salvati dall’intervento della Guardia costiera, i sette o dieci migranti sarebbero finiti in mare dopo che l’equipaggio del motopeschereccio tunisino aveva tagliato il cavo che trainava la tonnara. Avrebbero anche tentato di salire a bordo, i sette o dieci, ma sarebbero stati respinti brutalmente.
È una gara di crudeltà quella che si gioca sulla pelle dei nuovi dannati della terra: una catena gerarchica volta alla negazione dell’umano, non diciamo dei diritti umani fondamentali. Con alcune eccezioni rilevanti, come quelle di coloro che prestano soccorso in mare, è una catena che si snoda dai decisori, europei e nazionali, agli esecutori delle stolide politiche proibizioniste; dai gestori dei lager per migranti a non pochi rappresentanti delle forze dell’ordine italiane. Fino, in tal caso, ai pescatori tunisini incrudeliti da leggi crudeli contro i «clandestini» e chi ne sia «complice». Basta dire che nella Tunisia post-rivoluzione è ancora in vigore una legge che punisce con pene detentive comprese fra i tre e i venti anni di prigione chiunque sia implicato, direttamente o indirettamente, anche per mera solidarietà, in un episodio di migrazione illegale o solo in un tentativo o azione preparatoria. Un tal genere di leggi nazionali -tuttora in vigore, ripetiamo, malgrado le «primavere arabe» – è stato a sua volta imposto, favorito, indurito, legittimato dagli accordi bilaterali per il contrasto dell’immigrazione illegale: fino ai più recenti, stipulati dalla ex ministra dell’Interno Cancellieri con i suoi omologhi dell’altra sponda del Mediterraneo.
La realtà di questi giorni – si parla di un migliaio di migranti giunti sulle coste italiane in appena ventiquattr’ore – conferma una verità lampante: il «mondo-frontiera» (per usare la formula di Paolo Cuttitta), dai confini sempre più infittiti, complessi, variegati, disseminati, è più poroso che mai. Esso non ce la fa a competere con la forza degli esodi, con le ragioni che spingono gli esseri umani a cercare altrove salvezza, speranza, avvenire.
Il proibizionismo, il pessimo trattamento dei migranti, la clamorosa violazione del diritto umanitario nei confronti dei rifugiati non valgono a «scoraggiare gli arrivi», come recita un luogo comune. Servono, invece, a incrementare l’ecatombe mediterranea nonché a rendere un inferno la vita di chi riesce ad approdare. Fino all’istigazione al suicidio. Pochi giorni fa, a Firenze, Mohamud Mohamed Guled, rifugiato somalo di trent’anni, si è congedato da un’esistenza senza prospettive di dignità e serenità, lanciandosi da un edificio occupato da suoi connazionali e compagni di sventura. In seguito alla chiusura del progetto «Emergenza Nord Africa», era stato allontanato con 500 euro di mancia dalla struttura di accoglienza, a Pisa, gestita dalla Croce Rossa. Così, per avere almeno una tana, non aveva potuto far altro che raggiungere Firenze: a condurre in realtà una vita da reietto, sempre più deprimente e intollerabile.
Sono anni e anni che le associazioni per la difesa dei diritti dei migranti e dei rifugiati rivendicano canali d’ingresso legali, permanenti, realisticamente percorribili, meccanismi di regolarizzazione ordinaria, la chiusura dei lager per migranti, una legge organica sull’asilo che finalmente dia corpo all’articolo 10 della Costituzione, un programma nazionale d’integrazione dei rifugiati rispettoso almeno degli standard internazionali. E altre misure – come la riforma della legge sulla cittadinanza e il diritto di voto – che rendano più dignitosa la vita dei migranti e dei rifugiati, meno inferiore il loro status.
Oggi s’invoca la crisi economica per dire che non è il momento propizio per queste pretese. Ma, come si sa, per le rivendicazioni dei migranti e rifugiati, come d’altre categorie di subalterni, un momento propizio non c’è mai. Perciò insistiamo caparbiamente. Non rinunciamo a immaginare «uno stato di cose migliore» in cui, per citare ancora Adorno, «si potrà essere diversi senza paura»: umani e nonumani.

Annamaria Rivera