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Tag: Kenya

Diga italiana e catastrofe africana

Autore: liberospirito 17 Mar 2016, Comments (0)

valle dell'omo

Apprendiamo che Survival International ha presentato formale istanza all’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) contro Salini Impregilo S.p.A. – il gigante del settore ingegneristico italiano – in merito alla costruzione della controversa diga Gibe III destinata a distruggere i mezzi di sussistenza di migliaia di persone tra Etiopia e Kenya.

La diga ha messo fine alle esondazioni stagionali di un fiume da cui 100.000 indigeni dipendono direttamente per abbeverare le loro mandrie e coltivare i campi, mentre altri 100.000 vi dipendono indirettamente. Secondo gli esperti, la diga potrebbe anche segnare la fine del Lago Turkana – il più grande lago in luogo desertico del mondo – con conseguenze catastrofiche per altri 300.000 indigeni che vivono intorno alle sue sponde.

L’Impresa in questione non ha chiesto il consenso alla popolazione locale prima di avviare i lavori di costruzione della diga, e ha inoltre affermato che i popoli sarebbero stati compensati delle loro perdite grazie a esondazioni artificiali. Ma tale promessa non si è mai concretizzata e migliaia di persone ora rischiano di morire di fame.

La regione, già preziosa in quanto culla dell’evoluzione umana, è anche un’area di eccezionale biodiversità, che conta due siti dichiarati dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità e cinque parchi nazionali. Il responsabile dell’Agenzia keniota per la Conservazione ha dichiarato la settimana scorsa che la diga sta provocando “uno dei peggiori disastri ambientali che si possano immaginare.”

Dal canto suo, durante una visita alla diga nel 2015 Matteo Renzi ha apertamente elogiato l’azienda italiana. (Non ci stupiamo: è lo stesso Presidente del Consiglio che ha dato il via libera alle trivelle nel Mediterraneo).

“Eppure, Salini ha ignorato evidenze schiaccianti, ha fatto false promesse e ha calpestato i diritti di centinaia di migliaia di persone” ha dichiarato Stephen Corry per conto di Survival International. Per dirla con semplici parole: derubare della loro terra popoli largamente autosufficienti e causare ingenti devastazioni ambientali non è ‘progresso’: per i popoli indigeni e per l’ambiente non è altro che una sentenza di morte.

Per che desidera partecipare concretamente alla mobilitazione in corso contro la costruzione della diga può inviare una e-mail al Direttore Generale della Cooperazione italiana Giampaolo Cantini per chiedergli di assicurare che i soldi dei contribuenti italiani non siano usati – direttamente o indirettamente – per sostenere lo sfratto dei popoli della valle dell’Omo.

 

Wangari Maathai, il potere dell’albero

Autore: liberospirito 23 Ott 2012, Comments (0)

E trascorso poco più di un anno dalla scomparsa (avvenuta il 25 settembre 2011 a Nairobi) di Wangari Maathai, ambientalista, biologa e attivista politica keniota. La ricordiamo brevemente. Wangari era  nata  nel  1940  in  Kenya, laureata  in  biologia  (la  prima  donna  nell’Africa  Centrale,  nel 1966),  fu attivista  e  fondatrice  del  Green  Belt  Movement  – GBM – (www.greenbeltmovement.org),  una organizzazione non governativa di donne provenienti dalle aree rurali che dal 1977 ha piantato più di 45 milioni di alberi in Kenya e in altri paesi africani, in Tanzania, Uganda, Malawi, Lesotho, Etiopia e Zimbawe, ma anche fuori dal contiente africano (Stati Uniti, Haiti e oltre). L’idea le era venuta mentre lavorava al Consiglio Nazionale delle Donne keniota per coniugare il problema ecologico e quello occupazionale, incrementando la centralità della figura femminile nel mondo rurale. Durante l’Earth Day 1977, decise di lanciare una campagna per rimboschire il Kenya. Sperava così di bloccare l’erosione del suolo e di fornire una fonte di legname per le case e di legna per cucinare. Incoraggiò in questo modo i contadini, di cui il 70% donne, a piantate delle green belts (cinture verdi) di protezione per bloccare l’erosione del suolo, creare zone di ombra, ed essere una fonte di legname e combustibile.

Wangari ebbe anche alcuni incarichi di governo: membro del Consiglio nazionale delle donne del Kenya, assumendone la presidenza dal 1981 al 1987 (anno in cui abbandonò l’associazione) e sottosegretario nel Ministero dell’Ambiente e delle Risorse naturali, sempre nel suo Paese. Nel 2004 fu insignita del premio Nobel per la pace, prima donna dell’Africa, e nel 2009 fu nominata messaggero di  Pace per l’ONU.

In italiano sono stati tradotti Solo il vento mi piegherà (Sperling & Kupfer, 2007) e La religione della terra (Sperling & Kupfer, 2011). La  sua  educazione  religiosa  e  il  suo  radicamento  nella  cultura  della  sua gente – l’etnia  Kikuyu –  le  hanno  lasciato  una  passione  biblica  e interreligiosa  di  cui  i  suoi  testi  e  la  sua  spiritualità sono intessuti.

Proprio  agli  alberi  è  dedicato  il  suo ultimo lavoro La religione della terra da  cui abbiamo  tratto la lunga citazione riportata sotto:

Possiamo amare noi stessi, amando la Terra; essere grati per ciò che siamo, proprio come siamo grati per la generosità della Terra; migliorare noi stessi proprio come ci autopotenziamo per migliorare la Terra; rendere un servizio a noi stessi, proprio come facciamo volontariato per la Terra. Noi esseri umani abbiamo una consapevolezza che ci permette di apprezzare l’amore, la bellezza,  la creatività e l’innovazione, o di lamentarci della loro mancanza. Quanto più riusciamo ad andare oltre noi stessi e i nostri istinti biologici, tanto più sperimentiamo che cosa significhi essere persone e dunque diversi dalle altre forme di vita. Possiamo apprezzare la delicatezza della rugiada o un fiore sbocciato, l’acqua che scorre sulle pietre o la maestosità di un elefante, la fragilità di una farfalla, un campo di grano o le foglie agitate dal vento. E queste reazioni al mondo naturale possono ispirarci un sentimento di meraviglia e bellezza che a sua volta stimola un senso del divino. Per quanto una determinata pianta, foresta o montagna possa non essere in sè venerabile, i servizi di sostentamento vitale che essa offre – l’ossigeno che respiriamo, l’acqua che beviamo – rendono possibile la vita e pertanto meritano il nostro rispetto. E’ da questo punto di vista che l’ambiente diventa sacro, poichè ditruggere ciò che è essenziale per la vita significa distruggere la vita stessa. Allo stesso modo, i principi spirituali esaminati in questo libro sono strettamente collegati con la natura. Molti profeti di diverse tradizioni religiose furono ispirati dalla natura o vi fecero ritorno per estrarne la saggezza. Inoltre, noi umani spesso non disponiamo delle parole per esprimere i nostri pensieri e le nostre idee riguardo al divino: allora usiamo simboli, molti dei quali appartengono al mondo naturale, come l’albero, il fiume, il Sole, la Luna e gli animali.

Wangari Maathai