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Tag: Karl Marx

Il pensiero come coraggio della disperazione

Autore: liberospirito 11 Feb 2017, Comments (0)
Riportiamo ampi stralci di una conversazione con Giorgio Agamben a cura di Juliette Cerfe di Télérama.fr (qui l’originale); il testo è stata tradotto in italiano da Gianni Mula (qui la traduzione integrale). Si parla di religione, teologia, finanche di liturgia, indagate però in un modo inusuale. L’intervista risale a qualche anno fa, ma resta sempre valida, anzi il tempo trascorso l’ha resa ancor più attuale.
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La teologia svolge un ruolo molto importante nella sue riflessioni filosofiche. Come mai?
Le mie ricerche dimostrano che le società moderne pretendono di essere laiche ma non lo sono, perché sono governate da concetti teologici secolarizzati tanto più potenti quanto meno siamo consapevoli della loro origine. Non capiremo mai che cosa succede oggi se non ci renderemo conto che il capitalismo è, in realtà, una religione. Una religione, come diceva Walter Benjamin, che è la più feroce di tutte perché priva di misericordia e redenzione … Prendiamo la parola ‘fede’, di solito riservata alla sfera religiosa. Il termine greco corrispondente ad essa nei Vangeli è pistis. Un giorno, passeggiando per una via di Atene, uno storico delle religioni che cercava di capire il significato di questa parola, si rese improvvisamente conto di un cartello che diceva «Trapeza tes písteos». Andò fino ad esso, e si rese conto che si trattava di una banca: Trapeza tes písteos significa: ‘banca di credito’. È stata un’illuminazione.
In che senso?
Pistis, la fede, è il credito che abbiamo con Dio e che la parola di Dio ha con noi. Ma credito è anche ciò attorno a cui ruota quella parte importante della nostra società che riguarda il denaro, del quale la Banca è il tempio. Com’è noto, il denaro non è altro che un credito: sulle banconote in dollari e sterline (ma non sull’euro: il che avrebbe dovuto far sollevare qualche sopracciglio …), si può ancora leggere che la banca centrale pagherà al portatore l’equivalente di quel credito. La crisi è stata scatenata da una serie di operazioni con crediti che sono stati rivenduti decine di volte prima di poter essere realizzati. Attraverso il governo del credito la Banca ha preso il posto della Chiesa e dei suoi preti e manipola la fede e la fiducia dell’uomo. Oggi la politica è in ritirata perché il potere finanziario, sostituendosi alla religione, si è appropriato di ogni fede e di ogni speranza. Gli europei non possono sperare di capire il presente senza misurarsi col proprio passato. Ecco il perché delle mie ricerche sulla religione e sul diritto: il metodo archeologico mi sembra essere la strada migliore per arrivare al presente.
Che cosa è questo metodo archeologico?
Si tratta di una ricerca dell’archè, che in greco significa inizio e comandamento. Nella nostra tradizione, l’inizio è sia ciò che dà vita a qualcosa che il principio che ne governa la storia. Ma non si tratta di un inizio che può essere datato o comunque precisato cronologicamente, ma di una forza che continua ad agire nel presente, proprio come l’infanzia, secondo la psicoanalisi, determina l’attività mentale dell’adulto, o come il big bang, che secondo gli astrofisici ha dato vita all’Universo, continua ancora oggi l’espansione. L’esempio tipico di questo metodo sarebbe la trasformazione dell’animale nell’uomo (l’antropogenesi), un evento cioè che immaginiamo necessariamente avvenuto, ma che non ha esaurito la sua azione: l’uomo sta sempre imparando a diventare umano, e quindi anche a restare disumano, animale. La filosofia non è una disciplina accademica, ma una maniera di confrontarsi con questa trasformazione che non finisce mai di accadere e che è decisiva per l’umanità o per la disumanità dell’uomo: sono domande molto importanti, a mio avviso.
Mi pare che dai suoi lavori emerga una visione del divenire umano piuttosto pessimista.
Sono lieto di questa osservazione, perché in effetti sono spesso giudicato pessimista pur senza esserlo, almeno a livello personale. Pessimismo e ottimismo sono concetti che non hanno nulla a che fare col pensiero. Debord citava spesso una lettera di Marx che diceva: le condizioni disperate della società in cui vivo mi riempiono di speranza. Ogni pensiero radicale si mette sempre dal punto di vista della disperazione più estrema. Anche Simone Weil ha detto: Non mi piacciono coloro che scaldano il cuore con speranze vuote. Il pensiero, per me, è proprio questo: il coraggio della disperazione. E non è questo il massimo dell’ottimismo?
Secondo lei, essere contemporanei significa percepire l’oscurità, e non la luce, della propria epoca. Come possiamo capire quest’idea?
Essere contemporanei è rispondere alla domanda che viene posta dall’oscurità del tempo in cui si vive. Nell’universo in espansione lo spazio che ci separa dalle galassie più lontane cresce a una tale velocità che la loro luce non può mai raggiungerci. Percepire nell’oscurità del cielo questa luce che cerca di raggiungerci, ma non può – questo è essere contemporanei. Vivere il presente è per noi la cosa più difficile. Perché un’origine, ripeto, non si limita al passato: nel presente è un turbine, secondo l’immagine molto bella di Benjamin, un abisso. E nell’abisso siamo trascinati. Ecco perché si dice che il presente è il tempo che rimane non vissuto.
Chi è più contemporaneo, il poeta o il filosofo?
Non mi piace contrapporre poesia e filosofia perché entrambe queste esperienze avvengono all’interno del linguaggio. La verità abita nel linguaggio, e diffiderei di qualsiasi filosofo che lasci ad altri – filologi o poeti – il compito di prendersi cura di questa casa. Dobbiamo prenderci cura del linguaggio, e uno dei problemi fondamentali con i media è che non se ne curano. Anche il giornalista è responsabile del linguaggio che usa, e da quello sarà giudicato.
In che modo il suo recente lavoro sulla liturgia ci dà una chiave per capire il presente?
Analizzare la liturgia è toccare con mano un immenso cambiamento nel nostro modo di rappresentare l’esistenza delle cose. Nel mondo antico esistere era essere presente. Nella liturgia cristiana l’uomo è quello che deve essere e deve essere quello che è. Oggi invece giudichiamo la realtà di una cosa dai suoi effetti. Non concepiamo più un’esistenza priva di effetti, di conseguenze. Non è reale che ciò che ha effetti – ed è quindi efficace e governabile -. È compito della filosofia pensare una politica e un’etica libere dai concetti di dovere e di efficacia.
Ad esempio pensando l’in-operosità?
Insistere sul lavoro e sulla produzione è scegliere una strada sbagliata e nefasta. La sinistra si è smarrita quando ha adottato queste categorie che sono al centro del capitalismo. Ma dobbiamo precisare che l’in-operosità, per come io la intendo, non è né inerzia né pigrizia. Dobbiamo liberarci dal lavoro in un senso attivo – mi piace molto la parola francese désoeuvrer, in-operare. È un’attività che rende in-operanti tutte le funzioni sociali dell’economia, del diritto e della religione, liberandole così per altri possibili usi. Perché è proprio della natura umana scegliere di ignorare le funzioni sociali assegnate e ad esempio scrivere poesie ignorando la funzione comunicativa del linguaggio, o parlare o baciare, ignorando che la bocca serve prima di tutto per mangiare. Nell’Etica a Nicomaco Aristotele si chiede se ci sia un compito proprio dell’uomo. Il lavoro del flautista è quello di suonare il flauto, e quello del ciabattino è fare le scarpe, ma c’è un opera dell’uomo in quanto tale? Avanza poi l’ipotesi, ma l’abbandona ben presto, secondo la quale l’uomo è nato senza alcun compito pre-definito. Tuttavia questa ipotesi ci porta al cuore di ciò che significa essere umani. L’uomo è l’animale in-operoso, che non ha un compito biologico assegnato, o una funzione chiaramente prescritta. Solo un essere che può fare può scegliere di non fare. L’uomo può fare di tutto, ma non c’è niente che sia obbligato a fare.

Elogiando il conflitto

Autore: liberospirito 4 Giu 2016, Comments (0)

Una breve riflessione (da comune-info.net), a dir poco attuale, di Lea Melandri sul tema del conflitto, sulla possibilità di un vivere comune, non negando ma passando proprio attraverso il conflitto; non per eliminare, azzerare l’avversario ma per trovare una soluzione nuova e creativa, sapendo fare i conti con tutto ciò che ci attraversa, dentro e fuori di noi, soprattutto con le parti oscure, l’insieme di ombre che volentieri vorremmo evitare. Quanta religione è prosperata sull’idea di una lotta titanica tra la luce e la tenebra! E che incubo il pensiero di un mondo totalitario dominato dalla luce, senza chiaroscuri, senza tramonti, senza spazi notturni o umbratili! 

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“Si tratta di imparare a convivere con tutto ciò che abbiamo rimosso e abbandonato come una anomalia inammissibile. Si tratta di capire in che modo l’essere umano, l’essere umano così com’è, l’essere umano con il suo fondo di costitutiva oscurità, possa costruire le condizioni di un vivere comune ‘malgrado’ il conflitto e anzi ‘attraverso’ il conflitto, mettendo fine al sogno o all’incubo di chi vorrebbe eliminare tutto ciò che vi è in lui di ingovernabile”.

(Benasayag e Del Rey, Elogio del conflitto, Feltrinelli 2008)

Dire che nel vissuto del singolo si danno, concentrati e confusi, bisogni, identità, luoghi, rapporti, passioni, fantasie, interessi e desideri diversi, è riconoscere che c’è un “territorio” che sfugge o esorbita dai confini della vita pubblica – e quindi irriducibile al sociale –, che è la vita psichica, una terra di confine, tra inconscio e coscienza, tra corpo e pensiero, in cui affondano radici ancora in gran parte inesplorate.

Le “viscere” razziste, xenofobe, misogine, su cui la destra antipolitica ha fatto breccia per raccogliere consensi, è il sedimento di barbarie, ignoranza e antichi pregiudizi ma anche sogni e desideri mal riposti, che la sinistra, ancorata al primato del lavoro e della classe operaia, ha sempre trascurato, come se dopo il grande balzo operato da Marx non ci fossero stati altri rivolgimenti altrettanto radicali, come la psicanalisi, il femminismo, la non violenza, la biopolitica, l‘ambientalismo.

Non dovrebbe essere difficile riconoscere che lo “straniero”, il “povero”, il “fuori norma”, il migrante ridotto alle necessità vitali, incarnano, portandolo in questo momento allo scoperto, il “rimosso” originario di una civiltà che, separando corpo e linguaggio, biologia e storia, ha costruito sbarramenti, frontiere fin dentro i corpi e la vita psichica, e posto le premesse perché quella demarcazione andasse progressivamente a scomparire.

Il ritorno di ciò che è stato escluso – i corpi, la vita dei singoli nella sua complessità e interezza, passioni, fantasmi contraddittori – può tradursi in una inevitabile barbarie, ma può anche riaprire la strada al desiderio e al conflitto, alla possibilità di ridefinire su basi meno astratte il legame sociale.

Lea Melandri

 

L’essere umano è – ci dicono gli acculturati –  homo loquens, cioè animale di linguaggio. Cosa significhi ciò non è possibile dirlo nello spazio di un post, mancano le parole, letteralmente. Qui ci interessano alcune parzialissime osservazioni in merito a certe modifiche in atto nell’uso di alcuni termini, poco più di una manciata di parole. A ben vedere, sono questioni non sono linguistiche, ma anche civili, politiche e altro ancora. Questo è il discorso del testo sottostante di Lidia Menapace, apparso su www.italialaica.it.

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I qualificativi elencati nel titolo possono servire per rendere i nostri discorsi meno approssimativi, vaghi, noiosi, allusivi, ambigui  di quanto non siano diventati, non per scelta, bensì per passivizzazione. Infatti approssimazione allusività ambiguità non sono sempre per sè negativamente connotati, ma perchè possano esprimere un senso positivo bisogna che vengano usati con criterio, spirito critico, avvertenze d’uso, conoscenza del loro etimo, ironia ecc.

Arrivata a questo punto mi accorgo che a chi legge potrà capitare  di chiedersi: “Ma cosa viene in mente alla Menapace di mettersi a spiegare le parole?”: si figura di essere ancora una profe in servizio, portiamo pazienza”. Portate pure pazienza, ma  so bene di essere in pensione da mo’ e invece spiego, perchè quando si é in una fase di confusione, é buona pratica registrare, mettere a punto il linguaggio: e non c’è sicuro bisogno di dimostrare che siamo nella confusione.
Comincio: ‘piccolo’, aggettivo che non ha bisogno di spiegazioni: mi capita spesso di osservare che l’Italia non è (ancora) un paese vinto, perchè andando in giro si incontrano molte iniziative, magari piccole o piccolissime, organizzate, pensate, agite e che raggiungono il fine cui erano destinate;  ad esse bisognerebbe ispirarsi; anzi farle conoscere e metterle in relazione è un vero lavoro politico oggi importante, forse decisivo. Con ciò non accetto una generalizzazione “ideologica” che dice : “Piccolo é bello”. Se si continua a considerarlo bello, non perchè è bello, ma perchè è piccolo, si cade nel minoritarismo ecc. Così ho anche potuto  far capire che cosa vuol dire “ideologia come falsa coscienza”, l’accezione di ideologia che Gramsci rifiuta. Osservo però che ormai ideologia è diventata una parolaccia e non la si può più usare. Ho provato per un po’ a dire: dico ideologia nel senso di  Weltanschauung” e per un po’ azzitivo, perchè davanti a una parola lunga e in tedesco, si deve far finta di sapere che cosa vuol dire, ma alla fine ideologia è uscita dall’uso, non potendo avere un significato  positivo immediatamente comprensibile senza ulteriore specificazione . Infatti la lingua è un organismo vivente ed economico; fino a che è viva inventa parole per cose nuove (avvocata, ministra, ecc); se incomincia a non dire nemmeno più “legge sul lavoro”, ma “jobact” persino nei testi uffficiali, vuol dire che incomincia a morire rispetto all’inglese, lingua dei padroni del mondo.
Quanto a “grande”, che non voglia dire lo stesso che “grosso” è una delle prime differenze che si imparano fin da piccoli/e.
Ma a proposito, che significa “i/e”? E veniamo, del tutto spontaneamente al linguaggo detto tecnicamente “inclusivo”.
Con questa locuzione si indica una abitudine linguistica da scegliere e perseguire, se si vuole che nel linguaggio entri la considerazione dell’esistenza -nella specie umana- di due generi.
So bene che ci  sono uomini che dicono: “Lo so che siamo uguali, per questo dico “uomo” intendendo anche “donna”. Di solito replico: va bene, se siamo  uguali io dirò “donna” intendendo anche “uomo” e si vede che non siamo uguali e che la vecchia regola grammaticale, che ha vinto i secoli, resta col suo significato iniziale. Infatti la citata regola più stabile del più solenne dogma dice: in italiano nelle concordanze prevale (!) il maschile (e fin qui si studia ancora pari pari): ma la regola continuava, secondo la definizione iniziale dettata dai grammatici: “prevale il maschile come genere più nobile”: perciò se accetto di essere chiamata uomo, vuol dire che penso che il genere femminile sia  un po’ ignobile, tanto è vero che si suol dire che una donna quando è brava, è più brava di un uomo, dunque è una eccezione, che conferma la regola.
Davvero “le parole sono pietre”
Di recente, forse ad appoggiare noi femministe cultrici del linguaggio inclusivo, le NU sono venute fuori a dire che le donne sono stabilmente la maggioranza della popolazione sul pianeta e in ogni paese che lo compone, sicché -si potrebbe continuare- chi dice o pensa o spera di essere in un regime politico di democrazia rappresentativa, sappia che non dice il vero, considerati i generi. Inoltre sempre le NU dicono che le donne -stabile maggioranza- occupano ovunque  i livelli più bassi e sono ovunque sottorappresentate. Perciò chi intende vivere in una democazia rappresentativa, si dia da fare affinché almeno la  facilissima regola del linguaggio inclusivo venga rispettata.
A regola anche ‘internazionale’ indica un uso un po’ arretrato, sarebbe meglio dire sovranazionale, trasnazionale: diamoci da fare, prima  che a furia di rispettare il nazionale conservandolo indenne in tutte le accezioni date, non ci dovesse capitare di riaprire vecchie questioni, riassumibili nel detto: tutto ciò che é lodevole nei linguaggio politico, diventa negativo se  gli si appiccica il prefisso:”nazionale”: da nazione nazionalismo; da nazionalità identità nazionale, insomma non c’è che da sfogliare termini fascisti o nazisti per vedere controprovato l’infausto influsso del suffisso o prefisso ‘nazionale’ a cominciare da nazismo, cioè nazionalsocialismo. Così il liberalnazionale è un peggiorativo del liberale , e il comunismo in un paese solo diventa quell’orrore che è il nazionalcomunismo in URSS.
Ma per tornare al linguaggio inclusivo, devo ancora dire che una semplice copia del maschile grammaticalmente femminilizzato non è assunzione della differenza tra i generi; noi femministe chiamiamo o chiamavamo (quando essendo all’inizio eravamo più aspre) emancipazione delle scimmiette quella che più correttamente si dice ‘emancipazione imitativa’ e che si conclude nel fatto che uomini più o meno illuminati scelgono donne da mettere in posizioni anche eminenti (come le ministre) purchè siano obbedienti e decorative.  Dalla consapevolezza che i generi sono due (almeno biologicamente) si arriva a definire la differenza come il termine corretto per esprimerle. E la differenza consente di govenare in parità nella differenza.
Adesso affronto il termine “beni comuni”, che non è propriamente quella splendida novità che vien spacciata, poiché la inventò Aristotele buonanima;  poi fu accolta da Tomaso d’Aquino, egli pure non proprio moderno: ma fu molto importante, dopo che gli Arabi ebbero tradotto Aristotele in latino e ne favorirono la diffusione nell’Occidente cristiano, che parlava latino. Importante perchè essendo il fine dello stato o comunque dell’organizzazione politica quello di  far esistere il bene, Aristotele  afferma che esso non è quel che ciascuno ha, bensì lo si raggiunge distribuendo comunemente ciò che è bene, ricchezza potere beni.  E che certi beni detti comuni sono in fin dei conti una specie di diritto originario: beni comuni in questa accezione sono l’aria l’acqua e la terra che dunque non possono essere totalmente appropriati privatamente.  Da ciò deriva il diritto  politico a pubblicizzare l’acqua.
Marx va più avanti, forse ispirandosi alla Bibbia che credo fosse  un fondamento anche inconsapevole della sua cultura, dato che era ebreo, sia pure non praticante e scolasticamente di cultura cristiana. Marx parla non  solo di beni comuni, bensì anche di beni e di valori d’uso. C’è anche dunque ciò che sfugge del tutto alla proprietà anche pubblica: l’aria, l’acqua e la terra. Molto significativa la faccenda della terra. Secondo la Scrittura la terra é di Dio, cioè -sullaterra-  di nessuno, è data in usufrutto agli umani e umane; deve essere lavorata senza sfruttarla troppo e perciò lasciata  riposare un anno ogni sette (anno sabbatico) e ogni sette anni sabbatici, cioè ogni 50 anni va redistribuita tutta quanta in uso a chi la lavora (Giubileo).
Sembrerà strano ma questa norma così avanzata non passa nel cristianesimo, che adotta invece la dottrina giuridica romana fino ad affermare  che la proprietà privata è un diritto naturale. Mah!
Lidia Menapace
Nel precedente post si parlava del Brasile e dei mondiali di calcio. Rimaniamo in Brasile, occupandoci di ben altro. Il testo che presentiamo (proveniente dal sito www.filosofiatv.org) Leonardo Boff si sofferma sugli aspetti contraddittori del contesto attuale, cercando di valorizzare i semi che, nonostante tutto, stanno germogliando nel mondo. E’ un invito a non arrendersi, proseguendo il proprio cammino.
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Da Sant’Agostino (“in ogni uomo c’è insieme un Adamo e un Cristo), passando per Abelardo (“sic et non”), per Hegel e Marx e arrivando a Leandro Konder, sappiamo che la realtà è dialettica. Vale a dire che é contraddittoria perché
gli opposti non si annullano, ma si intendono e convivono permanentemente generando dinamismo nella storia. Questo non è un difetto di costruzione, ma il segno distintivo della realtà. Nessuno lo ha espresso meglio del poverello di Assisi quando pregava : “Dove c’è odio che io porti amore, dove ci sono tenebre che io porti la luce, dove ci sono errori che io porti la verità…”. Non si tratta di negare o annullare uno dei poli, ma di optare per uno, quello luminoso, e rinforzarlo al punto di impedire che l’altro negativo sia così distruttivo. Perchè questa riflessione? Significa che il male non è mai così male da impedire la presenza del bene, e che il bene non è mai così bene da
prosciugare la forza del male. Dobbiamo imparare a trattare con queste contraddizioni. In un precedente articolo tentai un bilancio della macrorealtà, bilancio negativo; attualmente stiamo andando di male in peggio. Ma
dialetticamente c’è un lato positivo che è importante rilevare. Un bilancio delle microrealtà ci rivela che stiamo assistendo, speranzosi, allo sbocciare di fiori nel deserto. E questo sta accadendo in tutto il pianeta. Basta frequentare i Forum Sociali Mondiali e le basi popolari di molte parti del mondo per notare che una nuova vita sta esplodendo tra le vittime del sistema e perfino nelle imprese e nei dirigenti che stanno abbandonando il vecchio paradigma e si
mettono a costruire una Arca di Noé salvatrice.
Annotiamo alcuni punti del cambiamento che potranno salvaguardare la vitalità della Terra e garantire la nostra civilizzazione.
Il primo è il superamento della dittatura della ragione strumentale analitica, principale responsabile della devastazione della natura, mediante l’incorporazione dell’intelligenza emozionale o cordiale, che ci porta a coinvolgerci con il destino della vita e della Terra, curando, amando e cercando il ben-vivere.
Il secondo è il rafforzamento mondiale dell’economia solidale globale, dell’agroecologia, dell’agri-coltura biologica, della bio-economia e dell’eco-sviluppo, alternative alla crescita materiale misurata dal PIL.
Il terzo è l’ecosocialismo democratico che propone una nuova forma di produzione con la natura e non contro di essa e un necessario governoglobale.
Il quarto è il bioregionalismo che si presenta come alternativa alla globalizzazione omologatrice, valorizzando i prodotti e i servizi di ogni regione, con la sua popolazione e cultura.
Il quinto è il ben vivere dei popoli indigeni andini, che suppone la costruzione dell’equilibrio tra esseri umani e con la natura a base di una democrazia comunitaria e nel rispetto dei diritti della natura e della Madre Terra o l’Indice di Felicità Lorda del governo del Bhutan.
Il sesto è la sobrietà condivisa o la semplicità volontaria che rafforzano la sovranità alimentare di tutti, la giusta misura e l’autocontrollo del desiderio ossessivo di consumare.
Il settimo è il visibile protagonismo delle donne e delle popolazioni indigene che hanno una nuova benevolenza verso la natura e modi più solidali di produzione e consumo.
L’ottavo è l’accettazione lenta ma crescente delle categorie della cura come precondizione per realizzare una reale sostenibilità. Questa si sta slegando dalla categoria sviluppo ed è vista come la logica della rete della vita, che garantisce le interdipendenze di tutti con tutti, assicurando la vita sulla Terra.
Il nono è la penetrazione dell’etica della responsabilità universale, perché siamo tutti responsabili per il nostro destino comune e della Madre Terra.

Il decimo è la redenzione della dimensione spirituale, al di là delle religioni, che ci permette di sentirci parte del tutto, di percepire l’Energia universale che tutto penetra e sostenta

[…].
Tutte queste iniziative sono più che sementi. Sono già germogli che dimostrano la possibile fioritura di una Terra nuova con una Umanità che sta imparando a responsabilizzarsi, a curare e amare, il che assicura la sostenibilità del nostro piccolo Pianeta.
(traduzione di Antonio Lupo)

There is no Alternative

Autore: liberospirito 18 Feb 2014, Comments (0)
Pubblichiano un nuovo testo di Leonardo Boff, proveniente (in traduzione italiana) dal sito www.ildialogo.org, in cui si parla della relazione invertita tra economia, politica ed etica, con tutte le conseguenze che ne derivano. “There is no Alternative”, dice nella conclusione del suo intervento Boff, riprendendo e ribaltando il senso dello slogan che fu caro a Margaret Thatcher. Perchè al punto in cui siamo non si dà alternativa: o cambiamo (finché saremo in tempo) oppure periremo.
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Di solito le società si assestano sul seguente treppiede: l’economia, che garantisce la base materiale perché la vita dell’uomo sia buona e dignitosa; la politica, per mezzo della quale si distribuisce il potere e si organizzano le istituzioni che fanno funzionare la convivenza sociale; e l’etica, che stabilisce i valori e le norme che reggono i comportamenti umani, perché vi sia giustizia e pace e i conflitti si risolvano senza ricorso alla violenza. In genere l’etica si accompagna a un’aura spirituale che risponde al senso ultimo della vita e dell’universo, esigenze che sono sempre presenti nel quotidiano umano.
In una società efficiente queste esigenze s’incrociano, però sempre in quest’ordine: l’economia obbedisce alla politica e la politica si sottomette all’etica.
Tuttavia dalla Rivoluzione industriale nel secolo XIX, e più esattamente in Inghilterra dal 1834, l’economia incominciò a staccarsi dalla politica e a sotterrare l’etica. Sorse un’economia di mercato tale che tutto il sistema economico sarebbe stato diretto e controllato solamente dal mercato, libero da qualsiasi controllo o limite di carattere etico.
Il marchio registrato di questo mercato non è la cooperazione, ma la competizione, che si estende molto oltre l’economia e impregna tutti i rapporti umani. Quindi, come dice Karl Polanyi, si formò «un nuovo credo totalmente materialista che credeva potessero risolversi tutti i problemi con una quantità illimitata di beni materiali» (La Gran Transformación, Campus 2000, p. 58). Questo credo ancor oggi è fatto proprio, e con fervore religioso, dalla maggior parte degli economisti del sistema imperante e, in generale, dalle politiche pubbliche.
Da quel momento in poi l’economia prese a funzionare come l’unico perno su cui si articolano tutte le proposte sociali. Tutto sarebbe passato attraverso l’economia, in concreto mediante il Prodotto Interno Lordo (PIL). Chi studiò nei dettagli questo processo fu il filosofo e storico dell’economia prima ricordato, Karl Polanyi (1866-1964), di origini ungheresi ed ebree, più tardi convertito al cristianesimo protestante calvinista. Nato a Vienna, sviluppò la sua attività in Inghilterra e in seguito, durante il maccartismo, fra Toronto in Canada e l’Università della Columbia negli Stati Uniti. Egli dimostrò che «invece di essere l’economia inserita nei rapporti sociali, sono i rapporti sociali inseriti nel sistema economico» (p. 77). Quindi avvenne ciò che egli definisce “La Grande Trasformazione”: da un’economia di mercato si passò a una società di mercato.
Come conseguenza si formò un nuovo sistema sociale, mai verificatosi prima di allora, nel quale non esiste la società, ma soltanto gli individui che competono fra loro, ciò che Reagan e la Thatcher hanno ripetuto fino alla nausea. Tutto cambiò, poiché proprio tutto diventa mercanzia. Qualsiasi bene sarà portato sul mercato per essere negoziato al fine del lucro individuale: prodotti della natura, manufatti, cose sacre legate direttamente alla vita umana come l’acqua potabile, le sementi, i terreni, gli organi umani. Polanyi nota infine che tutto questo è «contrario all’essenza umana e naturale delle società». Tuttavia è ciò che trionfò, specialmente nel dopoguerra [ndt.: della II Guerra Mondiale]. Il mercato è «un elemento utile, ma subordinato a una comunanza democratica», dice Polanyi. La sua filosofia sta alla base della «democrazia economica».
Qui occorre ricordare le profetiche parole di Karl Marx in La miseria della filosofia, 1847: «Venne infine un tempo in cui tutto quello che gli uomini avevano considerato inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffici, e poteva essere venduto. Il tempo nel quale le stesse cose che fino allora erano compartecipate ma mai scambiate; date, ma mai vendute; acquisite, ma mai comperate – virtù, amore, opinioni, scienza, coscienza, ecc. – tutte passarono nel commercio. Il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o per parlare in termini di economia politica, il tempo nel quale qualsiasi cosa, morale o fisica, una volta attribuitale valore venale è portata al mercato per ottenere un prezzo e una volta stabilito il suo valore commerciale è messa sul mercato per ricevere un prezzo, il suo corrispettivo più oggettivo».
I disastrosi effetti socio-ambientali di questa mercificazione di tutto li stiamo sopportando oggi con il caos ecologico della Terra. Dobbiamo ripensare la posizione dell’economia nel complesso della vita umana, in particolare rispetto ai limiti della Terra. L’individualismo più feroce, l’accumulazione ossessiva e illimitata devitalizza quei valori senza i quali nessuna società può considerarsi umana: la cooperazione, la considerazione degli uni per gli altri, l’amore e la venerazione per la Madre Terra e l’ascolto della coscienza, che ci sprona al bene comune.
Una società come la nostra, quando intorpidita dal suo crasso materialismo diventa incapace di sentire l’altro come altro, ma soltanto come possibile produttore e consumatore, si sta scavando la propria fossa. Ciò che ha detto Chomsky in Grecia il 22 dicembre 2012 ha il valore di un segnale d’allarme: «Quelle che guidano la corsa verso l’abisso sono le società più ricche e potenti, con vantaggi incomparabili, come gli Stati Uniti e il Canada. Questa è la dissennata razionalità della “democrazia capitalista” realmente esistente».
Adesso è necessario applicare il There is no Alternative: non c’è alternativa, o cambiamo o periremo, perché i nostri beni materiali non ci salveranno. Si tratta del prezzo letale per aver consegnato il nostro destino alla dittatura dell’economia trasformata in “dio salvatore” di tutti i problemi.
Leonardo Boff
(traduzione dallo spagnolo di José F. Padova)

La mistica del capitalismo

Autore: liberospirito 13 Dic 2011, Comments (0)

Proponiamo questo intervento di Roberto Esposito, apparso sul quotidiano “La Repubblica” e successivamente ripreso sul sito di “Micromega”. Presenta un’interessante riflessione sul nesso tra religione e capitalismo, alla luce proprio dell’attuale crisi finanziaria.

«Nel capitalismo può ravvisarsi una religione, vale a dire, il capitalismo serve essenzialmente alla soddisfazione delle medesime ansie, sofferenze, inquietudini, cui un tempo davano risposta le cosiddette religioni». Queste fulminanti parole di Walter Benjamin – tratte da un frammento del 1921, pubblicato adesso nei suoi Scritti politici, a cura di M. Palma e G. Pedullà per gli Editori Internazionali Riuniti – esprimono la situazione spirituale del nostro tempo meglio di interi trattati di macroeconomia. Il passaggio decisivo che esso segna, rispetto alle note analisi di Weber sull’etica protestante e lo spirito del capitalismo, è che questo non deriva semplicemente da una religione, ma è esso stesso una forma di religione.

Con un solo colpo Benjamin sembra lasciarsi alle spalle sia la classica tesi di Marx che l’economia è sempre politica sia quella, negli stessi anni teorizzata da Carl Schmitt, che la politica è la vera erede moderna della teologia. Del resto quel che chiamiamo “credito” non viene dal latino “credo”? Il che spiega il doppio significato, di “creditore” e “fedele”, del termine tedesco Gläubiger. E la “conversione” non riguarda insieme l’ambito della fede e quello della moneta? Ma Benjamin non si ferma qui. Il capitalismo non è una religione come le altre, nel senso che risulta caratterizzato da tre tratti specifici: il primo è che non produce una dogmatica, ma un culto; il secondo che tale culto è permanente, non prevede giorni festivi; e il terzo che, lungi dal salvare o redimere, condanna coloro che lo venerano a una colpa infinita. Se si tiene d’occhio il nesso semantico tra colpa e debito, l’attualità delle parole di Benjamin appare addirittura inquietante. Non soltanto il capitalismo è divenuto la nostra religione secolare, ma, imponendoci il suo culto, ci destina ad un indebitamento senza tregua che finisce per distruggere la nostra vita quotidiana.

Già Lacan aveva identificato in questa potenza autodistruttiva la cifra peculiare del discorso del Capitalista. Ma lo sguardo di Benjamin penetra talmente a fondo nel nostro presente da suscitare una domanda cui la riflessione filosofica contemporanea non può sottrarsi. Se il capitalismo è la religione del nostro tempo, vuol dire che oltre di esso non è possibile sporgersi? Che qualsiasi alternativa gli si possa contrapporre rientra inevitabilmente nei suoi confini – al punto che il mondo stesso è “dentro il capitale”, come suona il titolo di un libro di Peter Sloterdijk (Il mondo dentro il capitale, Meltemi 2006)? Oppure, al di là di esso, si può pensare qualcosa di diverso – come si sforzano di fare i numerosi teorici del postcapitalismo? Intorno a questo plesso di questioni ruota un intrigante libro, originato da un dibattito tra filosofi tedeschi, ora tradotto a cura di Stefano Franchini e Paolo Perticari, da Mimesis, col titolo Il capitalismo divino. Colloquio su denaro, consumo, arte e distruzione. Da un lato esso spinge l’analisi di Benjamin più avanti, per esempio in merito all’inesorabilità del nuovo culto del brand. Tale è la sua forza di attrazione che, anche se vi è scritto in caratteri cubitali che il fumo fa morire, compriamo lo stesso il pacchetto di sigarette. Come in ogni religione, la fede è più forte dell’evidenza. Dior, Prada o Lufthansa garantiscono per noi più di ogni nostra valutazione. Le azioni cultuali sono provvedimenti generatori di fiducia cui non è possibile sfuggire. Non a caso anche i partiti politici dichiarano “Fiducia nella Germania” a prescindere, non diversamente da come sul dollaro è scritto “In God we trust”.

Ma, allora, se il destino non è, come credeva Napoleone, la politica, ma piuttosto l’economia; se il capitale, come tutte le fedi, ha il suo luoghi di culto, i suoi sacerdoti, la sua liturgia – oltre che i suoi eretici, apostati e martiri – quale futuro ci attende? Su questo punto i filosofi cominciano a dividersi. Secondo Sloterdijk, con l’ingresso in campo del modello orientale – nato a Singapore e di lì dilagato in Cina e in India – si va rompendo la triade occidentale di capitalismo, razionalismo e liberaldemocrazia in nome di un nuovo capitalismo autoritario. In effetti oggi si assiste a un curioso scambio di consegne tra Europa e Asia. Nel momento stesso in cui, a livello strutturale, la tecnologia europea, e poi americana, trionfa su scala planetaria, su quello culturale il buddismo e i diversi “tao” invadono l’Occidente. La tesi di Zizek è che tra i due versanti si sia determinato un perfetto (e perverso) gioco delle parti. In un saggio intitolato Guerre stellari III. Sull’etica taoista e lo spirito del capitalismo virtuale (ora incluso nello stesso volume), egli individua nel buddismo in salsa occidentale l’ideologia paradigmatica del tardo capitalismo. Nulla più di esso corrisponde al carattere virtuale dei flussi finanziari globali, privi di contatto con la realtà oggettiva, eppure capaci di influenzarla pesantemente. Da questo parallelismo si può trarre una conseguenza apologetica o anche una più critica, se riusciamo a non identificarci interiormente col giuoco di specchi, o di ombre cinesi, in cui pure ci muoviamo. Ma in ciascuno dei casi restiamo prigionieri di esso.

È questa l’ultima parola della filosofia? Diverremo tutti, prima o poi, officianti devoti del culto capitalistico, in qualsiasi versione, liberale o autoritaria, esso si presenti? Personalmente non tirerei questa desolata conclusione. Senza necessariamente accedere all’utopia avveniristica del Movimento Zeitgeist o del Venus Project – entrambi orientati a sostituire l’attuale economia finanziaria con un’organizzazione sociale basata sulle risorse naturali –, credo che l’unico grimaldello capace di forzare la nuova religione del capitale finanziario sia costituito dalla politica. A patto che anch’essa si liberi della sua, mai del tutto dismessa, maschera teologica. Prima ancora che sul terreno pratico, la battaglia si gioca sul piano della comprensione della realtà. Nel suo ultimo libro, Alla mia sinistra (Mondadori, 2011), Federico Rampini percorre lo stesso itinerario – da Occidente a Oriente e ritorno – ma traendone una diversa lezione. All’idea di “mondo dentro il capitale” di Sloterdijk è possibile opporre una prospettiva rovesciata, che situi il capitale dentro il mondo, vale a dire che lo cali dentro le differenze della storia e della politica. Solo quest’ultima può sottrarre l’economia alla deriva autodissolutiva cui appare avviata, governandone i processi ed invertendone la direzione.

Roberto Esposito