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Tag: Jacques Camatte

Tempi concreti e tempi astratti

Autore: liberospirito 24 Ott 2016, Comments (0)

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“Il tempo è un’invenzione degli uomini che non sanno amare”. Questa frase di Jacques Camatte è riaffiorata alla mente leggendo alcune notizie su di un popolo della foresta amazzonica – gli Amondawa – che, a quanto riferiscono alcuni ricercatori di un’università statunitense (i cui studi sono stati pubblicati sulla rivista “Language and Cognition”), non possiedono una concezione del tempo. Infatti il linguaggio amondawa non conosce la parola “tempo” o altre simili, quali “settimana”, “mese” o “anno”. La gente non celebra i compleanni, non conosce nemmeno la propria età, semmai cambia nome in relazione ai differenti stadi della propria vita oppure al raggiungimento di determinate posizioni all’interno della comunità.

Detto con maggiore precisione non esiste il concetto di tempo come entità astratta, ma è percepito solo in relazione all’avvicendarsi di eventi naturali e concreti. Non come categoria a sé: non è pertanto suddivisibile e afferrabile con un appunto su un’agenda o su un calendario, tanto meno è immaginabile tracciando una ipotetica linea che scandisca lo scorrere degli eventi. Il tempo si fonde con gli eventi stessi e non è, come per noi, una sovracategoria mentale, esistente in sé.

Se vivono in questo modo non è dovuto al fatto che gli Amondawa presentino qualche problema di tipo cognitivo. Nient’affatto: ripercorrendo la storia della civiltà umana, possiamo notare che tutto ciò non ha nulla di strano: piccole società, organizzate intorno a incontri faccia a faccia, sono sempre riuscite a funzionare senza ricorrere a calendari e orologi. Il tempo, così come lo viviamo (e lo subiamo) noi è un’invenzione culturale che la società moderna ha ereditato dagli antichi babilonesi e a cui ha applicato, di secolo in secolo, regole sempre più rigide, delle quali è difficile fare a meno.

Forse è per questo motivo che Walter Benjamin annotava come nel corso della Comune di Parigi i rivoltosi sparassero contro gli orologi, divenuti simbolo del tempo scandito dalla disciplina del lavoro, cosicchè la loro rivolta era anche contro il tempo. Ugualmente in un film di culto (fine anni Sessanta) come “Easy reader”, uno dei due protagonisti prima di partire per un viaggio attraverso gli U.S.A. decide di gettare via il suo orologio, perché il tempo astratto a quel punto, come per gli Amondawa, doveva cessare di esistere. E, se andiamo ancora più indietro, Agostino d’Ippona, nelle Confessioni, cercava di chiarire cosa fosse il tempo: per lui era una dimensione dell’anima (distensio animi). Se sulla certezza del tempo presente pare non vi siano dubbi, è su quella del tempo passato e del tempo futuro che emergono non poche domande. Così scriveva Agostino: “Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro (…) Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente è la visione, il presente del futuro l’attesa”.

Comunque sia, credo che gli Amondawa abbiano davvero qualcosa da dire a noi su come trascorriamo le nostre giornate e i nostri anni.

Scriblerus

L’albero indica che tutto è vita

Autore: liberospirito 25 Nov 2012, Comments (0)

Il mese scorso è transitato in Italia Jacques Camatte, tenendo due incontri pubblici (alla Libreria Calusca di Milano e alla Libreria Anomalia di Roma). E’ stata un’occasione importante per poter incontrare un eretico dei nostri giorni, una figura schiva e appartata rispetto all’attuale mondo dell’immagine e dello spettacolo culturale. Fondatore nel ’68 della rivista “Invariance” (presente ora on line: http://revueinvariance.pagesperso-orange.fr, con testi anche in italiano, oltre che in francese e in russo). Di Camatte in italiano sotto stati tradotti diversi saggi, tra cui: Verso la comunità umana (Jaca Book), Il disvelamento (La Pietra), Dialogando con la vita (Colibrì) e Comunità e divenire (Colibrì). Di quest’ultimo lavoro – al fine di offrire un’idea generale dello stato dell’attuale ricerca di Camatte – riproduciamo un suo breve testo (collocato nel risvolto di copertina).

L’albero testimonia  l’unione del cielo e della terra-suolo ove brulicano molteplici forme di vita. Testimonia la comunità, in quanto non è un’entità separata ed esiste solo attraverso l’unione con le altre forme di vita come i batteri, i funghi, ecc.

Testimonia la foresta (che è essa stessa una comunità), la più potente forma di manifestazione della vita per proteggere il suolo, il quale, a sua volta, protegge la roccia-madre – fenomeno che rallenta  grazie all’irradiazione dell’energia del nucleo!

Testimonia l’unione, così come il nostro rifiuto della separazione in quanto tale ma anche di ogni unione artificiale illusoria (comunità astratta, Stato sotto ogni forma, racket), che si realizza mediante il dominio di un gruppo umano su di un altro: gli uomini sulle donne, i patrizi sui plebei, i feudali sui borghesi e i contadini, i borghesi e in seguito i capitalisti sui proletari…

Spesso l’unione è stata posta come riconciliazione tra uomini e donne, dimenticando la separazione fondamentale e fondatrice, quella da tutti gli esseri viventi.

Difatti, solo se c’è riconciliazione con tutti gli esseri viventi può aversi una vera comunità, dove non esista più il problema del potere e dell’amore, ma in cui regni la partecipazione radiante.

Rimettersi in continuità, come l’albero nella natura di cui è parte integrante, è l’unica via per rigenerare la natura e rigenerare noi stessi. Potrà allora realizzarsi il pieno godimento della partecipazione al cosmo cui è possibile accedere fin da ora abbandonando il mondo del capitale.

Jacques Camatte