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Tag: Ivan Illich

Quel legame perduto con la terra

Autore: liberospirito 21 Giu 2017, Comments (0)

Riportiamo l’inizio di un lungo articolo di Aldo Zanchetta, apparso su “Adista-Documenti” in cui si riflette sulla logica estrattivista presente in tutto il mondo, Italia inclusa. In breve, l’estrattivismo è una relazione con la terra basata non sulla reciprocità, ma imperniata sul dominio; perché il capitalismo – si dice nel testo qui sotto – non è soltanto un tipo di economia, ma è prima di tutto un sistema sociale, finanche un tipologia dell’immaginario. Per chi desiderasse poi leggere per esteso tutto l’intervento (in cui si esamina in particolare la situazione italiana circa l’estrattivismo) può andare qui, al sito di “Adista”.

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La parola estrattivismo è un neologismo che ci viene dall’America Latina, dove il fenomeno ha raggiunto forme estreme, e dove – grazie all’esperienza diretta e all’acuta riflessione di operatori sociali di vari settori (Raúl Zibechi, Eduardo Gudynas, Pablo Davalos …) – ha visto allargare il suo significato e il suo campo di applicazione.

Così, secondo l’analisi di Zibechi, si è percepito l’estrattivismo dapprima essenzialmente come un fatto ambientale, poi come un modello economico e infine come modello di società. L’autore del breve ma denso saggio La nuova corsa all’oro, edito da Hermatena nella collana “Voci da Abya Yala” (pp. 105, euro 9, tel. 051-916563, [email protected]; v. Adista Notizie n. 2/17), in un articolo posteriore approfondisce la sua riflessione sull’estrattivismo come cultura cercando di «comprendere le sue caratteristiche profonde e i limiti delle analisi precedenti. Uno dei limiti (…) consiste nell’aver guardato fondamentalmente all’aspetto ambientale e di rapina della natura inerente al modello di conversione dei beni comuni in merci (…). L’altro grosso errore è stato quello di considerare l’estrattivismo come un modello economico, secondo il concetto di accumulazione per spossessamento elaborato da David Harvey. In sintesi, all’errore di aver incentrato le critiche (in modo quasi esclusivo) sull’aspetto ambientale si è aggiunto l’economicismo di cui soffrono molti di coloro (me compreso) che hanno avuto una formazione marxista. (…) Il capitalismo non è un’economia ma un tipo di società (o formazione sociale), anche se evidentemente esiste un’economia capitalistica. Con l’estrattivismo succede qualcosa di simile. Se l’economia capitalistica è accumulazione per estrazione di plusvalore (riproduzione ampliata del capitale), la società capitalistica ha prodotto la separazione della sfera economica dalla sfera politica. L’economia estrattiva, un’economia di conquista, di furto e di rapina, non è altro che un aspetto di una società estrattiva (o di una formazione sociale estrattiva), che è la caratteristica del capitalismo nella sua fase di dominio del capitale finanziario».

Estrattivismo significa quindi molte cose diverse: estrazione di ricchezze naturali dal sottosuolo con relative devastazioni ambientali, esaurimento della fertilità dei suoli mediante monocoltivazioni intensive senza riposo dei terreni, desertificazione per riforestazioni intensive di eucalipti per produrre cellulosa (l’eucalipto, avido di acqua, fa il deserto attorno a sé), estrazione di valore da territori urbani con opere di “gentrificazione” (termine di derivazione inglese che indica l’insieme dei cambiamenti urbanistici e socio-culturali di un’area urbana, tradizionalmente popolare o abitata dalla classe operaia, derivanti dall’acquisto di immobili da parte di popolazione benestante) e altro ancora come indicheremo con alcuni esempi. Ricordiamo le faraoniche opere di Expò 2015 a Milano. Cui prodest? Ai soliti noti…

In una famosa “Dichiarazione sul suolo” di Ivan Illich, Lee Hoinacki e Sigmar Groeneveld, fra l’altro si legge: «La nostra generazione ha perso il suo radicamento al suolo e alla virtù. Per virtù intendiamo la forma, l’ordine e la direzione dell’azione plasmata dalla tradizione, delimitata dal luogo e qualificata dalle scelte effettuate entro l’ambito abituale di esperienza di ciascuno; intendiamo quella pratica reciprocamente riconosciuta come il bene in una cultura locale condivisa che rinforza la memoria di un luogo. (…) I nostri legami col suolo – le relazioni che limitavano l’azione rendendo possibile la virtù pratica – sono stati recisi allorché il processo di modernizzazione ci ha isolati dalla semplice sporcizia, dalla fatica, dalla carne, dal suolo e dalle tombe. La sfera economica dentro cui, volenti o nolenti, talvolta a caro prezzo, siamo stati assorbiti, ha trasformato le persone in unità intercambiabili di popolazione, governate dalle leggi della scarsità».

Direi che tutto ciò che impoverisce, anche culturalmente, il legame fra una popolazione e il suo territorio è estrattivismo nel senso più ampio.

Aldo Zanchetta

Oltre le religioni. Un libro

Autore: liberospirito 18 Lug 2016, Comments (0)

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Una segnalazione libraria, anche se propriamente non da ombrellone. E’ uscito in questa primavera, presso l’editore Gabrielli, un volume collettivo, curato da Claudia Fanti (giornalista presso “Adista”) e da Ferdinando Sudati (teologo e presbitero diocesano), dal titolo quanto mai accattivante: Oltre le religioni. I quattro autori pubblicati provengono da diverse parti del mondo, a testimoniare – se ce ne fosse ancora il bisogno – come la necessità di un radicale rinnovamento religioso nel mondo cristiano sia avvertita su scala planetaria. Sono studiosi con formazione e percorsi differenti ma accomunati dalla medesima sensibilità. Si tratta di John Spong, vescovo episcopalismo statunitense (v. qui); Maria Lopez Vigil, scrittrice cubano-nicaraguense; Roger Leaners, gesuita belga (v. qui) e infine Josè Maria Vigil, teologo spagnolo ma residente in Sud America da anni e coordinatore della commissione teologica dell’EATWOT (associazione ecumenica dei teologi e teologhe del terzo mondo – v. qui e qui). Inoltre il volume gode di alcune pagine introduttive scritte da Marcelo Barros, monaco benedettino brasiliano ed esponente di punta della teologia della liberazione.

Cosa vuol dire andare oltre le religioni? Significa, in breve, riconoscere il carattere storico, culturale delle religioni così come le conosciamo. Le istituzioni religiose sono il prodotto indiretto della rivoluzione neolitica e delle cosiddette civiltà monumentali nate da quella rivoluzione. Hanno giocato un ruolo fondamentale in molte epoche storiche ma, come ogni fenomeno storico, alla fase iniziale, aurorale, è succeduta quella della piena maturità e sviluppo, per intraprendere poi un’altra fase, quella crepuscolare, declinante. Oggi siamo entrati in questo stadio.

Ma parlare di una fase calante delle istituzioni religiose non significa liquidare in toto l’esperienza religiosa. L’essere umano che noi tutti siamo, quello che gli scienziati chiamano homo sapiens sapiens, ha una vita lunga, assai più antica delle grandi civiltà del passato, siano esse quelle egizie, sumere, cinesi o altre ancora. Come scrive Claudia Fanti: “Fin dal principio, l’homo sapiens è stato anche homo spiritualis, l’idea concreta di Dio è stata elaborata molto più tardi”. Allora come è esistita una religiosità prima delle religioni è altrettanto possibile riflettere su una religiosità dopo le religioni. E’ ciò che Josè Maria Vigil chiama ‘paradigma post-religionale’. La società attuale, della conoscenza e dell’informazione, globalizzata, post-industriale si sta incamminando lungo questa direzione. E’ un fenomeno che ci interessa da vicino, poiché riguarda soprattutto il cosiddetto primo mondo.

Scrive Roberto Mancini, citato nell’introduzione: “Ogni confessione religiosa è una strada, non una casa e tanto meno una fortezza. Se si irrigidisce come se fosse una casa, allora la religione stessa diventa idolatria”. La religione diventa idolatria quando confonde il mezzo con il fine, quando la sopravvivenza dell’istituzione diviene più importante delle ragioni che l’hanno fatta nascere. E’ questo il triste e perverso destino a cui sono destinate tutte le istituzioni (come Ivan Illich ha mostrato assai bene nei suoi lavori), non solo quelle religiose.

E’ lungo questo asse che si snodano i quattro interventi, con accenti e toni differenti, seguendo piste di ricerca non sovrapponibili l’una all’altra, ma   affratellati tutti dalla percezione che, sapendo affinare lo sguardo, c’è tutto un mondo che oggi vuole venire alla luce e che desidera esprimere in forme nuove, inedite, la gioia di vivere e il legame che unisce tutti i viventi.

Scriblerus

Che possano esistere dei cristiani anarchici (o degli anarchici cristiani) potrà stupire molti. L’accostamento dei due termini sembra un vero e proprio ossimoro. Eppure… Eppure esiste un cristianesimo anarchico: basti pensare a diverse correnti considerate come eretiche nei secoli passati. O per venire al nostro tempo ricordare figure, fra loro molto diverse, ma accomunate dalla medesima sensibilità religiosa e politica: da Lev Tolstoj a Simone Weil, da Ivan Illich a Jacques Ellul. E in Italia Aldo Capitini, Ferdinando Tartaglia e, vicinissimo a noi (dal punto di vista cronologico) don Gallo.

thecatholicworkerfarm.org

Questa breve premessa per segnalare un convegno che si terrà in Inghilterra (per la precisione presso la Catholic Worker Farm) nel mese di luglio. Tale evento è organizzato in collaborazione con la rivista “A Pinch of Salt”;  il titolo è:  Comforting the Afflicted, Afflicting the Comfortable. Sono previsti workshop, tavole rotonde, momenti di riflessione e di socializzazione. Ci sono alcuni posti letto a disposizione e lo spazio nel campo per chi porta la propria tenda. Gli arrivi sono previsti entro le ore 12 del 18 luglio: le partenze per le ore 12 del 21 luglio. Gli organizzatori sono in grado di accogliere le persone in piccoli gruppi presso la stazione della metropolitana Rickmansworth (Metropolitan Line London Underground). Tutto il convegno è gratuito, ma le donazioni a sostegno della comunità ospitante e a “A Pinch of Salt” saranno benvenute.

L’indirizzo completo è il seguente: The Catholic Worker Farm, Lynsters Farm, Old Uxbridge Road, West Hyde, Hertfordshire, WD3 9XJ United Kingdom.

Web Site: www.thecatholicworkerfarm.org
E-mail:  [email protected]

Delegando si muore

Autore: liberospirito 20 Mag 2014, Comments (0)
Riportiamo una larga parte del recente editoriale di Giovanni Sarubbi apparso su sito www.ildialogo.org (dove è possibile leggerlo integralmente). Vi è una critica del potere, nelle righe sotto riportate, altamente condivisibile (Ivan Illich diceva proprio a proposito del cristianesimo: Corruptio optimi pessima, vale a dire: Ciò che era ottimo, una volta corrotto, diviene pessimo). Si tratta di riprendere nelle proprie mani, senza delega alcuna, il rapporto con la religione e con la dimensione di senso in essa contenuta (e la critica al potere degli esperti di professione era un motivo assai caro proprio a Illich).
sterco del diavolo
Purtroppo, fra i comandamenti che dovrebbero essere universalmente accettati da chi si dichiara cristiano, “il non dire falsa testimonianza” è quello più violato.
Non c’è organizzazione umana dove vi sia un potere da gestire di qualsiasi tipo, sociale, politico, religioso, che non è intrisa di bugie. La dove c’è un potere da gestire li c’è anche la bugia, che si manifesta in vario modo, dal semplice nascondere le informazioni che permetterebbero alle persone di orientarsi correttamente e di poter decidere in tutta libertà e coscienza, alla bugia vera e propria, alla mezza verità, che spesso è peggiore di una bugia completa. E man mano che si sale nella scala organizzativa il livello di bugie è via via crescente. Ciò che circola ai livelli più alti di una organizzazione è quasi sempre sconosciuto ai bassi livelli a cui arriva solo ciò che deve arrivare per continuare a mantenere il potere di tutta l’organizzazione nelle mani di chi la dirige.
Sono giunto a questa amara considerazione attraversando tutta una serie di organizzazioni sociali, da quella sindacale, a quella politica, a quella religiosa che hanno tutte questo tratto caratteristico.
Da questa esperienza ho anche tratto la convinzione che sulle bugie non si può costruire nulla di buono. Basta pensare che sulle bugie si sono costruite tutte le guerre passate e quelle attualmente in corso; sulle bugie si sono costruiti tutti gli scismi e i sotto-scismi all’interno delle chiese cristiane; sulle bugie si costruiscono gli odi fra le persone di diversa etnia, cultura, religione, colore della pelle.
Lo so, quello che sto dicendo è banale, fa parte della vita di tutti i giorni. Ma spesso più banali sono le considerazioni più esse vengono ignorate e non considerate nel loro giusto valore dalla grande massa della popolazione. E così quando una verità che è sotto gli occhi di tutti ,ma che tutti non vedono o fanno finta di non vedere, viene detta in modo chiaro ed inequivocabile, ecco che ci sono le alzate di scudo, le reazioni di chi sente minacciato il proprio potere. Scatta anche il meccanismo di chi, pur non essendo il Re, è più realista del Re ed è anzi quello che più di altri si oppone a qualsiasi cambiamento e giura sulla buona fede del Re. E anche queste cose fanno parte della vita di tutti i giorni.
Ciò premesso, sul tema della crisi delle Chiese noi crediamo fortemente che una discussione aperta e senza falsità sia improrogabile. E diciamo questo perché la situazione dell’intera umanità è ad un punto di svolta drammatico, soprattutto per la questione ambientale che minaccia la sopravvivenza stessa della specie umana e non soltanto per i cambiamenti climatici in atto ma anche per le nuove e sempre più devastanti malattie che si diffondono.
Le chiese cristiane nel loro complesso sono corresponsabili della situazione nella quale siamo, lo abbiamo ripetuto più volte e più volte continueremo a farlo. Certo analoghe responsabilità hanno anche altre religioni o altre ideologie politiche ma noi parliamo per quel che ci compete. Noi cerchiamo di dare un contributo per quel che riguarda la religione nella quale siamo cresciuti e che condiziona la società nella quale viviamo.
Noi sappiamo bene di non avere alcuna verità indiscutibile e alcuna ricetta risolutiva. Poniamo problemi e stimoliamo tutti a confrontarsi con essi e a cercare insieme le soluzioni. E se proponiamo qualche soluzione o via da seguire lo facciamo con lo spirito della proposta possibile, non certo del diktat che deriva da chissà quale mandato divino. Non ne abbiamo noi e non ne riconosciamo a nessun altro essere umano.
Quello che è francamente diventato insopportabile è l’atteggiamento di chi è più realista del Re, di chi, per esempio, pur vivendo una condizione di miseria giustifica o accetta la mitologia e il simbolismo di chi è ricco ed è responsabile diretto della sua povertà. Sono atteggiamenti non più sostenibili sia sul piano civile, sia soprattutto sul piano religioso.
Io so bene che ci sono tanti preti e religiosi cattolici che dedicano la loro vita a favore degli ultimi della Terra. Ne conosciamo diversi e con molti di essi abbiamo l’onore di condividere scelte ed iniziative. Ma questi preti e religiosi sono emarginati all’interno della chiesa. Nella stessa chiesa ci sono anche preti che lucrano su ogni atto ecclesiale che sono chiamati a compiere, violando persino le pur blande regole scritte dal loro vescovo. E’ di questi giorni la notizia di un parroco che alla sua morte ha lasciato un milione di euro in eredità. E ci sono stati e ci sono ancora nel mondo cattolici che ammazzano altri cattolici (vedi Argentina o San Salvador), e mentre c’è chi vive in povertà, nella stessa chiesa c’è chi è dedito all’uso sfrenato di quel dio denaro che Papa Francesco ha giustamente chiamato “lo sterco del diavolo”. Domandiamo sommessamente è possibile continuare così? E’ possibile continuare ad ingannarsi facendo leva sulle emozioni o sulle mega santificazioni che continuano ad annunciarsi a getto continuo?
Noi pensiamo di no, e continueremo ad affrontare questo tema perché siamo convinti che una svolta positiva alla storia del mondo la potranno dare i cristiani che sappiano liberarsi di quel potere che, a partire dal quarto secolo d.C. , ha distrutto lo spirito originario del profeta di Nazareth, che non voleva creare alcuna organizzazione di potere. E non importa a quale chiesa questi cristiani appartengano ne serve costruirne di altre. E’ il potere la malattia, la partecipazione ed il coinvolgimento di tutti è la cura. E’ l’accentramento delle decisioni e della ricchezza in poche mani che è la malattia, la democrazia e la condivisione dei beni è la cura. E se in una comunità si deve delegare qualcuno a gestire una piccola fetta di un potere che attiene a tutta la comunità, questa delega deve essere sottoposta a controllo, nessuna informazione deve essere tenuta nascosta e questa delega non deve mai essere a vita.
Siamo anarchici, libertari, estremisti, fondamentalisti? Chiamateci pure come volete, le etichette non ci interessano. Noi siamo persone che non vogliamo più delegare ad alcuno la gestione della società in tutti i suoi aspetti, politici, culturali o religiosi che siano. E chiediamo a tutti di fare altrettanto perché delegando ad altri ci si scava solo la propria fossa e con la propria quella dell’intera umanità.
Giovanni Sarubbi