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Tag: islam

Una moschea dove le donne possono predicare

Autore: liberospirito 17 Giu 2017, Comments (0)

Riportiamo un articolo uscito su “il manifesto” di oggi, a firma di Sebastiano Canetta, da Berlino. Si parla dell’apertura, nella città tedesca, di una moschea paritaria, in cui il velo non è più d’obbligo e le donne possono tenere prediche, al pari degli imam maschi; proponendo inoltre, così come avviene  da tempo in ambito cristiano, una lettura storico-critica del Corano. Questa nuova esperienza fa il paio con la “Moschea inclusiva dell’unità”, a Parigi, la prima in Europa espressamente aperta ai gay. Segni, questi, che i tempi stanno cambiando anche per l’islam: The Times They Are A-Changin’

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 L’integrazione con le donne “svelate” nella prima moschea «liberale» di Berlino, e l’apartheid della più grande associazione islamica della Germania che a Colonia si smarca dalla manifestazione contro il terrorismo. Due mezzelune diametralmente opposte, distanti poche centinaia di chilometri quanto teologicamente inconciliabili. Due parti comunque dell’Islam che – secondo la cancelliera Angela Merkel – «appartiene alla Germania» e che proprio secondo le regole del federalismo, comincia a governarsi da sé.
Così, sospesi fra rivoluzione e restaurazione, diritti civili e doveri religiosi, cittadinanza attiva e sudditanza passiva i musulmani tedeschi cominciano a ripensare al loro ruolo nella Bundesrepublik. Indicando, nel bene e nel male, quale sarà il futuro con cui fare i conti. Ieri a Berlino nel quartiere di Moabit è stata inaugurata la prima moschea «paritaria» della Germania. Dedicata al filosofo medievale andaluso Ibn-Rushd (Averroè) e al padre della letteratura tedesca Wolfgang Goethe, messi uno accanto all’altro non solo sulla targhetta di ottone.
Da oggi tra le mura del centro di preghiera le donne possono tenere prediche esattamente come gli imam maschi e il velo non è obbligatorio. Una rivoluzione copernicana, per di più a pochi metri dall’altro centro religioso del quartiere, considerato tra i centri di appoggio al terrorista del mercatino di Natale di Charlottenburg Anis Amri.

Tutto merito della forza di volontà di Seyran Ates, 54 anni, avvocata e attivista per i diritti delle donne di origine turca, che aveva denunciato pubblicamente la «discriminazione sessista» nei centri di preghiera. «Abbiamo bisogno di una lettura storico-critica del Corano: una scrittura del settimo secolo non si può certo prendere alla lettera. Noi siamo per una lettura del libro sacro – che è molto concentrato sulla misericordia e l’amore di dio – prima di tutto per la pace. Così si cambia l’immagine pubblica dell’Islam».

Davvero un altro pianeta rispetto a Colonia, capitale tedesca dell’Islam «integrale» dove invece si consuma la guerra (non più sotterranea) tra il Consiglio centrale dei musulmani e la potentissima associazione Ditib, prima organizzazione islamica in Germania e mecca di chi segue il pensiero ortodosso. I suoi imam hanno deciso di non partecipare alla protesta contro il terrorismo e Daesh fissata per il fine-settimana a Colonia in nome della «non-ingerenza». L’esatto contrario di quanto prova a spiegare Lamya Kaddor, organizzatore della manifestazione, convinto che «bisogna prendere posizione, perché nelle nostre città sta succedendo qualcosa». Parole chiare, che piacciono anche alla cancelliera Merkel: attraverso il portavoce del governo Steffen Seibert ha fatto sapere di «apprezzare molto la manifestazione contro la violenza e il terrore». L’esclusione dell’associazione Ditib secondo lei «è semplicemente un peccato».

Sebastiano Canetta

Il contributo che pubblichiamo è parte dell’intervento sui femminismi postcoloniali e intersezionali tenutosi al Campo Politico Donne di Agape, il 25 luglio scorso. Lo presentiamo perché ci sembra che offra elementi interessanti su cui discutere. Senza cadere nelle varie chiacchiere ferragostane sui burkini in spiaggia. 

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In questo momento, necessitiamo di strumenti utili per posizionarci in modo complesso di fronte alle differenze di etnia, classe, genere e religione, modalità che vanno oltre il multiculturalismo come semplice retorica di tolleranza, ma anche oltre semplici dualismi tradizione/progresso occidentale. Dobbiamo interrogarci su come adattare i nostri strumenti teorici e metodologici per evitare che i discorsi sulle identità sessuali e di genere finiscano per dare supporto, anche involontario, all’islamofobia.

Laura Fantone

Inizio col riprendere uno dei termini che ho indicato alla staff del Campo per presentarmi: islamo-gauschiste. Letteralmente si potrebbe tradurre come “islamo-sinistroide” o “sinistroide islamista”: si tratta di un appellativo considerato infamante e utilizzato in Francia verso quei militanti di sinistra che appoggiano le lotte delle persone musulmane e/o figlie dell’immigrazione postcoloniale. Come in molti altri casi, penso ai termini frocia o queer, anche islamo-gauchiste è stato rivendicato dalle e dai militanti francesi come descrittivo delle proprie identità e delle lotte politiche da loro intraprese. Per questo pure io, trovandomi a metà tra la ricerca accademica in studi islamici e la militanza politica radicale, ho deciso di riappropriarmi dell’identità di islamo-sinistroide.

Credo che sia fondamentale partire da qui, dal posizionamento, dai modi che scegliamo per definirci. Come ci ha insegnato Gramsci e molt* altr* dopo di lui, essere partigian* è necessario, perché l’imparzialità è sempre complice dell’ideologia dominante. Io ho deciso di schierarmi dopo che, ad appena tre mesi dal mio arrivo a Parigi, la capitale francese è stata colpita dai ben noti attentati rivendicati da Daesh. Come nei casi di Colonia e Orlando, da subito il discorso dominante ha assunto i toni del razzismo, dell’islamofobia e del neo-imperialismo. Mentre si contavano i morti del Carillon, del Bataclan e dello stadio di Saint Denis, il Presidente francese François Hollande in diretta nazionale parlava di guerra al cuore dell’Europa e decideva di instaurare uno stato d’emergenza che, a fine luglio, è stato prolungato di altri sei mesi.

Tra le misure che il governo francese voleva approvare in quei momenti, oltre al potere eccezionale conferito alla polizia e alla restrizione della libertà di stampa, si parlava della chiusura delle frontiere e della cosiddetta decheance de nationalité, ossia il ritiro della nazionalità francese a quelle persone che, aventi una doppia cittadinanza, venivano sospettate o incriminate per atti terroristici.

Da novembre, dunque, in Francia si è radicalizzato un clima islamofobico esistente già da tempo. Nel discorso politico e nei media mainstream si è rafforzata la retorica dello “scontro di civiltà”, che – in un’ottica dicotomica e neo-orientalista – vuole opporre a un Occidente moderno, democratico e laico un Islam arretrato, violento e liberticida. Così facendo è diventato di colpo chiaro che il nemico da combattere era non solo esterno (Daesh) ma soprattutto interno. “Bisogna mettere un freno alla radicalizzazione islamista dei giovani musulmani di quartiere”, “bisogna pretendere dall’Islam moderato, dalla comunità islamica francese o europea una presa di distanza dalle violenze terroristiche”: questi i discorsi comuni che, nel giro di qualche giorno, hanno valicato le frontiere, arrivando anche in Italia.

Ora, vorrei parlarvi di come queste ed altre retoriche abbiano colpito le vite delle ragazze e delle donne musulmane francesi, già marginalizzate e discriminate in quanto racisées e in quanto figlie dell’immigrazione post-coloniale. Prima, mi preme tuttavia illustrare rapidamente un paio di analisi, in risposta ai discorsi fin qui riportati: la modalità essenzialista che vuole etichettare come “identiche” e – in questo caso – come “colpevoli” tutte le persone appartenenti a una certa fede religiosa o in base all’origine è da ritenersi senza esitazione razzista e neo-colonialista. Una “comunità islamica”, globale o nazionale, inoltre, non esiste: a differenza del cattolicesimo, l’Islam – a cui pure andrebbe resa una certa complessità, dato che esiste un Islam sunnita e uno sciita, che a loro volta non sono monoliti invariabili ma griglie che si delineano e si strutturano in base alle scuole giuridiche di interpretazione, ai momenti storici di riferimento, alle specificità locali e a molto altro – non ha dei leader spirituali e/o politici di riferimento; soprattutto, le persone che noi identifichiamo in un unico blocco come “musulmane”, spesso, a parte la fede (che, come abbiamo velocemente ricordato, non è unica né monolitica), non hanno nulla in comune: vivono in, o provengono da, paesi con storie e culture anche diversissime fra loro (dal Marocco all’Indonesia), appartengono a classi sociali diverse, abitano in contesti diversi (rurali o cittadini), hanno età, generi e posizionamenti individuali diversi.

In Europa, tuttavia, la storia comune che queste persone spesso hanno è quella di provenire da stati occupati fino a meno di sessant’anni fa dai grandi imperi coloniali europei. La Francia, in particolare, ha una storia di immigrazione che risale al secondo dopoguerra, quando furono chiamati a lavorare nel territorio metropolitano soprattutto uomini magrebini. Oggi, pertanto, un/una musulmano/a francese è nato/a e cresciuto/a in Francia, o meglio, nelle banlieues francesi, le grandi periferie operaie e ghettizzate, soprattutto intorno a Parigi.

Dunque, come accennavo all’inizio di questa lunga premessa, gli attentati del novembre scorso a Parigi non hanno creato ex-novo il clima islamofobico che ho tentato di descrivervi, ma si sono inseriti in un processo di razzismo istituzionale lungo più di trent’anni. In particolare, per quanto riguarda le donne musulmane, si è parlato di islamophobie genrée (“gendered”, “genderizzata”). Se, in generale, il discorso eurocentrico ha sempre considerato il modo in cui le Altre società trattavano le donne un termometro della loro arretratezza, con l’Islam, in particolare, questa retorica è decuplicata: La donna musulmana, rinchiusa tra mura e veli, è L’OPPRESSO da salvare. Le donne musulmane (al plurale) velate, in particolare, urtano la sensibilità repubblicana e universalista perché rendono visibili, con i loro corpi, le contraddizioni post-coloniali altrimenti dimenticate o completamente rimosse. Le donne velate rendono visibile la loro fede in uno spazio pubblico che l’universalismo francese vorrebbe neutro e laico – ossia, bianco e di cultura cattolico-europea.

Proprio per tali motivi, contro le donne musulmane iniziò una lotta all’invisibilizzazione, una crociata laica e repubblicana che aveva come fine l’esclusione. Risale al 1989 la prima esclusione da una scuola pubblica di due ragazze velate. In quell’anno, il Consiglio di Stato ritenne tuttavia che il foulard islamico fosse compatibile con la legge francese sulla laicità del 1905. Il Ministero dell’Istruzione emanò, pertanto, una circolare che rimetteva agli insegnanti la possibilità di decidere, caso per caso, se le ragazze velate potessero essere accettate o escluse dall’insegnamento pubblico.

Tra il 1989 e il 2004, anno in cui venne approvata la legge contro i “simboli religiosi ostentatori nelle scuole pubbliche” vi fu una vera e propria costruzione mediatica dell’“affare del velo”. Con la legge del 15 marzo, che teoricamente avrebbe voluto tutelare la laicità dello stato francese, in realtà vennero colpite centinaia e centinaia di giovani ragazze musulmane: i numeri esatti non sono disponibili, ma diversi studi hanno stimato a quasi un migliaio le ragazze che al rientro a scuola, nel settembre del 2004, o non si presentarono direttamente in classe, o vennero espulse in seguito al rifiuto di togliere il velo, o vennero obbligate a firmare delle dichiarazioni di “abbandono volontario” della scuola.

In un dibattito pubblico che escluse completamente le dirette interessate, il discorso si incancrenì – di nuovo – su posizioni dicotomiche: velo sì, velo no. O si era a favore della legge contro il velo, e dunque a favore della laicità di stato e del primato dei valori repubblicani, o si era considerati islamisti (o islamo-sinistroidi) e quindi “complici” dell’oppressione imposta dall’Islam alle donne: insomma, una nuova legittimazione della retorica dello scontro di civiltà, del “o sei con noi o sei contro di noi”. La legge del 2004 divenne pertanto prova concreta del fatto che l’universalismo alla francese non fosse per nulla universale, e che alle categoria di “umano” – sventolata come una bandiera dal paese culla dell’umanesimo – vi si accedesse, in realtà, solo sulla base di una serie di caratteristiche: essere uomo, essere bianco, essere di origine francese, provenire dalla classe media o media superiore, essere laico. Le ragazze musulmane velate, non facendo parte di nessuna di queste categorie, subirono pertanto le ingenti ricadute psicologiche e sociali di una legge escludente.

Non solo: per approvare la legge del 15 marzo, in un modo tanto subdolo quanto accettato e/o appoggiato dalla stragrande maggioranza delle femministe francesi, il governo strumentalizzò il discorso femminista, dichiarandosi difensore dei diritti delle donne ma, nella realtà dei fatti, riproponendo lo schema già applicato nelle colonie francesi, in particolare in Algeria, del cosiddetto “svelamento” delle donne indigene, le quali avevano la fortuna di essere liberate dai coloni che si dichiaravano portatori di una “missione civilizzatrice” verso le popolazione arretrate.

La Francia, dal 2004 in avanti, fece pertanto ricorso a quella che potremmo definire una cruenta retorica femo-nazionalista, di cui fu sostenitore, tra gli altri, l’allora Ministro dell’Interno e successivamente Presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy. Basti citare il discorso da neo-eletto presidente, nel maggio 2007, in cui Sarkozy si rivolse alle “donne oppresse del mondo intero” promettendo loro la cittadinanza francese, nel caso in cui avessero voluto fuggire dalle oppressioni che vivevano nei loro paesi natali. Naturalmente Sarkozy non fece in quel momento, né prima, né dopo, riferimento alle oppressioni e alle violenze che le donne francesi già subivano in patria – sessismo e maschilismo quotidiani, gap salariali, femminicidi, legge contro il velo, che certo colpiva solo le ragazze musulmane le quali, tuttavia, erano anche cittadine francesi.

In un panorama di accecamento generale non solo dei collettivi e delle associazioni femministe, ma anche di gruppi di sinistra e di associazioni antirazziste, si sono per fortuna verificate diverse esperienze di lotta intersezionale: tra queste, il collettivo “Une école pour tou.te.s”, che accusava apertamente la legge del 15 marzo 2004 e rivendicava il diritto di tutte e tutti le/gli studenti a un’istruzione pubblica. La peculiarità di questo movimento fu il suo carattere trasversale ed eclettico: se fino a quel momento solo le associazioni musulmane si erano apertamente schierate contro la legge, esso, invece, era composto da gruppi musulmani, da organizzazioni antirazziste, da partiti di sinistra, da associazioni LGBT, da femministe storiche e da attori delle lotte dell’immigrazione e delle banlieues. Il collettivo permise in questo modo di estrarre la lotta contro l’esclusione delle ragazze velate dal terreno religioso per ancorarla in quello dell’antirazzismo e del femminismo.

Nel maggio del 2004 nacque inoltre il Collectif des Féministes pour l’égalité, che aveva allora come presidenti Christine Delphy (storica femminista materialista, fondatrice, insieme a Simone de Beauvoir, della rivista Nouvelles Questions Féministes) e Zahra Ali (allora liceale di Rennes, poi curatrice del volume Féminismes Islamiques). Il collettivo, composto di donne francesi, migranti, figlie dell’immigrazione, credenti e atee, dichiarava di agire «in nome di un femminismo meticcio, che cerchi innanzitutto di chiarire i rapporti complessi che esistono in Francia tra il passato coloniale, il razzismo, l’islamofobia e l’essenzializzazione dell’islam». Adottando una critica postcoloniale del femminismo francese maggioritario, il CFPE si è posto in continuità con il black feminism statunitense, aprendo la strada a una critica radicale di alcuni fondamenti del femminismo egemone. Tra questi: la messa in discussione del carattere “universalista” della categoria “donna”, in nome della pluralità delle esperienze, delle priorità e dei percorsi attraversabili, oltre che dei diversi modi di emancipazione.

Da queste esperienze il panorama femminista francese ha visto nascere molte altre realtà tra le quali, fra le più interessanti, troviamo il collettivo “8 Mars pour Tou.te.s”, coalizione di gruppi, associazioni e collettivi che dal 2012 organizza una manifestazione indipendente da quella istituzionale per la giornata internazionale di lotte per i diritti delle donne. Con la volontà di creare uno spazio femminista intersezionale e non escludente, il collettivo ha preso posizione su tutti quei temi che attraversano, dividono e contraddicono il femminismo bianco e occidentale contemporaneo (diritti/lotte delle/dei sex workers, delle donne musulmane, procreazione medicalmente assistita e gestazione per altri), producendo un nuovo clima di alleanze intra-locali trasversali.

Per concludere, se le teorie femministe postcoloniali e intersezionali possono arricchire le nostre analisi con moltissimi strumenti, i femminismi musulmani e le lotte delle donne musulmane sono senz’altro portatrici di una carica di de-essenzializzazione che può davvero svoltare le nostre pratiche quotidiane, di vita e di lotta. Non solo i femminismi musulmani riescono a de-essenzializzare in modo potentissimo l’islam e la visione dell’islam che abbiamo in occidente, ma riescono anche a de-essenzializzare, mettere in crisi ma al contempo riempire di nuova linfa vitale lo stesso femminismo.

In che modo tutto ciò può giovare ai femminismi italiani, e come le femministe italiane possono inserirsi in questa riflessione? Innanzitutto, attraverso il riconoscimento – necessario – dei propri privilegi, ma non solo: la necessità di posizionarsi, di superare l’ideologia e il binarismo che spesso strutturano le forme mentis delle femministe anche più “decostruite”; la necessità di svincolare i propri discorsi dalle retoriche colonialiste e dominanti (chiedendoci, ogni tanto: “le posizioni che prendo/che appoggio sono in linea con quelle di Bush, Sarkozy, Renzi o possono sostenerne i progetti neo-imperialisti? Meglio che mi fermi un attimo a riflettere”); la necessità non solo di decostruire ma proprio di disimparare (unlearn, come suggerisce Spivak) le categorie dentro cui ci muoviamo, aprendoci al potenziamento che le teorie e le pratiche post/de-coloniali e intersezionali possono portarci.

Marta Panighel

 

 

Quanto vale un velo

Autore: liberospirito 4 Ago 2016, Comments (0)

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Da alcuni giorni stanno circolando sulla rete alcune immagini di uomini con il capo coperto. Si tratta di un’iniziativa lanciata dalla blogger iraniana Masih Alinejad con l’hashtag #MenInHijab (Uomini con l’hijab) per incoraggiare gli uomini a sostenere le donne nella protesta contro l’obbligo di indossare il velo. Così diversi uomini hanno deciso di postare sui loro profili social foto che li ritraggono con il capo velato.

Si tratta di una protesta sul piano simbolico. La blogger iraniana ha tenuto a precisare che non si tratta di una campagna contro l’hijab, ma contro una legge che impone l’utilizzo dell’hijab stessa alle donne. Secondo le leggi iraniane le donne sono costrette a vestire “in modo adeguato” in pubblico, ossia indossando un velo, portando abiti larghi che non lascino trasparire in alcun modo le forme. La pena prevista in caso di infrazione va dalla multa, alla prigione (da tre mesi a un anno) fino alla flagellazione. Tempo fa l’associazione “Justice for Iran” ha denunciato che nell’arco di dieci anni sono state arrestate decine di migliaia di donne a causa del copricapo “inadeguato”. Questo perché la legge iraniana vuole seguire alla lettera il dettato del Corano. Lì sta scritto (sura 24,31 ma vedi anche 33,59) che le donne, oltre a essere caste e a tenere lo sguardo abbassato, debbano coprirsi con veli il capo, i seni e non facciano mostra di “ornamenti femminili” se non ai mariti e alla ristretta cerchia dei familiari.

Segnaliamo questa iniziativa, non solo perché ne condividiamo la finalità, ma soprattutto perché interseca alcuni temi quanto mai attuali. In primo luogo la denuncia dell’invenzione della tradizione (a cui non solo l’islam, ma pressoché tutte le istituzioni religiose sono legate); poi le questioni di genere, ovvero il tratto patriarcale, con tutte le implicazioni misogine, che accomuna gran parte delle religioni, e il rifiuto da parte di molti uomini di riconoscersi in ciò; infine il ricorso a una pratica orizzontale che utilizza i nuovi media come forma di socializzazione della protesta. Ben fatto!

Scriblerus

 

Islam e omosessualità. Un’intervista

Autore: liberospirito 16 Dic 2015, Comments (0)

Può esistere un islam europeo del terzo millennio? E ancora: è possibile coniugare fede islamica e sensibilità queer? Sembrano questioni letteralmente paradossali, impossibili da affrontare, soprattutto dopo le stragi di Parigi. Proprio per questo merita leggere questa intervista a Ludovic-Mohamed Zahed, imam gay – di provenienza algerina, ma residente a Parigi – che ha fondato proprio a Parigi la “Moschea inclusiva dell’unità”, la prima moschea in Europa espressamente aperta ai gay: “un luogo di protezione e adorazione, con preghiere comuni praticate in un contesto egualitario e senza alcuna forma di discriminazione basata sul genere, e basata su una interpretazione progressista dell’Islam”, secondo la sua definizione. Quanto segue sono ampi stralci di un’intervista su questi temi apparsa sul sito di “Micromega”.

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Lei è un coacervo di stigmi. In quale delle identità si sente più a suo agio? Quale comunità la accetta di più? 

Tutto è difficile. Ma è paradossale: è più facile quando sei discriminato su più fronti, perché sei più forte e sei capace di superare ogni stigma. Lo stigma può spazzarti via dalla faccia della terra o farti più forte. Dopo che hai affrontato la prima discriminazione, poi la seconda, la terza… cominci a capire cosa c’è alla base di ogni discriminazione. Il meccanismo è sempre lo stesso, solo la facciata cambia.

Come è diventato imam? Chi l’ha scelto?

Ho fondato la prima moschea inclusiva in Europa a Parigi, e avevo studiato teologia islamica cinque anni in Algeria. La mia comunità e l’organizzazione di omosessuali musulmani di cui ero parte mi hanno detto: abbiamo bisogno di un imam, e io ho detto: d’accordo, ma solo se studierete con me per diventare anche voi imam. Poi si sono aggiunte molte persone che volevano pregare con noi, anche etero che volevano sapere di che parlavamo. Perché, quando si parla di islam, si parla di cose che vogliamo applicare alla nostra vita. E quindi eravamo gay e transessuali che curiosamente eravamo la avanguardia del nuovo islam riformato in Francia. Oggi comunque non sono più l’imam principale. Io volevo solo istruire altre persone e dire loro: ora siete liberi di fare quello che pensate sia meglio per voi. Io ora mi concentro più sulla ricerca.

Si può smettere di essere imam?

Ci sono diversi tipi di imam. L’imam che guida le preghiere, l’imam che fa le fatwā – quindi ricerca, pubblicazioni, eccetera: un teologo – e infine l’imam che insegna ad altri imam nella madrasa. Prima guidavo più le preghiere, oggi faccio più ricerca e insegnamento.

La moschea dell’unità che ha fondato è realmente significativa nel mondo musulmano o è un’eccezione?

Mi piacerebbe dire che ogni moschea è un’eccezione perché come noto non esiste un clero nell’islam. C’è piena libertà, con tanti svantaggi: ciascuno può dire di essere un imam e che ucciderà tutti perché gliel’ha detto Dio. Ma allo stesso tempo, se invece vuoi riformare la visione dell’islam, è molto semplice. Basta avere una comunità alle spalle.

Sembra che la posizione dell’Islam sull’omosessualità sia abbastanza chiara: incompatibilità assoluta. Come riesce a far convivere le sue due identità?

Spesso si indicano Sodoma e Gomorra, nell’antica Mesopotamia. Secondo lo storico Erodoto, la gente di quelle città adorava una dea dell’amore e della guerra, che era una rappresentazione molto violenta della loro religione. Le offrivano la verginità e la sessualità dei loro figli e delle loro figlie per fertilizzare i campi. A quei tempi, i preti usavano già il loro potere per controllare le identità della gente. La vera gente di Sodoma e Gomorra non era omosessuale. Gli uomini, le donne e i bambini erano interessi da sacrificare.

C’è un verso importante nel Corano: Dio parla agli abitanti di Sodoma e Gomorra attraverso la bocca degli angeli. Non c’è alcuna referenza all’omosessualità nel Corano. Menziona soltanto lo stupro di uomini, donne e bambini nel nome di un’ideologia. Esattamente quello che fanno i leader musulmani fascisti e immorali oggi nel nome dell’islam. Sono loro i veri sodomiti, non gli omosessuali.

Nonostante le dichiarazioni di molti accademici musulmani, la posizione dell’islam sull’omosessualità è molto complicata. Benché molti musulmani credano che Allah abbia una netta preferenza a che i fedeli si impegnino in matrimoni eterosessuali date le lodi che ne fa, in realtà né Allah né il Profeta (che la pace discenda su di lui) hanno mai apertamente bandito le relazioni omosessuali per i musulmani, né Allah ha mai condannato identità sessuali alternative.

Alcuni accademici musulmani invece bandiscono del tutto l’omosessualità basandosi sulla loro interpretazione dei versi 4:15-16 del Corano [che condannano uomini e donne che hanno relazioni fuori dal matrimonio, ndr] e sulla loro lettura sbagliata della storia di Lot [che nella Bibbia scappa da Sodoma e Gomorra e la cui moglie si trasforma in statua di sale, ndr].

La posizione del Corano e dell’Hadíth [l’insieme dei racconti sulla vita di Maometto che costituisce la Sunna, parte integrante del diritto islamico assieme al Corano,ndr] sull’omosessualità è molto più complessa di quanto si immaginino molti musulmani. Tra i compagni del Profeta, c’erano i mukhannathun, gruppo di omosessuali travestiti, talvolta mal tradotti con la parola “eunuchi”, ermafroditi o uomini effeminati. Anche se è chiaro che molti dei compagni erano loro fortemente ostili, il Profeta ne protesse almeno uno da un linciamento. Non solo li tollerava, ma – secondo un verso del Corano – ne impiegò uno in casa. Dopo la morte del Profeta, molti mukhannathun ebbero un ruolo molto importante nella vita e nella cultura della città di Medina. I mukhannathun, che il Profeta si rifiutò di eliminare nonostante le pressioni dei suoi compagni, sopravvivono ancora oggi nei paesi musulmani.

Lei sostiene spesso che se oggi fosse vivo, Maometto sposerebbe le coppie gay. Come può esserne tanto certo? 

Ne sono certo perché era una persona pragmatica che rispettava il benessere delle persone, secondo la tradizione. Cinque anni fa fondai l’organizzazione degli Omosessuali musulmani di Francia perché non volevo rifiutare né la mia omosessualità né il mio islam. Quando scoprii che potevo essere entrambe le cose, trovai pace. La Fratellanza salafita era molto importante in Algeria negli anni Novanta. Quando ero adolescente, ero molto affascinato dall’islam, e fu per questo che mi unii a loro nelle moschee, e diventai salafista. Allora era l’unico islam disponibile. È così che imparai l’arabo e a leggere il corano a memoria. Sfortunatamente tutta la filosofia di vita bellissima di rispetto contenuta nell’islam era macchiata da un’ideologia che era il contrario della spiritualità religiosa. Oggi rifiuto totalmente una rappresentazione fascista o politica della mia tradizione spirituale che so essere ispirata dalla pace.

Per lei l’islam sociologicamente non esiste. L’islam sono i suoi fedeli, come lei. Per cui dice che chiunque voglia escludere per esempio gay o donne si mette fuori dall’islam. Come possiamo essere sicuri che non sia lei a essere fuori dalla fede?

Sociologicamente, l’islam non è vivo e non parla. La nostra relazione con il divino è unica per ciascun essere umano, senza maestri fra Dio e ciascuno di noi. In arabo lo chiamiamo Tawhid: unicità di Dio che rispecchia l’unità umana, attraverso il pluralismo e la diversità. Questa è la mia rappresentazione dell’islam: “essere in pace”, come dicevo. La sfida maggiore di oggi nelle società arabo-musulmane è il fascismo, che è una minaccia comune a tutte le società che vivono una crisi economica e politica. Ma questo non ha nulla a che fare con l’islam o la cultura araba in sé. Alcuni vogliono imporre un’ideologia fascista attraverso l’islam. Purtroppo questo succede continuamente in molte culture e religioni. Loro cercano di mostrare una facciata di bontà e felicità, ma pensano solo a se stessi, sono concentrati sulle loro paure e fobie. E hanno bisogno di trovare capri espiatori, e di solito sono le minoranze religiose o etniche. Il vero problema è che la società islamica è perduta. Un giorno forse troveremo il modo di risolvere questo problema, Insh’Allah, con la volontà di Dio. Io sono sicuro che Dio rispetta la mia scelta perché per me l’islam aiuta ciascuno di noi nella sua ricerca della felicità, mentre il fascismo pretende solo di normalizzare e poi controllare le sessualità.

Torniamo alla Francia. Come crede che stia gestendo la convivenza con il mondo musulmano? Crede che il modello laicista francese possa essere esportato?

Sono trent’anni che in Francia stiamo cercando un rinnovato equilibro stabile tra la laicità e il cosiddetto “islam francese”: non un islam importato, ma una rappresentazione del nostro background adattato alle nostre leggi e al nostro contesto culturale qui e ora. Abbiamo ancora questioni aperte come può immaginare.


Il 9 di maggio ha preso avvio la Biennale Arte di Venezia. Per l’occasione un artista di nazionalità svizzera (Cristoph Büchel) ha preparato un’installazione che ha subito suscitato una serie di polemiche. Büchel non è nuovo a operazioni del genere: il suo obiettivo, infatti, è quello di denunciare – attraverso un lavoro di satira e di demistificazione – le contraddizioni presenti nelle forze ideologiche dominanti. Ma che cosa c’entra tutto ciò con la religione e la libertà? Per capirlo ecco un articolo proveniente dal sito www.italialaica.it, a firma di Luigi Urettini. 

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L’artista svizzero Christoph Buchel è stato incaricato dall’Islanda di gestire il suo Padiglione per la Biennale d’Arte di Venezia.

Buchel ha preso in affito la chiesa di Santa Maria della Misericordia, di proprietà privata e chiusa dal 1969, per farne un’istallazione: “The Mosque: the first mosque in the historic city of Venice” (La prima moschea nella città storica di Venezia). Installazione che, come ha detto il presidente della comunità islamica di Venezia, Amin Al Adhab, è riuscita a “scaldare i cuori di 20 musulmani”.

All’interno c’è il mihrab che indica la direzione della Mecca, il pulpito per l’iman, tappeti e iscrizioni coi versetti del Corano. Chiunque può entrare, togliendosi le scarpe, come d’uso.

C’è stata una provocazione: un visitatore, leghista, non ha voluto togliersi le scarpe, dicendo che quello era un padiglione della Biennale e non una moschea. Subito i leghisti e i neofascisti del Fronte Nazionale hanno inscenato una manifestazione contro i musulmani.

La Curia ha protestato perché non è stato chiesto il suo permesso per trasformare una Chiesa cattolica in una Moschea. Da notare che nella Chiesa della Misericordia non si celebrano più dal 1969 riti della religione cattolica, e, anzi,  è stata venduta a privati. Nessuno è in grado di dire se sia ancora consacrata!

Il Comune, commissariato dopo i fatti del Mose, ha tirato fuori un cavillo giuridico: non è stato chiesto il “cambio d’uso”! Il Prefetto si appella a questioni di sicurezza: il luogo, aperto al pubblico, si presta a provocazioni di estremisti!

Si dà tempo all’artista svizzero di sgombrare entro il 20 maggio. Conoscendo il gusto per la provocazione di Christoph Buchel, si dovrà ricorrere ai celerini!

La realtà è che tra poche settimane ci saranno le elezioni regionali e per il Comune di Venezia l’antislamismo paga sempre! Stupisce invece la posizione della Curia che si oppone all’uso religioso, islamico, di una Chiesa chiusa da quarant’anni e venduta a privati. Come se a Venezia mancassero le chiese. Ma l’attuale patriarca, successore del ciellino Scola, è un tradizionalista, ben lontano dalle idealità ecumeniche di Papa Francesco.

Certo, sarebbe vergognoso che una città cosmopolita come Venezia, dove ci sono ben tre sinagoghe, una chiesa ortodossa e una armena, si vietasse l’uso temporaneo di una moschea: occorrevano gli islandesi per far scoppiare una simile contraddizione!

Luigi Urettini

Pubblichiamo un recente articolo di Paolo Naso, apparso su “NEV-Notizie Evangeliche”, servizio stampa della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia. Prendendo spunto da una recente sentenza del TAR di Brescia, che condanna il comune di Brescia in materia di delibere riguardanti la costruzione di edifici religiosi non cattolici, l’autore propone una rilflessione sulla latitanza da parte di tutti gli schieramenti politici in merito all’attuazione del principio costituzionale circa la libertà religiosa. Che sempre più spesso debbano intervenire i tribunali è un triste segnale dell’indifferenza o dell’opportunismo della classe politica. Per questo i cittadini stanno imparando ad affrontare in prima persona, senza deleghe di sorta, le questioni che li riguardano, siano esse di natura religiosa o di altra provenienza.
libertà religiosa
Ogni Comune deve prevedere spazi per moschee e luoghi di culto delle varie confessioni religiose: in sintesi è quanto all’inizio dell’anno ha sentenziato il TAR di Brescia accogliendo il ricorso di un’associazione islamica locale. Bocciato così il Comune che, nel suo Piano di governo del territorio (Pgt, il vecchio “piano regolatore”), aveva previsto oratori e campanili ma aveva escluso la possibilità di costruire moschee, templi buddhisti, chiese pentecostali e così via.
Nella visione e nell’intenzione degli amministratori locali Brixia fidelis era e resta una città cattolica che non prevede spazi per le altre confessioni religiose. Il TAR ha però corretto questa interpretazione facendo valere le norme costituzionali secondo le quali “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere di fronte alla legge” (art. 8) e “tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume” (art. 19). Un boccone amaro per la giunta di centrosinistra: solo qualche mese fa si era insediata dopo aver clamorosamente sconfitto il centrodestra responsabile del Pgt ed oggi si trova sullo stesso banco degli accusati sul quale da decenni siedono i leghisti, da sempre impegnati in una rumorosa guerra “alle moschee” che in realtà si intende rivolta a tutti i luoghi di culto non cattolici frequentati in prevalenza o interamente da immigrati. Per parte sua, la comunità islamica si era prontamente mobilitata e aveva denunciato l’incostituzionalità della negazione di spazi pubblici destinati alle numerose comunità di fede che negli ultimi venti anni si sono insediate a Brescia, la città – va ricordato – con una concentrazione di immigrati tra le più alte d’Italia.
Non è affatto la prima volta che a correggere interpretazioni restrittive ed escludenti in materia di libertà religiosa e parità dei diritti tra le varie confessioni intervenga un tribunale. I precedenti sono molti e giuridicamente rilevanti, a iniziare da storiche sentenze della Corte Costituzionale in materia di laicità dello Stato.
Che su una materia delicata e rilevante come la libertà religiosa e di culto debbano periodicamente intervenire i tribunali, resta però una grave anomalia che denuncia i ritardi colpevoli delle forze politiche. Tutte. Se la Lega Nord ha fatto dell’esclusione e del pregiudizio anti-islamico e xenofobo la sua bandiera, va comunque denunciata l’incapacità delle forze moderate del centrodestra e di gran parte del centrosinistra di proporre e sostenere un discorso alternativo, costituzionalmente fondato e, soprattutto, operoso, capace cioè di fare piazza pulita delle foglie secche di retaggi confessionalisti e privilegiari per approvare nuove norme in materia di libertà religiosa, di culto e di coscienza: è il tema urgente di una nuova legge sulla libertà religiosa e di coscienza che da anni impegna la Federazione delle chiese evangeliche in Italia così come altre espressioni confessionali e culturali.
Ma se la Lega ha la gravissima responsabilità di promuovere un’impresa culturale e politica che alimenta pregiudizi ed esclusioni, le altre grandi forze politiche – salvo qualche personalità generalmente poco ascoltata – preferiscono ignorare un tema che invece ha una crescente rilevanza culturale e sociale.
Da anni, ad esempio, in Lombardia vige una norma regionale altrettanto discriminatoria del Pgt bresciano che impedisce la “conversione d’uso” per luoghi che si intende adibire al culto (legge 12, art. 52 comma tre bis). Vale a dire che una comunità religiosa che acquisisce un locale, sia pure pienamente a norma in materia di sicurezza che però “nasce” con altra finalità, ad esempio un cinema o un supermercato, non può ricevere dal Comune l’autorizzazione all’utilizzo per finalità di culto. Se una comunità vuole aprire un luogo di culto se lo deve costruire chiedendo regolare licenza, ma per ottenere la licenza occorre che ci sia un’area destinata nel Pgt, che però, come nel caso di Brescia, in gran parte dei Comuni della Lombardia (e non solo) non è prevista. Carenza che nei fatti produce un divieto.

La sentenza del tribunale bresciano ristabilisce un fondamentale principio costituzionale ma, a leggerla in un contesto più ampio, ci dice che la classe dirigente – a partire da quella locale che dovrebbe avere sensibilità e legami territoriali più forti – non ha ancora compreso la portata del cambiamento sociale e culturale in atto. Soprattutto non ha capito che moschee e gurdwara sikh, chiese e sale del Regno, templi e sinagoghe non impoveriscono il territorio ma al contrario lo arricchiscono, perché sono luoghi in cui tante persone – italiani e immigrati – si incontrano, si sostengono, formano i loro figli, rafforzano legami di solidarietà. Per fortuna lo afferma un tribunale ma come cittadini di uno stato democratico ci aspetteremmo che lo riconoscesse anche chi ci amministra e ci governa.

Paolo Naso

La rivolta che non crede nel futuro

Autore: liberospirito 27 Ago 2013, Comments (0)

Questo articolo di Franco Berardi “Bifo” (scrittore e agitatore culturale) è apparso su “Alfabeta2” all’incirca alla metà di luglio, quindi ben prima che riesplodesse la polveriera egiziana in seguito all’arresto del presidente Morsi da parte dell’esercito. Ciononostante lo pubblichiamo perché resta ancora attuale. Il tema è quello della possibilità di una trasformazione reale della società egiziana (e di quella nordafricana in generale) stretta tra fondamentalismo religioso da una parte e ingerenza delle potenze occidentali dall’altra. Pur nella difficoltà (o impossibilità) di intravedere un “altro mondo possibile”, molti, soprattutto giovani, non si rassegnano e continuano a scendere in piazza e a protestare. La rivolta e la protesta divengono la sospensione temporanea di una condizione sempre più intollerabile. Qui l’autore sembra evocare l’idea della costruzione di “zone temporaneamente autonome”, elaborata anni addietro da Peter Lamborn Wilson (alias Hakim Bey), un profondo conoscitore della cultura islamica. Non a caso. Proprio il concetto della TAZ (zona temporaneamente autonoma) resta strettamente connesso a quello – da noi pressoché sconosciuto – di qiyamat (la “grande resurrezione” che conduce all’abrogazione delle norme religiose e dei poteri vigenti), elaborato all’interno di una corrente eretica shita e a suo tempo analizzata proprio da Lamborn Wilson. Come dire, tout se tient

 egypt protests

Verso la fine degli anni Novanta, a un giornalista che gli chiedeva se non fosse stato un errore armare gli islamisti afghani, Zbigniew Brzezinski, consulente della presidenza Carter, rispondeva, con l’arroganza di chi ha non capito l’essenziale: «Cos’è più importante nella storia del mondo? I Talebani o il collasso dell’impero sovietico? Qualche esaltato musulmano o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?»

Adesso sappiamo che la fine della guerra fredda non ha aperto un’epoca di armonia universale con qualche marginale disturbatore esaltato, ma ha inaugurato un’epoca di aggressività identitaria e di follia suicida. Il suicidio non faceva parte dell’armamentario dei sovietici, mentre è un elemento essenziale dell’islamismo contemporaneo. Perciò la guerra che Bush dichiarò infinita ha caratteri di asimmetria e d’imprevedibilità che non si possono ricondurre ad alcun pensiero strategico. L’illuminismo protestante che sta a fondamento dell’episteme strategica americana è incapace di interpretare i segni della cultura islamica, e la nozione formale di democrazia è inadatta per interpretare l’evoluzione attuale della guerra che si va diffondendo nel continente euroasiatico. Nessuna potenza militare pare in grado di ridurre la violenza contemporanea perché questa sfugge alle categorie della politica.

«La disperazione non è una categoria della scienza politica ma il movimento islamista non è pensabile se non lo si comprende come testimonianza di disperazione delle masse» , scrive Fethi Benslama, nel suo libro La psychanalyse face à l’Islam, un’indagine sulle origini psicoanalitiche dell’infelicità congenita alla cultura degli arabi, discendenti di Agar, la madre ripudiata e rimossa nella memoria dei suoi figli. L’islamismo contemporaneo è una sfida al razionalismo della politica moderna e della democrazia: interpretare quel che accade tra Kabul a Bengasi con la terminologia della democrazia e dell’illuminismo protestante è un modo per andare incontro alla sconfitta.

Nello scacchiere del mondo islamico si combattono diverse guerre, e nessuna di queste ha molto a che fare con la democrazia, questo feticcio che, svuotato di contenuto e di efficacia in Occidente, viene pubblicizzato con insistenza come un prodotto di scarto che gli occidentali sperano di rifilare a chi non l’ha mai visto.

Sullo sfondo, naturalmente, la guerra che Israele non può vincere. Ma quella guerra promessa per un futuro in(de)finito è il premio per il vincitore delle guerre che intanto si combattono. Anzitutto la guerra religiosa che oppone Islam sciita e Islam sunnita. Il disegno strategico dell’emirato sunnita che appariva una follia quando Osama Bin Laden lo dichiarò all’inizio del secolo, è oggi in piena sanguinosa realizzazione. Intere zone dell’Asia centrale sono militarmente governate dalla logica dell’Emirato: da Falluja ad Aleppo l’emirato sunnita è forza dominante, come nell’area che copre larga parte del territorio afghano ed intere regioni pachistane. La guerra civile siriana è ormai soltanto una guerra per il predominio sunnita, cui la minoranza alawita oppone una resistenza insormontabile.

Vi è poi la guerra sociale: la ricchezza è concentrata nelle mani dei padroni del petrolio (integrati al ciclo della finanza globale), e la miseria di massa che ne consegue alimenta in paesi come l’Egitto o come il Pakistan una conflittualità disperata perché incapace di aggredire il nodo essenziale della distribuzione della ricchezza e delle risorse. Democrazia non significherà niente fin quando la proprietà del petrolio, principale risorsa dell’area, rimarrà nelle mani di una minoranza culturalmente retriva e finanziariamente globalizzata. La rivoluzione egiziana del 2011 è stata preparata da un quinquennio di lotte operaie intense e vaste, ma dopo la rivoluzione del 2011 le condizioni di vita degli operai sono peggiorate e l’economia egiziana non dà segni di ripresa. Le rivolte arabe non cambieranno la realtà di quell’area fin quando non aggrediranno il forziere saudita.

Vi è infine la guerra culturale che il lavoro cognitivo cosmopolita conduce contro l’autoritarismo politico e contro l’oscurantismo religioso. Milioni di studenti, di lavoratori della rete globale, di blogger giornalisti e artisti hanno messo in contatto la dimensione culturale della rete con la strada provocando un cortocircuito che ha rimesso tutto in movimento. Ma questo terzo fronte è per il momento minoritario, e scatena processi che non è in grado di governare. A Tunisi come al Cairo come a Istanbul come a Damasco i movimenti sono iniziati da lavoratori precari ad alto grado di scolarizzazione e di integrazione nel lavoro cognitivo globale. Ma questi movimenti sono stati utilizzati ed emarginati dalle forze islamiste, oppure repressi dall’islamismo al governo, come nel caso della Turchia, dove l’esercito è, almeno per il momento, integrato e sottomesso al neoliberismo islamista di Erdogan. Questi movimenti continueranno a produrre rivolte che rimarranno subalterne sul piano politico, ma serviranno per consolidare ed estendere l’autonomia di una parte crescente della nuova generazione dall’oscurantismo e religioso e dalla violenza militare.

Ero al Cairo in aprile, quando è uscito in alcune sale della  città il film di Ibrahim El Batout El sheita elli fat (Winter of discontent), presentato a Venezia l’anno scorso. Sono andato a vederlo con gruppo di amici che lavorano nel mondo dell’arte e che viaggiano molto spesso nei paesi occidentali. Il film non è piaciuto a nessuno. Tutti lo trovavano ipocrita perché presentava la rivoluzione come l’inizio di un tempo nuovo in cui finalmente il popolo egiziano potrà prendere in mano il suo destino nella libertà.

I miei amici avevano tutti partecipato alle rivolte dell’inverno 2011 come attivisti, giornalisti o come media-artisti, ma nessuno di loro sembrava attendersi un mutamento positivo né (certamente) dal governo islamo-liberista della Fratellanza islamica, né da alcun altro rivolgimento possibile nel prossimo futuro.

Ciò mi ha fatto riflettere su questa generazione che si ribella con forza e radicalità senza nutrire alcuna speranza, senza attendersi alcun miglioramento. Come se la rivolta fosse, in sé, la sospensione temporanea di una condizione intollerabile – e il momento di riconoscimento di tutti coloro (e il numero cresce) che non vogliono più condividere nulla, credere in nulla, né partecipare a nulla. Solo vivere, inventando un altro mondo, non importa quanto impossibile.

Franco Berardi Bifo

www.alfabeta2.it

franco berardi bifo

Maledetta primavera

Autore: liberospirito 20 Set 2012, Comments (0)

Che la religione non sia esperienza intimistica, riguardante la contemplazione del proprio foro interiore lo abbiamo ripetuto innumeri volte. Se è vero – da un lato – che religione e politica non sono sovrapponibili, pena gli esiti di derive fondamentaliste vecchie e nuove, è altrettanto vero che nella religione vi siano implicazioni politiche, così come nella politica vi siano implicazioni religiose, in quanto entrambi riguardano da vicino l’uomo e il suo rapporto con la vita. L’articolo di Marco D’Eramo, uscito giorni fa su “Il manifesto” tenta una riflessione sulle “primavere arabe”, individuando appunto relazioni fra politica e religione e cogliendo riferimenti con la storia trascorsa dell’Europa, a riprova del fatto che il mondo arabo ci è molto più vicino di quanto possa sembrare.

Che fine ha fatto la Primavera araba?

Quindici mesi fa “Il manifesto” organizzava un convegno sulle Primavere arabe intitolato «La speranza scende in piazza». Ora ci si può chiedere dove sono finite quella speranza e quella piazza. Già allora interventi e testimonianze erano cauti, ma certo nessuno poteva prevedere la portata dell’involuzione integralista. Oggi i Fratelli musulmani governano in Egitto, loro omologhi guidano la Tunisia, mentre gli integralisti finanziati e armati dal Qatar e dall’Arabia saudita controllano la Libia e si preparano a conquistare la Siria. Senza contare derive che sembrano marginali (anche se non lo sono) come l’insurrezione islamista in Mali.
Dove regnavano dittature, ora vigono tendenziali teocrazie. Ma è davvero un’involuzione? Il saggista inglese Robin Blackburn, già direttore della “New Left Review”, sostiene da tempo due tesi. Una riguarda la prima rivoluzione democratica in Europa, quella inglese (1642-1651) di Oliver Cromwell e dei suoi puritani. Fu in nome del fondamentalismo cristiano che per la prima volta nella storia un movimento popolare ebbe la forza di tagliare la testa (nel 1648) a un re (Carlo I Stuart). C’è di più: i padri fondatori della democrazia statunitense furono i pellegrini del Mayflower (1620), altri fondamentalisti puritani che fuggivano le persecuzioni religiose.
È quindi per lo meno parziale l’immagine laica della democrazia quale è stata elaborata in occidente: quest’immagine si applica forse alla versione francese del 1789 (anche se persino a Parigi i rivoluzionari sentirono che non potevano abbattere l’ancien régime senza una nuova religione, quella della “Dea Ragione”). Come se una rivoluzione strutturale, un ribaltamento sociale radicale, avesse per forza bisogno di una dimensione escatologica, di una motivazione millenarista.
Ma se anche in Europa rivoluzioni democratiche sono nate come sommovimenti fondamentalisti religiosi, in realtà tra capitalismo e fondamentalismo religioso c’è un legame ancor più ambivalente: è quello tanto esplorato da Max Weber (Etica protestante e spirito del capitalismo) in poi. Ambivalente, perché se da un lato l’etica calvinista trapela da ogni poro del capitalismo moderno, dall’altro la mercificazione di ogni aspetto della vita contiene in sé una dirompente carica dissacratoria (ammirata da Marx).
Da qui la duplicità dell’Occidente (se questa categoria ha un senso) nei confronti degli integralismi. Persino per la laicissima Francia gli studiosi del colonialismo parlano di «paradosso francese»: i francesi difendono a spada
tratta la laicità del proprio stato, ma nelle loro colonie hanno sempre favorito la religiosità e avvantaggiato gli esponenti clericali. Sulla stessa lunghezza d’onda, il multiculturalsmo inglese si è in realtà rivelato, sostiene Amartya Sen, un «multifondamentalismo» perché ha privilegiato come interlocutori gli esponenti religiosi delle minoranze. Senza dimenticare che negli ultimi 30 anni gli Stati uniti sono stati governati per lo più da fondamentalisti cristiani, dalla Moral Majority di Ronald Reagan ai Christian Conservatives di George Bush jr.
In un’accezione più mondana, gli Stati uniti e le potenze occidentali sempre hanno privilegiato ovunque nel mondo i rapporti con i religiosi e gli integralisti rispetto ai partiti laici o di sinistra. All’inizio fu Israele a finanziare
Hamas per minare un’organizzazione allora “laica” come l’Olp. In Pakistan il generale Zia Ul Haq fu preferito al laico Ali Bhutto. In India negli anni ’90 il Bharatya Janatha Party (integralista hindu) fu giocato contro il laico Congress-I della famiglia Nehru. La stessa preferenza per l’integralismo si è manifestata nei Balcani negli anni ’90 e si dispiega oggi in tutta la sua potenza in Medio Oriente. Chi altri ha finanziato in Libia e in Siria il laicissimo Occidente se non i vari salafti, wahabiti, Fratelli Musulmani e altre genie del confessionalismo islamico? Che altro fa se non fomentare e aizzare quello «scontro di civiltà» che dice di aborrire?
Da cui la seconda tesi di Robin Blackburn: ai popoli musulmani non è stata lasciata nessuna chance si sviluppare una democrazia laica; quando ci hanno provato, sono stati mazzolati, come avvenne al borghese (nazionalista) iraniano Mossadeq nel 1953.
L’unica laicità che gli occidentali hanno mai consentito è stata quella delle dittature, militari o non: in Turchia (i generali epigoni di Atatürk), in Egitto (i militari Nasser, Sadat e Mubarak), in Siria (il generale Hafiz al Assad e suo figlio Bashir), in Iraq (il generale ad honorem Saddam Hussein), in Tunisia (Ben Ali, capo dei servizi segreti militari prima di diventare presidente), in Algeria (i generali Houari Boumedienne e Chadli Bendjedid, anche lui ex capo dei servizi di sicurezza militari), e in Libia (il colonnello Muhammar Gheddafi).
È comprensibile come i turchi abbiano avuto abbastanza della laicità tirannica e carceraria dei loro generali e si siano consegnati a un partito islamico. Anche perché tutti questi regimi erano spietati nei rapporti sociali, e l’unica forma di assistenza veniva delle associazioni benefiche islamiche che fornivano – modello Caritas – una rete di protezione alla disperazione dilagante.
È così meno misterioso perché egiziani e tunisini abbiano votato islamico. Il problema è sapere se il presidente Mohamed Morsi (ex leader dei Fratelli musulmani) sarà il Cromwell egiziano oppure un Khomeiny versione araba e sunnita. Se i nuovi regimi confessionali riusciranno a riequilibrare le scandalose sperequazioni economiche e sociali o se invece riannoderanno l’antica alleanza tra clero e feudalesimo; insomma se proietteranno il Medio oriente in una post-modernità islamica o se soppianteranno un corrotto sottosviluppo occidentaleggiante con un bigotto sottosviluppo coranico.

Marco D’Eramo

Donne afghane

Autore: liberospirito 7 Set 2010, Comments (0)

Afghan Women Writing Project – AWWP –  è un progetto iniziato nel 2009 dalla scrittrice americana Masha Hamilton che, grazie all’aiuto di persone amiche impegnate nella cooperazione, riuscì a convincere un gruppo di donne afgane a scrivere i loro pensieri e metterli in rete. In pochi mesi i contributi si sono moltiplicati a vista d’occhio e adesso AWWP è diventato una possibilità di entrare in contatto con un mondo altrimenti inaccessibile come quello delle donne afgane. Non le poche attiviste o giornaliste che, fra mille difficoltà, riescono a far uscire la loro voce, ma le donne normali, le studentesse preoccupate di non poter continuare gli studi perché magari un giorno verranno costrette a sposarsi, le madri angosciate per il destino dei loro figli o le insegnanti che vedono distruggere le loro scuole…tutte quelle donne con capacità di scrivere che possono esprimersi e far udire la loro voce attraverso un sito internet.

“Non mi fido di quelli che dicono di sostenere i diritti delle donne in Afghanistan. Come potrei? In questi anni hanno forse fatto fiorire un bocciolo, ma non hanno portato la primavera. Lasciate pure che restino chiusi nei loro uffici a preoccuparsi dei loro stipendi: ma non ditemi che si preoccupano dei nostri diritti”, scrive una di loro sul sito, e tante altre raccontano, attraverso storie, poesie, fotografie.

La vita di tutte le donne, afghane o iraniane che siano, soggiogate dalla volontà oppressiva e crudele di governi dittatoriali maschilisti, che abusano di dogmi religiosi distorti a loro uso e consumo, mi tocca profondamente e, a parte sollecitare un impotente istinto di solidarietà, mi spinge a riflettere su di noi, “libere” donne occidentali, perché di questa nostra sbandierata libertà non sono poi così convinta e il confronto con quelle donne mi sembra una cosa che potrebbe portare benefici a entrambe le parti.

Su questa pagina  cerco di capire il perché di questo mio sentire e inizio col fare una doppia riflessione: la prima riguarda la falsificazione religiosa a scopo politico/repressivo, la seconda il legame ancestrale delle donne con la terra, la riproduzione, la vita.

Non dico niente di nuovo nel ricordare come non sia patrimonio strettamente islamico quello di usare la religione a scopo repressivo, ma che già la Chiesa cattolica ne fu maestra in passato. Uno per tutti, è sufficiente ricordare il tribunale della “santa” inquisizione coi suoi sacrifici di migliaia di donne sul rogo, insieme a tutti coloro che rivendicavano il diritto di pensare liberamente e vivere ricercando l’essenza della parola evangelica.

Allo stesso modo l’antico rapporto di comunione fra donna e natura, che lega la storia delle donne a quella dell’ambiente, è risaputo. Si sa come le conoscenze empiriche, utilizzate nella cura, nel nutrimento, per la riproduzione e l’allevamento di bambini e animali, sono stati da sempre, nelle culture più diverse, tipicamente femminili ma, di fatto, è successo che lo sfruttamento della natura è andato di pari passo con quello delle donne che, in ogni epoca, in qualche misura, sono state  identificate con essa, tanto che  la dominanza patriarcale degli uomini sulle donne può essere vista proprio come il prototipo di ogni dominazione e di ogni sfruttamento.

Allora, forse un po’ semplificando, si potrebbe arrivare a dire di come – alla radice di tutte le religioni – ci sia desiderio di ricerca, ricerca di libertà, giustizia, uguaglianza tra tutti, maschi e femmine, umani e non, unitamente all’anelito verso la possibilità di raggiungere una condizione dell’essere autenticamente sé stessi, nell’espressione di sé sulla terra.

Si può dire anche che una ben misera parte di questo è stato messo in pratica dalle Chiese costituitesi attraverso il tempo come portatrici del sapere/potere religioso.

E’ facile inoltre riscontrare come sia stata sempre, quasi esclusivamente, la parte maschile dell’umanità a non voler vivere in comunione e in pace, attraverso dialogo e confronto, cercando invece di prendere il sopravvento e il potere, anche a costo di infinite, perenni, guerre.

Allora noi, donne consapevoli di avere un destino simile alla terra – con la capacità di riprodurre la vita nel proprio corpo, di custodirla e proteggerla – possiamo essere solidali le une con le altre, e cercare di prendere la parola per dire che la cura della terra, dell’aria e dell’acqua, della nascita e della morte, delle risorse e, perché no, anche del riuso degli avanzi, sono compiti nostri da sempre,  e non vogliamo rinunciare a questo compito, a questo diritto, a questo dovere, per entrare nel mondo maschilista della competizione facendo di noi stesse delle brutte copie di quegli uomini che hanno rinunciato alla propria parte femminile e a dialogare con le donne. 

Un’economia della riproduzione potrebbe esserci più utile di quella del profitto e dello spreco, come pure l’uso di una ragione appassionata alla vita, un’economia della cura al posto della competizione e della violenza.

Di quante ‘lezioni’ abbiamo bisogno ancora per capire, donne, ma anche uomini accomunati dallo stesso sentire, che è necessario trovare luoghi di parola e forme di azione utili a creare una corrente contraria, anche se piccola, a quella impazzita di un’economia fine a se stessa?  Speriamo che quelle del presente ci bastino.

Le donne afgane, con le loro storie, ci mostrano un limite estremo che fa da contraltare all’illusione di noi donne occidentali, convinte di essere libere mentre viviamo avviluppate nella mercificazione di tutto, correndo il rischio serio di mettere in vendita anche noi stesse.  

 PS

 (ANSA) – ROMA, 1 SET – Mentre prosegue la mobilitazione per Sakineh, altre due iraniane sono state condannate alla lapidazione per relazioni extraconiugali. Il 28 agosto la Corte suprema iraniana ha emesso una condanna all’esecuzione con lapidazione nei confronti di Vali Janfeshani e Sariyeh Ebadi, recluse dal 2008. Secondo l’Iran’s Human Rights Activists News Agency (Hrana) le sentenze sono state emesse al termine di ‘processo vago e ambiguo’ e le due donne non hanno potuto scegliere i propri avvocati.

Tratto da:  terremarginali.splinder.com