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Tag: Isis

Quale “guerra giusta”?

Autore: liberospirito 23 Nov 2015, Comments (0)

Di nuovo sui fatti di Parigi, per non smettere di interrogarsi. Questa volta si tratta di un’intervista a Toni Negri a cura di Francesca Buonfiglioli per conto di “Lettera43”. Quello che emerge è come dietro alla patina e allo strato religioso con cui si autopresentano questi fatti ci sono anche altri aspetti che merita considerare: politici, economici e, più in generale, sociali. In breve: la realtà è più complessa di quanto i rotocalchi e le news televisive vogliono mostrare.

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DOMANDA: Esiste una ‘guerra giusta’?

RISPOSTA. Nell’Alto Medioevo questo concetto ha funzionato per giustificare l’espansione del cattolicesimo imperiali.
D. E ora?
R. Era giusta la guerra del 1914? E quella del 1939? Ho forti dubbi. Erano guerre, è vero. Ma i motivi che le hanno scatenate non si possono certo definire giusti.
D. Non vale nemmeno per il diritto di difesa?
R. Il solo fatto che una guerra sia considerata giusta da alcuni e ingiusta da altri è la negazione stessa del concetto di giustizia.
D. Hollande ha dichiarato guerra all’Isis. Cosa ne pensa?
R. In realtà si tratta di una guerra contro cittadini francesi, belgi, europei: questi sono i terroristi. Il sospetto è che dietro a tutto questo ci siano altri interessi.
D. Quali?
R. Il petrolio, per esempio. Il controllo prima economico e poi politico di una regione che dal 2001 è stata fatta sprofondare nel caos più totale da altre guerre asimmetriche, preventive.
D. Cosa intende per asimmetriche?
R. Dichiarate unilateralmente, combattute da una parte con strumenti tecnologici maturi e dall’altra da formazioni partigiane, di resistenza dopo il disfacimento di eserciti, come quello iracheno, di origine coloniale o subalterni alle potenze occidentali.
D. Stiamo pagando le conseguenze delle campagne dei Bush?
R. Gli Stati Uniti con la loro insipienza hanno ricercato il caos necessario alla loro politica nel momento in cui è terminata la loro supremazia. Ai ‘bordi dell’Impero’ era funzionale mantenere guerre e scontri per ritardare un riequilibrio o, forse, l’instaurazione di un equilibrio alternativo.
D. Poi però la situazione è scappata di mano…
R. La lotta al socialismo e al comunismo non solo dell’Iraq ma dei Paesi della fascia sciita ha comportato lo svuotamento della società. A quel punto i religiosi, invece di soffrire in terra per guadagnare un posto in cielo, hanno cominciato a combattere.
D. Un contesto ideale per la proliferazione e lo sviluppo del radicalismo islamico.
R. L’Isis di fatto in quest’area ha sostituito il welfare dopo 10 anni di distruzione
D. Questo discorso vale anche per le banlieu francesi?
R. Sì, lo stesso è accaduto nelle periferie nel 2005. Solo che in quel caso a bruciare erano solo le automobili.
D. I protagonisti in quel caso erano i ragazzi di terza e quarta generazione di immigrati.
R. È così. Agivano o protetti dagli adulti o contro di essi, fregandosene dei loro richiami all’ordine.
D. Frustrazione, rabbia, desiderio di rivalsa. Ma quale è la causa vera di quegli scontri?
R. La fine del lavoro fordista ha causato una riorganizzazione da cui questa fetta di popolazione è stata di fatto tagliata fuori.
D. Si spieghi meglio.
R. Mentre il proletariato della banlieu era inserito socialmente, via via è stato escluso dalle nuove formazioni dell’economia cognitiva.
D. Per fermare gli scontri il governo si limitò a reprimere. 
R. I governi se ne sono fregati. E ora è orribile vedere un ragazzo che si fa esplodere uccidendo altre persone spinto non solo da una organizzazione che lo ha indottrinato e reclutato, ma anche da condizioni seconde.
D. Rabbia e frustrazione sono un humus perfetto per il radicalismo islamico.
R. Basta vedere la condizione delle scuole frequentate da questi ragazzi.
D. Quale è la situazione?
R. Sono istituti invivibili, e non solo dal punto di vista strutturale, con 40 persone per classe…
D. Per cosa ancora?
R. Per l’estraneità a cui sono relegati. Qui in Francia si parla ancora di “Grandeur”, di Montaigne, di philosophes.E invece siamo di fronte a un’incapacità pedagogica.
D. La famosa laicità francese sta presentando il conto?
R. Ma quale laicità… è una balla, un mito. Il Dio supremo di Robespierre non lo ricorda nessuno (la Ragione, ndr)?
D. In che senso è una balla?
R. Nel senso che è presente nella cultura francese una corrente di pensiero estremamente laica. Ma moltissime persone vanno in chiesa, ci sono movimenti cattolici forti e una destra che richiama alle radici cristiane.
D. E la battaglia contro il velo?
R. Campagne che in realtà sono sostenute da sottilissime minoranze. Eppure hanno portato a pressioni ideologiche dagli effetti disastrosi, sono come piccole punture di spillo continuamente riprodotte.
D. Insomma, mi sta dicendo che sono state un boomerang.
R. In Francia sono stati distrutti movimenti di immigrati politicamente attivi e si è fatta passare l’equazione religione uguale fanatismo. Basta vedere le reazioni sugli autobus e in metro davanti a una donna velata: il disprezzo e il sospetto sono palpabili…
D. Tornando agli attacchi di Parigi, parlare di guerra, nella lotta al terrorismo, ha senso?
R. Mi chiedo solo: «Ora dove stanno i nemici? E gli amici?». La guerra è sempre sbagliata. Ma in passato il nome guerra aveva un fronte, un Piave. Ora siamo in una palude.
D. Tra l’altro il primo ministro Valls ha lanciato l’allarme di nuovi attacchi chimici e biologici.   
R. Vorrei sapere chi li scatena e chi possiamo punire.
D. Si è detto che questa è una guerra non convenzionale. Cosa ne pensa?
R. La stessa definizione del diritto di guerra così come è uscito dalla pace di Westfalia,che nel 1684 pose fine alla guerra dei Trent’anni, non ha più alcun senso. E non parlo solo delle regole della guerra, ma anche del trattamento dei prigionieri per esempio.
D. Quando è saltato?
R. Nel 2001 gli Usa hanno deciso di scatenare una guerra asimmetrica. Adesso stiamo assistendo alla conseguenza della distruzione delle frontiere su cui si basava il diritto internazionale. Lo dimostra l’esodo dei migranti: è impossibile stabilire i confini.
D. È da allora che non si può più parlare di guerra ‘tradizionale’?
R. Da quel momento la guerra è stata di polizia, non di eserciti. Persino James Bond farebbe ridere. Si tratta di una guerra che legittima l’uso dei droni.
D. Cioè?
R. Il drone è un esempio, un simbolo. Dietro c’è un conflitto che è fuori da ogni categoria che finora abbiamo utilizzato.
D. Crede che assisteremo a una nuova definizione di guerra?
R. Francamente non so se arriveremo a questo. Del resto Westfalia mise fine a guerre scatenate in nome della religione che insanguinarono l’Europa.
D. Quando dichiara guerra Hollande cosa sta facendo?
R. Solo retorica. In realtà stiamo assistendo ad azioni di vendetta e repressione che ci riportano indietro a prima del diritto europeo. È più simile a un regolamento di conti tra tribù, quelle che noi definivamo Barbari.
D. Cosa possiamo fare a questo punto?
R. La situazione è drammatica e angosciante. Ogni riferimento a categorie passate non coglie la realtà dei fatti. Possiamo solo cercare di difenderci come possiamo, evitando che le cause che hanno portato a tutto questo si ripetano.

Quando il lutto diventa legge

Autore: liberospirito 19 Nov 2015, Comments (0)

Ancora sui fatti di Parigi. E’ un intervento a caldo di Judith Butler. Lutto, paura, stato d’emergenza, militarizzazione, difesa delle libertà sono parole che ricorrono in questa riflessione. Da leggere, affinché i meccanismi del terrore e della paranoia non prendano il sopravvento. La traduzione italiana del testo proviene dal sito effimera.org.

Judith Butler

Sono a Parigi. Ieri sera mi trovavo vicino al luogo dell’attentato, in rue Beaumarchais. Ho cenato in un ristorante che dista dieci minuti da un altro obiettivo degli attentati. Le persone che conosco stanno tutte bene, ma ci sono molte altre persone che non conosco, che sono traumatizzate, o in lutto. È scioccante, e terribile. Oggi le strade erano abbastanza movimentate, durante il giorno, ma vuote di notte. Stamattina era tutto completamente fermo.

Appare chiaro, dai dibattiti televisivi, che lo “stato di emergenza”, anche se temporaneo, crea in realtà un precedente per un’intensificazione dello “stato di polizia”. Si parla di militarizzazione (o meglio, del modo in cui “portarne a compimento” il processo), di libertà e di guerra all’“Islam”, quest’ultimo inteso come un’entità amorfa. Hollande, nel dichiarare “guerra” ha tentato di darsi un tono virile, ma a colpire, in realtà, era l’aspetto imitativo della sua performance – al punto da rendere difficile seguirlo seriamente. Proprio questo buffone, in ogni caso, assumerà ora il ruolo di capo dell’esercito.

Lo stato di emergenza dissolve la distinzione tra Stato ed esercito. La gente vuole vedere la polizia, una polizia militarizzata a proteggerla. Un desiderio pericoloso, per quanto comprensibile. Molti sono attratti dagli aspetti caritatevoli dei poteri speciali concessi al sovrano in uno stato di emergenza, come ad esempio le corse in taxi gratuite, la scorsa notte, per chiunque avesse bisogno di tornare a casa, o l’apertura degli ospedali per i feriti. Non è stato dichiarato il coprifuoco, ma i servizi pubblici sono stati comunque ridotti e le manifestazioni pubbliche vietate – ad esempio i rassemblements (“assembramenti”) per piangere i morti sono stati considerati illegali. Ho partecipato a uno di questi, a Place de la République: la polizia continuava a dire a tutti i presenti di separarsi, ma in pochi obbedivano. Per un attimo, ho visto in questo un po’ di speranza.

Quanti commentano i fatti, cercando di distinguere tra le diverse comunità musulmane, con i loro diversi posizionamenti politici, sono accusati di badare troppo alle “sfumature”: sembra che il nemico debba essere al contempo indefinito e singolarizzato, per essere annientato, e le differenze tra musulmani, jihadisti e Stato islamico, nei discorsi pubblici, si fanno via via più labili. Tutti puntavano il dito, con assoluta certezza, contro lo Stato islamico ancora prima che l’ISIS rivendicasse gli attentati.

Trovo significativo, personalmente, che Hollande abbia dichiarato tre giorni di lutto ufficiale, nello stesso momento in cui intensificava i controlli di sicurezza. Si tratta di un modo nuovo di leggere il titolo del libro di Gillian Rose, Mourning Becomes the Law (“Il lutto diventa legge”). Stiamo partecipando a un momento di lutto? O stiamo legittimando la militarizzazione del potere statale, o forse la sospensione della democrazia…? In che modo questa sospensione accade con più facilità, quando viene venduta in nome del lutto? Ci saranno tre giorni di lutto pubblico, ma lo stato di emergenza può essere prorogato fino a dodici giorni, anche senza approvazione dell’Assemblea nazionale.

La voce dello Stato dice che abbiamo bisogno di limitare le libertà, al fine di difendere la libertà – paradosso che non sembra affatto disturbare i commentatori in tv. Gli attacchi, in effetti, erano chiaramente rivolti a luoghi emblematici della libertà quotidiana in Francia: il bar, il locale da concerti, lo stadio. Nel locale, a quanto pare, uno dei responsabili delle 89 morti violente lanciava un’invettiva contro la Francia per non essere intervenuta contro la Siria (contro il regime di Assad), e contro l’Occidente per i suoi interventi in Iraq (contro il regime baathista). Non è, quindi, un posizionamento (se così si può definire) totalmente in contrasto con l’intervento occidentale in sé.

C’è, poi, una politica dei nomi: ISIS, ISIL, Daesh. La Francia rifiuta di dire “etat islamique”, in quanto ciò significherebbe riconoscerlo come Stato, ma vuole tenere “Daesh” come termine, in modo da non doverlo tradurre in francese. Nel frattempo, è questa l’organizzazione che ha rivendicato gli attentati, come rappresaglia per tutti i bombardamenti aerei che hanno ucciso i musulmani sul suolo del Califfato. La scelta del concerto rock come obiettivo – come scenario per gli omicidi, in realtà – è stata così argomentata: ospitava “idolatria” e “un festival della perversione”. Mi domando dove abbiano trovato il termine “perversione”. Suona quasi come uno sconfinamento da un altro contesto.

Tutti i candidati alla presidenza della Repubblica non hanno lesinato le loro opinioni: Sarkozy propone i campi di detenzione, affermando la necessità di arrestare chiunque sia sospettato di avere legami con jihadisti. Le Pen parla invece di “espulsioni”, dopo aver definito “batteri” i nuovi immigrati. E non è da escludere che la Francia decida di consolidare la sua guerra nazionalista contro gli immigrati dal momento che uno degli assassini è arrivato in Francia passando per la Grecia.

La mia scommessa è che sarà importante monitorare il discorso sulla libertà nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, poiché ciò avrà implicazioni per lo stato di polizia e per l’affievolimento delle precedenti versioni della democrazia. Una libertà viene attaccata dal nemico; un’altra viene attaccata dallo Stato, proprio mentre difende il discorso dell’”attacco alla libertà” da parte del nemico come un attacco contro ciò che si ritiene costituisca l’essenza della Francia, ma sospende la libertà di assembramento (la “libertà di espressione”) nel bel mezzo del lutto, e si prepara per una ancora maggiore militarizzazione dei corpi di polizia. La questione politica centrale è questa: quale versione dell’estrema destra vincerà le prossime elezioni? E quale diventa la prossima “destra tollerabile” se Marine Le Pen è considerata di “centro”? È un tempo spaventoso, triste, di oscuri presagi; ma noi siamo ancora in grado di pensare, spero, di parlare, e di agire, in mezzo a tutto ciò.

Il lutto sembra essere stato completamente circoscritto all’interno del territorio nazionale. Difficilmente si parla dei quasi 50 morti a Beirut il giorno prima, o dei 111 uccisi in Palestina solo nelle ultime settimane, o degli attacchi ad Ankara. La maggior parte delle persone che conosco dicono di trovarsi in una “situazione di stallo”, nella più totale incapacità di inquadrare lucidamente la situazione. Un modo per farlo potrebbe forse consistere nell’abbracciare una concezione trasversale del dolore, cercando di comprendere in che modo lavorino le metriche del lutto, cercando ad esempio di comprendere perché il bar mi colpisca al cuore in un modo che gli altri obiettivi sembrano invece non fare. La paura e la rabbia possono gettare con assoluta fierezza tra le braccia dello stato di polizia. Suppongo che sia questo il motivo per cui mi trovo meglio con chi si trova invece nella situazione di stallo. Ciò significa che si prendono del tempo per pensare. Ed è difficile pensare quando si è paralizzate dallo spavento. Ci vuole tempo per farlo, e qualcuno che sia disposto a farlo insieme a te – qualcosa che ha la possibilità di accadere, forse, in un rassemblement non autorizzato.

Judith Butler

“La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà”. Questo motto – proveniente, a quanto pare, dagli ambienti anarchici francesi dell’Ottocento – ben sottolinea come l’ironia da sempre sia un’arma affilata contro il potere. Contro tutti i poteri, anche quelli più sanguinari. A seguire un articolo (l’originale è in tedesco) apparso da poco sul sito di “Micromega” che mostra come il clichè, molto diffuso, secondo cui i musulmani non avrebbero senso dell’umorismo (e di conseguenza la satira sarebbe loro estranea) sia un luogo comune da smontare. Dedichiamo questo testo a Wolinski e agli altri disegnatori di “Charlie Hebdo” , morti sotto la furia omicida dell’intolleranza religiosa.

satira musulmana

Terroristi, combattenti, jihadisti: per Osama Hajjaj i sostenitori del cosiddetto Stato islamico (Is) non sono niente di tutto ciò. Per il vignettista giordano gli appartenenti al gruppo terroristico che hanno ingaggiato una battaglia sia reale sia virtuale per l’autoproclamato califfo Abu Bakr Al-Baghdadi, sono semplicemente dei “vigliacchi”. Una parola che esprime tutto il suo disprezzo. Per la furia distruttrice dell’Is, per la sua appropriazione dei simboli islamici e per la sua brutalità.

Ma Hajjaj, 41 anni, non sarebbe quello che è se si occupasse dell’Is solo a parole: l’Is è un oggetto costante delle sue vignette. “Voglio smascherare questa gente e chiarire che l’Is non rappresenta l’islam”, spiega.

Per farlo egli ricorre a immagini semplici ma allo stesso tempo molto efficaci: in una cinque ostaggi sono in ginocchio con il capo chino davanti a militanti dell’Is intabarrati nei loro vestiti neri. Quattro di loro tengono un coltello in mano, uno legge un testo. È lo scenario ormai in qualche modo cinicamente “classico” dei video delle esecuzioni, che l’Is pubblica instancabilmente. Nella vignetta però i corpi degli ostaggi compongono la parola “islam” in arabo. Quel che in questa vignetta Hajjaj mette in evidenza non è solo l’appropriazione della religione, ma anche le vittime musulmane dell’Is, che molto spesso i mass media non prendono in considerazione. Islam non significa terrore

Con immagini come questa Hajjaj intende mostrare ai musulmani e ai potenziali simpatizzanti dell’Is, ma anche all’opinione pubblica non musulmana, che l’organizzazione terroristica non è sinonimo di religione islamica. E tuttavia nella sua patria, la Giordania, Hajjaj con queste vignette non si fa solo degli amici, anche se, come racconta lui stesso, dopo il brutale assassinio del pilota giordano Mouath al-Kasasbeh dal popolo si è levato pubblicamente un urlo improvviso. “Ma purtroppo”, continua, “ci sono anche qui persone che, direttamente o indirettamente, sostengono l’Is perché sono convinti che la loro ideologia rappresenti il vero islam”.

Hajjaj continua a ricevere minacce di morte, ma non si fa intimidire: “La libertà di espressione è un diritto umano. Impedire che le persone utilizzino questo diritto è l’apice della barbarie”. Testardamente Hajjaj pubblica vignette su Facebook quasi ogni giorno: “Uso i social network per raggiungere quante più persone possibile e indurle, in modo divertente e sarcastico, a occuparsi di questioni politiche e sociali”.

L’ironia come ultima arma contro il terrore dell’Is? Il vignettista egiziano Hicham Rahma la usa in maniera del tutto intenzionale: una delle sue vignette mostra due militanti dell’Is che mangiano un’anguria. Arriva un terzo e scambia i due pezzi di anguria in bocca ai suoi compagni per dei sorrisi, e pensa che si siano convertiti alla miscredenza. Per cui non indugia oltre, e spara.

“Questi fondamentalisti”, spiega Rahma, “hanno bisogno di regole e divieti per qualunque cosa. Con la risata e l’umorismo non ci sanno proprio fare. Come il suo collega giordano Hajjaj, anche Rahma, 32 anni, considera la libertà di espressione un diritto umano fondamentale, e anche lui usa la Rete come piattaforma.

Se in Rete così come anche sui media arabi si guarda al di là delle notizie dell’orrore proclamate dai titoli, si trovano non solo vignette sull’Is: canali televisivi iracheni, libanesi e palestinesi trasmettono dei video satirici sul gruppo terroristico, su Twitter vengono diffusi perfidi collage su Abu Bakr al-Baghdadi. L’autoproclamato califfo la scorsa estate ha attirato su di sé lo scherno di molti musulmani nel mondo arabo, quando durante il suo “discorso di insediamento” dalla manica della sua modesta veste sbucava un orologio luccicante. La risposta si chiama satira

All’offensiva mediatica dell’Is, che si concretizza soprattutto con film e video prodotti in maniera professionale, giovani arabi e arabe rispondono con una satira incisiva, anch’essa in in forma di video. Tra gli esempi migliori spicca “The Prince”, realizzato a Gaziantep, città turca al confine con la Siria. Si vede Abu Bakr al-Baghdadi seduto in macchina sul ciglio di una strada mentre smanetta con lo smartphone. Flirta su Whatsapp con una miscredente, mentre sorseggia un bicchiere di vino e ascolta musica pop araba alla radio.

All’improvviso salta fuori un combattente marocchino e al-Baghdadi gira subito la radio su una frequenza che trasmette canzoni religiose sui martiri, mette via il bicchiere di vino e ne prende uno di latte e nasconde lo smartphone. Il marocchino dice euforico di voler andare a Gerusalemme e in paradiso. “Lì troverai ragazze bianche, bionde, verdi e nere”, gli dice il califfo mentre gli stringe una cintura-bomba. Non appena l’attentatore si allontana e si sente la bomba esplodere, le canzoni religiose e il latte vengono di nuovo sostituiti da musica pop e vino.

Quattro giovani rifugiati siriani si celano dietro questo video, che ha portato loro non solo minacce, costringendoli a cambiare domicilio, ma anche molta visibilità tanto che hanno aperto un proprio sito web e un canale YouTube pieno di parodie.

Anche Anas Marwah, siriano che studia in Canada a Ottawa, e i suoi colleghi palestinesi Maher Barghouthi e Nader Kawash sono attivi su Youtube. Nel video “Weekly show” mettono in scena uno spot del nuovo “iPhone ISIS 9 Air”, il cui diario facilita l’annotazione delle vittime, su cui è preinstallato il manuale dell’Is con consigli sulle armi e che rende la localizzazione dei miscredenti più facile che mai. Tutto in stile Apple. I video di Marwah e dei suoi colleghi, pubblicati in inglese e arabo, hanno ottenuto più di 20mila visualizzazioni.

Un pubblico simile ha anche il Panarabian Enquirer, il corrispondente mediorientale della rivista satirica Der Postillion. Gli autori non si fermano di fronte a nessun tabù pur di ridicolizzare gli attivisti dell’Is: un capo dell’Is di nome Al Kufari (“il miscredente”) riferisce in una finta conferenza stampa che l’uccisione degli omosessuali è dovuta al fatto che la bellezza dei loro corpi stimola in lui pensieri peccaminosi. Per riprendersi dalla guerra contro l’immoralità che ha condotto in vari paesi empi adesso deve frequentare ogni giorno una sala massaggi per soli uomini.

L’Is come caricatura di se stessa: un fenomeno casuale, dovuto solo alle possibilità tecnologiche e alle dinamiche innescate dai social network? Non solo. L’incessante flusso di vignette, video e satira mostra anche che per molti musulmani la misura è colma e si difendono così contro la hybris dell’Is e la sua appropriazione dei loro valori e simboli. “La satira è l’ironia che ha perso la pazienza”, diceva già Kurt Tucholsky. E anche Osama Hajjaj non vede nessuna ragione per avere pazienza. Continuerà a fare satira sul gruppo terroristico. Per lui è chiaro: “L’Is non ha nessuna dignità”.

Katharina Pfannkuch

Contro questa nuova (strana) guerra mondiale

Autore: liberospirito 12 Gen 2015, Comments (0)

Ancora sui fatti di Parigi. Una considerazione a margine della manifestazione di domenica. Tutti i quotidiani l’hanno presentata come il più grande evento civile della Francia repubblicana: una grande manifestazione per mostrare unità e determinazione in favore della libertà di espressione dopo gli attacchi terroristici dei giorni scorsi; milioni di persone, decine di capi di stato e di governo da tutto il mondo; ecc. ecc. Intanto in Nigeria alcune bambine-kamikaze venivano fatte esplodere in un mercato provocando altra morte; sarebbero duemila le vittime degli integralisti islamici Boko Haram in meno di una settimana. Perché questo non suscita la medesima indignazione e mobilitazione in Europa? Per non ricordare poi quanto continua ad accadere in altre parti (Libia, Siria, Iraq, Palestina). Prima domanda: per l’Occidente è allora solo questione (egoistica) di prossimità geografica? Seconda domanda: al di là di ogni moralismo, è possibile e auspicabile proprio oggi, in piena globalizzazione, adoperare, come si sta facendo, due pesi e due misure, attenzioni e sensibilità differenti? Non è questa – in una situazione di ‘villaggio globale’ dove tutto diviene immediatamente prossimo – una forma pericolosa di miopia che presto o tardi ci farà precipitare in un precipizio? A seguire un altro contributo per riflettere su quello che sta accadendo: si tratta di un articolo di Ascanio Celestini, apparso su “Il fatto quotidiano”.

La cultura scende in piazza

“Il massacro di Parigi è un attentato alla pace mondiale” dice Giulietto Chiesa, “agli equilibri della pace internazionale” cioè è “la strattonata che punta a trascinare l’Europa in guerra”.
Abbiamo alle spalle mezzo secolo di pace (condita di stragi e terrorismo, ma anche di benessere) e davanti un possibile conflitto? Continua Chiesa dicendo che “l’Isis è una trappola ben congegnata, una creatura inquinata e molto dubbia, ma molti non hanno ancora capito la lezione” e poi si chiede “chi paga un esercito di oltre 50mila uomini? E poiché non è né la Russia né l’Iran. restano pochi mecenati.” Quali?
Dunque: chi sta cominciando questa nuova/strana guerra mondiale? Chi la avalla?
Io credo che intanto abbiamo un impegno: non accettare la posizione dei commentatori europei che hanno tante risposte certe (e spesso inutili), ma incominciare a porci delle domande, fare dei distinguo, avere dubbi.
E soprattutto dire, come tanti anni fa, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Non vogliamo essere colonialisti, non vogliamo produrre e vendere armi, non vogliamo mandare i nostri militari ad ammazzare gente in giro per il mondo, non vogliamo continuare a bombardare i morti di fame in giro per il mondo, i soldati ci piacciono di più quando spalano il fango e fanno attraversare le vecchiette sulle strisce pedonali, non vogliamo chiudere le frontiere ai profughi disarmati, non vogliamo dire che questi poveracci vengono nel nostro paese per spararci addosso
perché sappiamo che assistono i nostri anziani, puliscono le scale del nostro condominio e fanno la pizza sotto casa nostra, non vogliamo avere rapporti commerciali con paesi ricchi, arricchiti, ma schiavisti, non vogliamo, non vogliamo, non vogliamo, noi non vogliamo!
La coscienza può cominciare anche dal rifiuto.

Ascanio Celestini

Per le donne di Kobane

Autore: liberospirito 11 Ott 2014, Comments (0)

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Vi ricordate di Srebrenica, nel luglio 1995? Laggiù, in terra bosniaca, a poca distanza dall’Italia, ebbe luogo un genocidio: ottomila persone finirono trucidate dai serbi. Giustamente, c’è chi in questi giorni ha accostato Kobane – città della Siria, al confine con la Turchia – a Srebrenica. Lo ha fatto, ad esempio, proprio l’inviato speciale dell’Onu per la Siria, Staffan de Mistura: ha paragonato quanto sta accadendo a Kobane alla “vergogna” di Srebrenica, quando migliaia di civili vennero trucidati dai serbi davanti agli occhi delle truppe Onu, le quali quasi nulla fecero per impedirlo. «Non possiamo restare in silenzio», ha aggiunto de Mistura, chiedendo tra l’altro allo stato turco di permettere il passaggio ai volontari curdi in Turchia per recarsi «con le loro armi» a combattere con i curdi siriani. Queste parole, non scordiamolo, vengono da un diplomatico (che, fra l’altro, fu pure viceministro degli affari esteri nel governo Monti).

Intanto la Turchia di Erdogan se a parole condanna l’Isis, nei fatti continua a impedire il sostegno concreto dei curdi, presenti sul suo territorio, ai confratelli al di là del confine. Sale infatti il bilancio delle vittime degli scontri scoppiati durante le proteste della comunità curda in Turchia, contro l’avanzata dei militanti dello Stato islamico sulla città di Kobane (si parla di almeno 21 morti e 150 feriti).

Figura non migliore la stanno facendo gli Usa di Obama e i loro alleati anti-Isis. L’altro giorno un articolo del “Sole-24ore” titolava così: “L’Isis avanza a Kobane e la Coalizione si gioca la faccia”.

Non va dimenticato che le forze dell’Isis sono il prodotto delle alchimie politiche di americani, petro­-mo­nar­chie e turchi (vedi il precedente post su questo blog). L’incapacità di sostenere militarmente i curdi, le cui milizie costituiscono, di fatto, l’unico avversario credibile al Califfato in Siria, come in Iraq, sta ridicolizzando una coalizione che sembra esistere solo sulla carta. Il segretario di Stato americano, John Kerry, pur definendo «una tragedia» l’avanzata dell’Isis a Kobane, ha cercato di sminuire l’importanza strategica della città curda. In altre parole: si può lasciare massacrare il popolo di Kobane…

Sul motivo per cui la città di Kobane susciti così poco interesse c’è un bell’articolo di Sandro Mezzadra, apparso di recente sul “Manifesto”. In breve: la città è il cen­tro di uno dei tre can­toni che si sono costi­tuiti in «regioni auto­nome demo­cra­ti­che» di una con­fe­de­ra­zione di «curdi, arabi, assiri, cal­dei, tur­co­manni, armeni e ceceni», come recita il pre­am­bolo della Carta della Rojava (come si chiama il Kurdistan occi­den­tale o siriano). E’ un testo che parla di libertà, giu­sti­zia, dignità e democra­zia; di ugua­glianza e di «ricerca di un equi­li­brio eco­lo­gico». Il fem­mi­ni­smo, che vediamo in campo nei corpi delle guer­ri­gliere in armi, è riconosciuto nel prin­ci­pio della partecipazione pari­ta­ria a ogni istituto di auto­go­verno, che giorno per giorno mette in discus­sione le strutture patriar­cali. E l’autogoverno della città, pur tra mille difficoltà e con­trad­di­zioni, esprime dav­vero il prin­ci­pio di coo­pe­ra­zione, tra liberi e uguali. Un’entità comunista libertaria l’ha definita un articolo del “Fatto quotidiano”.

Infine, non va dimenticato che l’Isis si scontra non solo con le altre religioni o con i presunti eretici della propria, ma persegue, con ostinazione programmatica, l’ odio nei confronti delle donne. E non è un caso se sul campo di battaglia ci sono migliaia di donne in armi, pronte a ostacolarli, le quali non sono disposte a cedere ciò che hanno raggiunto. Affinchè a Kobane non tocchi lo stesso destino di Srebrenica. Il coraggio di queste donne va ricordato, con forza. Vogliamo dedicare questo post alla diciannovenne Ceylan Ozalp, che, nello scontro contro i miliziani islamisti, pur di non finire nelle mani dell’Isis ha rivolto l’ultimo proiettile verso di sé.

Scriblerus

I media occidentali continuano a parlare, con allarme, dell’Isis, il califfato islamista sorto fra Siria e Iraq. Ne abbiamo già parlato – anche se non in modo diretto – anche su questo blog. L’articolo che segue (apparso su “Nigrizia”) va dritto al cuore della questione e taglia via tante chiacchiere che si sentono sull’argomento. L’autore è Mostofa El Ayoubi, un giornalista di origine marocchina e attento analista della realtà mediorientale; è sociologo di formazione, caporedattore della rivista “Confronti” e membro della Commissione Islam della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia. Ha pubblicato diversi volumi sul tema della migrazione e del dialogo religioso. Che cosa dice quest’articolo? In breve: il califfato – che tanto inquieta l’Occidente – altro non è se non il frutto degenarato delle mosse geo-strategiche di Stati Uniti, Nato e dei paesi satelliti arabi.

mostafa-el-ayoubi

Si chiama al-dawla al-islamya, ovvero lo Stato Islamico (SI), il movimento salafita jihadista che, negli ultimi mesi, ha intensificato la guerra che dissangua l’Iraq ormai dalla sua invasione da parte degli Usa nel 2003. In passato si chiamava Stato Islamico in Iraq, legato ad Al-Qaida. E quando ha iniziato a combattere anche in Siria si è nominato Daesh, Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. E nel mese di luglio scorso il capo dello SI, Abu Bakr al-Baghdadi, si è autoproclamato califfo della Umma, chiamando tutti i musulmani a riconoscere il suo califfato che comprende parti dell’Asia, dell’Europa e dell’Africa.

Oggi questo movimento jihadista occupa diverse zone strategiche della Siria e dell’Iraq. In Siria lo SI – allora Daesh – ha soppiantato il movimento qaidista Jabhat al-Nusra. Ciò ha portato al-Zawahiri, capo di Al-Qaida, a scomunicare lo SI e i suoi leader. Oggi lo SI, che conta tra le sue fila molti jihadisti provenienti da diversi paesi anche europei, è il principale gruppo armato che opera in Siria. Controlla zone importanti, in particolare Deir al-Zour e al-Raqqa, dove si trovano giacimenti di petrolio, che contrabbanda attraverso le frontiere turche. Fa la guerra ad al-Assad ma semina anche terrore e morte tra i civili: musulmani (sunniti e sciiti), cristiani, armeni, curdi…

In Iraq, all’inizio di quest’estate, lo SI ha scatenato una guerra jihadista senza precedenti. È riuscito a invadere diverse aree e ha occupato Musul, la seconda città più importante dopo Baghdad. A Ninawa i jihadisti dello SI hanno intimato ai cristiani di pagare la jizia (tassa per i non musulmani) o lasciare la città. A Jebel Sinjar, al confine con la regione curda, lo SI ha perpetrato crimini contro la minoranza religiosa degli yazidi, uccidendo tanti uomini e riducendo tante donne in stato di schiavitù.

Oggi lo SI preoccupa la “comunità internazionale”. L’Onu lo ha inserito nella lista dei gruppi terroristi. Gli Usa, in agosto, hanno iniziato a bombardare con i loro aerei le posizioni del movimento nelle zone vicine ad Arbil, capitale della regione curda dell’Iraq, mentre le cancellerie occidentali si prestavano ad armare i peshmerga curdi per combattere lo SI, il quale, invece di dirigersi verso Baghdad, si è diretto verso il nord (curdo) dove si trovano ingenti pozzi di petrolio.

Come è nato, chi arma, chi sostiene logisticamente questo movimento estremista che oggi preoccupa le potenze occidentali?

Come Al-Qaida, lo SI non è nato dal nulla. Al-Qaida, con i suoi mujaheddin, fu uno degli strumenti con i quali gli Usa sloggiarono i sovietici dall’Afghanistan. I qaidisti hanno giocato un ruolo importante – a fianco della Nato – nello smembrare la Libia e poi trascinare la Siria in una guerra settaria che la sta dissanguando.

Lo SI nasce in Iraq come conseguenza dell’invasione Usa. Dopo la caduta di Saddam, Paul Bremer, appena insediato come amministratore americano dell’Iraq (2003-2004), ha smantellato l’esercito e il corpo della polizia e ha favorito la formazione di gruppi armati favorevoli all’occupazione. John Negroponte, il successore (2004-2005) – che negli anni Ottanta fu a capo della diplomazia Usa in Honduras dove ha collaborato alla formazione degli squadroni dalla morte in Nicaragua – ha lavorato, insieme a Robert Ford (ambasciatore in Siria, 2010 -2014) alla creazione di milizie jihadiste sunnite che da allora terrorizzano l’Iraq. Uno degli scopi di questa spregiudicata operazione era quello di creare uno scontro interconfessionale ed etnico per evitare che l’Iran estendesse la sua influenza sull’Iraq a maggioranza sciita, incoraggiare l’indipendenza dei curdi e in ultimo dividere il paese.

È dalla “palude irachena” che nasce quindi questo mostro che oggi si chiama SI: un mostro funzionale agli obbiettivi geostrategici delle grandi potenze occidentali nel Medio Oriente.

Quindi, dei crimini nei confronti dei musulmani, dei cristiani, degli yazidi e di altri figli del Medio Oriente, devono rispondere in primo luogo i governanti Usa/Nato –  e i loro subordinati arabi e turchi – che hanno contribuito in un modo o nell’altro a creare e rafforzare mostri come lo SI. Ma loro sono intoccabili!

Mostofa El Ayoubi

Italia in guerra

Autore: liberospirito 17 Set 2014, Comments (0)
Quello che segue è un nuovo intervento di Alex Zanotelli (proveniente dal sito www.ildialogo.org) di Alex Zanotelli contro le folli aspirazioni belliciste del nostro nuovo governo, il quale non fa altro che seguire pedissequamente il volere USA e NATO. Zanotelli propone anche due appuntamenti, uno dei quali è la consueta marcia Perugia-Assisi, lanciata a suo tempo da Aldo Capitini.
terza guerra mondiale
La guerra imperversa ormai dall’Ucraina alla Somalia, dall’Iraq al Sud Sudan, dal Califfato Islamico (ISIS), al Califfato del Nord della Nigeria (Boko Haram), dalla Siria al Centrafrica, dalla Libia al Mali, dall’Afghanistan al Sudan, fino all’interminabile conflitto Israele –Palestina.
Mi sembra di vedere il ‘cavallo rosso fuoco’ dell’Apocalisse : “A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace della terra e di far sì che si sgozzassero a vicenda , e gli fu consegnata una grande spada.” (Ap.6,4). E’ la “grande spada” che è ritornata a governare la terra. Siamo ritornati alla Guerra Fredda tra la Russia e la NATO che vuole espandersi a Est, dall’Ucraina alla Georgia.
Nel suo ultimo vertice, tenutosi a Newpost nel Galles(4-5 settembre 2014), la NATO ha deciso di costruire 5 basi militari nei paesi dell’Est, nonché pesanti sanzioni alla Russia. Il nostro Presidente del Consiglio, M. Renzi, ha approvato queste decisioni e ha anche aderito alla Coalizione dei dieci paesi , pronti a battersi contro l’ISIS , offrendo per di più armi ai Curdi. Inoltre si è impegnato a mantenere forze militari in Afghanistan e a far parte dei “donatori” che forniranno a Kabul 4 miliardi di dollari. Durante il vertice NATO, Obama ha invitato gli alleati europei a investire di più in Difesa, destinandovi come minimo il 2% del PIL. Attualmente l’Italia destina 1,2% del proprio bilancio in Difesa .
Accettando le decisioni del Vertice, Renzi è ora obbligato ad investire in armi il 2% del PIL .Questo significa 100 milioni di euro al giorno!!! Questa è pura follia per un paese come l’Italia in piena crisi economica. E’ la follia di un mondo lanciato ad armarsi fino ai denti. Lo scorso anno, secondo i dati SIPRI, i governi del mondo hanno speso in armi 1.742 miliardi di dollari che equivale a quasi 5 miliardi di euro al giorno (1.032 miliardi di dollari solo dagli USA e NATO). Siamo prigionieri del “complesso militare-industriale” USA e internazionale che ci sospinge a sempre nuove guerre, una più spaventosa dell’altra, per la difesa degli “interessi vitali”, in particolare della “sicurezza economica”,come afferma la Pinotti nel Libro Bianco. Come quella contro l’Iraq , dove hanno perso la vita 4.000 soldati americani e mezzo milione di iracheni, con un costo solo per gli USA di 4.000 miliardi di dollari. Ed è stata questa guerra che è alla base dell’attuale disastro in Medio Oriente ,che fa ripiombare il mondo in una paurosa spirale di odio e di guerre. Papa Francesco ha parlato di Terza Guerra Mondiale.
Davanti ad una tale situazione di orrore e di morte, non riesco a spiegarmi il silenzio del popolo italiano. Questo popolo non può aver dimenticato l’articolo 11 della Costituzione :”L’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.” Non è possibile che gli italiani tollerino che il governo Renzi spenda tutti questi soldi in armi, mentre lo stesso non li trova per la scuola, per la sanità, per il terzo settore. Tantomeno capisco il silenzio dei vescovi italiani e delle comunità cristiane, eredi del Vangelo della nonviolenza attiva.
E’ ora che insieme, credenti e non, ci mobilitiamo , utilizzando tutti i metodi nonviolenti , per affrontare la “Bestia “(Ap.13,1)” . Ritorniamo in piazza e per strada, con volantinaggi e con digiuni e, per i credenti, con momenti di preghiera. Chiediamo al governo sia di bloccare le spese militari che di “tagliare le ali” agli F-35 che ci costeranno 15 miliardi di euro.
E come abbiamo fatto in quella splendida “Arena di Pace” del 25 aprile scorso, ritroviamoci unitariamente nei due momenti collettivi che ci attendono:Firenze e la Perugia-Assisi.
Tutto il grande movimento della pace in Italia ci invita a un primo appuntamento, il 21 settembre, a Firenze, dalle ore 11 alle 16 , al Piazzale Michelangelo. Il tema sarà :”Facciamo insieme un passo di pace”. Sarà l’occasione per lanciare la campagna promossa dall’Arena di Pace: Legge di iniziativa popolare per la creazione di un Dipartimento di Difesa Nonarmata e Nonviolenta.
Il secondo grande appuntamento sarà la Perugia-Assisi, il 19 ottobre, con una presenza massiccia di tutte le realtà che operano per la pace. Noi non attendiamo più nulla dall’alto. La speranza nasce dal basso, da questo metterci insieme per trasformare Sistemi di morte in Sistemi di vita. Ce la dobbiamo fare!
Noi siamo prigionieri di un Sogno così ben espresso dal profeta Michea:
“Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci, una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra.” (Michea,4,3)
Napoli, 10 settembre 2014
Alex Zanotelli

Siamo tutti yazidi: dalla parte degli eretici

Autore: liberospirito 12 Ago 2014, Comments (0)

Yazidi_Peacock_Angel

“Siamo tutti palestinesi”, ha scritto qualcuno, giorni fa, durante l’assedio del territorio palestinese. Ma negli stessi giorni un cui l’esercito israeliano bombardava Gaza, poco più oltre, in Irak, l’esercito dell’Isis (lo stato islamico jihadista in terra irakena) attuava il massacro degli yazidi. Da una parte il nazionalismo israeliano, dall’altra il più truce fondamentalismo arabo: in entrambi i casi ideologie violente, alimentate e sostenute dalle religioni.

Chi sono gli yazidi contro cui si accanisce la violenza e la crudeltà dell’intolleranza religiosa? Si tratta di un piccolo popolo che vive nell’area mesopotamica, spesso accusato dall’ortodossia islamica di praticare culti eretici e per questo duramente perseguitato prima dagli Ottomani,  poi dal governo turco e da Saddam Hussein che li emarginò e li discriminò socialmente e culturalmente.

Vengono anche chiamati dai tradizionalisti “adoratori del diavolo” poiché nel loro culto vi è l’adorazione  di Melek Tā’ūs, l’Angelo Pavone, figura dominante della religiosità yazidica; si tratta dell’angelo caduto, ma non divenuto come in altre religioni Satana, quindi non adorato in quanto diavolo, ma per la sua natura buona e la sua potenza di creatore. La religiosità degli Yazidi sarebbe antica di oltre 4.000 anni; in esso sarebbero confluiti nel corso del tempo elementi gnostici, zoroastriani, del cristianesimo nestoriano, della qabbalah ebraica e del sufismo islamico.

Le notizie di agenzia riportano che nei giorni scorsi 500 yazidi sono stati uccisi dai miliziani dell’Isis. Tra loro – come accade sempre in ogni guerra – ci sarebbero donne e bambini Si parla anche di persone bruciate vive e di altre sepolte vive.

“Siamo tutti palestinesi”, ha scritto qualcuno, giorni addietro. “Siamo tutti yazidi”, aggiungiamo noi oggi. Per smontare ogni fondamentalismo, dalla parte degli eretici.