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Tag: Irpef

Il pesce d’aprile dell’8Xmille

Autore: liberospirito 1 Apr 2015, Comments (0)

Il pesce d’aprile indica una tradizione, seguita in diversi paesi del mondo, che consiste in uno scherzo da mettere in atto proprio  il 1º aprile. Vale a dire la giornata odierna. Le origini del pesce d’aprile non sono ben note: c’è chi sostiene che sia collegato all’equinozio di primavera; c’è anche chi è andato più indietro nel tempo e ha ipotizzato l’origine del pesce d’aprile nell’età classica. Fatto sta che cade proprio bene in questa data l’articolo che segue (preso da www.italialaica.it) dedicato alla burla (meglio: all’inganno) dell’8 X 1.000. Perchè davvero di uno scherzo nei confronti dei cittadini si tratta. Leggere per comprendere dove sta il trucco.

Pesce d'aprile

Si avvicina la scadenza della dichiarazione dei redditi e non fa male orientare un po’ l’attenzione sul perverso meccanismo dell’8 per 1000, che crea un’insopportabile situazione di favore (insieme ad una infinità di altre) alla chiesa cattolica.

Come funziona la faccenda? Ogni anno lo Stato crea un pozzo mettendo insieme l’8 per 1000 di tutte le contribuzioni fiscali relative all’Irpef, dopo di che distribuisce l’intera somma così ottenuta in proporzione al numero di scelte espresse dai contribuenti a favore delle confessioni religiose ammesse alla ripartizione (la chiesa cattolica in forza del concordato, le altre confessioni in forza delle intese, che altro non sono, in effetti, che concordati sanciti con apposita legge).

Il trucco sta nel fatto che si distribuisce l’intero pozzo assegnando a ciascuna confessione non la somma che deriverebbe dalla somma degli 8 per 1000 solo di quei contribuenti che hanno apposto la propria firma a favore di questa o di quella confessione, ma tutto il pozzo. Si tenga conto, peraltro, che gli 8 per 1000 dei vari contribuenti possono avere una consistenza anche assai diversa.

Così, mentre alla chiesa cattolica spetterebbe una certa somma derivante dalle firme espresse da un 35-40% dei contribuenti e un’altra piccola percentuale verrebbe distribuita alle altre confessioni, lasciando non assegnata la più grande fetta (più o meno il 60% dell’intero gettito), nei fatti la chiesa cattolica percepisce intorno al 90% dell’intero gettito, perché la sua percentuale risulta di gran lunga più elevata rispetto a quella delle altre piccole confessioni. Per rendere più chiaro questo meccanismo, facciamo il paragone con le elezioni. I seggi da assegnare sono un certo numero, che vengono tutti assegnati. Ogni partito se li accaparra in ragione della percentuale di voti ottenuti, indipendentemente dal fatto che, così come avviene, una larga percentuale di cittadini si astiene dal voto.

Il meccanismo del 5 per 1000, al contrario, non prevede la costituzione di un pozzo uguale al 5% dell’intero gettito dell’Irpef, e dunque distribuisce solamente le somme che si formano dalla sottoscrizione dei contribuenti.

Nel caso dell’8 per 1000 non si capisce perché le somme che derivano dalle firme non apposte da un enorme numero di contribuenti (abbiamo detto circa il 60%) non rimangano, come sarebbe logico, all’erario, che potrebbe spenderle per altri fini, specialmente nell’attuale momento di vacche magre. Anzi, si capisce perfettamente, perché questo perverso meccanismo è stato studiato proprio con l’intento di favorire sfacciatamente la chiesa cattolica.

La radice di questo favoritismo dello Stato verso la chiesa cattolica non è da riferire al concordato in quanto tale, ma al famigerato articolo 7. È del tutto ragionevole che lo Stato laico ricerchi accordi con le confessioni religiose a tutela delle loro ragionevoli peculiarità e che quindi stipuli con esse concordati e intese, o come altrimenti li si voglia chiamare, ed è altrettanto ragionevole che le protezioni siano stabilite in ragione del numero dei fedeli. Ciò che non è tollerabile è che lo Stato non abbia una postura di equilibrata equidistanza nei confronti di tutte le confessioni, come avviene per il cattolicesimo che gode della superprotezione costituzionale che lo pone in una posizione vertiginosamente più elevata delle altre confessioni.

La battaglia laica deve quindi concentrarsi non sul concordato, che, se non fosse “costituzionalizzato” e fosse invece tradotto in una legge ordinaria (come lo sono le intese), potrebbe essere emendato con facilità, anche unilateralmente, ma appunto sull’articolo 7. Si tratta di una revisione costituzionale, di un’impresa politicamente difficilissima ma, nel caso, tecnicamente semplicissima. Basterebbe abrogare sic et simpliciter l’articolo 7 e cassare dal secondo comma dell’articolo 8 l’espressione «diverse dalla cattolica», soddisfacendo così il dettato del primo comma  dello stesso articolo, che vuole che «Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge». Finora il cattolicesimo è più libero, o disegualmente libero, rispetto alle altre e non perché sia la più grande minoranza.

L’articolo 7 è una vera e propria cessione unilaterale di sovranità dello Stato italiano a favore del Vaticano, un atto gratuito  che è un atto di sottomissione. La questione romana era già chiusa con i Patti lateranensi, che Mussolini non inserì nello Statuto albertino. Che ci guadagna l’Italia? Il Vaticano accampa un numero incredibile di privilegi resi intoccabili sul territorio italiano. Che cosa acquista l’Italia sul territorio del Vaticano? Non c’è la più pallida ombra di bilateralismo. Lo capirebbe anche un bambino che lo Stato italiano, di fronte al Vaticano, nel proprio ordine non è né indipendente né sovrana.

Aldo Zanca

8 x mille. Metà verità (e metà bugia)

Autore: liberospirito 22 Apr 2014, Comments (0)

E’ uscito oggi su “il manifesto” un articolo di Luca Kocci riguardante la pubblicità proposta sui media dalla Chiesa cattolica per l’8 per mille da indicare nella prossima dichiarazione dei redditi. Come dire: una mezza verità è anche una mezza bugia…

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I testimonial non sono attori e sono scelti con cura: c’è la suora missionaria in una baraccopoli di Addis Abeba, la comunità Progetto Sud di don Giacomo Panizza a Lamezia Terme più volte presa di mira dalle ‘ndrine, gli interventi di solidarietà internazionale della Caritas e la Consulta antiusura. Ma la nuova campagna pubblicitaria per l’8×1000 alla Chiesa cattolica – lanciata a metà aprile – racconta solo un quarto della verità. Precisamente il 23%, perché a tanto ammonta la percentuale che lo scorso anno – e negli anni precedenti la quota era generalmente la stessa – la Conferenza episcopale italiana ha deciso di assegnare agli «interventi caritativi»: 240 milioni, su un totale incassato di 1 miliardo e 32 milioni di euro (116 milioni in meno del 2012, quando venne raggiunta la cifra record di 1 miliardo e 148 milioni). I tre quarti dei fondi vengono invece impiegati per l’edilizia di culto, la pastorale e la catechesi (420 milioni di euro) e per gli stipendi di circa 33mila preti (382 milioni).

Quest’anno, al lungo elenco delle confessioni che già accedono all’8×1000 (cattolici, valdesi e metodisti, luterani, battisti, avventisti del settimo giorno, ortodossi, ebrei e pentecostali della Chiesa apostolica e delle Assemblee di Dio) si aggiungono altre due religioni non cristiane, che portano in dote almeno 200mila praticanti: Unione buddhista e Unione induista italiana. Totale 11. Restano fuori i mormoni (Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni) i quali invece, pur avendone diritto, vi hanno rinunciato. Il dodicesimo partecipante è lo Stato, che però non si fa pubblicità, per non disturbare le Chiese.

Mascherato come scelta volontaria, l’8×1000 è in realtà obbligatorio, quindi, di fatto, un finanziamento pubblico. Chi non sceglie infatti paga lo stesso, e la sua quota viene attribuita in proporzione alle scelte espresse dagli altri. Considerando che a firmare per una destinazione è meno della metà dei contribuenti (circa il 45%), è la minoranza a decidere per tutti. Una sorta di Italicum applicato all’Irpef.

Il meccanismo, ideato ai tempi del Nuovo Concordato da Tremonti, allora consigliere economico di Craxi, Cirino Pomicino, presidente della Commissione bilancio della Camera, e il card. Nicora, venne concepito per favorire il più forte, ovvero la Chiesa cattolica. I Radicali hanno invano tentato di cancellarlo con un referendum abrogativo che però non ha raggiunto le firme necessarie per poter essere svolto. Tutti, o quasi, ne traggono beneficio: solo Assemblee di Dio e Chiesa apostolica devolvono allo Stato le quote non espresse che gli sarebbero spettate (prima vi rinunciavano anche valdesi e battisti, dall’anno scorso però hanno deciso di incassarle). Ma è il “primo partito”, la Chiesa cattolica, a ricavarne il massimo: lo scorso anno, grazie al meccanismo di ripartizione proporzionale delle quote non espresse, ha ottenuto l’82% dei fondi (nel 2007 era l’89,8%), nonostante meno del 40% dei contribuenti l’abbia scelta.

Come usano le comunità religiose i fondi pubblici dell’8×1000? Ovviamente come vogliono, perché la normativa di fatto non pone limiti.

Dei cattolici si è detto: soprattutto per culto, pastorale e sostentamento del clero, solo una piccola parte per la solidarietà. Ma anche altri (luterani, ortodossi ed ebrei) fanno scelte analoghe. La Chiesa luterana nel 2012 ha incassato quasi 3milioni e 500mila euro: 1milione e mezzo è stato speso per l’evangelizzazione, quasi 1 milione per i ministri di culto, 350mila per attività missionarie; per il sociale e la cultura sono rimasti 500mila euro, 100mila per pubblicità e spese di gestione. E l’Unione delle comunità ebraiche: degli oltre 4 milioni e 700mila euro ottenuti nel 2011 (ultimo rendiconto disponibile), 2 milioni e 848mila sono andati alle varie comunità ed enti ebraici presenti in Italia, 1 milione e 533mila è stato speso per attività culturali e didattiche sempre facenti capo ed istituzioni ebraiche, 340mila per la comunicazione. La Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia non fornisce cifre, dichiara solo che i soldi vengono usati per culto, catechesi e «un sostegno anche materiale per le persone sole e per le famiglie più bisognose».

Di segno opposto le scelte delle Chiese valdesi e metodiste e delle Assemblee di Dio: non usano i fondi per il culto ma – a parte una quota intorno al 5% per le spese di gestione – esclusivamente per attività sociali, assistenziali e culturali, sia in Italia che all’estero, come documentano i loro rendiconti piuttosto dettagliati (anche se, va detto, una parte di queste attività sono condotte dalle loro stesse strutture che quindi parzialmente si autofinanziano). Lo scorso anno, grazie all’aumento del consenso da parte dei contribuenti (570mila firme, 100mila in più del 2012) ma soprattutto per la decisione di trattenere le quote non espresse, i valdesi hanno quasi triplicato gli incassi, arrivando a 37 milioni di euro (nel 2012 erano 14milioni) e ponendosi nettamente al secondo posto fra le comunità religiose, sebbene a lunghissima distanza dai cattolici. Le Assemblee di Dio nel 2012 hanno ricevuto 1 milione e 165mila euro.

Anche battisti, avventisti e Chiesa apostolica non usano 1 centesimo per il culto e spendono tutto per iniziative sociali, ma inciampano sulla trasparenza: tranne la segnalazione di qualche progetto spot, i rendiconti non vengono diffusi (da un vecchio bilancio si scopre però che nel 2011 gli avventisti percepirono 2milioni e 167mila euro, con cui finanziarono progetti sociali, formativi, educativi e culturali in Italia per quasi 2 milioni e progetti umanitari all’estero per 70mila euro, lasciandone 100mila per la campagna informativa e per le spese di gestione).

Dei due nuovi arrivati, induisti e buddhisti, si sa poco, se non che utilizzeranno i soldi sia per il culto che per progetti sociali, umanitari e culturali, come cattolici, luterani ortodossi ed ebrei. «Nella nostra comunità, i due piani si intrecciano», ha spiegato all’agenzia Adista Svamini Hamsananda Giri, vicepresidente degli induisti italiani, perché «destinare fondi alla costruzione di un tempio significa mettere in moto tutta una serie di attività che vi si svolgono», di culto ma anche sociali e assistenziali.

Luca Kocci