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Tag: India

“Safari umani” in India

Autore: liberospirito 29 Set 2013, Comments (0)

jarawa

In alcuni post ci siamo interessati dei popoli nativi e della loro cultura, sottolinenando l’importanza di salvaguardare queste popolazioni in quanto portatrici di sistemi culturali radicalmente alternativi ai nostri (quelli di un Occidente che si sta imponendo su tutto il pianeta) sotto diverse prospettive (a cominciare dalla visione dell’uomo, per giungere a toccare molti aspetti, dall’economia alla religione, ad esempio). Pertanto per noi rappresentano dei portatori di valori che non è possibile ignorare in nome del progresso (sarebbe a dire in nome dei profitti dei vari speculatori). Dal sito di Survival International apprendiamo dell’esistenza di una pratica aberrante: l’istituzione di “safari umani” presso le isole Andamane, in India.

Attualmente, la stagione turistica su queste isole va da settembre a maggio. Durante questo periodo migliaia di turisti effettuano “safari umani” ogni settimana, vale a dire viaggiano attraverso la foresta della tribù per andare a guardare gli Jarawa, una popolazione locale uscita recentemente dall’isolamento (“Alcuni vanno lì per dargli biscotti e fare fotografie… Guardarli è come un gioco. È un divertimento”, ha commentato con cinismo un tassista del luogo). Ora la tribù sarà costretta a subire queste forti intrusioni per tutto l’anno, dal momento che l’amministrazione delle Isole Andamane si sta preparando a promuovere le isole come destinazione turistica per tutto l’anno. Nel corso di fiere turistiche indiane e internazionali, un responsabile della Direzione Informazione, Pubblicità e Turismo, ha annunciato i piani di promozione per attività quali “safari ed escursioni nella foresta finalizzate a lanciare le isole come destinazione per tutte le stagioni”.

Tutto ciò ha allarmato chi ha a cuore la sorte dei cacciatori-raccoglitori Jarawa. I “safari umani” all’interno della foresta costituiscono un affronto alla dignità umana, non vi sono altre parole per definirli. Survival ha lanciato il boicottaggio delle Andamane; l’organizzazione per i diritti dei popoli indigeni chiede ai duecentomila viaggiatori che ogni anno si recano su queste isole di rinunciare a visitarle. L’obiettivo è la chiusura ai turisti della strada che attraversa la foresta degli Jarawa e la creazione di una via di comunicazione alternativa, al di fuori del territorio della tribù. Risulta chiaro che non è una richiesta irrealistica o impossibile: per questo ne diamo notizia.

Ciò di cui parliamo in questo post potrebbe essere rubricato come un fatto di cronaca, più o meno squallida, e in parte è proprio così, ma offre anche lo spunto per una riflessione più ampia sugli slittamenti in corso nell’ambito della sfera religiosa, dove arcaico e post-moderno si ibridano generando mostri. Stiamo parlando dell’India, la quale, in questi tempi, viene tanto lodata sui media per i supposti progressi in campo economico (fa parte dei Paesi BRIC, acronimo utilizzato per riferirsi a Brasile, Russia, India e Cina). Questa modernizzazione ha anche delle ricadute in altri ambiti della società, coinvolgendo la millenaria religiosità hindu; vediamo così prosperare una spiritual economy intorno ai guru più rinomati, all’interno di un’imprenditoria del sacro che sta crescendo in modo esponenziale in piena sintonia con le leggi del mercato. L’articolo che riportiamo (tratto da «Il manifesto» di ieri) tratta delle disavventure di uno di questi guru.

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Arrestato per stupro il guru Asaram Bapu dai centomila devoti

Asaram Bapu, santone hindu, è stato arrestato nella notte di sabato scorso in uno spettacolare blitz della polizia del Rajasthan, che ha preso in custodia il mistico protetto all’interno di un ashram – letteralmente “eremo” – nella città di Indore. La pesante accusa di stupro è arrivata da una famiglia di devoti in visita all’ashram di Jodhpur a metà agosto per un grande raduno spirituale promosso dal guru ultra settantenne, dove Asram Bapu avrebbe violentato la figlia della coppia, sedicenne.
Le polemiche cresciute nelle ultime settimane attorno all’emergenza stupri si arricchiscono ora di un imputato illustre, a capo di uno dei più grandi imperi di ashram in India, vere e proprie multinazionali della spiritualità in grado di macinare milioni di euro all’anno con la sola gestione dei terreni dove sorgono gli eremi, affiancando le attività immobiliari alla produzione di medicine ayurvediche, amuleti d’oro e una sconfinata varietà di paccottiglia misticheggiante: videocassette, pamphlet, poster e santini.
La Asaram Bapu Ashram controlla in India oltre 400 centri di spiritualità dove si svolgono corsi di yoga, eventi religiosi di massa e camp per iniziare i bambini allo yoga e alla meditazione. Secondo le stime correnti il giro di devoti di Asaram Bapu sfiora oggi i 100 milioni di affiliazioni.
Per evitare l’arresto il santone ha provato a difendersi dall’interno del suo ashram, inscenando una battaglia a colpi di interviste e conferenze stampa in cui la presunta vittima veniva descritta come «mentalmente instabile» e svelando i problemi di salute che gli avrebbero impedito materialmente la violenza. Ma le indagini e l’interrogatorio condotto dalla polizia paiono confermare la versione della ragazza, inchiodando Asaram Bapu a una custodia cautelare di 14 giorni, confermata ieri pomeriggio.
Secondo la famiglia della vittima, il guru avrebbe passato un’ora chiuso nei suoi appartamenti con la ragazza, assecondando la richiesta dei genitori di «esorcizzarla dagli spiriti maligni». Un copione standard nelle ombre del devozionismo indiano, dove figure carismatiche come Asaram Bapu traggono giovamento sessuale e materiale promettendo redenzione e guarigioni magiche.
L’ascendente che questi sedicenti guru hanno sulle proprie schiere di devoti ne fanno immediatamente dei punti di riferimento politici, specialmente nell’alveo della Sangh Parivar, la costellazione di organizzazioni politiche e paramilitari aderenti al nazionalismo di matrice hindu.
Il Bharatiya Janata Party (Bjp), principale partito della destra indiana e membro della Sangh, ha provato a smarcarsi dalla difesa d’ufficio di Asaram Bapu – anche in vista delle prossime elezioni – ma il leader della Vishva Hindu Parishad, una tra le sigle più estremiste del gruppo, ha spiegato alla stampa che «questo episodio sta dicendo alla comunità hindu che annichiliremo i vostri sentimenti e il vostro rispetto nei confronti di un leader religioso», parte di un complotto nazionale per screditare i devoti hindu nel paese.
In attesa che vengano formulate le accuse a carico del guru, la stampa indiana ha ricordato le parole con le quali Asaram Bapu commentò il tragico stupro di gruppo della studentessa di Delhi lo scorso dicembre: «La vittima è colpevole tanto quanto gli stupratori avrebbe dovuto chiamare fratelli gli accusati ed implorare pietà per farli smettere questo avrebbe salvato la sua dignità e la sua vita. Può una sola mano applaudire? Non penso proprio.» Posizione discutibile che ora Asaram Bapu avrà occasione di chiarire davanti a un giudice.

Matteo Miavaldi

Tiziano Terzani e la decrescita

Autore: liberospirito 18 Mar 2013, Comments (0)

Riportiamo ampi stralci dell’intervista di Paolo Calabrò a Gloria Germani, saggista impegnata nel dialogo interculturale e ai temi dell’ecologia della mente e dell’educazione; inoltre fa parte della Rete italiana per l’Ecologia Profonda e del Movimento per la Decrescita Felice. Tema della conversazione è la recente ripubblicazione del saggio dell’autrice Tiziano Terzani: la rivoluzione dentro di noi (edizioni TEA).

tiziano terzani

‘Decrescita, digiuno, nonviolenza’: tre nozioni contenute ampiamente nell’edizione del 2009, ma qui presenti fin dal sottotitolo. Cosa ha voluto sottolineare?

Con questo sottotitolo volevo chiarire fin dall’inizio che nella strada tracciata da Terzani, la rivoluzione dentro di noi, non è qualcosa di intimistico od individualistico. Al contrario: si traduce in un cambiamento importante a livello collettivo e sociale: quello della decrescita e della nonviolenza. In realtà, Terzani non ha mai usato il termine ‘decrescita’ ma solo per ragioni anagrafiche. Il termine decroissance – coniato nel 1973 – in realtà ha cominciato a diffondersi solo a partire dal 2003 dopo il convegno Defaire le development, refaire le monde. Terzani usava invece la parola d’ordine ‘digiuno’ riprendendola da Gandhi, ma intendeva proprio quello che oggi intendiamo con decrescita. Nel libro ho cercato di mettere in luce nel primo capitolo, la critica radicale a una concezione esclusivamente materialistico-scientifica della vita, e nel secondo capitolo la necessità di un approccio olistico alla vita, sulla scia del pensiero orientale nonché delle scoperte delle fisica quantistica. Da queste premesse scaturisce in maniera evidente che cosa fare sul piano pratico: l’adesione verso una semplificazione della vita, verso la riduzione dei ‘bisogni’, il ritorno ad una stile di vita molto parca e naturale. E infatti ho intitolato il terzo capitolo, ‘L’etica della nonviolenza e il digiuno’. Terzani parlava di tornare al digiuno gandhiano, non nel senso di astenersi dal cibo (che Gandhi usava come arma di lotta) , ma almeno nel senso di fare a meno di tutte le cose che il consumismo vuole convincerci di aver bisogno ma di cui non abbiamo affatto bisogno! Ai giovani Terzani diceva: Il consumismo vi consumerà… e allora? Una soluzione c’è ed è quella di digiunare, digiunare oggi da una cosa, domani da un’altra…Riprendere coscienza…e, ad ogni passo che fai, domandarsi: perché lo faccio? Sfuggire dunque dal bombardamento mediatico e del marketing…Terzani voleva mettere in crisi l’idea “che la vita si riduca a lavorare a livelli frenetici per produrre cose perlopiù inutili che altra gente deve lavorare a livelli frenetici, per potersi comprare”. Dal momento che viviamo in un pianeta finito, con risorse finite, il mito della crescita economica infinita, e del consumo infinito è una pura follia.

Credo che Terzani si inserisca a pieno titolo in coloro che sono definiti i precursori della decrescita. Anzi, a mio avviso, la sua posizione è tra le più profonde e lucide nel panorama internazionale. I trent’anni trascorsi da Terzani lontano dall’Europa, in Asia – gli hanno fatto capire che l’ossessione per l’avere piuttosto che l’essere, l’ossessione per l’economia e la crescita, nascono da un immaginario ben preciso. In primo luogo nascono dalla concezione materialistica della vita – che è inseparabile dalla concezione scientifica del mondo. A partire dalle fine del ‘600, con Galileo, Newton, Cartesio, Bacone, Hobbes tanto per citare alcuni, si è consolidata una visione del mondo materialista che si diffusa insieme al metodo scientifico e che ha invaso fino ad oggi tutte le maniere con cui interpretiamo e gestiamo la vita.

Questa visione materialistica vede il mondo e l’uomo come una grande macchina, considera gli aspetti quantitativi e misurabili  (ignorando gli altri) e infatti è chiamata anche visione meccanicistica o riduzionistica. Non c’è dubbio comunque che la tecnoscienza è nata in base a questo approccio e che la modernità è possibile solo perché c’è la tecnoscienza. Siamo sicuri che la nostra civiltà moderna sia la più evoluta o la civiltà superiore, oppure questa civiltà – che ha prodotto fenomeni mai visti nella storia dell’umanità come l’inquinamento, la globalizzazione, l’esaurimento dei combustibili fossili non rappresenta altro che una deviazione pericolosa?

Trent’anni vissuti in Asia, tra la gente dell’Asia, avevano inesorabilmente tolto a Terzani quella sorta di occhiali che Latouche chiama la ‘colonizzazione dell’immaginario’. Dal ‘600 in poi, insieme alle flotte mercantili e ai commerci, noi abbiamo esportato in tutto il mondo l’immagine che la modernità potesse essere solo del nostro tipo: tecnologica, portatrice di comfort e sfruttatrice della natura. Terzani era dolorosamente consapevole di tutto questo e sapeva che il nostro strapotere tecnologico-mediatico avrebbe condotto questi antichi e saggi popoli “all’allegro suicidio dell’Asia a favore di un modello di sviluppo che non è il loro”.

Quanto conta Gandhi nella riflessione di Terzani?

Tantissimo, a mio avviso. Anzi si potrebbe dire che tutta l’epopea di Terzani può essere condensata nel passaggio da lui compiuto da Mao a Gandhi. Quando era giovane, negli anni 60, le sue simpatie andavano tutte verso la rivoluzione maoista e il progetto maoista di fare l’uomo nuovo, comunista, giusto. La spinta a voler andare in Asia nasceva proprio dalla voglia di essere testimone della grande esperimento sociale cinese.

Nel 1971 Terzani scrisse una introduzione a La vita di Gandhi di Fischer, che è esemplare del suo percorso. A 33 anni, e prima di mettere piede in Asia, Tiziano criticava lo spirito conservatore del mahatma, che si traduceva, in sintesi, nella sua ostilità alla lotta di classe, nella sua opposizione alle macchine e alla tecnologia, e nella sua fede nel rapporto fiduciario tra ricchi e poveri. All’epoca, il confronto tra Mao e Gandhi gli appariva schiacciante. La posizione di Gandhi significava «rimandare all’infinito il problema dell’ingiustizia della società indiana». Terzani avrà il coraggio e soprattutto l’onestà intellettuale di ribaltare completamente questa posizione. Le sue esperienze in presa diretta del comunismo in Cina, in Vietnam ma anche in Russia, insieme alle sue esperienze del liberismo economico in Europa e in Giappone, lo portarono ad abbracciare sempre di più la posizione gandhiana. Terzani aveva capito in maniera radicale che né il comunismo, né il capitalismo potevano costituire una via per il futuro dell’uomo. Terzani scrive: «Tutte e due erano fondate sulla stessa fiducia nella scienza e nella ragione: tutte e due erano impegnate nella dominazione del mondo esteriore senza alcun riguardo per quello interiore della gente e senza nessun riferimento a un ordine metafisico. Sia il marxismo che il capitalismo si basano sulla fondamentale nozione ’scientifica’ che esista un mondo materiale separato dalla mente, dalla coscienza, e che questo mondo può essere conquistato e sfruttato al fine di migliorare le condizioni di vita dell’uomo». Capitalismo e comunismo sono legate alla vecchia concezione scientifica newtoniana-cartesiana, non sono capaci di afferrare la realtà più complessa della vita. Quindi a differenza di tutti gli altri intellettuali europei anche pacifisti, Terzani non abbraccia Gandhi come il principe della nonviolenza e basta. Gandhi va preso in toto come splendido esponente di una civiltà millenaria che ha ancora molto da insegnarci riguardo all’indagine del mondo interiore, alla nostra felicità, al rapporto con la natura. L’avvicinamento di Terzani a Gandhi è progressivo a partire dalla svolta segnata da Un indovino mi disse. Nella pagine finali del suo ultimo libro-testamento, esso raggiunge una totale compenetrazione che mi ha commossa fino alle lacrime quando l’ho letta. Terzani racconta: «Io leggevo Gandhi religiosamente per vedere di trovarci, non una chiave che aiutasse l’India dei villaggi, delle mucche e così via, ma un messaggio per la nostra civiltà (…)Pensa, questa sua idea di risolvere i problemi a livello di villaggio, questo negare la modernità. C’è un discorso che Gandhi fa nel 1909, un discorso che dovremmo riprendere oggi in cui si chiede “Cos’è la vera civiltà? La civiltà nasce da un tipo di comportamento che indica all’uomo il sentiero del dovere, l’osservanza della moralità. Raggiungere la moralità significa raggiungere la padronanza della nostra mente e delle nostre passioni”. E’ civiltà quella inglese, occidentale, si chiede, che misura il progresso in quanto più abiti la gente ha? In quanto più velocemente si sposta? Non bastano all’uomo un tetto sopra la testa, un pezzo di stoffa attorno ai fianchi? Parole durissime. Lui voleva prendere la via dei villaggi, anziché quella delle fabbriche che riducono l’uomo a schiavo. Perché distruggere i villaggi? Villaggio vuol dire comunità, vuol dire spartire le risorse».

Occorrono nuovi modelli di sviluppo, dirà Terzani poche pagine più avanti: parsimonia,resistenza, digiuno. «Questa sarà secondo me, la grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia che domina le nostre vite, la battaglia per il ritorno ad una forma di spiritualità a cui la gente possa ricorrere. Occorre perciò un grande sforzo spirituale, un grande ripensamento, un grande risveglio. Che poi ha a che fare con la verità di cui nessuno più si occupa. Lì Gandhi è di nuovo stupendo. Cercava la verità, quello che sta dietro a tutto». Non mi pare che ci sia molto da aggiungere. Terzani riconosce in Gandhi un altro possibile orizzonte di senso, quella ricerca della verità, quel risveglio di cui abbiamo disperatamente bisogno per raggiungere una nuova concezione della realtà. Questi brani inoltre dimostrano di per sé che tanto Gandhi che Terzani sono assolutamente all’avanguardia per quanto riguarda i movimenti della decrescita, i movimenti ambientalisti e pacifisti contemporanei.

Rileggere Terzani per tornare a parlare di rivoluzione: cosa significa oggi ‘rivoluzione’?

Terzani negli ultimi mesi diceva di aspettarsi «una silenziosa rivoluzione interiore che passa a volte persino attraverso il mondo musulmano, che passa attraverso l’Asia, l’Africa. Dai no global – che nella loro simpatica diversità, nel loro potpourri di esistenza, fanno convivere la difesa delle balene con l’idea della bicicletta a cinque ruote – arriva un anelito al nuovo, al quel cercare il come. Io dico, per esempio, il prossimo premio Nobel dovrà essere dato a qualcuno che troverà un sistema economico più consono al benessere dell’uomo. Allora, piccoli passi, piccoli passi. L’assalto al Palazzo d’inverno [rivoluzione russa], l’assalto alla alla Bastiglia [rivoluzione francese], la vittoria a Saigon [rivoluzione vietnamita] alla fine non hanno risolto niente. Allora aspettiamoci una rivoluzione silenziosa a lungo termine, l’umanità ha una grande storia, e forse un lungo futuro a cui lavorare». Questo appello è importantissimo. Significa non arrendersi al pensiero dominante che invece ovunque ci assorda con l’idea che there is no alternative in questo mondo – che, che questo è il risultato necessario ed inevitabile dell’evoluzione. Ma quale evoluzione? Come dice Helena Norberg Hodge questo mondo globalizzato si basa su una serie di giustificazioni false. L’appello alla rivoluzione è fondamentale; è un appello al cambiamento, a cercare soluzioni più giuste, un richiamo all’umanità, un atto di lealtà verso la parte più nobile e più alta che è insita in ogni uomo.

www.filosofiatv.org

 

Ricordo di Sankaralingam

Autore: liberospirito 15 Feb 2013, Comments (0)

Non è facile parlare di politica con le elezioni politiche alle porte, con tutta la buriana mediatico-spettacolare in corso e il profilo basso o bassissimo di molti candidati. Invece proprio l’altro giorno è deceduto in India uno dei gandhiani della prima ora, Sankaralingam Jagannathan, il quale ha saputo agire il senso autentico del volto politico dell’essere umano. A riprova che – al di là di ogni disfattismo, qualunquismo, ecc. – è possibile e praticabile una politica giusta.  Unico quotidiano a darne notizia è stato “Il manifesto” da cui riprendiamo l’articolo a firma di Marinella Correggia. Ulteriori informazioni si possono trovare sul sito inglese di Wikipedia (http://en.wikipedia.org/wiki/Krishnammal_Jagannathan).

Se ne va il “papà” nonviolento dei combattenti per la libertà

Aveva da poco compiuto cento anni Sankaralingam Jagannathan («Appa», papà), morto il 12 febbraio alla «Dimora dei lavoratori» nell’università rurale Gandhigram, stato indiano meridionale del Tamil Nadu.
Grande seguace di Gandhi ha percorso l’India nello spazio e nel tempo a partire dagli anni 1940 insieme alla moglie Krishnammal («Amma», mamma), del 1926, tuttora attivissima. Lui era nato benestante di casta alta, lei intoccabile e povera: per la feroce tradizione indù non avrebbero nemmeno dovuto sfiorarsi. Prima militarono come freedom fighters nonviolenti a fianco del mahatma Gandhi nel Quit India Movement, la lotta di massa per l’indipendenza, poi si dedicarono all’impegno nonviolento per i senzaterra che costò ad Appa altro carcere. Non ebbero mai una casa loro, vissero in diversi ashram, dimore comunitarie, dove Appa ogni alba filava per un’ora all’arcolaio i suoi abiti di cotone e Amma cucinava con semplicità vegetariana.
Per rendere produttivi i quattro milioni di acri che i poveri avevano ottenuto in seguito all’appello al bhoodan (dono della terra), Jagannathan creò il movimento Assefa per l’autosufficienza dei villaggi gandhiani.
Nel 1968 quarantadue donne e bambini senzaterra in sciopero vengono rinchiusi e bruciati vivi da ricchi possidenti nel distretto di Tanjavur. Amma e Appa decidono di concentrare là il loro lavoro sulla terra e per la terra. Nasce il movimento Lafti: «Terra per la liberazione dei braccianti». Con scioperi, marce, raduni, digiuni e petizioni; vincendo anche ostacoli burocratici, tredicimila famiglie ottengono infine altrettanti acri da coltivare. Parallelamente il Lafti opera per lo sviluppo dei villaggi, con attività edili di autocostruzione, artigianali, educative.
Nel 1993 le comunità costiere del Tamil Nadu dove lavorano Amma e Appa subiscono l’aggressione dei nuovi latifondisti, i grossi imprenditori del gamberetto per l’esportazione. Risaie salinizzate e mangrovie distrutte.
Jagannathan ricorre alla Corte Suprema dell’India che nel 1996 vieta l’acquacoltura intensiva entro i 500 metri dalla costa. Ma la distruzione non si ferma, in un’India ben diversa dal sogno di Appa.
Come l’economista gandhiano J.C. Kumarappa, Jagannathan sosteneva un’economia di villaggio egualitaria basata su agricoltura, artigianato e «lavoro per il pane». Il volto locale di un’India che doveva essere autonoma, pacifica, resistente contro l’imperialismo.

Marinella Correggia