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Tag: il manifesto

“Non sono che animali”

Autore: liberospirito 19 Giu 2013, Comments (0)

C’è un cimitero in fondo al mare, dalle parti di Lampedusa. L’altro giorno, nella notte tra sabato e domenica sette migranti sono annegati, inghiottiti dal mare mentre tentavano di aggrapparsi a una gabbia di tonni. Non bisogna assuefarsi a questo genere di notizie, anche se gran parte degli organi di informazione fanno di tutto per presentarle come normali. Riportiamo di seguito l’articolo di Annamaria Rivera, apparso su “Il manifesto” di ieri.  “Non sono che animali”, s’intitola il pezzo. Lasciando intendere che dietro tutto ciò c’è un’orrenda offesa nei confronti di coloro a cui, nei fatti, viene negata l’appartenenza al genere umano. Tale offesa viene poi doppiata con l’implicita ammissione che agli animali non umani è lecito compiere ogni tipo di maltrattamento.

migranti

È atrocemente simbolica la fine degli ultimi sette o dieci migranti annegati nel Canale di Sicilia.
Ingoiati dai flutti mentre cercavano disperatamente di aggrapparsi a una gabbia ove si agitavano dei tonni: sette o dieci, non importa, ma altrettanto terrorizzati e come loro destinati alla morte. Sebbene troppo citato, l’aforisma di Theodor W. Adorno è perfettamente calzante: il «non è che un animale» si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli umani.
Secondo il racconto dei novantacinque superstiti salvati dall’intervento della Guardia costiera, i sette o dieci migranti sarebbero finiti in mare dopo che l’equipaggio del motopeschereccio tunisino aveva tagliato il cavo che trainava la tonnara. Avrebbero anche tentato di salire a bordo, i sette o dieci, ma sarebbero stati respinti brutalmente.
È una gara di crudeltà quella che si gioca sulla pelle dei nuovi dannati della terra: una catena gerarchica volta alla negazione dell’umano, non diciamo dei diritti umani fondamentali. Con alcune eccezioni rilevanti, come quelle di coloro che prestano soccorso in mare, è una catena che si snoda dai decisori, europei e nazionali, agli esecutori delle stolide politiche proibizioniste; dai gestori dei lager per migranti a non pochi rappresentanti delle forze dell’ordine italiane. Fino, in tal caso, ai pescatori tunisini incrudeliti da leggi crudeli contro i «clandestini» e chi ne sia «complice». Basta dire che nella Tunisia post-rivoluzione è ancora in vigore una legge che punisce con pene detentive comprese fra i tre e i venti anni di prigione chiunque sia implicato, direttamente o indirettamente, anche per mera solidarietà, in un episodio di migrazione illegale o solo in un tentativo o azione preparatoria. Un tal genere di leggi nazionali -tuttora in vigore, ripetiamo, malgrado le «primavere arabe» – è stato a sua volta imposto, favorito, indurito, legittimato dagli accordi bilaterali per il contrasto dell’immigrazione illegale: fino ai più recenti, stipulati dalla ex ministra dell’Interno Cancellieri con i suoi omologhi dell’altra sponda del Mediterraneo.
La realtà di questi giorni – si parla di un migliaio di migranti giunti sulle coste italiane in appena ventiquattr’ore – conferma una verità lampante: il «mondo-frontiera» (per usare la formula di Paolo Cuttitta), dai confini sempre più infittiti, complessi, variegati, disseminati, è più poroso che mai. Esso non ce la fa a competere con la forza degli esodi, con le ragioni che spingono gli esseri umani a cercare altrove salvezza, speranza, avvenire.
Il proibizionismo, il pessimo trattamento dei migranti, la clamorosa violazione del diritto umanitario nei confronti dei rifugiati non valgono a «scoraggiare gli arrivi», come recita un luogo comune. Servono, invece, a incrementare l’ecatombe mediterranea nonché a rendere un inferno la vita di chi riesce ad approdare. Fino all’istigazione al suicidio. Pochi giorni fa, a Firenze, Mohamud Mohamed Guled, rifugiato somalo di trent’anni, si è congedato da un’esistenza senza prospettive di dignità e serenità, lanciandosi da un edificio occupato da suoi connazionali e compagni di sventura. In seguito alla chiusura del progetto «Emergenza Nord Africa», era stato allontanato con 500 euro di mancia dalla struttura di accoglienza, a Pisa, gestita dalla Croce Rossa. Così, per avere almeno una tana, non aveva potuto far altro che raggiungere Firenze: a condurre in realtà una vita da reietto, sempre più deprimente e intollerabile.
Sono anni e anni che le associazioni per la difesa dei diritti dei migranti e dei rifugiati rivendicano canali d’ingresso legali, permanenti, realisticamente percorribili, meccanismi di regolarizzazione ordinaria, la chiusura dei lager per migranti, una legge organica sull’asilo che finalmente dia corpo all’articolo 10 della Costituzione, un programma nazionale d’integrazione dei rifugiati rispettoso almeno degli standard internazionali. E altre misure – come la riforma della legge sulla cittadinanza e il diritto di voto – che rendano più dignitosa la vita dei migranti e dei rifugiati, meno inferiore il loro status.
Oggi s’invoca la crisi economica per dire che non è il momento propizio per queste pretese. Ma, come si sa, per le rivendicazioni dei migranti e rifugiati, come d’altre categorie di subalterni, un momento propizio non c’è mai. Perciò insistiamo caparbiamente. Non rinunciamo a immaginare «uno stato di cose migliore» in cui, per citare ancora Adorno, «si potrà essere diversi senza paura»: umani e nonumani.

Annamaria Rivera

Pussy Riot: il re è nudo!

Autore: liberospirito 19 Ago 2012, Comments (0)

Colpevoli di teppismo a sfondo religioso. Così per i giudici di Mosca è la performance anti-Putin delle Pussy Riot nella cattedrale di Mosca. Molti media, oltre a documentare l’avvenimento, hanno dato spazio alla denuncia, da parte delle più diverse figure (politici, intellettuali, pop-star), di questa sentenza che limita spaventosamente la libertà di espressione. A noi qui interessa cogliere una contraddizione (in realtà solo apparente, di fatto ben congeniale al funzionamento del sistema-Russia) tra uno stato, formalmente laico, che si erge a difensore della Chiesa (secondo il principio che tutti sono uguali davanti alla legge ma alcuni lo sono più degli altri) e una Chiesa – quella ortodossa nello specifico – la quale trova motivo di indignazione per l’esibizione delle giovani punk ma non per l’indecente amministrazione del potere sul territorio russo, con tutte le commistioni fra politica, economia e organizzazioni mafiose, le quali con l’introduzione dell’economia di mercato hanno finalmente potuto compiere il salto di qualità. Hanno ragione le Pussy Riot a dire che – nonostante tutto e tutti – hanno vinto loro. Come nella fiaba di Andersen hanno mostrato al mondo che il re è nudo! Pubblichiamo di seguito la riflessione di Alberto Piccinini, apparsa ieri sul quotidiano “Il manifesto”  (www.ilmanifesto.it).

La traccia di rossetto colpisce ancora

Qualcosa come trent’anni fa lo storico americano Greil Marcus ci aveva spiegato che il punk era in realtà una «percorso segreto» inscritto nel cuore della cultura occidentale. Un filo rosso che univa gli eretici medievali al movimento Dada, i situazionisti a Johnny Rotten dei Sex Pistols e ai suoi due versi d’esordio vomitati in un disco del 1976: «Sono un anticristo/ sono un anarchico».
Roba da museo. Il punk che conosciamo bene era nato in Inghilterra tra il 1976 e il 1977, una vita fa. La cronaca dell’epoca ci restituisce una specie di esperimento di laboratorio compiuto da gente come Malcolm Mc Laren e Vivenne Westwood (che creò i vestiti e le spille), e Bernie Rhodes, il manager trotskista dei Clash. Erano sufficientemente cresciuti per aver visto il maggio francese, aver letto di fretta Debord e Vaneigem, conosciuto il teatro, la guerriglia di strada e il rock’n’roll. Provato a «creare situazioni ovvero momenti della vita, concretamente e deliberatamente costruiti mediante
l’organizzazione collettiva di un ambiente unitario e di un gioco d’avvenimenti». C’è scritto tutto, anche su Wikipedia.
Nel frattempo, in mancanza di meglio, ci eravamo abituati a cercare il punk nei posti più strani del pianeta: tra i metallari perseguitati dalle autorità religiose e politiche in Medioriente o tra i rockers cinesi, laddove una presa di parola, un gesto, una smorfia, potesse rappresentare una sorpresa e un rischio. E adesso in un collettivo politico-artistico come le Pussy Riot, che ci rimandano ancora a un’intera antologia delle (nostre) buone letture: La società dello spettacolo, Judith Butler e il femminismo radicale, le fanzine delle Riot Girls americane anni ’90, la maglietta «No pasaran» col pugno chiuso disegnato sotto, vista ieri in televisione durante la lettura della sentenza.
A parte questo, noi un gruppo di ragazzine così mascherate le avremmo viste suonare in un piccolo club. E dopo qualche tempo le avremmo beccate in televisione, più probabilmente su youtube,
scambiato da migliaia o milioni di pagine facebook. Le avremmo apprezzate a teatro, alla Biennale d’arte. Ci sarebbero state polemiche. Pazienza. Ma se invece quel gruppo fosse entrato in una grande
chiesa di Roma a mimare un crudo pezzo punk il cui ritornello proclamava: «Maria Vergine, madre di Dio, liberaci di Berlusconi», o di Monti o di chi altro volete, potrei scrivere per filo e segno le dichiarazioni di Giovanardi, Casini e i distinguo di Bersani, il giorno dopo. Difficile immaginare per loro tanta solidarietà come quella attirata dalla Pussy Riot da tutto il mondo. Non l’avrebbero passata liscia, in tribunale.
«Pensavamo che la Chiesa amasse tutti i suoi figli – ha dichiarato durante il processo una delle Pussy Riot – non solo quelli che votano Putin». Se dicono che hanno vinto il processo in cui le hanno condannate a due anni è perchè le uniche che hanno saputo condurre il gioco della comunicazione fino in fondo, sono loro. Resteranno come un «istantaneo classico nella storia della dissidenza», ha commentato il giornalista David Remnick, biografo di Obama e autore di un monumentale e recente pezzo su Bruce Springsteen e la coscienza politica di un ricco musicista, pubblicato dal “New Yorker”. E dissidenza è un vocabolo esotico, ma preciso. L’esotismo delle Pussy Riot, combattenti contro Putin, ce le rende troppo lontane. Ma il punk non è una questione lontana. E’ una questione
Nostra.
In serata la Rete, attraverso il sito del “Guardian”, diffonde le note della loro nuova canzone: «Putin accendi la luce», più o meno. Il juke box si fa globale. Quando le Pussy Riot dichiarano che non faranno mai un vero concerto in un club o in una sala (le loro performance, oltre che la chiesa, hanno avuto come location il piazzale di una prigione e la Piazza Rossa), rileggono per l’ennesima volta il rapporto arte/politica sul quale ci si è rotti la testa in tanti, e qualcuno la vita ce l’ha pure lasciata. Dedicato ai rivoluzionari che hanno lasciato nella storia anche soltanto una «traccia di rossetto». Come il titolo di quel vecchio libro di Greil Marcus.

Alberto Piccinini