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Tag: Giovanni Sarubbi

Il tempo della fine

Autore: liberospirito 29 Set 2014, Comments (0)

Proponiamo il recente editoriale di Giovanni Sarubbi sul sito www.ildialogo.org. A qualcuno potrà non piacere il tono apocalittico del discorso, l’annuncio del tempo della fine. Comunque sia non si possono non condividere le considerazioni sul momento attuale, sia in Italia che nel resto del mondo.

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Viviamo il tempo della fine che è anche il tempo della verità. Viviamo il tempo della fine di un sistema sociale, che domina sul piano mondiale, che ha oramai raggiunto un livello di iniquità mai prima raggiunto. Gli imperi, storicamente, hanno fatto tutti una brutta fine.

Sono tempi, quelli attuali, paragonabili a quelli della fine dell’Impero Romano, con disfacimento di tutte le strutture sociali, morali, etiche di quella società. In più oggi stiamo vivendo il tempo della fine anche da un punto di vista ambientale, cosa mai verificatasi prima nella breve storia dell’umanità.

Si muore sempre più di cancro e nessuno si chiede, di fronte all’ennesimo amico, familiare o conoscente il perché. Chi vive nella Terra dei fuochi in provincia di Caserta, lo associa alle discariche dei rifiuti tossici presenti su quel territorio, così fa anche chi vive a Taranto, associando quelle morti all’ILVA, o a Casal Monferrato, patria dell’amianto, o in tutti quei luoghi dove vi sono stati disastri ambientali gravi. Per il resto si parla di sfortuna, di fatalità magnificando le doti del morto di turno come se questo servisse a riportarlo in vita o a punire i responsabili di quelli che in realtà sono dei veri e propri omicidi.
Omicidi perpetrati da chi, consapevolmente, fa eseguire attività inquinanti per ricavarne profitto. E le fa fare, di solito, alle persone più povere e ricattabili, agli ultimi operai delle fabbriche, che forse magari neppure si rendono conto di quello che fanno, e che mettono il cosidetto “lavoro” prima del rispetto della propria dignità di persona e del rispetto della vita dei propri familiari e di tutti gli altri abitanti di questo pianeta.
Ma il tempo della fine è anche il tempo della verità. E’ il tempo durante il quale tutte le bugie giungono al pettine e si manifestano per quello che sono, bugie, falsità, imbroglio, truffe, ladrocini.
E una di queste bugie è arrivata a capolinea proprio in questi giorni e si chiama Renzi, primo ministro del governo Italiano.
Il “giovane” primo ministro Renzi parla contro i “poteri forti” che vorrebbero impedirgli di approvare il nuovo diritto del lavoro, che altro non è se non l’ennesimo attacco ai diritti di chi lavora a favore dei padroni dei mezzi di produzione, quelli che il buon vecchio Marx chiamava capitalisti. E Renzi parla contro i “poteri forti” seduto di fianco a Marchionne, amministratore delegato della FIAT che è la quintessenza dei poteri forti di questo paese. Di quella FIAT che, per dirla con le parole di un altro potere forte che risponde al nome di Diego Della Valle, ha “succhiato tutto il succhiabile da questo paese per poi andarsene all’estero.
L’immagine di Renzi seduto di fianco a Marchionne che parla contro i “poteri forti”, che per loro sarebbero gli operai a cui vogliono togliere le briciole dei diritti che gli sono rimasti, credo sia la visione moderna di quel passo del libro dell’Apocalisse (Ap 17,4-5) dove viene descritta una donna “vestita di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle” che “ teneva in mano una coppa d’oro, colma degli orrori e delle immondezze della sua prostituzione” e che sulla sua fronte aveva scritto un nome misterioso: “Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli orrori della terra”. La bugia non è stata mai più manifesta di quell’immagine ma, siamo convinti, che la maggioranza di questo paese non l’ha ancora compresa.
E questo perché i poteri forti, come ci ricorda sempre l’Apocalisse, sono abituati da millenni a mostrarsi deboli, addirittura vittime di quelli che loro ammazzano e schiavizzano. E lo fanno per continuare ad ingannare, rapinare, schiavizzare e uccidere. Come sta facendo in questo tempo della fine la superpotenza USA, che schiavizza mezzo mondo ma che si dichiara vittima di un terrorismo che essa stessa genera e alimenta per giustificare il proprio delirio di potenza. Invertono il senso delle parole, pace diventa guerra, debolezza diventa forza, viltà diventa coraggio.
Ma viene il tempo, ed è quello della fine che stiamo vivendo, nel quale la verità non può essere più nascosta e tutte le cose risultano chiare e nessuno potrà più dire io non ho capito, io non c’ero, io non so di che cosa tu parli.
Hanno chiamato questo nuovo diritto del lavoro Jobs Act, giusto per confondere le idee con un termine inglese, come se un termine inglese potesse servire a coprire ciò che nuovo non è perché si tratta di idee e norme risalenti al primo capitalismo, quello del 1800, quando i lavoratori non avevano alcun diritto e già era molto se riuscivano a sopravvivere. Se ne sono accorti l’economista Piketty, lo stesso Krugman che comunisti non sono.
Cosa volete di più dai lavoratori? Ritenete che questi potranno ancora a lungo rimanere schiavi di un sistema che li uccide sul lavoro, che li costringe alla disoccupazione, a fare a meno delle medicine per curarsi, al cibo per vivere, al diritto all’istruzione, ad una casa e ad una vita degna di essere vissuta? Ritenete che l’accumulazione di immense ricchezze nelle mani di pochi individui a livello nazionale e mondiale possa darvi l’immortalità?
Il tempo della fine è un tempo con il quale ogni essere vivente deve fare i conti sul piano personale. E questo tempo verrà anche per gli oppressori di turno, per i re come per l’ultimo mendicante. E allora le ricchezze immense accumulate andranno al vento e produrranno solo morte su morte ed il nome di chi le ha possedute verrà maledetto in eterno. Di questo potete essere certi.
Giovanni Sarubbi

Delegando si muore

Autore: liberospirito 20 Mag 2014, Comments (0)
Riportiamo una larga parte del recente editoriale di Giovanni Sarubbi apparso su sito www.ildialogo.org (dove è possibile leggerlo integralmente). Vi è una critica del potere, nelle righe sotto riportate, altamente condivisibile (Ivan Illich diceva proprio a proposito del cristianesimo: Corruptio optimi pessima, vale a dire: Ciò che era ottimo, una volta corrotto, diviene pessimo). Si tratta di riprendere nelle proprie mani, senza delega alcuna, il rapporto con la religione e con la dimensione di senso in essa contenuta (e la critica al potere degli esperti di professione era un motivo assai caro proprio a Illich).
sterco del diavolo
Purtroppo, fra i comandamenti che dovrebbero essere universalmente accettati da chi si dichiara cristiano, “il non dire falsa testimonianza” è quello più violato.
Non c’è organizzazione umana dove vi sia un potere da gestire di qualsiasi tipo, sociale, politico, religioso, che non è intrisa di bugie. La dove c’è un potere da gestire li c’è anche la bugia, che si manifesta in vario modo, dal semplice nascondere le informazioni che permetterebbero alle persone di orientarsi correttamente e di poter decidere in tutta libertà e coscienza, alla bugia vera e propria, alla mezza verità, che spesso è peggiore di una bugia completa. E man mano che si sale nella scala organizzativa il livello di bugie è via via crescente. Ciò che circola ai livelli più alti di una organizzazione è quasi sempre sconosciuto ai bassi livelli a cui arriva solo ciò che deve arrivare per continuare a mantenere il potere di tutta l’organizzazione nelle mani di chi la dirige.
Sono giunto a questa amara considerazione attraversando tutta una serie di organizzazioni sociali, da quella sindacale, a quella politica, a quella religiosa che hanno tutte questo tratto caratteristico.
Da questa esperienza ho anche tratto la convinzione che sulle bugie non si può costruire nulla di buono. Basta pensare che sulle bugie si sono costruite tutte le guerre passate e quelle attualmente in corso; sulle bugie si sono costruiti tutti gli scismi e i sotto-scismi all’interno delle chiese cristiane; sulle bugie si costruiscono gli odi fra le persone di diversa etnia, cultura, religione, colore della pelle.
Lo so, quello che sto dicendo è banale, fa parte della vita di tutti i giorni. Ma spesso più banali sono le considerazioni più esse vengono ignorate e non considerate nel loro giusto valore dalla grande massa della popolazione. E così quando una verità che è sotto gli occhi di tutti ,ma che tutti non vedono o fanno finta di non vedere, viene detta in modo chiaro ed inequivocabile, ecco che ci sono le alzate di scudo, le reazioni di chi sente minacciato il proprio potere. Scatta anche il meccanismo di chi, pur non essendo il Re, è più realista del Re ed è anzi quello che più di altri si oppone a qualsiasi cambiamento e giura sulla buona fede del Re. E anche queste cose fanno parte della vita di tutti i giorni.
Ciò premesso, sul tema della crisi delle Chiese noi crediamo fortemente che una discussione aperta e senza falsità sia improrogabile. E diciamo questo perché la situazione dell’intera umanità è ad un punto di svolta drammatico, soprattutto per la questione ambientale che minaccia la sopravvivenza stessa della specie umana e non soltanto per i cambiamenti climatici in atto ma anche per le nuove e sempre più devastanti malattie che si diffondono.
Le chiese cristiane nel loro complesso sono corresponsabili della situazione nella quale siamo, lo abbiamo ripetuto più volte e più volte continueremo a farlo. Certo analoghe responsabilità hanno anche altre religioni o altre ideologie politiche ma noi parliamo per quel che ci compete. Noi cerchiamo di dare un contributo per quel che riguarda la religione nella quale siamo cresciuti e che condiziona la società nella quale viviamo.
Noi sappiamo bene di non avere alcuna verità indiscutibile e alcuna ricetta risolutiva. Poniamo problemi e stimoliamo tutti a confrontarsi con essi e a cercare insieme le soluzioni. E se proponiamo qualche soluzione o via da seguire lo facciamo con lo spirito della proposta possibile, non certo del diktat che deriva da chissà quale mandato divino. Non ne abbiamo noi e non ne riconosciamo a nessun altro essere umano.
Quello che è francamente diventato insopportabile è l’atteggiamento di chi è più realista del Re, di chi, per esempio, pur vivendo una condizione di miseria giustifica o accetta la mitologia e il simbolismo di chi è ricco ed è responsabile diretto della sua povertà. Sono atteggiamenti non più sostenibili sia sul piano civile, sia soprattutto sul piano religioso.
Io so bene che ci sono tanti preti e religiosi cattolici che dedicano la loro vita a favore degli ultimi della Terra. Ne conosciamo diversi e con molti di essi abbiamo l’onore di condividere scelte ed iniziative. Ma questi preti e religiosi sono emarginati all’interno della chiesa. Nella stessa chiesa ci sono anche preti che lucrano su ogni atto ecclesiale che sono chiamati a compiere, violando persino le pur blande regole scritte dal loro vescovo. E’ di questi giorni la notizia di un parroco che alla sua morte ha lasciato un milione di euro in eredità. E ci sono stati e ci sono ancora nel mondo cattolici che ammazzano altri cattolici (vedi Argentina o San Salvador), e mentre c’è chi vive in povertà, nella stessa chiesa c’è chi è dedito all’uso sfrenato di quel dio denaro che Papa Francesco ha giustamente chiamato “lo sterco del diavolo”. Domandiamo sommessamente è possibile continuare così? E’ possibile continuare ad ingannarsi facendo leva sulle emozioni o sulle mega santificazioni che continuano ad annunciarsi a getto continuo?
Noi pensiamo di no, e continueremo ad affrontare questo tema perché siamo convinti che una svolta positiva alla storia del mondo la potranno dare i cristiani che sappiano liberarsi di quel potere che, a partire dal quarto secolo d.C. , ha distrutto lo spirito originario del profeta di Nazareth, che non voleva creare alcuna organizzazione di potere. E non importa a quale chiesa questi cristiani appartengano ne serve costruirne di altre. E’ il potere la malattia, la partecipazione ed il coinvolgimento di tutti è la cura. E’ l’accentramento delle decisioni e della ricchezza in poche mani che è la malattia, la democrazia e la condivisione dei beni è la cura. E se in una comunità si deve delegare qualcuno a gestire una piccola fetta di un potere che attiene a tutta la comunità, questa delega deve essere sottoposta a controllo, nessuna informazione deve essere tenuta nascosta e questa delega non deve mai essere a vita.
Siamo anarchici, libertari, estremisti, fondamentalisti? Chiamateci pure come volete, le etichette non ci interessano. Noi siamo persone che non vogliamo più delegare ad alcuno la gestione della società in tutti i suoi aspetti, politici, culturali o religiosi che siano. E chiediamo a tutti di fare altrettanto perché delegando ad altri ci si scava solo la propria fossa e con la propria quella dell’intera umanità.
Giovanni Sarubbi

Amare o armare la pace

Autore: liberospirito 6 Dic 2013, Comments (0)

“Sia il vostro linguaggio: sì, sì; no, no; il superfluo procede dal maligno”. Così leggiamo nel Vangelo di Matteo (5, 37). E’ un impegno diretto ed esplicito che va contro ogni bizantinismo, ogni avvitamento del linguaggio su sè stesso; sia ricorrendo a un lessico burocratico tanto freddo quanto incomprensibile o a forme espressive “colte” (o presunte tali: il latinorum di don Abbondio…) o, ancora, a glosse prive di costrutto che anziché illuminare gettano solo ombra e caligine. Per questo sottoscriviamo, e invitiamo vivamente a farlo, l’appello di Alex Zanotelli che riprendiamo dal sito www.ildialogo.org.

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Per amare la pace devi armare la pace”. Lo ha dichiarato nel giugno 2013 il ministro italiano della difesa Mario Mauro. Ora lo stesso slogan, ma in inglese (“to love peace you must arm peace“), è stato usato dal colosso americano dell’industria bellica Lockheed Martin, per la campagna pubblicitaria degli ormai tristemente noti jet F35, caccia bombardieri utilizzabili anche per portare bombe nucleari, che ci costeranno 14 miliardi di euro. Pagati con il sangue dei poveri di questo nostro paese.
Il Ministro Mario Mauro si dichiara cristiano e cattolico. Gesù è stato molto chiaro sul tema della pace sia nel suo insegnamento, come nelle sue scelte personali che gli costarono la vita.
Come cristiani chiediamo dunque al ministro Mauro, di scegliere se essere ministro della guerra o cristiano, fedele al Vangelo o strumento di guerra e di morte. O l’uno o l’altro.
Come cristiani, crediamo non sia più tollerabile lo scandalo di chi, pur professandosi cristiani, tradiscono invece il Vangelo e gli insegnamenti di quel Gesù di Nazareth che ha inventato la nonviolenza attiva per i suoi seguaci.
Primi firmatari
p. Alex Zanotelli – missionario comboniano
Giovanni Sarubbi – Direttore www.ildialogo.org
Per sottoscrivere vai a questa pagina.

 

Resistere alle lusinghe dell’impero

Autore: liberospirito 22 Gen 2013, Comments (0)

Sempre dal sito www.ildialogo.org pubblichiamo l’editoriale di Giovanni Sarubbi, apparso poco meno di una decina di giorni fa. Queste considerazioni sull’imperialismo religioso sono di grandissima attualità, sia per le considerazioni sul rapporto tra messaggio religioso e istituzionalizzazione del medesimo, sia – non ultimo – per gli evidenti rimandi alla recente e disastrosa guerra in corso nel Sahel.

C’è dibattito, nel piccolo mondo del cristianesimo di base italiano, su temi che, dal nostro modesto punto di vista, dovrebbero essere assolutamente superati dalla storia e dalle idee che sono maturati in Italia e nel mondo da 50 anni a questa parte, cioè dal Concilio Vaticano II in poi.

Si ricomincia a parlare di “fermenti spirituali”, dei “fondamenti della nostra fede”, della necessità di avere “buoni pastori” e della “pastoralità”, con annesso loro riconoscimento e crescita da parte delle comunità, con il contorno di “bibbia al centro”, del “credere in Dio”, o se sia giusto o meno privilegiare il “sociale-politico” a scapito “della ricerca e testimonianza più specificamente di fede”. Ragionamenti partiti dalla affermazione che le comunità muoiono appena viene a mancare la figura fondatrice, sia esso un prete o un laico.

Crediamo si tratti di un discorso antico quanto il cristianesimo, che ha interessato con tutta probabilità anche le prime comunità dei seguaci di Gesù. Anche quelle comunità si trovarono a fare i conti con la morte dei primi apostoli, di coloro cioè che avevano iniziato a percorrere la via indicata da Gesù. Anche le prime comunità misero mano alla raccolta dei loro racconti, scrivendo i Vangeli. Alcuni di loro produssero lettere o testi apocalittici, si costituì in ogni comunità un gruppo di persone a cui si affidò il compito di proseguire il cammino iniziato dagli apostoli. I testi scritti cominciarono a circolare e ad essere letti e commentati nelle comunità. Iniziò la formazione di un vero e proprio “canone di riferimento” valido per tutte le chiese sparse nel mondo allora conosciuto.

Quelle scelte hanno segnato poi la vita delle generazioni successive. Nell’arco di due-tre secoli si è giunti alla istituzionalizzazione delle figure di riferimento delle chiese, presbiteri, diaconi, vescovi, che da servitori delle comunità si trasformarono in padroni assoluti delle comunità. Padroni che aumentarono a dismisura il loro potere a partire dall’editto di Costantino, di cui quest’anno ricorre il 1700mo anniversario, e dalla realizzazione di numerosi concili che codificarono i dogmi ancora oggi vigenti e considerati inamovibili. Servitori (questo il significato della parola “ministero” da cui deriva quello di “ministro”) che divennero man mano “funzionari di Dio”, con proprie regole e dottrine da diffondere e imporre anche con l’uso della forza.

Credo si tratti di una vicenda capitata più volte nella storia degli ultimi 2000 anni, sia in campo religioso che sociale. Basti guardare a ciò che è capitato al movimento di Francesco di Assisi, o a ciò che è successo con la Riforma del XVI secolo, nata per combattere la vendita delle indulgenze e trasformatasi via via in sostegno ai poteri dei principi e ad un sistema sociale, quale quello capitalistico, basato sul “beati i ricchi” anziché sul “beati i poveri”. Ma la stessa cosa si può dire ad esempio per il marxismo. La costruzione di apparati, la codifica di norme, di dottrine che delimitano “ciò che è giusto” da “ciò che è sbagliato” in modo netto, fanno parte della vita stessa dell’umanità dal suo sorgere ai giorni nostri, ma guai a lasciarsi imbrigliare dalle norme e dalle dottrine e a non saper comprendere i limiti e gli errori che ogni norma e ogni dottrina ha insito in se. Questo perché ogni norma o dottrina è figlia di un determinato livello di conoscenza dell’umanità, e quando le conoscenze dell’umanità cambiano quelle norme mostrano i loro limiti che bisogna essere in grado di riconoscere e cambiare.

Le comunità, religiose o meno che siano, muoiono quando non c’è più nessuno che, gratuitamente e senza imporre nulla a nessuno, si faccia carico personalmente del loro messaggio senza la necessità che questo si trasformi in qualcosa di codificato o strutturato attraverso norme o apparati burocratici che, questi si, stravolgono quasi sempre lo spirito originario dei fondatori. Chi ha dato il via ad una comunità ha compiuto una scelta personale, quasi sempre sofferta, mai imposta a chicchessia. Chi lo vuole seguire deve fare altrettanto mettendoci dentro la propria sofferenza ed il proprio impegno, senza stipendi o cariche o poteri piccoli o grandi che siano, perché dove c’è un potere li c’è anche il pericolo dell’abuso.

Le prime comunità cristiane passarono man mano dalla cura dell’uomo, alla speculazione ontologica, alla pura e semplice metafisica, dal “beati i poveri” al sostegno alle guerre imperiali e alla conquista di territori e potere, dal “dio umanità” di Gesù al dio posto nel settimo cielo, irraggiungibile lontano e terribile. Basta mettere a confronto le Beatitudini (Mt 5,1-12) con il testo del Credo Niceno-Constantinopolitano: da un lato una serie di impegni finalizzati all’umanità che i seguaci di Gesù sono chiamati a praticare, dall’altro una serie di affermazioni finalizzate al potere di una casta sacerdotale sull’umanità. Da un lato la gioia e le libertà di riscoprirsi fratelli e sorelle e vivere senza oppressioni reciproche, dall’altro l’oppressione la violenza la morte. Da un lato l’umanità da riscoprire e amare, dall’altra la “fede in Dio”. Si perché quando si parla di quali siano i “fondamenti della nostra fede” si fa riferimento inevitabilmente ad un corpus di norme e di comportamenti che da duemila anni a questa parte (Bibbia, preghiere, liturgie, sacramenti ecc.) hanno stravolto completamente l’originario spirito del movimento iniziato da Gesù, che certo usava il linguaggio e le idee allora comprensibili (Dio, preghiere, pastori, pecore e quant’altro), ma che inequivocabilmente invitava i propri discepoli a scegliere di stare dalla parte dell’umanità e dell’umanità debole e oppressa.

Non ci sono “preghiere, liturgie, o fondamenti della fede” da trasmettere a qualcun altro e per il quale ci sia bisogno di costituire “pastori”. C’è una umanità da amare, c’è un impegno da assumere, questo si, ed è quello che è il motivo conduttore del libro dell’apocalisse: resistere alle lusinghe dell’impero, combattere tutti gli imperi, liberare l’umanità dalla oppressione dell’uomo sull’uomo. Queste sono le cose per le quali vale la pena di impegnarsi e dare anche la propria vita.

Giovanni Sarubbi