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Tag: Gianluigi Gugliermetto

Per una mistica ribelle

Autore: liberospirito 10 Dic 2016, Comments (0)

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Che cos’è la mistica ribelle? Come riconoscerla? Quali forme espressive adopera? Queste e altre domande sorgono nel prendere in mano l’ultimo libro di Matthew Fox, La spiritualità del creato (edito da Gabrielli e curato da Gianluigi Gugliermetto), che reca appunto tale sottotitolo: manuale di mistica ribelle. Inoltrandoci nella lettura di questo agile testo incontriamo tutta una serie di suggestioni che consentono, pagina dopo pagina, di delineare gli elementi costitutivi di un abbecedario spirituale per il nostro tempo.

Uno scienziato come Einstein aveva definito la mistica come “l’essere rapiti nel mistero”. E’ infatti proprio tale movimento a introdurre nel mistero. Il termine deriva dal greco myein, “chiudere, serrare”. Il mistico è colui che chiude gli occhi e serra la bocca per varcare la soglia del mistero.

Ma la mistica ribelle di cui parla Fox non cerca ripari nell’intimo del proprio foro interiore, nasce innanzitutto da un’indignazione etica, dall’incapacità a sopportare lo scempio in atto versa la terra che abitiamo e calpestiamo. Tale indignazione sa assumere anche i connotati di uno sfogo creativo che, cogliendo come necessaria ma insufficiente la semplice indignazione, prova a “rispondere alla sofferenza non soltanto con la rabbia, ma anche con un’opera creativa ed efficace che guarisce davvero”. Perché è di ciò che abbiamo bisogno. A questo punto possono rivelarsi le condizioni per divenire davvero “co-creatori di una nuova visione storica” che colloca le vicende e i drammi umani nel più ampio contesto della storia cosmica a cui siamo invitati a partecipare. Mistica ribelle significa così costruire percorsi e pratiche di liberazione che andranno a toccare non solo la realtà intra-umana (la giustizia sociale), ma anche le più diverse relazioni fra l’essere umano e il resto del cosmo (geo-giustizia). E ancora: molteplici sono le direzioni da cui possono provenire i contributi creativi per costruire questa rinnovata visione, al punto da ragionare e discutere sull’opportunità di un reincantamento grazie all’incontro tra scienza, arte e, appunto, mistica.

Fox sviluppa questo discorso riferendosi, quando necessario, a quegli autori del passato che conosce e frequenta con perizia da anni, come Meister Eckhart, Ildegarda di Bingen e Francesco d’Assisi. Ma proprio la passione e il rispetto verso questi mistici spingono Fox, seguendo i segni del tempo in cui viviamo, verso strade poco battute; in lui intensa e preponderante è la necessità di osare il mistero e inoltrarsi verso nuove strade, da sondare ed esplorare con passione e con intelligenza; anche questa è mistica ribelle. D’altro canto la cornice entro la quale si sviluppa tutto il discorso sottintende l’esaurimento della funzione epocale svolta fino ad ora dalle grandi istituzioni religiose. E’ la questione, attualissima, della fede in un’età post-religiosa di cui parlava Paul Ricoeur o quello, più recente, di José Maria Vigil circa un nuovo paradigma post-religionale.

In conclusione una considerazione circa la forma espressiva di Fox e il bisogno di un rinnovamento linguistico all’altezza dei mutamenti in corso. E’ nota un’espressione di Wittgenstein secondo cui “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. Ora si ha la sensazione di trovarsi proprio in un frangente simile. Non a caso lo stesso Fox avverte la necessità, parlando di “spiritualità del creato”, di risemantizzare il patrimonio linguistico esistente (come del resto hanno sempre fatto i mistici) spiegando cosa intenda per “spirito” e cosa per “creato”. Analogo lavoro, senza cedimenti, va fatto oggi su diversi altri termini, quali “Dio” o “religione”, ad esempio. Non possiamo sottrarci: c’è tutto un lavoro da fare sul linguaggio che, in ultima analisi, è un lavoro da fare su sé stessi: se davvero i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo, devo, a partire dalla mia esperienza del mondo, sondare questi limiti, calpestarne i confini e comprendere la possibilità di oltrepassamento. E, in fondo, pure questa è mistica ribelle.

Scriblerus

 

 

La spiritualità salverà il mondo?

Autore: liberospirito 8 Ago 2016, Comments (0)

 La spiritualità salverà il mondo? A settembre uscirà in libreria un nuovo libro di Matthew Fox dal titolo La spiritualità del Creato: manuale di mistica ribelle (Gabrielli Editori). Anticipiamo ampi stralci dell’intervista che Fox ha rilasciato a Gianluigi Gugliermetto, pastore anglicano e fondatore dell’Associazione Spiritualità del Creato, e che costituirà la postfazione del volume. Abbiamo ricavato la conversazione dal sito di Adista, dove è possibile leggere la versione integrale.

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Quando scrisse  La spiritualità del Creato, il mondo si trovava forse in una situazione di maggiore speranza. La guerra fredda era terminata, la guerra del Golfo non era ancora iniziata. Anche se lei venne ridotto al silenzio per un anno, e scrisse il libro alla fine di quel periodo, il tono generale del volume è molto ottimistico. È d’accordo? Scriverebbe lo stesso libro oggi? O, meglio: la sintesi della spiritualità del Creato che lei ha proposto in questo libro del 1991 è valida ancora oggi?

È vero, ovviamente, che la storia e la cultura si sono evolute da quando ho scritto questo libro. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, ad esempio, all’epoca alcuni teologi (tra cui Leonardo Boff e io stesso) eravamo posti sotto silenzio per periodi limitati, ma non eravamo ancora stati espulsi come invece accadde alcuni anni dopo. Successivamente, un totale di 106 teologi e teologhe (la lista si trova nel mio libro La Guerra del papa, Fazi, 2012) sono stati messi a tacere, espulsi e posti in condizioni tali di stress da provocar loro attacchi cardiaci ed esaurimenti nervosi. Il Vaticano dell’era Giovanni Paolo II e Benedetto XVI era impegnato a screditare la Teologia della Liberazione e le Comunità di Base, in combutta con il presidente Reagan e la CIA (un fatto che documento nel mio libro), ma non era ancora detto che ci sarebbero riusciti e che avrebbero sostituito dei leader cristiani autentici e davvero eroici, come mons. Romero, il vescovo Casaldáliga, il cardinale Arns, con persone estremamente obbedienti e appartenenti alla destra estrema, membri dell’Opus Dei, della Legione di Cristo, e altri ancora. Il marcio dei preti pedofili e la sua copertura da parte della gerarchia, a partire dal card. Law fino al card. Ratzinger, non era ancora visibile al pubblico. Quando il libro venne pubblicato c’era, quindi, più speranza riguardo alla Chiesa cattolica, a causa di una certa ingenuità. Dal punto di vista culturale, il libro venne ben prima dei drammatici eventi dell’11 settembre e la risposta cieca, guidata dal loro cervello rettiliano, data dall’amministrazione Bush-Cheney, con l’invasione dell’Iraq con ragioni false e con il pandemonio che ne seguì, con il Medio Oriente che continua a bruciare, dalla Siria all’Iraq, alla Libia e in altri luoghi ancora. E la successiva “primavera araba” come sappiamo ha ottenuto risultati ambivalenti. Riguardo la tesi fondamentale del libro, tuttavia, ritengo che stia ancora in piedi. Dopo tutto, io non sono un giornalista. Come teologo spirituale cerco di dare un nome alla correnti profonde della vicenda umana, sia quelle individuali sia quelle comunitarie, correnti che sono presenti in ogni caso, indipendentemente dagli avvenimenti internazionali. Ciò che dico in La spiritualità del Creato è ancora vero, secondo me: abbiamo bisogno ora più che mai di un risveglio interculturale che nasca da una passione profonda per la giustizia e la compassione, per un nuovo sistema economico che funzioni per tutti, per il rinnovo delle forme educative e di una filosofia dell’apprendimento che sottolinei la creatività invece dell’obbedienza, che ritenga l’eco-giustizia essenziale per la nostra sopravvivenza come specie (ovviamente anche delle altre specie) e che si impegni a raccogliere insieme le tradizioni sapienziali di tutta la Terra (inclusa la scienza di oggi) invece di continuare le guerre di religione e le divisioni ideologiche. Queste io le chiamo le “quattro E”: l’educazione, l’ecologia, l’economia e l’ecumenismo. È ovvio che la spiritualità del Creato, che pone il Creato come strada maestra dell’esperienza del divino e del senso del sacro, è al cuore del rinascimento che tutti stiamo cercando. Per questo io continuo a suggerire di passare dalla conoscenza alla sapienza, un passaggio che un vero rinascimento spirituale può effettuare, anzi deve. La scienza ha fatto grandi passi avanti negli ultimi 25 anni, quando questo libro venne pubblicato in lingua inglese, risvegliandoci tutti quanti, attraverso le sue scoperte, all’importanza dell’interconnessione come base della compassione (di cui parlo nel mio libro Compassione: spiritualità e giustizia sociale).

Quindi lei non è indotto al pessimismo dalle vicende dei nostri giorni?

Thomas Berry ha sottolineato che spesso è nei periodi più oscuri della storia che emergono le fasi più creative. Questo fu il caso della dinastia Han nella Cina del III secolo, e una cosa simile si è verificata nel Medioevo europeo. L’oscurità non deve indurre al pessimismo, ma può essere un invito ad accendere i focolai della creatività e dell’immaginazione sociale. Il movimento della spiritualità del Creato lo fa da decenni nell’area della pedagogia, con risultati stupendi, come anche nell’area dell’ecologia e dell’ecumenismo. E certamente dobbiamo spingere per una nuova economia che funzioni e abbiamo, tra gli altri, l’economista David Korten il quale è impegnato a tracciare un’economia che funzioni per tutti, inclusi i non-umani. Fu Tommaso d’Aquino ad avvertirci che «la disperazione è il più insidioso dei vizi» (mentre il peggiore dei peccati per lui è l’ingiustizia). Quando siamo disperati, osserva Tommaso, non ci amiamo, e per questo non amiamo gli altri. La disperazione caccia via la compassione dai nostri cuori. La speranza quindi è necessaria per sopravvivere, ma mi piace la definizione che della speranza dà l’eco-filosofo David Orr: «La speranza è un verbo che si tira su le maniche». La nostra speranza e il nostro ottimismo sono proporzionali alla fatica che decidiamo di metterci.

Quanto è importante per lei che la spiritualità rimanga distinta dalla religione? Pensa che la Chiesa cattolica, o altre Chiese, si stiano muovendo verso una stagione di riforme? Pensa che le persone possano essere raggiunte dalla spiritualità del Creato anche se non appartengono a nessuna istituzione religiosa?

Penso che la religione istituzionale così come la conosciamo stia per terminare la sua corsa, in Oriente come in Occidente. Gaia – la Terra – è così seriamente in pericolo e le istituzioni moderne sono così lontane dalle persone, che si può tracciare un parallelo tra periodi analoghi della storia dell’Occidente quando nacquero dei nuovi ordini. Penso alla nascita dei Benedettini nel VI secolo, ai Francescani e ai Domenicani nel XIII secolo, ai Gesuiti nel XVI secolo. Gli ordini rispondono più rapidamente ai cambiamenti culturali rispetto ai grandi apparati delle religioni istituzionali. In un certo senso, la moltiplicazione dei movimenti in seno al protestantesimo ha rispecchiato la nascita degli ordini nella Chiesa cattolica romana, ma non completamente. La base del protestantesimo è stata la reazione contro gli abusi della Chiesa cattolica, e sebbene la protesta e il no profetico siano una cosa molto positiva, il risultato ottenuto ha messo in secondo piano il sì mistico alla vita e il misticismo stesso. I limiti del protestantesimo, che oltretutto è nato contemporaneamente al mondo moderno, sono ben visibili oggi, come aveva predetto Paul Tillich 75 anni fa parlando di «fine dell’era protestante». Ma oggi noi viviamo anche nell’era della fine del cattolicesimo romano. Il pianeta Terra si trova in circostanze così preoccupanti che non può permettersi di aspettare che le religioni organizzate si diano una mossa. La Terra stessa sta chiamando molti giovani a realizzare nuove forme comunitarie, un nuovo connubio tra contemplazione e azione, tra misticismo e profezia, che ha luogo al di fuori delle mura dei monasteri e spesso al di fuori delle Chiese. Molti giovani stanno rispondendo con generosità e con coraggio a questa chiamata e sono ben pochi quelli che si aspettano che la guida venga assunta dalla Chiesa istituzionale. Inoltre, l’assunzione di tradizioni e di pratiche spirituali che provengono dall’Oriente e dai popoli indigeni è anch’essa un segno dei nostri tempi. Il suo successo non dipende tanto dalla religione istituzionale quanto dalla fame dei cuori e dal desiderio profondo che hanno le anime di gustare il divino per mezzo di pratiche di meditazione che sono non-dualistiche e che uniscono profondamente corpo, anima e spirito. Lo yoga e la meditazione zen sono degli esempi, ma ci sono molte altre pratiche, tra cui l’arte-come-meditazione, la messa cosmica, i mantra cristiani, lo studio dei nostri mistici occidentali, la permacultura e gli orti, e infine le pratiche di derivazione nativo-americana come la capanna sudatoria e la ricerca della visione. La spiritualità del Creato promuove tutte queste cose, rimanendo attenta a ciò che accade nella cultura. La religione e la spiritualità spesso prendono strade separate, e me ne rammarico. Ma la spiritualità viene per prima. Ovviamente è un bene invitare le persone che frequentano ancora i riti religiosi ad accostarsi all’ambito della spiritualità. (…)

Lei ha preceduto l’eco-teologia, oggi presente nelle scuole di teologia, ma è diventata una disciplina a sé. Come avvenne originariamente per lei la connessione tra teologia ed ecologia? È chiaro che la sua “spiritualità del Creato” non è limitata alla questione ecologica, e tuttavia è intimamente legata alla Terra. Qual è dunque la relazione tra la Terra e Dio?

È incoraggiante scoprire che le Chiese e la società intera hanno fatto dei grandi passi in avanti da quando questo libro è stato pubblicato per la prima volta, riguardo all’importanza dell’eco-teologia e delle pratiche ecologiche. Si possono indicare l’accordo di Parigi sul cambiamento climatico, le rivelazioni della scienza su tale cambiamento e sull’estinzione delle specie, l’enciclica di papa Francesco Laudato si’ (che, tra parentesi, è stata scritta in gran parte da una persona che è stata mio studente in un master di spiritualità del Creato), e il risveglio di interesse nei grandi mistici della spiritualità del Creato di ieri e di oggi. La chiave è la riscoperta della sacralità della Terra e della sua casa più vasta, l’universo. La Terra non ha mai peccato, soltanto gli esseri umani peccano. La Terra è una benedizione originaria che non ha eguali, e tutte le nostre benedizioni derivano da lei. Tutti gli esseri sono un altro Cristo, un Cristo Cosmico. Questa “terza natura” di Cristo, cioè il Cristo Cosmico, è stata ignorata per secoli, ma è presente nei primi scritti della tradizione cristiana: nelle lettere paoline, come ad esempio quella ai Colossesi, e altrove, come nel Vangelo di Tommaso che si potrebbe datare all’epoca di Paolo, prima ancora dei Vangeli sinottici. Dal momento che, come ha detto Thomas Berry, «l’ecologia è l’aspetto funzionale della cosmologia», il Cristo Cosmico è un Cristo ecologico. La luce e la bellezza della Terra ci mostrano la divinità creatrice, ma le sofferenze della madre Terra ci mostrano la crocifissione del Cristo cosmico nella nostra epoca. Uccidere la Terra, la diversità delle sue specie, le acque e i pesci, gli alberi e le foreste, significa crocifiggere di nuovo il santo Cristo. Gli imperi di oggi fanno alla Terra e alle creature quello che fece l’Impero romano a Gesù. Dio e la Terra sono in relazioni intime. (…)

 

Il libro si apre con la «nuova storia della creazione». Cos’è? In che senso si collega alla storia biblica? Il cristianesimo non dovrebbe mantenere la sua storia della creazione?

La scienza ci ha fatto dono di una nuova storia della creazione che unisce molti popoli del pianeta, al di là delle loro culture, etnie o tradizioni religiose. Questa è una buona cosa, perché le tribù umane sono sempre rimaste unite attorno alla loro storia della creazione, e oggi noi esseri umani stiamo diventando una sola tribù, pur nella differenza di filoni di idee e costumi culturali. Io non sto dicendo che dobbiamo gettar via la cornucopia di storie della creazione che abbiamo ricevuto dai nostri antenati, siano esse bibliche o derivanti dalle tradizioni indigene, ecc. Si tratta di un et-et. La storia scientifica risveglia la meraviglia e ci dice come siamo giunti fino qui. Si tratta di cose che è necessario conoscere e che sono più che banalmente edificanti. Sono verità universali, come è la scienza. Ma anche le nostre storie bibliche (e ce ne sono più di una, sia nella Bibbia ebraica sia in quella cristiana) hanno molto da insegnarci. Comunque, molte delle lezioni che possiamo apprendere non stanno tanto nella lettera dei fatti scientifici, ma nel nostro comportamento quando li veniamo a conoscere.

Lei offre una serie di «regole per vivere nell’universo». Qual è la sua relazione con la disciplina, nel senso che lei di solito sembra più interessato alla liberazione dalle regole che a dettarne di nuove. Inoltre, quant’è difficile obbedire alle regole di cui lei parla?

Quando parlo di “regola” parlo anche di “habitus” oppure di “virtus”, nel senso latino, oppure di valori. Perché questi valori prendano piede c’è bisogno di disciplina interiore e di sostegno collettivo. Ma se la società decide di aderire ad essi, diventa più facile farli vivere. Essi diventano parte della nostra educazione scolastica, delle storie collettive e dell’arte, sia essa musica, cinema, teatro, danza o riti. È compito di una collettività sana rendere più facile l’adesione a queste “regole”. Ci vogliono soprattutto coraggio e generosità, che io vado sempre cercando nelle persone perché ritengo che siano i segni più rilevanti dello spirito nel nostro tempo. Sono lieto di trovarli specialmente nei giovani. Celebrare questi valori e lodarli pubblicamente fa parte della sapienza intergenerazionale che vogliamo promuovere, come anche l’incarnarli nell’educazione, nella religione, ecc.  [Tra le “regole” di cui Fox parla nel libro si trovano la stravaganza, l’espansione, la varietà, il vuoto, la creatività, la giustizia e la bellezza – nota del curatore]. (…)