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Tag: Gandhi

Di seguito un nuovo appello lanciato alcuni giorni fa da Alex Zanotelli. Anzi, si tratta di due appelli: il primo per  l’istituzione in Italia di una forza di difesa non armata e nonviolenta; il secondo è una campagna contro le cosiddette banche armate. All’interno del testo tutte le informazione per partecipare e collaborare all’iniziativa.
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La guerra imperversa ormai dalla Somalia all’Iraq, dalla Siria al Sud Sudan, dal Califfato Islamico (ISIS) al Califfato di Boko Haram (Nigeria), dal Mali all’Afghanistan, dal Sudan (la guerra contro il popolo Nuba) alla Palestina, dal Centrafrica al Libano. La Libia sta sprofondando in una paurosa guerra civile di tutti contro tutti, come sta avvenendo nello Yemen. L’Ucraina sta precipitando in una carneficina che potrebbe portare l’Europa in guerra contro la Russia. E’ già ritornata la Guerra Fredda fra Russia e i paesi del Patto NATO che persegue una politica di espansione militare che va dall’Ucraina alla Georgia. “La grande Spada”, di cui parla l’Apocalisse, è ritornata a governare la terra e sospinge tutti i paesi ad armarsi fino ai denti. A livello mondiale infatti oggi si spendono quasi cinque miliardi di dollari al giorno in armi. Solo in Italia spendiamo 70 milioni di euro al giorno in armi, senza contare i 15 miliardi di euro stanziati per gli F-35 e 5,4 miliardi per una quindicina di navi militari. Ma ancora più grave è il ritorno trionfale delle armi atomiche. Gli USA spenderanno nei prossimi anni 750 miliardi di dollari per ‘modernizzare’ il loro arsenale atomico. La lancetta dell’ “Orologio dell’apocalisse “è stata spostata dagli scienziati per il 2015, a tre minuti dalla mezzanotte della guerra nucleare, lo stesso livello del 1984, allora in piena guerra fredda. In questo contesto, dopo i fatti di Parigi, sarebbe grave che l’Occidente cadesse nella trappola mortale di una ‘guerra santa’ contro l’Islam. Sarebbe davvero la “Terza Guerra Mondiale”. Per questo dobbiamo rilanciare con forza la nonviolenza attiva inventata da Gesù e messa in pratica da uomini come Gandhi , Martin Luther King, Nelson Mandela. Aldo Capitini. E per incamminarci su questa strada, abbiamo oggi a disposizione due strumenti importanti: la campagna per la Difesa Non Armata e Nonviolenta e la campagna contro le Banche Armate.
La prima campagna, lanciata all’Arena di Verona il 25 aprile 2014, è una raccolta di firme per una Legge di iniziativa popolare che porta il titolo :”Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della Difesa civile, non armata e nonviolenta.” L’iniziativa , sostenuta da un ampio schieramento del movimento per la pace, chiede l’istituzione e il finanziamento di un Dipartimento che comprende i corpi civili di Pace e l’Istituto di Ricerca sulla Pace e il Disarmo. Questo per dare concretezza all’articolo 11 della Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra…!) e per dare fondamento istituzionale e autonomia organizzatrice al principio fondante della legge che vuole il pieno riconoscimento della difesa alternativa a quella militare , come afferma la legge n. 30 del 1998. Il finanziamento invece di questa Difesa civile dovrà venire sia dai fondi provenienti dalla riduzione delle spese per la difesa militare sia dalle possibilità dei contribuenti da destinare la quota pari al 6 per mille dall’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF). Infatti la Difesa non armate e nonviolenta, per essere efficace, deve essere preparata, organizzata e finanziata. Come si è sviluppato a dismisura il Genio militare deve ora svilupparsi il Genio civile per una difesa alternativa. La Campagna per essere efficace ha bisogno che in ogni regione, provincia, città e comuni si formino dei comitati per la raccolta firme che terminerà entro il 28 maggio 2015. (Per informazioni vedi :[email protected]) Non possiamo accontentarci delle 50.000 firme richieste, ma dobbiamo portarne almeno mezzo milione che consegneremo al Presidente della Camera, perché la legge venga discussa al più presto in aula. Dobbiamo mobilitarci tutti in questa importante campagna.
Ma mi appello soprattutto ai vescovi, ai sacerdoti, alle comunità cristiane perché si impegnino per questa Difesa Nonviolenta che nasce proprio dall’insegnamento di Gesù di Nazareth.
In questo clima di violenza e di guerra, non è certo un compito facile, sfidare il “complesso militare-industriale” che oggi governa il mondo. Per questo trovo significativo che allo stesso tempo della campagna di Difesa Civile, sia stata rilanciata la Campagna contro le Banche Armate , da tre riviste missionarie e nonviolente, Nigrizia, Mosaico di Pace e Missione Oggi . Se vogliamo infatti contrastare la Difesa Armata, dobbiamo mettere in crisi la produzione e la vendita di armi (l’Italia è all’ottavo posto nel mondo per la produzione di armi pesanti e al secondo per le armi leggere). Chi finanzia la produzione e l’esportazione di armi sono le banche: le cosidette “banche armate”. Non possiamo dichiaraci per la pace ed avere i nostri soldi in banche che finanziano le armi. E’ immorale! Oggi, grazie alla legge 185, il Parlamento italiano è obbligato ogni anno a dirci quali sono state le banche che pagano per l’export di armi italiane. Unicredit e Deutsche Bank risultano quest’anno tra le principali banche armate nella lista della presidenza del consiglio. Ma sono tante altre ad avere le mani sporche di sangue.
Questa campagna era stata lanciata già nel 2000 rivolta soprattutto ai vescovi, parroci, responsabili di istituti religiosi . Purtroppo pochi hanno risposto in questi 15 anni! Eppure la pace è il cuore del Vangelo!
Per questo la rilanciamo con forza, chiedendo ai nostri vescovi, parroci, responsabili degli istituti religiosi di scrivere alla direzione della propria banca per chiedere se è coinvolta nel commercio delle armi. In caso di risposta vaga o di non risposta, chiediamo di interrompere i rapporti con la banca,rendendo pubblica la scelta.Mi appello , in particolare, alle comunità cristiane perché le trovo ancora “fredde”. Ma ci appelliamo a tutti i cittadini perché insieme, credenti e non, diamo una mano perché le nostre banche impieghino i soldi per la pace, non per la guerra.(Per ulteriori informazioni vedi i siti di Nigrizia, Mosaico di Pace e Missione Oggi e quello della Campagna :www.banche armate.it, dove troverete anche un fac-simile di lettera da inviare alla ‘banca armata’).
E’ ancora una delle tragedie nella storia dell’umanità che, come diceva Gesù, “ i figli di questo mondo sono più scaltri dei figli della luce!”
Diamoci tutti da fare perché vinca la Vita.
Alex Zanotelli

Il bisogno dei Papi santi

Autore: liberospirito 7 Mag 2014, Comments (0)

Quanto segue è la riflessione – ampiamente condivisibile – di Vito Mancuso (apparsa su “La Repubblica”) in merito alla decisione di dichiarare santi papa Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Una decisione tutta politica (o meglio: di navigato marketing politico, di spettacolo della politica) da parte della Chiesa di papa Bergoglio per cercare di infondere credibilità verso un’istituzione sempre più in crisi. Su questo argomento abbiamo già proposto l’intervento di Giovanni Franzoni.

santità

Tra le religioni monoteiste è solo il cristianesimo a conoscere il fenomeno della santità, che invece rimane del tutto sconosciuto all’ebraismo e all’islam. Non che in queste due grandi religioni non vi siano stati e non vi siano uomini e donne di grande spessore spirituale, ma né l’ebraismo né l’islam nel riconoscerne il valore hanno mai sentito l’esigenza di dichiararli “santi”.
Per queste due religioni infatti la santità appartiene per definizione solo a Dio, e l’uomo, fosse anche il migliore di tutti, fosse anche il profeta Elia o il profeta Muhammad, non può strutturalmente partecipare al divino, e quindi può essere sì giusto, osservante, devoto, ma  mai può essere santo. Il cristianesimo al contrario crede nella possibilità della comunione ontologica tra il divino e l’umano.
Di una comunione cioè che non riguarda solo la volontà del credente ma giunge a comprenderne anche l’essere. In questo senso si può dire che la santità è una conseguenza dell’incarnazione, del farsi uomo da parte di Dio in Gesù di Nazaret: come il Figlio infatti da vero Dio è diventato uomo, così i suoi discepoli migliori da semplici uomini giungono alla possibilità di partecipare alla condizione divina denominata santità. C’è molto ottimismo, c’è molta simpatia verso l’uomo, nel dichiararne la santità.
E non è certo un caso che tra le diverse forme di cristianesimo siano in particolare il cattolicesimo e l’ortodossia a insistere sulla santità, che invece è quasi del tutto dimenticata nel protestantesimo la cui teologia è perlopiù caratterizzata da un’antropologia pessimista secondo cui l’uomo non potrà mai giungere a una natura pienamente riconciliata (per Lutero si è sempre simul iustus et peccator, il male cioè non può essere mai del tutto sradicato neppure nel migliore dei giusti).
In questa prospettiva il cattolicesimo mostra una grande affinità con l’induismo, per il quale la comunione tra il divino e l’umano è all’ordine del giorno, e con il buddhismo, per il quale la natura di Buddha appartiene di diritto a ogni essere umano. E infatti entrambe queste grandi religioni conoscono, come il cattolicesimo, il fenomeno della santità, fino a giungere a condividere l’appellativo “Sua Santità” che appartiene tanto al Romano pontefice quanto al Dalai Lama, mentre l’appellativo Mahatma (grande anima) riservato dall’induismo ai suoi figli migliori è solo un altro modo di dichiararne la santità.
Che cosa contraddistingue allora la santità cattolica? La risposta è la Chiesa, ovvero il fatto che la santità non viene riconosciuta dal basso, dal popolo, per gli evidenti meriti del maestro, come fu il caso di Gandhi chiamato Mahatma già in vita, ma diviene tale solo in seguito a una formale dichiarazione della gerarchia ecclesiastica detta canonizzazione.
E qui si inserisce, oltre alla dimensione teologico-spirituale dichiarata sopra, la valenza politica del fenomeno santità. La politica infatti ha sempre giocato un grande ruolo nella storia della Chiesa alla prese con la dichiarazione della santità dei suoi figli migliori. Nel bene e nel male. Si pensi nel primo caso alla rapidissima canonizzazione di Francesco d’Assisi, proclamato santo a neppure due anni dalla morte. E si pensi nel secondo caso alla canonizzazione dell’imperatore Costantino o alla beatificazione di Carlo Magno, uomini di immenso potere, dalla vita non proprio integerrima e tuttavia elevati agli onori dell’altare.
La canonizzazione da parte del papato di propri esponenti, compresa quella di domenica prossima, rientra alla perfezione in questa prospettiva dalla forte connotazione politica: degli otto pontefici del ‘900 ormai ben tre (Pio X, Giovanni XXIII, Giovanni Paolo II) sono diventati santi e tre sono sulla via per diventarlo (Pio XII, Paolo VI, Giovanni Paolo I), lasciando peraltro la memoria degli altri due (Benedetto XV e Pio XI) in grave imbarazzo.
Aveva del tutto torto il cardinal Martini a essere contrario alla canonizzazione dei papi recenti? Tanto più che la politica ecclesiastica non si esprime solo sulle canonizzazioni in positivo, ma anche su quelle in negativo, sull’esclusione cioè di chi meriterebbe di essere riconosciuto santo ma non lo diviene. È il caso di monsignor Oscar Romero, ucciso dagli squadroni della morte il 24 marzo 1980 mentre celebrava la messa nella cattedrale di San Salvador per la difesa dei diritti dei poveri, e mai beatificato da Giovanni Paolo II, che anzi in vita l’umiliò, né in seguito da Benedetto XVI. Ed è il caso di Helder Camara, il vescovo di Recife, nel nord del Brasile, famoso per la sua lotta a favore degli ultimi (amava ripetere «quando do da mangiare a un povero dicono che sono un santo, quando chiedo perché è povero dicono che sono comunista») per la sua gente già santo ma non per il Vaticano.
La santità esprime un grande ottimismo sulla natura umana in quanto ritenuta capace realmente di bene e per questo il suo istituto è tanto importante e andrebbe governato con maggiore spirito di profezia. La politica però ha purtroppo spesso la meglio, e la canonizzazione parallela di domenica prossima di due papi tanto diversi lo dimostra ancora una volta.

Vito Mancuso

Nonviolenza: partire da sé

Autore: liberospirito 25 Feb 2014, Comments (0)

Si è celebrato a Torino nei giorni 31 gennaio, 1 e 2 febbraio 2014, presso il Centro Sereno Regis, il XXIV Congresso del Movimento Nonviolento, l’associazione fondata da Aldo Capitini nel 1961. Riportiamo ampi stralci dell’intervista di Olivier Turquet a Mao Valpiana, riconfermato presidente del Movimento. Il testo integrale è consultabile su www.pressenza.com.

 nonviolenza

Come vede il Movimento Nonviolento il futuro prossimo?

Dal 1948 la spesa militare in Italia è sempre cresciuta in termini reali e proprio negli ultimi vent’anni, secondo la base dati della spesa pubblica per funzioni pubblicata dall’Istat, l’Italia ha registrato un aumento di quasi il 25% in termini reali per la sola Funzione Difesa.

La disoccupazione ha superato il 12% e quella giovanile il 40%, più di 9 milioni e mezzo di famiglie (quasi il 16% della popolazione) vivono al di sotto della soglia di povertà e quasi 5 milioni di persone ”non sono in grado di sostenere la spesa mensile minima necessaria per acquisire i beni e i servizi considerati necessari per condurre una vita minimamente accettabile”. L’Italia è l’unico paese dell’area OCSE che dal 1995 non ha aumentato la spesa per studente nella scuola primaria e secondaria “mentre negli altri paesi è aumentata in media del 62%” e nel quale si mette pesantemente a rischio la sicurezza degli studenti perché “quasi la metà degli edifici scolastici non possiede le certificazioni di agibilità, più del 65% non ha il certificato di prevenzione incendi e il 36% degli edifici ha bisogno d’interventi di manutenzione urgenti”. Insomma un paese alla deriva che deve continuare a stringere la cinghia”!

[…]

Ma nonostante questo fosco panorama, noi dobbiamo tenere aperta la speranza e la fiducia che le cose possono cambiare in meglio. Questo è sempre possibile, anche se ora può apparire difficilissimo. Forse il cambiamento non lo vedremo noi, ma è nostro compito tenere accesa la “fiammella della nonviolenza”, dalla quale un giorno potrà propagarsi quell’incendio necessario che può venire dalla “forza dell’amore e della verità” (Gandhi). La crisi in atto richiede l’impegno di tutti. Non possiamo aspettare che sia l’Europa, o il governo, o i partiti, a proporre le soluzioni; è dal basso che deve iniziare il cambiamento.

L’accento è ancora sul disarmo; però mi ha colpito il riferimento al “disarmo personale”: cosa si vuole intendere con questo?

Lo avevo già detto nel mio intervento finale dalla Rocca di Assisi, il 25 settembre 2011, alla conclusione della Marcia Perugia-Assisi nel cinquantesimo anniversario della prima Marcia di Capitini: “La vera marcia, lo sappiamo, comincerà questa sera, quando ognuno di noi tornerà nella propria casa con l’impegno di realizzare il programma politico nonviolento: pace e fratellanza. Per cominciare, dobbiamo partire da noi stessi, ognuno di noi deve fare il proprio disarmo. Un disarmo unilaterale, un disarmo culturale. Fare cadere i muri dentro le nostre teste. Spezzare il proprio fucile. Non aspettiamo che siano gli altri a disarmare, incominciamo noi!

Questa è la chiave della nonviolenza: partire dalla propria esperienza, mettere in gioco la propria vita. Questo è l’orizzonte che ci ha mostrato Aldo Capitini, questo è il varco attuale della storia che Capitini ha indicato dalla Rocca di Assisi cinquant’anni fa. Il Movimento Nonviolento, da lui fondato, prosegue il cammino nella direzione di una politica nonviolenta per l’opposizione integrale alla guerra”.

Saremo credibili nel chiedere il disarmo degli Stati, se già oggi noi iniziamo a praticare il disarmo personale, cioè non collaborare con le strutture che rendono possibile la guerra: armi ed eserciti. Così la strada dell’obiezione di coscienza è aperta davanti a noi.

Il congresso parla degli “altri viventi”, ma, curiosamente, non parla di un tema caro agli umanisti, l’Essere Umano: in questo momento storico caratterizzato dall’ideologia dell’ “homo hominis lupus” non senti l’esigenza, per i nonviolenti, di chiarire di che esse umano stiamo parlando? E quale definizione viene da dare?

Quella degli “altri esseri viventi” è una specificazione che abbiamo voluto fare per esplicitare una sensibilità ormai diffusa nell’ambito del Movimento. L’attenzione al mondo animale e all’alimentazione. Non è una novità, già Capitini, nei suoi scritti, affrontò con lucidità e lungimiranza il rapporto tra l’uomo ed il creato, evidenziando le nostre responsabilità verso ogni forma vivente o non vivente che la natura esprime. Per questo la mozione dice che è nostro impegno “creare un futuro disarmato, per la pace tra gli uomini, con la natura ed ogni essere vivente”.

Ma il nostro orizzonte, resta in quello che è scritto nella Carta del Movimento: “lo scopo della creazione di una comunità mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti”.

L’Essere Umano cui si riferiscono gli umanisti, è per noi nonviolenti il soggetto della definizione stessa di nonviolenza: “La nonviolenza è l’apertura all’esistenza, allo sviluppo, alla libertà, di ogni essere”. Oggi questo Essere Umano, insieme a tuta la Natura, è messo in pericolo dagli armamenti e dalla preparazione della guerra: per questo il disarmo è la via che vogliamo intraprendere.

Olivier Turquet e Mao Valpiana

 

Danilo Dolci e Aldous Huxley

Autore: liberospirito 19 Dic 2013, Comments (0)

E’ in questi giorni in libreria la ristampa del libro di Danilo Dolci Inchiesta a Palermo, apparso nel 1956 con l’introduzione di Aldous Huxley. Buona parte del testo di Huxley è stato pubblicato qualche giorno fa su “La Repubblica”. Lo riprendiamo, rendendo in questo modo omaggio a queste due importanti figure.

DaniloDolciAldousHuxley

Senza carità, la conoscenza tende a mancare di umanità; senza conoscenza, la carità è destinata sin troppo spesso all’impotenza. In una società come la nostra – i cui enormi numeri sono subordinati a una tecnologia in continua espansione e pressoché onnipresente – a un nuovo Gandhi o a un moderno San Francesco non basta esser provvisto di compassione e serafica benevolenza. Gli occorrono una laurea in una delle discipline scientifiche e la conoscenza di una dozzina di studiosi di materie lontane dal proprio campo di specializzazione. È soltanto frequentando il mondo del cervello non meno del mondo del cuore che il santo del Ventesimo secolo può sperare in una qualche efficacia.

Danilo Dolci è uno di questi moderni francescani con tanto di laurea. Nel suo caso la laurea è in architettura e ingegneria; ma questo nucleo centrale specialistico è immerso in un’atmosfera di cultura scientifica generale. Dolci sa di cosa parlano gli specialisti di altri campi, rispetta i loro metodi ed è desideroso, bramoso addirittura, di giovarsi dei loro consigli. Ma ciò che sa e ciò che può apprendere dagli altri è sempre per lui strumento di carità: in un quadro di riferimento le cui coordinate sono un incrollabile amore del prossimo e una fiducia e un rispetto non meno incrollabili nei confronti dell’oggetto di questo amore. L’amore lo stimola ad adoperare le proprie conoscenze a beneficio dei deboli e degli sfortunati; la fiducia e il rispetto lo portano a incoraggiare costantemente deboli e sfortunati ad aver fiducia in se stessi, lo spingono ad aiutarli ad aiutarsi da sé.

Quando Danilo Dolci giunse in Sicilia proveniente dal Nord Italia, il suo era un pellegrinaggio di carattere estetico e scientifico. S’interessava dell’architettura dell’antica Grecia e aveva deciso di trascorrere un paio di settimane a Segesta, per studiarne le rovine. Ma lo studioso dei templi dorici era anche (e soprattutto) uomo di coscienza e di amorevole bontà. Venuto in Sicilia attratto dalla passata bellezza di questa terra, rimase in Sicilia a motivo del suo presente degrado. Quella che Keats chiamò «l’enorme infelicità del mondo», in Sicilia è più gigantesca della media: in particolar modo nella parte occidentale dell’isola.

Per Dolci il primo sguardo sulla gigantesca infelicità della Sicilia occidentale agì da imperativo categorico. Bisognava fare qualcosa, punto e basta. Si stabilì pertanto a circa venti miglia da Palermo, in uno ‘slum’rurale chiamato Trappeto; sposò una sua vicina di casa, vedova con cinque figli piccoli; si trasferì in una casetta priva di ogni comfort e da questa base lanciò la propria campagna contro l’infelicità che lo circondava. […]

Nella vicina Partinico e nelle campagne circostanti i problemi che si pongono all’uomo di scienza e di buona volontà sono tanti, tutti difficili da risolvere. C’è, innanzitutto, il problema della disoccupazione cronica. Per una consistente minoranza di uomini validi non c’è, molto semplicemente, proprio nulla da fare. Ma il lavoro, sostiene Dolci, non è soltanto un diritto dell’uomo: è anche un suo dovere. Per il proprio bene e per il bene degli altri, l’uomo deve lavorare. In base a questo principio, Dolci organizzò uno «sciopero a rovescio», in cui i disoccupati protestavano contro la propria condizione mettendosi al lavoro. Un bel mattino, ecco che Dolci e un gruppo di senza lavoro di Partinico si dedicano alla riparazione – di propria iniziativa e del tutto gratis – di una strada del luogo. Puntualmente ecco piombare su questi eterodossi benefattori la polizia, che effettua una serie di arresti. Non si verificarono scontri, dacché per Dolci la non violenza è tanto un principio che una linea politica ben precisa.

Dolci fu processato e condannato a due mesi di prigione per occupazione di suolo pubblico. Contro la sentenza ricorsero in appello tanto l’imputato che l’accusa: a parere delle autorità locali, infatti, quella a due mesi di carcere era una condanna troppo clemente. […]

Non meno grave della disoccupazione cronica è il problema del diffuso analfabetismo. Molti non sanno leggere affatto; e pochi, tra gli alfabetizzati, possono permettersi di acquistare un quotidiano. I trecentocinquanta fuorilegge responsabili di gran parte del banditismo per il quale la zona di Partinico è divenuta tristemente famosa, hanno trascorso complessivamente 750 anni a scuola e oltre 3.000 anni in prigione. L’analfabetismo va a braccetto con un tradizionalismo addirittura primitivo. Ad esempio, la gente di campagna mangia patate: quando può permetterselo, dacché le patate arrivano da Napoli e costano. Ma i progenitori di queste persone nulla sapevano di tuberi: e perciò a nessuno viene in mente di coltivare le patate in loco. Allo stesso modo, manca la tradizione delle carote e della lattuga, pressoché sconosciute a Partinico.

Le tradizioni in materia d’«onore» sono altrettanto rigide che quelle riguardanti gli ortaggi. Qualsiasi offesa recata all’«onore» di qualcuno esige uno spargimento di sangue; e, ovviamente, lo spargimento di sangue dev’essere vendicato con un ulteriore spargimento di sangue, che a sua volta… Ai delitti d’onore e di vendetta vanno aggiunti quelli commessi per brama di denaro e di potere dagli appartenenti alla mafia, la grande organizzazione malavitosa che per secoli ha costituito una sorta di stato segreto all’interno dello stato ufficiale. […]

La soluzione di tutti questi problemi richiederà tempo, molto tempo: intanto Dolci vi ha posto mano. Si istruiscono i bambini e si persuadono i genitori a mandarli a scuola (che ci sia bisogno di persuaderli è dovuto al fatto che i ragazzini vengono pagati 400 lire la giornata, laddove gli adulti ne ricevono 1.000. Naturalmente i datori di lavoro preferiscono impiegare lavoro minorile. E, altrettanto naturalmente, i capifamiglia indigenti preferiscono le 400 lire alla totale assenza di entrate). Dalla sua base in fondo alla società, Dolci è riuscito a far leva sui propri amici e simpatizzanti più vicini al vertice della piramide sociale. […]

Partinico, tuttavia, non è l’unico né il più avvilente palcoscenico dell’infelicità siciliana. C’è anche Palermo. Palermo è una città di oltre mezzo milione di abitanti, oltre centomila dei quali vivono in condizioni che debbono essere definite di povertà asiatica. Nel cuore stesso della città, alle spalle degli eleganti edifici allineati lungo le sue arterie principali, si trovano acri e acri di ‘slum’che rivaleggiano quanto a squallore con quelli del Cairo o di Calcutta (uno dei peggiori slum si trova proprio nell’area compresa tra la Cattedrale e il Palazzo di Giustizia). Nel suo Inchiesta a Palermo Dolci fornisce le statistiche di questa gigantesca miseria e testimonia, adoperando le loro stesse parole, del modo in cui gli abitanti dei bassifondi della città trascorrono le loro vite distorte, ciò che fanno, pensano e provano. Il libro è appassionante e al contempo assai deprimente: deprimente, vien quasi fatto di dire, su scala cosmica. Perché Palermo, ovviamente, è un caso tutt’altro che unico. Sparse in tutto il mondo vi sono centinaia di città, migliaia e decine di migliaia di cittadine e villaggi, le cui attuali condizioni sono altrettanto cattive, ma nelle quali il futuro appare più tetro, le prospettive di miglioramento incomparabilmente peggiori. […]

Nel frattempo Dolci fa quello che un uomo di scienza e di buona volontà può fare, con una manciata di aiutanti, per mitigare l’attuale degrado e per stabilire, in maniera sistematica e scientifica, ciò che occorrerà fare in futuro e come riuscire a farlo. […] Che genere di industrie creare? E chi anticiperà i capitali necessari? E, una volta avviate, come faranno queste industrie (la cui mano d’opera, teniamolo a mente, sarà in larga misura priva di specializzazione e spesso di alfabetizzazione)a competere con i grandi agglomerati di forza lavoro qualificata presenti a Milano, a Torino? Sono queste le domande alle quali Dolci l’ingegnere, Dolci il sostenitore del metodo scientifico, dovrà trovare una risposta. Ce la farà? È possibile far qualcosa in un ragionevole lasso di tempo per dare lavoro ai disoccupati di Palermo, decoro agli abitanti degli slum e speranza ai loro figli? Chi vivrà vedrà.

Aldous Huxley

(Traduzione di Alfonso Geraci)

Manning: una sentenza e una petizione

Autore: liberospirito 26 Ago 2013, Comments (0)

Meno di una settimana fa c’è stata la sentenza contro Bradley Manning, il militare statunitense accusato di aver scaricato decine di migliaia di documenti riservati mentre svolgeva il suo incarico di analista informatico in Iraq e di averli successivamente rilasciati all’organizzazione WikiLeaks. Pubblichiamo di seguito l’intervento di Patrick Boylan, apparso sul sito Il Dialogo, contenente anche l’invito a sottoscrivere una petizione a favore di Manning. L’autore, già professore di Inglese per la Comunicazione Interculturale all’Università “RomaTre”, svolge training interculturali ed è attivista per la Rete NoWar.

FREE MANNING

Il 21 agosto scorso, Bradley Manning, la talpa che ha rivelato all’opinione pubblica statunitense e mondiale le atrocità commesse dalle forze armate USA in Iraq e in Afghanistan, è stato condannato a 35 anni di prigione. La Procura ne aveva chiesto 60; anzi, in un primo momento aveva formulato un capo d’accusa (Alto Tradimento) punibile con la pena di morte o comunque l’ergastolo.

Dunque, se tra qualche anno verrà concessa la buona condotta, Manning potrebbe scontare solo un quinto della pena ed uscire dalla prigione nel 2021, all’età di 34 anni, per poter iniziare una nuova vita. Nuova in tutti i sensi: infatti, il giorno dopo la sentenza, Manning ha annunciato che da tempo si sente donna, prenderà ormoni per cambiare sesso non appena sarà libera, ma chiede sin da ora di essere chiamata Chelsea e che si usino i pronomi femminili per designarla. E’ ciò che farà questo articolo d’ora in poi, seguendo l’esempio della voce “Bradley Manning” in Wikipedia, cambiata il 23 agosto in “Chelsea Manning”.

Sul piano strettamente processuale, dunque, c’è stata, da un lato, una netta vittoria a favore della Manning, se si tiene conto dell’entità della pena richiesta dalla Procura.

Dall’altro, c’è stata una plateale ingiustizia nei suoi confronti: 35 anni sono due volte la pena più alta inflitta in passato per questo tipo di reato. E tre volte la pena inflitta nel 1987 al marine dell’ambasciata USA a Vienna, il quale passò ai Sovietici – cioè, ai nemici acerrimi degli Stati Uniti d’allora – i nomi di tutti gli agenti CIA in Austria e le planimetrie dell’ambasciata. Perché Chelsea Manning è stata punita assai più severamente di quel marine? Perché – come ha spiegato il comico americano Stephen Colbert – Manning ha commesso l’imperdonabile crimine di aver passato delle informazioni segrete al vero nemico no. 1 del governo americano: il popolo americano (nonché l’opinione pubblica mondiale).

Due giorni dopo la sentenza, Amnesty International e l’associazione che sostiene Manning hanno lanciato una petizione per chiedere un perdono presidenziale, collocandola… sul sito della Casa Bianca. Il Presidente Obama, infatti, ha da tempo aperto una pagina sul suo sito ufficiale per consentire al pubblico di creare petizioni da sottoporre alla sua attenzione. Peacelink e Il Dialogo  invitano i propri lettori, dunque, ad andare subito sul sito di Obama (è in inglese) e a firmare la petizione per un perdono presidenziale.

Ora, a questo punto si pongono due interrogativi.

Il primo: visto l’intento del governo statunitense di fare del caso Manning “un esempio” tale da scoraggiare qualsiasi militare o funzionario USA dal fare rivelazioni in futuro, come mai il tribunale militare ha evitato di infliggere i 60 anni di prigione richiesti dalla Procura e ha rigettato d’ufficio le pene più severe richieste inizialmente? In fondo, per inchiodare la Manning, il governo ha imbastito il più grande processo, per fuga di notizie, di tutti i tempi; in barba alla Costituzione, ha detenuto la soldatessa, senza udienza di convalida, per oltre 1000 giorni così da poter preparare il processo nei minimi dettagli (e forse anche per logorare l’imputata); ha inventato persino un reato che non esisteva nel codice penale militare: “Divulgazione indiscriminata” (Wanton Publication). E’ possibile tutto questo gran da fare per soli 8 anni di prigionia (se verrà concessa la buona condotta)?

Il secondo interrogativo: l’annuncio della Manning del suo cambio di genere non rischia di far venir meno il sostegno popolare di cui ha goduto finora? Non avrebbe dovuto stare zitta per un po’, così da non danneggiare la petizione per il suo perdono, visto che lei non potrà iniziare il trattamento ormonale prima di uscire dalla prigione?

La risposta più probabile al primo interrogativo – perché non è stata inflitta la pena massima? – si chiama Edward Snowden. Cioè, è stato Snowden, con ogni probabilità, l’imprevisto che, lo scorso giugno, ha fatto deragliare i piani punitivi della Procura. Come si sa, infatti, la talpa della NSA (Ente statunitense di spionaggio digitale) braccato dalla CIA in tutto il mondo, è scappato in Russia dove vive tuttora con un permesso di asilo temporaneo. Se la Russia ha potuto rifiutare di riconsegnare Snowden agli Stati Uniti, è perché, in base ad una normativa internazionale, egli non poteva essere riconsegnato ad un paese dove, per reati simili, si rischia la pena di morte o comunque una prigionia draconiana – e il processo Manning, almeno all’inizio, sembrava dimostrare che gli Stati Uniti rientravano in quella categoria. Ora, con la sentenza a sorpresa del 21 agosto, è venuta meno questa scusa; la pena inflitta alla Manning – 8 anni con la buona condotta – è ingiustamente severa ma non draconiana. Questo fatto consentirà agli Stati Uniti, tra un anno, di tornare all’attacco e di richiedere l’estradizione di Snowden al termine del suo asilo temporaneo. Poi nulla vieta agli USA, una volta acciuffato Snowden, di rifiutare la buona condotta alla Manning allo scadere dell’ottavo anno e di tenerla in prigione per vendetta fino all’età di 61 anni.

Come si vede, Washington sta giocando una partita a scacchi su più tavoli.

Proprio per questo motivo bisogna cogliere il momento favorevole – ora che gli USA vogliono apparire non vendicativi – e chiedere subito il perdono presidenziale. Obama potrebbe al limite rinunciare alla Manning pur di avere Snowden, il vero pericolo per i piani egemonici statunitensi.

Ora il secondo interrogativo: verrà meno il sostegno popolare alla Manning dopo il suo annuncio di cambio di genere? Non sarebbe stato più furbo da parte sua tacere e non dichiararsi?

Il tempo ce lo dirà. Ci saranno sicuramente molti sostenitori che seguiranno l’esempio della psichiatra londinese Silvia Swinden, la quale si è schierata il giorno stesso con un cartello che recita: “Io sono Chelsea Manning”. Anche le CodePink  (Women for Peace) negli Stati Uniti si sono schierate subito con la Manning. Ma quanti altri sostenitori, che in passato si facevano fotografare col cartello “Io sono Bradley Manning”, vorranno ora alzare il cartello della Swinden e dire di essere Chelsea?

Eppure, ha argomentato la Swinden nel suo articolo su Pressenza, è un segno di maturità saper accettare che i propri eroi siano anche degli esseri umani e possono avere comportamenti che richiedono la nostra comprensione. Manning ci chiede di superare gli steccati sessuali posti dalla nostra società e di capire i suoi bisogni. Gandhi ha colpito la moglie per aver rifiutato di pulire il WC (per lei un lavoro da intoccabile), pur chiedendoci di credere nella sua dedizione alla nonviolenza. Bertrand Russel, donnaiolo, chiedeva comprensione per un comportamento in stridente contrasto con la sua sincera opposizione ad ogni sfruttamento. Rita Atria, la diciassettenne siciliana che osò denunciare la mafia locale a Paolo Borsellino e che disse a tutti di “non arrendersi mai”, alla morte di questo si suicidò. Queste figure sono meno eroiche per via delle loro contraddizioni? O semplicemente più umane?

Volere che i propri eroi siano incensurabili sotto qualsiasi profilo, liquidandoli poi come falsi al primo sgarro, è forse solo una scusa per non riconoscere l’esistenza di persone migliori di noi, che potrebbero comunque servirci da modello, pur con i loro difetti o il loro anticonformismo.

La scelta di Chelsea Manning di dar voce alla sessualità che sente dentro di lei, in barba alle convenzioni e anche ai ragionamenti opportunistici, è dunque un atto di coraggio che va rispettato, anche ammirato, che non intacca minimamente il valore del gesto che compì quattro anni fa, pubblicando i dossier sull’Iraq e sull’Afghanistan. Semmai costituisce una ragione in più per firmare la petizione a favore del perdono di Obama.

Infatti, ci sono ben tre motivi per voler firmare la petizione: 1. il motivo etico, 2. il motivo interessato, 3. il motivo politico-istituzionale.

1. Il motivo etico

Chiunque abbia letto le dichiarazioni della Manning al suo processo, è rimasto colpito dall’onestà rigorosa di questa giovane – l’onestà che, nel 2009, l’ha spinta a denunciare le atrocità commesse dalle forze armate statunitensi prima ai suoi superiori e poi, ignorata, al New York Times e al Washington Post e, solamente dopo il rifiuto di questi giornali, al sito Wikileaks di Julian Assange. Anzi, è stata un’ulteriore prova della sua rettitudine morale, aver ammesso, al suo processo, di non aver provato tutti i canali (ad esempio, non aveva interpellato la Commissione Forze Armate del parlamento) prima di andare su Wikileaks e quindi di essere stata effettivamente sleale con l’istituzione per la quale lavorava. Dare ragione al proprio avversario nella misura in cui egli possa averla, non è di tutti – e la dichiarazione di Manning va letta come indice della sua integrità, non come abiura e solo in sottordine come rito per ottenere una riduzione della pena.

Il candore di questa soldatessa ha lasciato a bocca aperta persino il Procuratore Capo che più volte durante il processo, ascoltando la Manning, ha abbozzato un sorriso e uno sguardo di ammirazione, subito nascosti dietro le sue carte.

Il 21 agosto, quando Manning è uscita dall’udienza che le ha inflitto fino a 35 anni di carcere, ha trovato fuori dall’aula i suoi sostenitori, chi furibondo, chi in lacrime. Lei no. “Era serena, sorridente,” ha raccontato poi il suo avvocato; “Anzi, è stata lei a tirare su i suoi sostenitori dicendo ‘Va bene così, non vi buttate giù, avete fatto il possibile, niente lacrime, un sorriso per favore, questo è solo uno stadio della mia vita che prepara ad altri, vedrete.’”

Eppure al processo, facendo la sua dichiarazione spontanea di ammissione delle proprie colpe, la voce le tremava. Chiedeva scusa perché era corretto chiederla, viste alcune (comprensibili) sue manchevolezze. Ma sicuramente le bruciava pronunciare quelle parole, mentre le passavano davanti agli occhi le facce beffarde dei soldati assassini da lei denunciati e mai incriminati; le facce beffarde dei suoi superiori, mai processati per omissioni di atti di ufficio nell’ignorare quei crimini di guerra; le facce beffarde dei vari Bush-Cheney-Rumsfeldt che hanno venduto la guerra in Iraq, mentendo spudoratamente, e che hanno sacrificato migliaia di soldati americani e milioni di iracheni per cercare di impossessarsi illegalmente del petrolio di quel paese, ricorrendo, nel tentativo, persino alle armi chimiche, usate per sterminare intere città come Fallujah. Oggi questi criminali di guerra vivono liberi e protetti e, anzi, incrementano le loro già vaste fortune vendendo libri che vantano le loro imprese belliche.

Ammettere i propri torti (minori) davanti a tanta protervia delittuosa doveva richiedere sforzi immani.  Eppure Chelsea ce l’ha fatta – e senza rinnegare la sostanza delle denunce che fece quattro anni fa. L’ha fatto perché era la cosa giusta: lo stesso motivo che la spinse ad agire nel 2009 e che l’ha spinta a dichiarare oggi la sua sessualità. Seguiamo, dunque il suo esempio.  Firmiamo la petizione per il suo perdono presidenziale perché è la cosa giusta.

2. Il motivo interessato

Ma c’è un altro motivo, più egoista, per firmarla: se noi non difendiamo chi ci difende a proprie spese, finiremo col non avere più chi ci difende. Scoraggeremo dal fare gesti eroici in futuro le persone che potrebbero un domani essere i vari Manning, Assange, Snowden.

E scoraggeremo non solo questi paladini delle grandi cause: se non sosteniamo chi si arrischia per noi, non avremo neppure chi ci difende nella vita quotidiana. Un esempio: a Ferragosto un pilota di Ryanair è stato licenziato perché ha fatto la talpa, denunciando sui giornali i risparmi sulla sicurezza della Ryanair da lui giudicati pericolosi. I suoi superiori non hanno voluto ascoltarlo e quindi si era rivolto ad un tg britannico. Anche questo pilota – un Chelsea Manning dell’aviazione – merita il nostro sostegno. Perché se lasciamo indifesi chi fa denunce, mandiamo il messaggio ai piloti di tutte le linee aeree che è meglio stare zitti quando le loro aziende attuano risparmi pericolosi. Mandiamo il messaggio che conviene stare zitti anche a tutti i ferrovieri, che spesso notano, anche loro, scelte aziendali pericolose per i passeggeri… e la lista non finisce qui. Una società in cui tutti guardano da un’altra parte sarà senz’altro una società più tranquilla, ma non più sicura. Anzi.

3. Il motivo politico-istituzionale

Infine, Manning va sostenuta anche per un motivo politico-istituzionale. La sentenza va contestata perché va contestato l’uso politico che si è fatto della Giustizia. Infatti, nel chiedere al tribunale di emettere una sentenza severa, non in base alle leggi soltanto, ma “per dare un esempio” a chi potrebbe voler fare denunce in futuro, la Procura ha cercato di trasformare il tribunale in uno strumento di repressione politica. Questo uso della Giustizia va fermato.  I tribunali devono essere indipendenti dai condizionamenti del potere politico.

Per convincersi della dilagante politicizzazione della Giustizia negli Stati Uniti, almeno in certi settori, basta esaminare le decisioni dei tribunali sulle questioni che riguardano la guerra in Iraq: i condizionamenti politici saltano agli occhi.  L’ultima in ordine di tempo è l’incredibile vicenda degli iracheni torturati nella prigione di Abu Ghraib. Hanno intentato una causa di risarcimento danni contro l’agenzia americana che ha fornito gli aguzzini all’esercito USA. Lo scorso giugno il tribunale della Virginia (sede competente perché sede dell’agenzia) ha rigettato la loro causa dicendo che l’agenzia godeva dell’immunità per via di una recente decisione della Corte Suprema e, comunque, aveva agito fuori dagli USA e quindi non era perseguibile.

Ma la storia non finisce qui. Ora l’agenzia responsabile delle torture, la CACI International, sta facendo causa, a sua volta, contro le vittime delle torture che hanno osato trascinarla davanti al tribunale.  Sta chiedendo loro il risarcimento totale delle spese processuali che l’agenzia ha dovuto affrontare – $15,500, cifra astronomica per gente che guadagna una media di $42 al mese.  Se la CACI International otterrà il risarcimento che pretende, le vittime delle sue torture saranno straziate una seconda volta e gettate sul lastrico. Contro questa infamia, un sito di attivisti americani sta lanciando una petizione chiedendo all’agenzia di ritirare la causa, a pena di subire una campagna pubblicitaria negativa (che potrebbe risultare dannosa per i suoi futuri contratti governativi). Perciò chi firma la petizione per Chelsea Manning potrebbe anche voler firmare questa petizione.

Due petizioni, dunque, per una giustizia equa, indipendente dai condizionamenti politici.

Patrick Boylan

boylan

Reinvenzione del fascismo

Autore: liberospirito 8 Lug 2013, Comments (0)
Johan Galtung, sociologo norvegese e gandhiano, è uno dei fondatori della peace research (gli studi sulla pace). Ha fondato nel lontano 1959 l’International Peace Research Institute. Proponiamo quest’articolo, uscito alcuni giorni fa su “Il manifesto”, in cui elabora un’interessante analisi della situazione attuale, leggendola nei termini di una riproposizione, sotto altre forme, del fascismo: “Se la libertà è utilizzare denaro per guadagnare più denaro, la sicurezza è poter uccidere i nemici, la democrazia è ridotta al rito delle elezioni, siamo alla reinvenzione del fascismo”.
donnefasciste

Le atrocità della Seconda Guerra Mondiale hanno lasciato dietro di sé danni permanenti, abbassando i nostri standard su quello che è accettabile. La guerra è male; ma se non è una guerra nucleare, non siamo oltre il limite. Il fascismo è male; ma se non è accompagnato dalla dittatura e dall’eliminazione di un’intera categoria di persone, non siamo oltre il limite. Hiroshima, Hitler e Auschwitz sono profondamente radicati nelle nostre menti, deformandole.
La bomba di Hiroshima ci porta a trascurare il terrorismo di stato contro le città tedesche e giapponesi, che ha ucciso cittadini di ogni età e genere. Hitler e Auschwitz ci fanno trascurare il fascismo, inteso come il perseguimento di obiettivi politici attraverso la violenza e la minaccia della violenza. Ci vogliono due soggetti per fare la guerra, di qualunque tipo. Ma ne basta uno per realizzare il fascismo, contro il proprio popolo e/o contro gli altri.
Qual è l’essenza del fascismo? La definizione è il connubio tra il perseguimento di obiettivi politici e l’uso di una violenza smisurata. Proprio per evitare questo abbiamo la democrazia, un gioco politico in cui si perseguono obiettivi politici attraverso mezzi nonviolenti, in particolare attraverso l’ottenimento della maggioranza da parte di un soggetto politico, in elezioni libere e giuste o nei referendum. Un’innovazione meravigliosa, con una conseguenza logica: l’utilizzo della nonviolenza quando la stessa maggioranza oltrepassa i limiti, come è ad esempio scritto nei codici dei diritti umani.
Lo stato forte, capace e disposto a mostrare la sua forza, anche nella forma della pena di morte, appartiene all’essenza del fascismo. Questo vuol dire un monopolio assoluto del potere, anche quello che non viene dalle armi, incluso il potere nonviolento. E vuol dire una visione della guerra come un’attività ordinaria dello stato, rendendola normale, eterna addirittura. Vuol dire una profonda contrapposizione con un nemico onnipresente, come gli ariani contro i non ariani, la Cristianità contro l’Islam, glorificando il primo e demonizzando il secondo. Ovunque, il fascismo fa del dualismo, del manicheismo e di Armageddon – la battaglia finale – un tutt’uno.
Va da sé che tutto questo vuol dire una sorveglianza illimitata sul proprio popolo e sugli altri; la tecnologia postmoderna rende tutto ciò possibile, o almeno plausibile. Quello che conta è la paura; conta che le persone abbiano timore e si astengano dalla protesta e da azioni nonviolente, per la minaccia di essere individuate per la punizione estrema: l’esecuzione extragiudiziale. Che ci sia davvero un controllo su e-mail, attività su internet e telefonate, è meno importante rispetto al fatto che le persone credano che ciò stia accadendo sul serio.
Il trucco è farlo in maniera indiscriminata, non concentrandosi solo sugli individui sospetti, ma facendo sentire ciascuno un potenziale sospetto; spingendoli a stare al sicuro per la paura, trasformando i potenziali attivisti in cittadini passivi sottomessi al governo. E lasciando così la politica nelle mani dei Big Boys – gli uomini di potere con i muscoli, sia in patria che all’estero.
Il trucco più semplice è rendere il fascismo compatibile con la democrazia. Una recente notizia colpisce: «Ammettendo che le forze inglesi torturarono i kenyoti che combatterono contro il dominio coloniale negli anni ’50, il governo risarcirà 5,228 vittime» (International Herald Tribune, 7 giugno 2013). Un numero drammatico, più di 5,000 – ma sicuramente il numero delle vittime è maggiore. Dov’era la «Madre dei Parlamenti» durante una simile manifestazione di fascismo? Si avverte una formula: «era per la sicurezza degli inglesi in Kenya», dove sicurezza è la parola-ponte tra fascismo e democrazia, sostenuta da quella paranoia istituzionalizzata a livello accademico che sono gli «studi sulla sicurezza».
Ci sono anche altri modi. Innanzi tutto ridurre la definizione di democrazia alla presenza di elezioni nazionali con più partiti. In secondo luogo, far diventare i partiti praticamente identici sulle questioni della «sicurezza», pronti all’uso della violenza a livello nazionale o internazionale. Terzo, privatizzare l’economia nel nome della libertà, l’altra parola-ponte, lasciando al potere esecutivo essenzialmente le questioni giudiziarie, militari, e di polizia, sulle quali già esiste un consenso manipolato.
Arrivare a una crisi permanente, con un nemico permanente e pronto a colpire, è utile, ma ci sono anche altri modi. Proprio come una crisi che viene definita «militare» catapulta al potere i militari, una crisi definita «economica» catapulta al potere il capitale. Se la crisi è che l’Occidente ha perso la competizione nell’economia reale, allora al potere arriva l’economia finanziaria, le grandi banche, che gestiscono migliaia di miliardi in nome della libertà. Corrompere alcuni politici finanziando le loro campagne elettorali è roba da niente, e può perfino non essere necessario, dato il consenso generale.
Una via d’uscita c’è, e prima o poi verrà presa. Le persone pagano intorno al 20% di imposte – negli Stati Uniti è la metà – quando acquistano beni o servizi di consumo nell’economia reale. La finanza invece fa ogni pressione con le sue lobby per non pagare l’1%, o neanche lo 0,1%. Un compromesso al 5% (di tassazione della finanza) basterebbe a risolvere il problema dei paesi occidentali: l’economia reale non produce un surplus sufficiente per governare uno stato se non con la forza.
Se la libertà è definita come la libertà di utilizzare denaro per guadagnare più denaro, e la sicurezza come forza per uccidere il nemico designato ovunque esso sia, allora abbiamo un «complesso militare-finanziario», il successore del «complesso militare-industriale», nelle società in via di deindustrializzazione. I movimenti pacifisti e ambientalisti sono i loro nemici: una minaccia alla sicurezza e alla libertà non solo perché mettono in dubbio le uccisioni, la ricchezza e la disuguaglianza, ma perché vedono gli effetti opposti di tutto questo: la produzione di insicurezza e dittatura. I movimenti operano alla luce del sole, sono facilmente infiltrati da spie e provocatori, le voci indispensabili sono facilmente eliminate.
Siamo a questo punto. La tortura come metodo rafforzato per le indagini, i campi di concentramento de facto come a Guantanamo, la cancellazione dell’habeas corpus. E un presidente americano che racconta a chi vuol crederci favole progressiste che non diventano mai realtà, che sia un ipocrita o un velo messo da qualcuno su una realtà fascista. Chi quel velo lo strappa, un Ellsberg, un Assange, un Manning o uno Snowden è considerato un criminale. Non coloro che costruiscono il fascismo. Un antico adagio: quando c’è più bisogno di democrazia, aboliscila.

Johan Galtung

johan galtung

Tiziano Terzani e la decrescita

Autore: liberospirito 18 Mar 2013, Comments (0)

Riportiamo ampi stralci dell’intervista di Paolo Calabrò a Gloria Germani, saggista impegnata nel dialogo interculturale e ai temi dell’ecologia della mente e dell’educazione; inoltre fa parte della Rete italiana per l’Ecologia Profonda e del Movimento per la Decrescita Felice. Tema della conversazione è la recente ripubblicazione del saggio dell’autrice Tiziano Terzani: la rivoluzione dentro di noi (edizioni TEA).

tiziano terzani

‘Decrescita, digiuno, nonviolenza’: tre nozioni contenute ampiamente nell’edizione del 2009, ma qui presenti fin dal sottotitolo. Cosa ha voluto sottolineare?

Con questo sottotitolo volevo chiarire fin dall’inizio che nella strada tracciata da Terzani, la rivoluzione dentro di noi, non è qualcosa di intimistico od individualistico. Al contrario: si traduce in un cambiamento importante a livello collettivo e sociale: quello della decrescita e della nonviolenza. In realtà, Terzani non ha mai usato il termine ‘decrescita’ ma solo per ragioni anagrafiche. Il termine decroissance – coniato nel 1973 – in realtà ha cominciato a diffondersi solo a partire dal 2003 dopo il convegno Defaire le development, refaire le monde. Terzani usava invece la parola d’ordine ‘digiuno’ riprendendola da Gandhi, ma intendeva proprio quello che oggi intendiamo con decrescita. Nel libro ho cercato di mettere in luce nel primo capitolo, la critica radicale a una concezione esclusivamente materialistico-scientifica della vita, e nel secondo capitolo la necessità di un approccio olistico alla vita, sulla scia del pensiero orientale nonché delle scoperte delle fisica quantistica. Da queste premesse scaturisce in maniera evidente che cosa fare sul piano pratico: l’adesione verso una semplificazione della vita, verso la riduzione dei ‘bisogni’, il ritorno ad una stile di vita molto parca e naturale. E infatti ho intitolato il terzo capitolo, ‘L’etica della nonviolenza e il digiuno’. Terzani parlava di tornare al digiuno gandhiano, non nel senso di astenersi dal cibo (che Gandhi usava come arma di lotta) , ma almeno nel senso di fare a meno di tutte le cose che il consumismo vuole convincerci di aver bisogno ma di cui non abbiamo affatto bisogno! Ai giovani Terzani diceva: Il consumismo vi consumerà… e allora? Una soluzione c’è ed è quella di digiunare, digiunare oggi da una cosa, domani da un’altra…Riprendere coscienza…e, ad ogni passo che fai, domandarsi: perché lo faccio? Sfuggire dunque dal bombardamento mediatico e del marketing…Terzani voleva mettere in crisi l’idea “che la vita si riduca a lavorare a livelli frenetici per produrre cose perlopiù inutili che altra gente deve lavorare a livelli frenetici, per potersi comprare”. Dal momento che viviamo in un pianeta finito, con risorse finite, il mito della crescita economica infinita, e del consumo infinito è una pura follia.

Credo che Terzani si inserisca a pieno titolo in coloro che sono definiti i precursori della decrescita. Anzi, a mio avviso, la sua posizione è tra le più profonde e lucide nel panorama internazionale. I trent’anni trascorsi da Terzani lontano dall’Europa, in Asia – gli hanno fatto capire che l’ossessione per l’avere piuttosto che l’essere, l’ossessione per l’economia e la crescita, nascono da un immaginario ben preciso. In primo luogo nascono dalla concezione materialistica della vita – che è inseparabile dalla concezione scientifica del mondo. A partire dalle fine del ‘600, con Galileo, Newton, Cartesio, Bacone, Hobbes tanto per citare alcuni, si è consolidata una visione del mondo materialista che si diffusa insieme al metodo scientifico e che ha invaso fino ad oggi tutte le maniere con cui interpretiamo e gestiamo la vita.

Questa visione materialistica vede il mondo e l’uomo come una grande macchina, considera gli aspetti quantitativi e misurabili  (ignorando gli altri) e infatti è chiamata anche visione meccanicistica o riduzionistica. Non c’è dubbio comunque che la tecnoscienza è nata in base a questo approccio e che la modernità è possibile solo perché c’è la tecnoscienza. Siamo sicuri che la nostra civiltà moderna sia la più evoluta o la civiltà superiore, oppure questa civiltà – che ha prodotto fenomeni mai visti nella storia dell’umanità come l’inquinamento, la globalizzazione, l’esaurimento dei combustibili fossili non rappresenta altro che una deviazione pericolosa?

Trent’anni vissuti in Asia, tra la gente dell’Asia, avevano inesorabilmente tolto a Terzani quella sorta di occhiali che Latouche chiama la ‘colonizzazione dell’immaginario’. Dal ‘600 in poi, insieme alle flotte mercantili e ai commerci, noi abbiamo esportato in tutto il mondo l’immagine che la modernità potesse essere solo del nostro tipo: tecnologica, portatrice di comfort e sfruttatrice della natura. Terzani era dolorosamente consapevole di tutto questo e sapeva che il nostro strapotere tecnologico-mediatico avrebbe condotto questi antichi e saggi popoli “all’allegro suicidio dell’Asia a favore di un modello di sviluppo che non è il loro”.

Quanto conta Gandhi nella riflessione di Terzani?

Tantissimo, a mio avviso. Anzi si potrebbe dire che tutta l’epopea di Terzani può essere condensata nel passaggio da lui compiuto da Mao a Gandhi. Quando era giovane, negli anni 60, le sue simpatie andavano tutte verso la rivoluzione maoista e il progetto maoista di fare l’uomo nuovo, comunista, giusto. La spinta a voler andare in Asia nasceva proprio dalla voglia di essere testimone della grande esperimento sociale cinese.

Nel 1971 Terzani scrisse una introduzione a La vita di Gandhi di Fischer, che è esemplare del suo percorso. A 33 anni, e prima di mettere piede in Asia, Tiziano criticava lo spirito conservatore del mahatma, che si traduceva, in sintesi, nella sua ostilità alla lotta di classe, nella sua opposizione alle macchine e alla tecnologia, e nella sua fede nel rapporto fiduciario tra ricchi e poveri. All’epoca, il confronto tra Mao e Gandhi gli appariva schiacciante. La posizione di Gandhi significava «rimandare all’infinito il problema dell’ingiustizia della società indiana». Terzani avrà il coraggio e soprattutto l’onestà intellettuale di ribaltare completamente questa posizione. Le sue esperienze in presa diretta del comunismo in Cina, in Vietnam ma anche in Russia, insieme alle sue esperienze del liberismo economico in Europa e in Giappone, lo portarono ad abbracciare sempre di più la posizione gandhiana. Terzani aveva capito in maniera radicale che né il comunismo, né il capitalismo potevano costituire una via per il futuro dell’uomo. Terzani scrive: «Tutte e due erano fondate sulla stessa fiducia nella scienza e nella ragione: tutte e due erano impegnate nella dominazione del mondo esteriore senza alcun riguardo per quello interiore della gente e senza nessun riferimento a un ordine metafisico. Sia il marxismo che il capitalismo si basano sulla fondamentale nozione ’scientifica’ che esista un mondo materiale separato dalla mente, dalla coscienza, e che questo mondo può essere conquistato e sfruttato al fine di migliorare le condizioni di vita dell’uomo». Capitalismo e comunismo sono legate alla vecchia concezione scientifica newtoniana-cartesiana, non sono capaci di afferrare la realtà più complessa della vita. Quindi a differenza di tutti gli altri intellettuali europei anche pacifisti, Terzani non abbraccia Gandhi come il principe della nonviolenza e basta. Gandhi va preso in toto come splendido esponente di una civiltà millenaria che ha ancora molto da insegnarci riguardo all’indagine del mondo interiore, alla nostra felicità, al rapporto con la natura. L’avvicinamento di Terzani a Gandhi è progressivo a partire dalla svolta segnata da Un indovino mi disse. Nella pagine finali del suo ultimo libro-testamento, esso raggiunge una totale compenetrazione che mi ha commossa fino alle lacrime quando l’ho letta. Terzani racconta: «Io leggevo Gandhi religiosamente per vedere di trovarci, non una chiave che aiutasse l’India dei villaggi, delle mucche e così via, ma un messaggio per la nostra civiltà (…)Pensa, questa sua idea di risolvere i problemi a livello di villaggio, questo negare la modernità. C’è un discorso che Gandhi fa nel 1909, un discorso che dovremmo riprendere oggi in cui si chiede “Cos’è la vera civiltà? La civiltà nasce da un tipo di comportamento che indica all’uomo il sentiero del dovere, l’osservanza della moralità. Raggiungere la moralità significa raggiungere la padronanza della nostra mente e delle nostre passioni”. E’ civiltà quella inglese, occidentale, si chiede, che misura il progresso in quanto più abiti la gente ha? In quanto più velocemente si sposta? Non bastano all’uomo un tetto sopra la testa, un pezzo di stoffa attorno ai fianchi? Parole durissime. Lui voleva prendere la via dei villaggi, anziché quella delle fabbriche che riducono l’uomo a schiavo. Perché distruggere i villaggi? Villaggio vuol dire comunità, vuol dire spartire le risorse».

Occorrono nuovi modelli di sviluppo, dirà Terzani poche pagine più avanti: parsimonia,resistenza, digiuno. «Questa sarà secondo me, la grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia che domina le nostre vite, la battaglia per il ritorno ad una forma di spiritualità a cui la gente possa ricorrere. Occorre perciò un grande sforzo spirituale, un grande ripensamento, un grande risveglio. Che poi ha a che fare con la verità di cui nessuno più si occupa. Lì Gandhi è di nuovo stupendo. Cercava la verità, quello che sta dietro a tutto». Non mi pare che ci sia molto da aggiungere. Terzani riconosce in Gandhi un altro possibile orizzonte di senso, quella ricerca della verità, quel risveglio di cui abbiamo disperatamente bisogno per raggiungere una nuova concezione della realtà. Questi brani inoltre dimostrano di per sé che tanto Gandhi che Terzani sono assolutamente all’avanguardia per quanto riguarda i movimenti della decrescita, i movimenti ambientalisti e pacifisti contemporanei.

Rileggere Terzani per tornare a parlare di rivoluzione: cosa significa oggi ‘rivoluzione’?

Terzani negli ultimi mesi diceva di aspettarsi «una silenziosa rivoluzione interiore che passa a volte persino attraverso il mondo musulmano, che passa attraverso l’Asia, l’Africa. Dai no global – che nella loro simpatica diversità, nel loro potpourri di esistenza, fanno convivere la difesa delle balene con l’idea della bicicletta a cinque ruote – arriva un anelito al nuovo, al quel cercare il come. Io dico, per esempio, il prossimo premio Nobel dovrà essere dato a qualcuno che troverà un sistema economico più consono al benessere dell’uomo. Allora, piccoli passi, piccoli passi. L’assalto al Palazzo d’inverno [rivoluzione russa], l’assalto alla alla Bastiglia [rivoluzione francese], la vittoria a Saigon [rivoluzione vietnamita] alla fine non hanno risolto niente. Allora aspettiamoci una rivoluzione silenziosa a lungo termine, l’umanità ha una grande storia, e forse un lungo futuro a cui lavorare». Questo appello è importantissimo. Significa non arrendersi al pensiero dominante che invece ovunque ci assorda con l’idea che there is no alternative in questo mondo – che, che questo è il risultato necessario ed inevitabile dell’evoluzione. Ma quale evoluzione? Come dice Helena Norberg Hodge questo mondo globalizzato si basa su una serie di giustificazioni false. L’appello alla rivoluzione è fondamentale; è un appello al cambiamento, a cercare soluzioni più giuste, un richiamo all’umanità, un atto di lealtà verso la parte più nobile e più alta che è insita in ogni uomo.

www.filosofiatv.org

 

Ricordo di Sankaralingam

Autore: liberospirito 15 Feb 2013, Comments (0)

Non è facile parlare di politica con le elezioni politiche alle porte, con tutta la buriana mediatico-spettacolare in corso e il profilo basso o bassissimo di molti candidati. Invece proprio l’altro giorno è deceduto in India uno dei gandhiani della prima ora, Sankaralingam Jagannathan, il quale ha saputo agire il senso autentico del volto politico dell’essere umano. A riprova che – al di là di ogni disfattismo, qualunquismo, ecc. – è possibile e praticabile una politica giusta.  Unico quotidiano a darne notizia è stato “Il manifesto” da cui riprendiamo l’articolo a firma di Marinella Correggia. Ulteriori informazioni si possono trovare sul sito inglese di Wikipedia (http://en.wikipedia.org/wiki/Krishnammal_Jagannathan).

Se ne va il “papà” nonviolento dei combattenti per la libertà

Aveva da poco compiuto cento anni Sankaralingam Jagannathan («Appa», papà), morto il 12 febbraio alla «Dimora dei lavoratori» nell’università rurale Gandhigram, stato indiano meridionale del Tamil Nadu.
Grande seguace di Gandhi ha percorso l’India nello spazio e nel tempo a partire dagli anni 1940 insieme alla moglie Krishnammal («Amma», mamma), del 1926, tuttora attivissima. Lui era nato benestante di casta alta, lei intoccabile e povera: per la feroce tradizione indù non avrebbero nemmeno dovuto sfiorarsi. Prima militarono come freedom fighters nonviolenti a fianco del mahatma Gandhi nel Quit India Movement, la lotta di massa per l’indipendenza, poi si dedicarono all’impegno nonviolento per i senzaterra che costò ad Appa altro carcere. Non ebbero mai una casa loro, vissero in diversi ashram, dimore comunitarie, dove Appa ogni alba filava per un’ora all’arcolaio i suoi abiti di cotone e Amma cucinava con semplicità vegetariana.
Per rendere produttivi i quattro milioni di acri che i poveri avevano ottenuto in seguito all’appello al bhoodan (dono della terra), Jagannathan creò il movimento Assefa per l’autosufficienza dei villaggi gandhiani.
Nel 1968 quarantadue donne e bambini senzaterra in sciopero vengono rinchiusi e bruciati vivi da ricchi possidenti nel distretto di Tanjavur. Amma e Appa decidono di concentrare là il loro lavoro sulla terra e per la terra. Nasce il movimento Lafti: «Terra per la liberazione dei braccianti». Con scioperi, marce, raduni, digiuni e petizioni; vincendo anche ostacoli burocratici, tredicimila famiglie ottengono infine altrettanti acri da coltivare. Parallelamente il Lafti opera per lo sviluppo dei villaggi, con attività edili di autocostruzione, artigianali, educative.
Nel 1993 le comunità costiere del Tamil Nadu dove lavorano Amma e Appa subiscono l’aggressione dei nuovi latifondisti, i grossi imprenditori del gamberetto per l’esportazione. Risaie salinizzate e mangrovie distrutte.
Jagannathan ricorre alla Corte Suprema dell’India che nel 1996 vieta l’acquacoltura intensiva entro i 500 metri dalla costa. Ma la distruzione non si ferma, in un’India ben diversa dal sogno di Appa.
Come l’economista gandhiano J.C. Kumarappa, Jagannathan sosteneva un’economia di villaggio egualitaria basata su agricoltura, artigianato e «lavoro per il pane». Il volto locale di un’India che doveva essere autonoma, pacifica, resistente contro l’imperialismo.

Marinella Correggia