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Tag: Franco Berardi Bifo

Arrivederci Saigon

Autore: liberospirito 1 Nov 2018, Comments (0)

Quanto segue è la recensione di un film in uscita. Un film che, da parte di chi sta scrivendo queste poche righe di presentazione, non è stato ancora visto. Anzi, a dirla bene non si tratta di una segnalazione di film in programmazione. O meglio: parlare del film è un pretesto, un’occasione per fare una riflessione sui nostri tempi. Come sintetizzare il discorso? Mala tempora currunt! Il testo è di Franco Berardi “Bifo” (proviene dal sito di Effimera), mentre il film di cui si parla è di Wilma Labate.

Cinque ragazze toscane formano un gruppo musicale che si chiama “Le Stars” (proprio così). La più giovane ha sedici anni, la più grande ventuno, Rossella, la cantante, ha una passione per la black music. 

Un impresario musicale, forse un idiota o forse un mascalzone, le ingaggia, le porta in tournée in varie città italiane, in Calabria, in Lombardia. Poi gli fa firmare un contratto che prevede tournée nell’estremo oriente. 

Siamo nell’estate del 1968. Si parte per una tournée in Oriente, anzi per la precisione per il Vietnam del sud. Nessuna di loro sa niente di quel che sta accadendo nel mondo. Hanno studiato a Piombino, a Livorno, non hanno sentito parlare delle manifestazioni che in tutto il mondo sfilano contro la sporca guerra. Oppure, se ne hanno sentito parlare non ci hanno fatto caso, sono ragazzine di famiglie povere della provincia toscana.

Sbarcano all’aeroporto di Saigon e si rendono conto del fatto che non è proprio tutto normale: bombe accatastate in un angolo, crateri tutt’intorno alle piste, uomini armati balzano giù dagli elicotteri. 

Le Stars iniziano i concerti per tenere su il morale delle truppe americane, dapprima intorno a Saigon, poi più a nord, verso il fronte. Più si sale, più la guerra si fa violenta, più numerosi sono gli afro-americani. Incredule, sbigottite, ma anche ipnotizzate da quello spettacolo inimmaginabile, Rossella, Franca, Daniela e le altre di cui non ricordo il nome, fanno tre spettacoli al giorno per quel pubblico di ragazzi che hanno press’a poco la loro stessa età, quei ragazzi che provano la loro stessa angoscia, e sanno che ogni giorno può essere l’ultimo, e sono spinti a uccidere, a devastare, a torturare dalla potenza americana, malattia terminale dell’umanità.

Tre mesi nell’inferno del Vietnam. Poi finalmente il ritorno. E al ritorno quelli del partito comunista, gli amici dei genitori, i vicini di casa non le accolgono certo come si accolgono gli eroi.  Siete andate in Vietnam per tenere su il morale agli assassini. gli dicono. 

Poi basta. Per cinquanta anni di questa storia nessuno ha saputo niente. La band si sciolse, le stars si spensero, ciascuna visse la sua vita, insegnarono musica ai ragazzi. Fin quando Wilma Labate, in maniera del tutto casuale, venne a sapere della loro storia e fece il film più bello che si possa immaginare a proposito del 1968. Arrivederci Saigon.

Dentro c’è tutto, credetemi. Non solo la guerra, e le dimostrazioni pacifiste o guerrigliere. Non solo il Vietnam e le strade del quartiere latino. Ma soprattutto c’è l’innocenza di quelle ragazze e di quei giovanissimi afro-americani mandati a morire e a uccidere per la potenza che ha distrutto ogni possibilità di sperare nel futuro, e ora, cinquant’anni dopo quell’esplosione di innocente speranza che fu il movimento mondiale degli studenti e degli operai, si prepara a cancellare la stessa possibilità di sopravvivenza del genere umano.

Quello di Wilma Labate è un film sull’infinita violenza del nazismo americano e sull’insostenibile innocenza di un’umanità che ora, cinquant’anni dopo, si avvia verso la fine perché non aveva capito, allora, quando eravamo tanti, che non ci può essere pace, che non ci può essere speranza, che non ci può essere futuro, che non ci può essere umanità se non si cancella con tutti i mezzi necessari la razza predatrice. Eravamo innocenti e non abbiamo fatto quel che si doveva fare e ora la storia non può che concludersi come si sta concludendo.

Scritto il 29 ottobre 2018, giorno in cui uno degli innumerevoli imitatori di Hitler che sono al governo del mondo si impadronisce della foresta amazzonica, con il voto della maggioranza dei brasiliani e in particolare degli afro-brasiliani, e si prepara, inarrestabile, a soffocare definitivamente l’umanità

Franco Berardi “Bifo”

Endlösung (la soluzione finale)

Autore: liberospirito 30 Ago 2017, Comments (0)

Sempre sulla questione-migranti. Per forza di cose, con tutto quello che sta accadendo, con l’ipocrisia di politici e media. Questa volta si tratta di un intervento di Franco Berardi Bifo (apparso su http://effimera.org) in cui si dice, in modo chiaro e semplice, in cosa consistono gli accordi del vertice UE di Parigi appena concluso e quali conseguenze porteranno. Tutt’altro che buone, sia per i migranti, ma anche per noi europei, che alla fine ne pagheremo le conseguenze (“chi semina vento, raccoglie tempesta”, Osea 8,7).

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Finalmente l’Europa ritrova l’unità: uno stalinista convertito al nazismo, di nome Marco Minniti, ha indicato la linea della nuova Unione: la soluzione finale diviene legge europea. Pagheremo (poco) perché i nostri Gauleiter africani impediscano ai migranti di raggiungere il mare. Come faranno non ha importanza per i nazisti europei. Ma non ci vuole molta fantasia per immaginarlo.

Il piano d’azione elaborato ieri all’Eliseo prevede “un’identificazione nei Paesi di transito” attraverso “una cooperazione con i Paesi africani con una presenza anche militare sul campo”, ha aggiunto Macron. Noi forniremo le armi e un po’ di spiccioli, i militari di Libia, Ciad, Mali e Niger provvederanno a impedire che milioni di uomini e donne, che il colonialismo e il riscaldamento globale hanno ridotto alla fame, possano emigrare.

Dal 1940 il nazionalsocialismo usò l’espressione “soluzione finale” per definire gli spostamenti forzati e le deportazioni (“evacuazioni”) della popolazione ebraica che si trovava allora nei territori controllati dalla Wehrmacht. A partire dall’agosto del 1941, questo governo degli spostamenti si trasformò nello sterminio sistematico della popolazione indesiderata.

Mi dispiace insistere, ma l’Europa è tornata esattamente allo stesso punto, anche se le vittime di quello che Minniti chiama governo della migrazione sono enormemente più numerose.
Ma esiste ancora l’Unione europea?

Non so, ditemelo voi: l’Austria manda le truppe al Brennero per bloccare gli arrivi dall’Italia, il presidente francese che qualche mese fa tutti salutavano come l’anti-Trump nazionalizza i cantieri di Saint Nazaire per impedire che un paese straniero possa acquisire la maggioranza in un’azienda di interessa nazionale, dichiarando coi fatti che il globalismo della finanza si sposa al protezionismo dell’economia. 

Nel frattempo in Libia si svolge una guerra tra Haftar e Serraj che in effetti è una proxy war tra Italia e Francia per il controllo delle risorse petrolifere.

Come unione va detto: non è proprio gran che. Ma su qualcosa l’Europa è unita. 

Negli ultimi dieci anni è stata unita nell’imporre misure finanziarie rivolte al trasferimento delle risorse dalla società al sistema bancario, col risultato di devastare la vita sociale in molti paesi, soprattuto quelli del sud.

La società è impoverita al punto che i cittadini europei, impotenti a fermare la violenza di chi è più forte di loro (il sistema finanziario) cercano un capro espiatorio, qualcuno più debole di loro da perseguitare, rinchiudere, sterminare.

Non è esattamente quello che accadde negli anni ’20 e ’30 in Germania? Dopo la prima guerra mondiale Maynard Keynes lo aveva scritto in un libro intitolato Le conseguenze economiche della guerra. Alle potenze vincitrici riunite a Versailles aveva detto: non imponete alla Germania misure punitive che provochino l’umiliazione e l’impoverimento, il popolo tedesco potrebbe reagire in modo violento.

Non lo ascoltarono. Le decisioni del Congresso di Versailles portarono alla rovina dell’economia tedesca e il popolo tedesco si riconobbe in un un uomo e in un partito che proponevano l’eliminazione dei rom, dei comunisti e degli ebrei.

Similmente negli ultimi anni molti hanno detto: non distruggete i servizi sociali e la vita quotidiana degli europei, altrimenti il popolo europeo cercherà un modo per vendicarsi contro qualcuno che non possa reagire.

Il momento è giunto. L’Unione è stata in questi anni uno strumento per lo spostamento di risorse dalla società al sistema bancario, ora l’Unione si trasforma in macchina per lo sterminio. I nazisti la chiamarono soluzione finaleIl vertice europeo di Parigi di ieri ha deciso che lo stalino-nazista Minniti è la sua guida. Finanzieremo (poco ma abbastanza) i militari libici e africani perché incarcerino, affamino, violentino, torturino e sterminino chi vorrebbe raggiungere il mare. Puniremo le Ong che si permettono di salvare la vita a chi ha osato superare il muro militare.

Credo che possiamo chiamarla soluzione finaleC’è modo di fermare questo orrore? Non lo so.

Quel che so per certo è che la guerra che gli europei hanno scatenato contro l’umanità è destinata a diffondersi nelle nostre città che nei prossimi anni diverranno sempre più teatro del terrore scatenato. E quella guerra si trasformerà in guerra civile europea.

L’Unione è morta da un pezzo.  Ora è morta anche la pietà, pietà l’è morta, e nei prossimi anni assisteremo all’estinzione della civiltà europea in ogni luogo di vita collettiva. 

Come a piazza San Carlo di Torino ben presto avremo paura di ogni botto, di ogni urlo e di ogni sussurro, perché sappiamo di essere criminali nazisti, e sappiamo che prima o poi chi semina vento raccoglie tempesta, come in Texas stanno imparando in queste ore.

Requiem.

Franco Berardi Bifo

Lettera di Bifo al Papa su reddito e lavoro

Autore: liberospirito 5 Giu 2017, Comments (0)
Riprendiamo dal sito della casa editrice DeriveApprodi la lettera che Franco Berardi Bifo ha inviato al papa in cui affronta il tema del lavoro e dl non-lavoro oggi. Merita leggerlo per la sua attualità (prende avvio dal discorso del papa ai lavoratori dell’ILVA). Va ricordato che per la sensibilità biblica il non-lavoro lo troviamo esemplificato dal sabato, così come dall’anno giubilare. Entrambi sono stati creati per amore della vita: il riposo non esiste per accrescere l’efficienza produttiva (come sosteneva Aristotele e con lui buona parte del pensiero dominante occidentale), ma per realizzare il culmine del vivere. Cose importanti in merito sono state scritte da Jacques Ellul (v. Lavoro e religione, pubblicato nel 2015 dal Centro Studi Campostrini).
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Santità,
pur sapendo quanto prezioso è il Suo tempo, mi permetto di rivolgermi a Lei perché da quando una sera di marzo ho sentito la sua voce augurarci buonasera, ho intravisto una luce di speranza, nell’oscurità che da alcuni anni sembra scesa sul mondo.
Non essendo credente non pretendo di capire il senso più profondo delle Sue parole, ma so che sono il cibo di cui ha fame l’umanità contemporanea, condotta a un punto estremo di smarrimento e disperazione dalla violenza e dallo sfruttamento.
Forse perché Lei viene dalla fine del mondo, nei pochi anni del Suo Magistero ha detto la parola carità in modo così persuasivo che anche chi non ha la fede può capirla: nelle mie orecchie spiritualmente sorde è risuonata come l’eco della parola solidarietà cancellata da tempo dall’aggressione del capitalismo che mette gli umani l’uno contro l’altro.
Attento come sono a ogni Suo messaggio, giorni fa ho letto il suo discorso agli operai dell’ILVA, e per qualche minuto mi sono arrabbiato molto con Lei. Com’è possibile (ho pensato) che l’uomo che viene dalla fine del mondo, colui che ha visto da vicino quali effetti produca la violenza del capitale finanziario, si accomodi al conformismo dominante, proprio quel conformismo che ha costretto le donne e gli uomini a vendere la loro vita in cambio di un salario miserabile. Sempre più miserabile da quando di lavoro non ce n’è più bisogno.
Lei sa benissimo che la scienza e la tecnologia, il prodotto più alto del lavoro e della cooperazione umana, stanno rendendo inutile il lavoro salariato, particolarmente quello più degradante e più pericoloso. Grazie al sapere non è più un’utopia la parola di Gesù che ci invita a vivere come i gigli nel campo e come gli uccelli nel cielo. L’idea secondo cui occorre lavorare in cambio di salario è una moderna superstizione.
Questa superstizione ha permesso e permette a una piccola minoranza di sfruttatori di accumulare ricchezze sempre più ingenti, mentre milioni di persone perdono il loro tempo, che andrebbe liberato non certo per oziare ma per educare i ragazzi, per curare il corpo e la mente. Infatti oggi le macchine sono in grado di sostituire l’umana fatica: ma il tempo degli umani costa meno che l’applicazione di congegni tecnici di cui pure abbiamo la disponibilità.
Mi perdoni se mi permetto di rivolgermi a Lei così irrispettosamente: non è vero che lavorare in miniera o in mezzo ai fumi mortiferi delle acciaierie è fonte di dignità. Gli operai dell’ILVA (e i loro figli) soffrono e muoiono per malattie polmonari. Come possiamo dirgli che il lavoro è la sola dignità?
A un giornalista che le chiedeva se bisogna accettare l’inquinamento, una donna di Taranto rispose qualche anno fa con parole che sono rimaste, terribili, nella mia memoria: «Meglio morire di cancro che di fame».
A tal punto gli umani hanno subito il ricatto del capitalismo, che pur di dargli pane accettano che il cancro colpisca i loro figli. A tal punto gli umani sono stati defraudati del tempo e della comunità che solo nel luogo dello sfruttamento hanno potuto ricostituire un senso del comune. A tal punto gli umani sono stati costretti ad azzuffarsi per salario, che la guerra dilaga, i migranti sono visti come nemici da affogare in mare, e il fascismo ritorna dovunque più orrendo che mai.
La dignità consiste nel non piegare il capo a questo ricatto. E non piegare il capo è possibile, oggi, perché grazie all’attività libera e intelligente di lavoro salariato c’è n’è sempre meno bisogno.
Le porgo i miei saluti con gratitudine immensa per l’orizzonte di speranza che il Suo magistero apre al mondo.
Francesco Berardi Bifo

Dalla parte di Giuda

Autore: liberospirito 13 Mag 2015, Comments (0)

Le ultime elezioni politiche in Israele hanno visto naufragare definitivamente l’utopia sionista: il sogno è divenuto un incubo da cui è difficile risvegliarsi. Tutto ciò non solo per i palestinesi, ma anche per gli stessi israeliani. Che distanza da quanto, a suo tempo, sosteneva con forza Martin Buber – Israele come communitas communitatum, federazione di esperienze sociali, nel riconoscimento dell’uguaglianza dei diritti dei popoli arabo ed ebraico. O da quello che scriveva Gershom Scholem al suo arrivo in terra di Palestina: “Vogliamo la rivoluzione nell’ebraismo. Vogliamo rivoluzionare il sionismo e diffondere l’anarchia, ovvero l’assenza di dominio”. Quanto segue è una intelligente riflessione di Franco Berardi (apparsa su urgeurge.net) a partire dalla vittoria di Netaniahu alle ultime elezioni israeliane.

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 “E’ inverno a Gaza, in ogni maledetto senso della parola. Decine di migliaia di senza casa spesso ammucchiati in mezzo ai detriti di edifici bombardati. I bambini muoiono di freddo, secondo le Nazioni Unite… Quasi tutti quelli con cui ho parlato dicono che le condizioni sono più miserabili di quanto siano mai state, esacerbate dalla sensazione che presto ci sarà un’altra guerra.” (Nicholas Kristoff, Winds of war in Gaza, “New York Times”).

E una nuova guerra è diventata più probabile dal giorno in cui Netaniahu ha vinto le elezioni dopo avere detto che per lui non ci sarà mai uno stato palestinese. Un bambino con cui ha parlato il giornalista del NYT dice:“Forse riusciremo ad ammazzare tutti gli israeliani e la vita sarà migliore” e il giornalista gli chiede se davvero lo pensa, e lui dice di sì con la testa. “Darei via l’anima pur di ammazzare tutti gli israeliani.”

Un amico che insegna in un’università americana mi disse a metà degli anni ’90: “Stanno rientrando in America molti ebrei che erano emigrati in Israele. Si rendono conto del fatto che il sogno sionista si è trasformato in un incubo, che le nuove leve dell’emigrazione sono fatte di gente aggressiva disposta ad uccidere pur di portar via terreno ai palestinesi, e così gli intellettuali, i democratici tornano nelle città americane”. Stava iniziando l’emigrazione dalla Russia e dagli altri paesi in cui ogni legame con la cultura ebraica è stata sommersa da tempo. Qualcuno se ne deve essere accorto quando all’interno di una caserma israeliana vennero rinvenute svastiche dipinte sul muro da qualcuna delle nuove reclute. Netaniahu vince le elezioni, perché Israele è oggi un paese fascista.

Ma soprattutto è un paese suicida. La recente dichiarazione con cui il vincitore delle elezioni cancellava definitivamente l’ambiguità sulla questione dei due stati significa che Israele ha deciso di andare alla guerra totale.
Un tempo Israele vinceva le guerre. Ha vinto quella del 1948, poi ha vinto quella del 1967, poi ha vinto quella del 1973. Poi ha assediato, perseguitato, deportato, massacrato i palestinesi fino a spingere quel popolo che era il più laico e il più colto dei popoli arabi a votare per Hamas. Ma da un certo momento in poi Israele ha cominciato a non vincere più le guerre in modo così netto come accadeva in passato. Sconfisse gli eserciti nazionali, ma è più difficile vincere una guerra quando il nemico è disgregato, molteplice, disperato, suicida. Netaniahu sta portando il popolo ebraico verso la catastrofe. E’ solo questione di tempo, poi qualcuno disporrà di armi letali da opporre alle armi letali di cui Israele dispone. E’ solo questione di tempo, poi dall’immensa distesa di umiliazione, miseria, rabbia, violenza che circonda Israele un nuovo Hitler rischia di sorgere.

Amos Oz racconta la storia di Israele come il venir meno di una speranza. Storia di amore e di tenebra, il romanzo del 2002, era la storia la sua vita sullo sfondo della storia d’Israele. La notte in cui diviene ufficiale la nascita dello stato sionista sente il padre piangere nel buio per la commozione e la gioia. Poi sottovoce ricorda “quel che avevano fatto a lui e a suo fratello dei teppisti al liceo polacco di Vilna, e anche le ragazze avevano partecipato, e l’indomani quando suo padre era venuto a scuola a protestare per quell’offesa, invece di restituirgli i pantaloni strappati quei bulli si erano avventati su suo padre, l’avevano scaraventato per terra, e gli avevano levato giacca e pantaloni in mezzo al cortile mentre le ragazze ridevano e dicevano sconcezze e gli insegnanti avevano visto tutto ma erano rimasti zitto e forse anche loro avevano riso.” Dunque la nascita di Israele è un sogno che si realizza: il sogno di avere una terra in cui nessuno potrà più trattarti come un animale. Ma quel sogno è diventato un incubo, e Amos Oz mette in scena l’incubo di un popolo di vittime che si trasforma in un popolo di carnefici. Quando nel 1967 Aisha, la ragazzina palestinese cui Amos si è affezionato, deve andarsene da Gerusalemme con la famiglia, perché Israele ha vinto la guerra dei sei giorni, allora lui si chiede: “E i loro pappagalli? E Aisha? E il fratellino zoppo? In quale punto del mondo suonerà adesso il suo pianoforte, sempre che ne abbia ancora uno, sempre che non sia invecchiata e deperita tra le baracche sporche e la canicola di un campo profughi con la fogna che scorre a vista giù per le strade sterrate? E chi saranno i fortunati ebrei che ora abitano nella casa della famiglia di Aisha, nel quartiere di Talbiyeh, tutto costruito di pietra celeste e rosa a volte di pietra?”

Dieci anni dopo, nel nuovo romanzo Giuda, Oz mette in scena la storia di uno studente che nei primi anni ‘60 fa la sua tesi dottorale sulla figura di Giuda Iscariota, cui la tradizione cristiana attribuisce il ruolo del traditore di Cristo. Rivendicando per sé il ruolo del traditore (che poi fu sempre quello dei profeti), Amos Oz va al cuore della questione: la storia del popolo ebraico non poteva e non doveva essere ridotta entro i confini concettuali e geografici di uno stato nazionale, perché questa scelta ha messo in moto una reazione a catena che inevitabilmente porta alla escalation di violenza cui abbiamo assistito negli ultimi decenni e cui assistiamo ogni giorno. E che ne sarà del popolo ebreo nel futuro?

“Chaim Weizmann ha detto una volta, per disperazione, che uno stato ebraico non sarebbe mai potuto sorgere perché sarebbe stata una contraddizione: se fosse stato uno stato, non sarebbe stato ebraico, e se fosse stato ebraico non sarebbe potuto essere uno stato.”

La riduzione della storia culturale del popolo ebraico alla forma di uno stato territoriale ha condotto alla nascita di uno stato confessionale, lo stato degli ebrei: un paradosso orribile che contrasta e sovverte l’eredità della cultura ebraica.
La separazione della politica dall’appartenenza rese possibili le forme moderne della Ragione, della Democrazia. Ora l’appartenenza ritorna, con le sue mostruose conseguenze politiche: esclusione, violenza, persecuzione di una comunità di appartenenza contro l’altra.

La scelta di territorializzarsi, di chiudersi dentro i confini di uno stato minuscolo, militarizzato, perennemente assediato ha trasformato Israele in uno stato fascista. Ma per quanta forza militare questo stato possegga ora il popolo ebreo è destinato ad attendere un futuro che si può rinviare ma non scongiurare indefinitamente. La pace è ora impossibile.

“Tutta la forza del mondo non basta per trasformare l’odio in amore. Colui che odia lo si può trasformare in servo, ma non in uno che ama. Tutta la forza del mondo non basta per trasformare un fanatico in illuminato. Tutta la forza del mondo non basta per trasformare in amico chi ha sete di vendetta. Proprio queste sono le questioni esistenziali dello stato d’Israele: trasformare il nemico in sodale, il fanatico in moderato, il vendicatore in amico.”

Accanto allo studente che si identifica in Giuda, c’è la figura di Atalia, la figlia di un intellettuale ebreo (Abrabanel) che negli anni precedenti alla catastrofe dei palestinesi, aveva predicato una pacifica coabitazione, e aveva cercato in tutti i modi di opporsi alla creazione di uno stato ebraico.

Tra Atalia e lo studente Shemuel si svolge un dialogo che riassume il pensiero di Oz:

“Volevate uno stato. Volevate l’indipendenza. Avete sparso fiumi di sangue innocente. Avete sepolto un’intera generazione. Avete cacciato centinaia di migliaia di arabi dalle loro case. Avete spedito navi intere di immigrati sopravvissuti a Hitler diritto dal capannone di accoglienza ai campi di battaglia. Tutto per avere qui uno stato di ebrei. E guardate cosa avete ottenuto.”  Shemuel disse mestamente:“Non credi che nel ’48 abbiamo combattuto davvero perché avevamo le spalle al muro? No, non avevate le spalle al muro. Il muro eravate voi… Nostro padre non era entusiasta dell’idea di stato. Per nulla. Non gli piaceva per nulla un mondo suddiviso in centinaia di stati nazionali. Come le file delle gabbie separate al giardino zoologico.”

La questione ebraica pone un problema che la politica moderna non è preparata ad affrontare: l’obsolescenza della forma-stato, la miseria della forma nazionale rispetto alla ricchezza di un’esperienza globalizzante e cosmopolita che la diaspora ebraica ha per prima anticipato. L’impensabile violenza che il nazismo scatenò contro il popolo ebraico spinse – comprensibilmente – le forze sioniste che avevano potuto sottrarsi all’Olocausto a iniziare un esperimento di territorializzazione.

Non permetteremo mai più a nessuno di fare quello che Hitler ha fatto contro un popolo indifeso, questa fu la determinazione su cui il sionismo si affermò come forza territorializzante. Avremo uno stato, avremo un esercito, ci difenderemo, attaccheremo, distruggeremo chi vuole distruggerci.

La riterritorializzazione del popolo ebraico divenne allora una scelta quasi inevitabile.

Ma questa scelta ha portato il popolo ebreo in una condizione di pericolo estremo: per quanto potente, per quanto armato, lo stato di Israele non può vincere tutte le guerre dei prossimi cento anni. L’aggressione contro il popolo palestinese ha prodotto una situazione di violenza crescente che nel lungo periodo non può che rivolgersi contro Israele. Ma nelle condizioni di isolamento accerchiamento e insicurezza, in cui il sionismo ha posto Israele ha finito per prevalere la politica provocatoria degli insediamenti, la chiusura paranoica delle frontiere, l’accentuazione del carattere “ebraico” dello stato, e quindi una fascistizzazione di cui la vittoria di Netaniahu sembra essere la sanzione definitiva.

Franco Berardi Bifo

La rivolta che non crede nel futuro

Autore: liberospirito 27 Ago 2013, Comments (0)

Questo articolo di Franco Berardi “Bifo” (scrittore e agitatore culturale) è apparso su “Alfabeta2” all’incirca alla metà di luglio, quindi ben prima che riesplodesse la polveriera egiziana in seguito all’arresto del presidente Morsi da parte dell’esercito. Ciononostante lo pubblichiamo perché resta ancora attuale. Il tema è quello della possibilità di una trasformazione reale della società egiziana (e di quella nordafricana in generale) stretta tra fondamentalismo religioso da una parte e ingerenza delle potenze occidentali dall’altra. Pur nella difficoltà (o impossibilità) di intravedere un “altro mondo possibile”, molti, soprattutto giovani, non si rassegnano e continuano a scendere in piazza e a protestare. La rivolta e la protesta divengono la sospensione temporanea di una condizione sempre più intollerabile. Qui l’autore sembra evocare l’idea della costruzione di “zone temporaneamente autonome”, elaborata anni addietro da Peter Lamborn Wilson (alias Hakim Bey), un profondo conoscitore della cultura islamica. Non a caso. Proprio il concetto della TAZ (zona temporaneamente autonoma) resta strettamente connesso a quello – da noi pressoché sconosciuto – di qiyamat (la “grande resurrezione” che conduce all’abrogazione delle norme religiose e dei poteri vigenti), elaborato all’interno di una corrente eretica shita e a suo tempo analizzata proprio da Lamborn Wilson. Come dire, tout se tient

 egypt protests

Verso la fine degli anni Novanta, a un giornalista che gli chiedeva se non fosse stato un errore armare gli islamisti afghani, Zbigniew Brzezinski, consulente della presidenza Carter, rispondeva, con l’arroganza di chi ha non capito l’essenziale: «Cos’è più importante nella storia del mondo? I Talebani o il collasso dell’impero sovietico? Qualche esaltato musulmano o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?»

Adesso sappiamo che la fine della guerra fredda non ha aperto un’epoca di armonia universale con qualche marginale disturbatore esaltato, ma ha inaugurato un’epoca di aggressività identitaria e di follia suicida. Il suicidio non faceva parte dell’armamentario dei sovietici, mentre è un elemento essenziale dell’islamismo contemporaneo. Perciò la guerra che Bush dichiarò infinita ha caratteri di asimmetria e d’imprevedibilità che non si possono ricondurre ad alcun pensiero strategico. L’illuminismo protestante che sta a fondamento dell’episteme strategica americana è incapace di interpretare i segni della cultura islamica, e la nozione formale di democrazia è inadatta per interpretare l’evoluzione attuale della guerra che si va diffondendo nel continente euroasiatico. Nessuna potenza militare pare in grado di ridurre la violenza contemporanea perché questa sfugge alle categorie della politica.

«La disperazione non è una categoria della scienza politica ma il movimento islamista non è pensabile se non lo si comprende come testimonianza di disperazione delle masse» , scrive Fethi Benslama, nel suo libro La psychanalyse face à l’Islam, un’indagine sulle origini psicoanalitiche dell’infelicità congenita alla cultura degli arabi, discendenti di Agar, la madre ripudiata e rimossa nella memoria dei suoi figli. L’islamismo contemporaneo è una sfida al razionalismo della politica moderna e della democrazia: interpretare quel che accade tra Kabul a Bengasi con la terminologia della democrazia e dell’illuminismo protestante è un modo per andare incontro alla sconfitta.

Nello scacchiere del mondo islamico si combattono diverse guerre, e nessuna di queste ha molto a che fare con la democrazia, questo feticcio che, svuotato di contenuto e di efficacia in Occidente, viene pubblicizzato con insistenza come un prodotto di scarto che gli occidentali sperano di rifilare a chi non l’ha mai visto.

Sullo sfondo, naturalmente, la guerra che Israele non può vincere. Ma quella guerra promessa per un futuro in(de)finito è il premio per il vincitore delle guerre che intanto si combattono. Anzitutto la guerra religiosa che oppone Islam sciita e Islam sunnita. Il disegno strategico dell’emirato sunnita che appariva una follia quando Osama Bin Laden lo dichiarò all’inizio del secolo, è oggi in piena sanguinosa realizzazione. Intere zone dell’Asia centrale sono militarmente governate dalla logica dell’Emirato: da Falluja ad Aleppo l’emirato sunnita è forza dominante, come nell’area che copre larga parte del territorio afghano ed intere regioni pachistane. La guerra civile siriana è ormai soltanto una guerra per il predominio sunnita, cui la minoranza alawita oppone una resistenza insormontabile.

Vi è poi la guerra sociale: la ricchezza è concentrata nelle mani dei padroni del petrolio (integrati al ciclo della finanza globale), e la miseria di massa che ne consegue alimenta in paesi come l’Egitto o come il Pakistan una conflittualità disperata perché incapace di aggredire il nodo essenziale della distribuzione della ricchezza e delle risorse. Democrazia non significherà niente fin quando la proprietà del petrolio, principale risorsa dell’area, rimarrà nelle mani di una minoranza culturalmente retriva e finanziariamente globalizzata. La rivoluzione egiziana del 2011 è stata preparata da un quinquennio di lotte operaie intense e vaste, ma dopo la rivoluzione del 2011 le condizioni di vita degli operai sono peggiorate e l’economia egiziana non dà segni di ripresa. Le rivolte arabe non cambieranno la realtà di quell’area fin quando non aggrediranno il forziere saudita.

Vi è infine la guerra culturale che il lavoro cognitivo cosmopolita conduce contro l’autoritarismo politico e contro l’oscurantismo religioso. Milioni di studenti, di lavoratori della rete globale, di blogger giornalisti e artisti hanno messo in contatto la dimensione culturale della rete con la strada provocando un cortocircuito che ha rimesso tutto in movimento. Ma questo terzo fronte è per il momento minoritario, e scatena processi che non è in grado di governare. A Tunisi come al Cairo come a Istanbul come a Damasco i movimenti sono iniziati da lavoratori precari ad alto grado di scolarizzazione e di integrazione nel lavoro cognitivo globale. Ma questi movimenti sono stati utilizzati ed emarginati dalle forze islamiste, oppure repressi dall’islamismo al governo, come nel caso della Turchia, dove l’esercito è, almeno per il momento, integrato e sottomesso al neoliberismo islamista di Erdogan. Questi movimenti continueranno a produrre rivolte che rimarranno subalterne sul piano politico, ma serviranno per consolidare ed estendere l’autonomia di una parte crescente della nuova generazione dall’oscurantismo e religioso e dalla violenza militare.

Ero al Cairo in aprile, quando è uscito in alcune sale della  città il film di Ibrahim El Batout El sheita elli fat (Winter of discontent), presentato a Venezia l’anno scorso. Sono andato a vederlo con gruppo di amici che lavorano nel mondo dell’arte e che viaggiano molto spesso nei paesi occidentali. Il film non è piaciuto a nessuno. Tutti lo trovavano ipocrita perché presentava la rivoluzione come l’inizio di un tempo nuovo in cui finalmente il popolo egiziano potrà prendere in mano il suo destino nella libertà.

I miei amici avevano tutti partecipato alle rivolte dell’inverno 2011 come attivisti, giornalisti o come media-artisti, ma nessuno di loro sembrava attendersi un mutamento positivo né (certamente) dal governo islamo-liberista della Fratellanza islamica, né da alcun altro rivolgimento possibile nel prossimo futuro.

Ciò mi ha fatto riflettere su questa generazione che si ribella con forza e radicalità senza nutrire alcuna speranza, senza attendersi alcun miglioramento. Come se la rivolta fosse, in sé, la sospensione temporanea di una condizione intollerabile – e il momento di riconoscimento di tutti coloro (e il numero cresce) che non vogliono più condividere nulla, credere in nulla, né partecipare a nulla. Solo vivere, inventando un altro mondo, non importa quanto impossibile.

Franco Berardi Bifo

www.alfabeta2.it

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