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Tag: Francesco I

Pubblichiamo un intervento di Alex Zanotelli: si tratta di una denuncia riguardante l’incalzante economia di guerra che, proprio qui in Italia, sta passando nel silenzio generale. Con quale coraggio si vuole celebrare un Natale di pace quando domina un’economia di guerra?

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Sono indignato davanti a quest’Italia che si sta sempre più militarizzando. Lo vedo proprio a partire dal Sud, il territorio economicamente più disastrato d’Europa, eppure sempre più militarizzato. Nel 2015 è stata inaugurata a Lago Patria(parte della città metropolitana di Napoli) una delle più importanti basi NATO d’Europa , che il 5 settembre scorso è stata trasformata nell’Hub contro il terrorismo (centro di spionaggio per il Mediterraneo e l’Africa). Sempre a Napoli, la famosa caserma della Nunziatella è stata venduta dal Comune di Napoli per diventare la Scuola Europea di guerra, così vuole la Ministra della Difesa F. Pinotti. Ad Amendola (Foggia) è arrivato lo scorso anno il primo cacciabombardiere F-35 armabile con le nuove bombe atomiche B 61-12. In Sicilia, la base militare di Sigonella (Catania) diventerà nel 2018 la capitale mondiale dei droni. E sempre in Sicilia, a Niscemi (Trapani) è stato installato il quarto polo mondiale delle comunicazioni militari, il cosidetto MUOS. Mentre il Sud sprofonda a livello economico, cresce la militarizzazione del territorio. (Non è per caso che così tanti giovani del Sud trovino poi rifugio nell’Esercito italiano per poter lavorare!)
Ma anche a livello nazionale vedo un’analoga tendenza: sempre più spese in armi e sempre meno per l’istruzione, sanità e welfare. Basta vedere il Fondo di investimenti del governo italiano per i prossimi anni per rendersene conto. Su 46 miliardi previsti, ben 10 miliardi sono destinati al Ministero della Difesa : 5.3 miliardi per modernizzare le nostre armi e 2.6 per costruire il Pentagono italiano ossia un’unica struttura per i vertici di tutte le nostre forze armate, con sede a Centocelle (Roma).
L’Italia infatti sta investendo sempre più in campo militare sia a livello nazionale, europeo ed internazionale. L’Italia sta oggi spendendo una barca di soldi per gli F-35, si tratta di 14 miliardi di euro!
Questo, nonostante che la Corte dei Conti abbia fatto notare che ogni aereo ci costerà almeno 130 milioni di euro contro i 69 milioni previsti nel 2007. Quest’anno il governo italiano spenderà 24 miliardi di euro in Difesa, pari a 64 milioni di euro al giorno. Per il 2018 si prevede un miliardo in più.
Ma è ancora più impressionante l’esponenziale produzione bellica nostrana: Finmeccanica (oggi Leonardo) si piazza oggi all’ 8° posto mondiale. Lo scorso anno abbiamo esportato per 14 miliardi di euro, il doppio del 2015! Grazie alla vendita di 28 Eurofighter al Kuwait per otto miliardi di euro, merito della ministra Pinotti, ottima piazzista d’armi. E abbiamo venduto armi a tanti paesi in guerra, in barba alla legge 185 che ce lo proibisce. Continuiamo a vendere bombe, prodotte dall’azienda RMW Italia a Domusnovas (Sardegna), all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen, dov’è in atto la più grave crisi umanitaria mondiale secondo l’ONU. (Tutto questo nonostante le quattro mozioni del Parlamento Europeo!) L’Italia ha venduto armi al Qatar e agli Emirati Arabi con cui quei paesi armano i gruppi jihadisti in Medio Oriente e in Africa (noi che ci gloriamo di fare la guerra al terrorismo!). Siamo diventati talmente competitivi in questo settore che abbiamo vinto una commessa per costruire quattro corvette e due pattugliatori per un valore di 40 miliardi per il Kuwait.
Non meno preoccupante è la nostra produzione di armi leggere : siamo al secondo posto dopo gli USA! Sono queste le armi che uccidono di più! E di questo commercio si sa pochissimo.
Quest’economia di guerra sospinge il governo italiano ad appoggiare la militarizzazione della UE. E’ stato inaugurato a Bruxelles il Centro di pianificazione e comando per tutte le missioni di addestramento, vero e proprio quartier generale unico. Inoltre la Commissione Europea ha lanciato un Fondo per la Difesa che a regime svilupperà 5,5 miliardi di investimento l’anno per la ricerca e lo sviluppo industriale nel settore militare. Questo fondo, lanciato il 22 giugno, rappresenta una massiccia iniezione di denaro pubblico nell’industria bellica europea. Sta per nascere la” PESCO-Cooperazione strutturata permanente” della UE nel settore militare (la Shengen della Difesa!). “Rafforzare l’Europa della Difesa – afferma la Mogherini, Alto Rappresentante della UE, per gli Affari Esteri- rafforza anche la NATO”.
La NATO, di cui la UE è prigioniera, è diventata un mostro che spende 1000 miliardi di dollari in armi all’anno. Trump chiede ora ai 28 paesi membri della NATO di destinare il 2% del Pil alla Difesa. L’Italia destina oggi 1,2 % del Pil per la Difesa. Gentiloni e la Pinotti hanno già detto di Sì al diktat di Trump. Così l’Italia arriverà a spendere100 milioni al giorno in armi. Così la NATO trionfa,mentre è in forse il futuro della UE. Infatti è la NATO che ha forzato la UE a creare la nuova frontiera all’Est contro il nuovo nemico, la Russia, con un imponente dispiegamento di forze militari in Ucraina, Polonia, Romania, Bulgaria, in Estonia, Lettonia e con la partecipazione anche dell’Italia. La NATO ha stanziato 17 miliardi di dollari per lo “Scudo anti-missili.” E gli USA hanno l’intenzione di installare in Europa missili nucleari simili ai Pershing 2 e ai Cruise (come quelli di Comiso). E la Russia sta rispondendo con un altrettanto potente arsenale balistico.
Fa parte di questo piano anche l’ammodernamento delle oltre duecento bombe atomiche B-61, piazzate in Europa e sostituite con le nuove B 61-12 . Il Ministero della Difesa ha pubblicato in questi giorni sulla Gazzetta Ufficiale il bando di costruzione a Ghedi (Brescia) di nuove infrastrutture che ospiteranno una trentina di F-35 capaci di portare cadauno due bombe atomiche B61-12. Quindi solo a Ghedi potremo avere sessantina di B61-12 , il triplo delle attuali! Sarà così anche ad Aviano? Se fosse così rischiamo di avere in Italia una forza atomica pari a 300 bombe atomiche di Hiroshima! Nel silenzio più totale!
Mai come oggi, ci dicono gli esperti, siamo vicini al ‘baratro atomico’. Ecco perché è stato provvidenziale il Trattato dell’ONU, votato il 7 luglio scorso, che mette al bando le armi nucleari. Eppure l’Italia non l’ha votato e non ha intenzione di votarlo.E’ una vergogna nazionale.
Siamo grati a papa Francesco per aver convocato un incontro, lo scorso novembre, in Vaticano sul nucleare, proprio in questo grave momento in cui il rischio di una guerra nucleare è alto e per il suo invito a mettere al bando le armi nucleari.
Quello che non riesco a capire è l’incapacità del movimento della pace a mettersi insieme e scendere in piazza a urlare contro un’Italia e Unione Europea che si stanno armando sempre di più, davanti a guerre senza numero, davanti a un mondo che rischia l’olocausto nucleare. Eppure in Italia c’è una straordinaria ricchezza di gruppi, comitati, associazioni, reti che operano per la pace. Ma purtropo ognuno fa la sua strada.
E come mai tanto silenzio da parte dei vescovi italiani? E che dire della parrocchie, delle comunità cristiane che si apprestano a celebrare la nascita del “Principe della Pace?”
“Siamo vicini al Natale – ci ammonisce papa Francesco – ci saranno luci, ci saranno feste, alberi luminosi, anche presepi…tutto truccato: il mondo continua a fare guerra!”
Oggi più che mai c’è bisogno di un movimento popolare che contesti radicalmente questa economia di guerra.

Alex Zanotelli

Lettera di Bifo al Papa su reddito e lavoro

Autore: liberospirito 5 Giu 2017, Comments (0)
Riprendiamo dal sito della casa editrice DeriveApprodi la lettera che Franco Berardi Bifo ha inviato al papa in cui affronta il tema del lavoro e dl non-lavoro oggi. Merita leggerlo per la sua attualità (prende avvio dal discorso del papa ai lavoratori dell’ILVA). Va ricordato che per la sensibilità biblica il non-lavoro lo troviamo esemplificato dal sabato, così come dall’anno giubilare. Entrambi sono stati creati per amore della vita: il riposo non esiste per accrescere l’efficienza produttiva (come sosteneva Aristotele e con lui buona parte del pensiero dominante occidentale), ma per realizzare il culmine del vivere. Cose importanti in merito sono state scritte da Jacques Ellul (v. Lavoro e religione, pubblicato nel 2015 dal Centro Studi Campostrini).
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Santità,
pur sapendo quanto prezioso è il Suo tempo, mi permetto di rivolgermi a Lei perché da quando una sera di marzo ho sentito la sua voce augurarci buonasera, ho intravisto una luce di speranza, nell’oscurità che da alcuni anni sembra scesa sul mondo.
Non essendo credente non pretendo di capire il senso più profondo delle Sue parole, ma so che sono il cibo di cui ha fame l’umanità contemporanea, condotta a un punto estremo di smarrimento e disperazione dalla violenza e dallo sfruttamento.
Forse perché Lei viene dalla fine del mondo, nei pochi anni del Suo Magistero ha detto la parola carità in modo così persuasivo che anche chi non ha la fede può capirla: nelle mie orecchie spiritualmente sorde è risuonata come l’eco della parola solidarietà cancellata da tempo dall’aggressione del capitalismo che mette gli umani l’uno contro l’altro.
Attento come sono a ogni Suo messaggio, giorni fa ho letto il suo discorso agli operai dell’ILVA, e per qualche minuto mi sono arrabbiato molto con Lei. Com’è possibile (ho pensato) che l’uomo che viene dalla fine del mondo, colui che ha visto da vicino quali effetti produca la violenza del capitale finanziario, si accomodi al conformismo dominante, proprio quel conformismo che ha costretto le donne e gli uomini a vendere la loro vita in cambio di un salario miserabile. Sempre più miserabile da quando di lavoro non ce n’è più bisogno.
Lei sa benissimo che la scienza e la tecnologia, il prodotto più alto del lavoro e della cooperazione umana, stanno rendendo inutile il lavoro salariato, particolarmente quello più degradante e più pericoloso. Grazie al sapere non è più un’utopia la parola di Gesù che ci invita a vivere come i gigli nel campo e come gli uccelli nel cielo. L’idea secondo cui occorre lavorare in cambio di salario è una moderna superstizione.
Questa superstizione ha permesso e permette a una piccola minoranza di sfruttatori di accumulare ricchezze sempre più ingenti, mentre milioni di persone perdono il loro tempo, che andrebbe liberato non certo per oziare ma per educare i ragazzi, per curare il corpo e la mente. Infatti oggi le macchine sono in grado di sostituire l’umana fatica: ma il tempo degli umani costa meno che l’applicazione di congegni tecnici di cui pure abbiamo la disponibilità.
Mi perdoni se mi permetto di rivolgermi a Lei così irrispettosamente: non è vero che lavorare in miniera o in mezzo ai fumi mortiferi delle acciaierie è fonte di dignità. Gli operai dell’ILVA (e i loro figli) soffrono e muoiono per malattie polmonari. Come possiamo dirgli che il lavoro è la sola dignità?
A un giornalista che le chiedeva se bisogna accettare l’inquinamento, una donna di Taranto rispose qualche anno fa con parole che sono rimaste, terribili, nella mia memoria: «Meglio morire di cancro che di fame».
A tal punto gli umani hanno subito il ricatto del capitalismo, che pur di dargli pane accettano che il cancro colpisca i loro figli. A tal punto gli umani sono stati defraudati del tempo e della comunità che solo nel luogo dello sfruttamento hanno potuto ricostituire un senso del comune. A tal punto gli umani sono stati costretti ad azzuffarsi per salario, che la guerra dilaga, i migranti sono visti come nemici da affogare in mare, e il fascismo ritorna dovunque più orrendo che mai.
La dignità consiste nel non piegare il capo a questo ricatto. E non piegare il capo è possibile, oggi, perché grazie all’attività libera e intelligente di lavoro salariato c’è n’è sempre meno bisogno.
Le porgo i miei saluti con gratitudine immensa per l’orizzonte di speranza che il Suo magistero apre al mondo.
Francesco Berardi Bifo

Un papa…

Autore: liberospirito 30 Mar 2017, Comments (0)

Lidia Menapace, classe 1924, già staffetta partigiana, già nel nucleo dei fondatori del movimento Cristiani per il Socialismo, già esponente del movimento femminista, di quello antimilitarista e dell’ANPI, già senatrice della repubblica, è ad oggi una delle poche voci fuori dal coro all’interno del mondo cattolico rispetto il pontificato di Bergoglio. Il suo pensiero in merito lo troviamo sintetizzato in maniera eccellente in queste poche righe. Il testo proviene da www.italialaica.it.

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… re dello stato assoluto,  più assoluto che esiste,  batte circa tutti gli altri capi dei paesi d’Europa, rafforzando l’assolutismo, non mutando in nulla la definizione dei diritti delle donne, nè la condanna dell’aborto e il sostegno ai medici antiabortisti violenti USA, appoggiati durante la campagna elettorale di Trump, e diffondendo il linguaggio, il simbolico, l’alta forma di gusto dei riti che caratterizza il cattolicesimo detto costantiniano, già rifiutato dal dimenticato Concilio Vaticano II. La cultura politica italiana non è mai laica nemmeno nei laici, perchè la cultura di Chiesa è nel nostro paese egemone, così anche sullo Ior il papa re non dice nulla e perciò, essendo un evasore fiscale, non può  condannare la cospicua evasione fiscale che caratterizza il nostro paese. Chiedo scusa, so di  colpire molti innamorati/e della affascinante personalità di  Bergoglio, ma sento di non poter tacere. Ciao Lidia

Il papa a Monza: pop-star o gattopardo?

Autore: liberospirito 26 Mar 2017, Comments (0)

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Che il pontificato di papa Francesco rappresenti un segno di discontinuità rispetto ai suoi predecessori è cosa ben nota su cui non c’è motivo di ritornare. Ciò che importa però è comprendere la portata di tale new deal vaticano; detto altrimenti: che rapporto intercorre tra le parole e i dati di realtà? Proponiamo perciò una sorta di “lettura sintomale” (a dir la verità un po’ rapsodica) della visita del papa a Monza, in cui possano emergere alla superficie del testo (qui: dell’evento) i lapsus, i silenzi, i sintomi che raccontano più delle parole pronunciate (a parlar bene, in maniera edificante, in fondo siamo bravi tutti).

Partiamo dai freddi numeri riguardanti i costi dell’evento. Tre milioni e 235mila euro. A quanto pare tanto è costata alla diocesi di Milano la visita di papa Francesco a Monza. Il solo palco, lungo 80 metri e profondo trenta, è costato un milione e 300mila (a sua volta dotato di impianti video del valore di 300mila euro). Giusto per avere un’idea delle cifre: la struttura sulla quale si è esibito lo scorso settembre la rockstar Luciano Ligabue è costata 750mila euro ed è stata utilizzata per due serate; quella che ha accolto il pontefice per poche ore valeva quasi il doppio.

A contribuire a tutte queste ingenti spese troviamo un elenco di vari istituti bancari (cioè le stesse banche che ogni giorno dicono di non avere i fondi per sostenere i risparmiatori) e anche quella Regione Lombardia che è da sempre in prima fila nell’elargire soldi pubblici a una sola confessione religiosa.

Facendo dei rapidi conti i tre milioni di euro sono stati spesi per un’ora e mezza di presenza nella cittadina brianzola, con un costo di circa 35.944 euro al minuto.

Ora, tornando alla domanda iniziale, che relazione c’è tra le parole e le cose? Come conciliare la celebrazione dell’umiltà, della sobrietà se non della povertà e le spese sostenute per un evento di così breve durata e, in fondo, effimero? O, detto in altra forma, che rapporto c’è tra l’attuale papa e il poverello di Assisi a cui il pontefice costantemente dichiara di richiamarsi? Il sintomo emergente, quello che alla fine si ricava dall’evento in questione è che, nonostante tutta la buona fede, il pontificato di Francesco I presenta sempre più i tratti non di un radicale new deal, ma di una studiata operazione di restyling o di make up dell’elefantiaca – e sempre meno presentabile – istituzione cattolica. («Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», sosteneva il nipote del principe di Salina, nel Gattopardo).

Di fronte a simili fatti, da tempo noi preferiamo volgere lo sguardo altrove, all’esodo lento e silenzioso, quanto inesorabile, dai vecchi apparati religiosi verso una sensibilità religiosa veramente rinnovata, un novum radicale, rispondente ai tempi in cui viviamo e di cui se ne avverte sempre più l’urgenza.

Scriblerus

 

 

Per riscoprire l’incanto dell’universo

Autore: liberospirito 4 Feb 2017, Comments (0)

Proponiamo la presentazione di Claudia Fanti del numero speciale di “Adista” in uscita (n.6/febbraio 2017) dal titolo Terra. Di ritorno dall’esilio. L’esilio di cui si parla è proprio dalla terra, la nostra casa comune. Per ogni info: http://www.adista.it

ecology

L’alca gigante era un uccello simile al pinguino, incapace di volare, con ali piccole e tozze, piume bianche sul torace e scure sul dorso e due macchie bianche sopra ogni occhio. A raccontarne la vicenda è Elizabeth Kolbert, che, nel suo magnifico libro La sesta estinzione. Una storia innaturale, riferisce come l’alca gigante, prima che cominciasse il suo «sterminio su larga scala», spaziasse, in milioni di esemplari, dalla Norvegia all’isola di Terranova e dall’Italia alla Florida, finché, essendo lenta a muoversi e dunque facilmente catturabile, non divenne la provvista ideale per i pescatori di merluzzo europei, impegnati, agli inizi del XVI secolo, in regolari spedizioni verso Terranova. Quindi, nei decenni successivi, le alche vennero utilizzate come esche per la pesca, come combustibile («Ci si porta dietro un bollitore – riferì un marinaio inglese di nome Aaron Thomas – e ci si mette dentro un pinguino o due, si accende un fuoco alla base e questo fuoco si alimenta completamente dei due disgraziati pinguini») e come imbottitura per i materassi («Se si è venuti fin qui per il loro piumaggio – raccontò ancora Thomas -, (…) basta afferrarne uno e strappare le piume migliori. Poi il povero pinguino viene lasciato libero, con la pelle seminuda e lacerata, a morire delle ferite riportate»). Non sorprende allora come, alla fine del ‘700, il numero degli uccelli fosse in rapido calo: il commercio delle piume era diventato così redditizio che gli uomini delle spedizioni trascorrevano l’intera estate «a far bollire gli animali e a strappare loro le piume». Sopravvissuta, negli anni ’30 del XIX secolo, solo su uno spuntone roccioso dell’isola di Eldey, in Islanda, l’alca gigante – evidenzia Kolbert – si trovò infine «ad affrontare una nuova minaccia: la sua stessa rarità», diventando ambita preda dei collezionisti. Fu proprio per ordine di questi che l’ultima coppia conosciuta venne uccisa, proprio sull’isola di Eldey, nel 1844.

Se l’estinzione dell’alca gigante può apparire drammatica, non è nulla, tuttavia, rispetto alle stragi che la specie autodenominatasi piuttosto arbitrariamente homo sapiens avrebbe realizzato da lì in avanti – il segno distintivo della nuova epoca geologica chiamata Antropocene, caratterizzata proprio dall’impatto senza precedenti dell’azione umana sull’ambiente terrestre –: oggi, come segnala Kolbert, «si stima che un terzo del totale dei coralli che costituiscono la barriera corallina, un terzo di tutti i molluschi di acqua dolce, un terzo degli squali e delle razze, un quarto di tutti i mammiferi, un quinto dei rettili e un sesto di tutti gli uccelli siano destinati a scomparire».

Risuona pertanto quanto mai opportuno il monito di papa Francesco nella Laudato si’: «Essendo stati creati dallo stesso Padre, noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge a un rispetto sacro, amorevole e umile. Voglio ricordare che Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda, che la desertificazione del suolo è come una malattia per ciascuno, e possiamo lamentare l’estinzione di una specie come fosse una mutilazione». E quanto sia grave, tale perdita, lo si capisce ancora meglio considerando il tempo impiegato dall’universo per generare la vita in tutte le sue meravigliose forme: un cammino iniziato 13,7 miliardi di anni fa, a partire da un minuscolo punto di trilioni di gradi di temperatura, che ha dato vita a un turbinio incessante di particelle, le quali, man mano che il neonato universo ha continuato a espandersi e a raffreddarsi, hanno iniziato a costituire legami stabili, progredendo in comunità sempre più complesse, fino a costituire le stelle e le galassie e i pianeti, tra cui il nostro splendente pianeta bianco-azzurro, grondante di vita e, secondo la teoria di Gaia, vivente esso stesso, come sistema complesso e autoregolato in grado di preservare i presupposti della vita e di produrne sempre nuova. Il tutto, secondo un movimento calibrato in maniera così perfetta che se, per esempio, il ritmo di espansione fosse stato più lento solo di un milionesimo dell’1%, l’universo sarebbe nuovamente collassato e, se fosse stato più veloce, appena – di nuovo – di un milionesimo dell’1%, non si sarebbe formata alcuna struttura in grado di produrre la vita. Una dinamica così sorprendentemente autoregolata, questa, da indurre il fisico Freeman Dyson a dichiarare che, quanto più esaminava i particolari dell’architettura cosmica, tanto più trovava prove «che l’universo, in un certo senso, doveva già sapere che saremmo arrivati». E se, come ha mostrato il Premio Nobel per la chimica Ilya Prigogine, l’evoluzione si realizza nello sforzo di creare ordine nel disordine – il caos, cioè, si rivela altamente generativo, trasformandosi in un fattore di costruzione di forme sempre più alte di ordine – è legittimo sperare che, malgrado tutte le crisi, tutte le traversie, tutte le devastazioni, l’universo vada auto-organizzandosi e autocreandosi in direzione di una sempre maggiore complessità, bellezza, profondità.

È a tale viaggio appassionante che abbiamo allora voluto dedicare questo numero speciale, il primo di una serie di 5 numeri dal titolo “Terra. Di ritorno dall’esilio: la riscoperta della nostra Casa comune”, promossa dalla nostra associazione, Officina Adista, e finanziata con il contributo dell’8 per mille della Chiesa valdese. Un cammino che percorriamo, in queste pagine, in compagnia di Leonardo Boff, Ilia Delio, José Arregi, Elizabeth Green e Federico Battistutta. Buona lettura e buon viaggio.

Claudia Fanti

Un’ecoteologia per il XXI secolo

Autore: liberospirito 9 Mag 2016, Comments (0)

Circa un anno fa veniva resa pubblica l’enciclica di Francesco I “Laudato si'”. Senza entrare nello specifico di quel documento, delle sue luci come delle sue ombre, un pregio indubbio l’ha avuto:  porre, una volta per tutte, all’attenzione dei media mondiali la questione dell’emergenza ambientale e, in particolare, del rapporto tra religione ed ecologia. “Ecoteologia” è il neologismo che prova a descrivere questo campo di esperienze. Lo ripetiamo: non intendiamo entrare nel merito di quel testo, diciamo solo che ci sarebbe stata sicuramente la necessità di un esame più attento e approfondito, al di là dei facili entusiasmi che ha suscitato, soprattutto nel mondo laico; entusiasmi che, così come  sono spuntati rapidamente, altrettanto rapidamente oggi sembrano essere sfumati.

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Ecoteologia è anche una delle parole-chiave che compaiono su questo blog, uno dei punti di maggiore attenzione verso cui siamo rivolti. Tanto che quest’estate (in luglio, a essere precisi) abbiamo organizzato un incontro proprio su questo tema. Ne riparleremo ancora, in modo più articolato. Per adesso ci limitiamo a segnalare l’iniziativa, in modo tale che qualcuno si possa già segnare la data.

Titolo: Destino di distruzione o possibilità di cambiamento? Ecoteologia per il XXI secolo

Dove: presso Casa Cares (centro valdese), a Reggello (vicino a Firenze).

Quando: sabato 9 luglio, mattino e pomeriggio.

Interventi: Herbert Anders (Biodiversità e proprietà intellettuale), Federico Battistutta (Teologia della liberazione animale), Samuele Grassi (Un’ecologia queer per il terzo millennio), Letizia Tomassone (Focacce per la regina dei cieli. Donne e arti).

Note: Gli interventi dei relatori si propongono di offrire elementi per un confronto e una discussione fra tutti i presenti. Per chi lo desidera: possibilità di pernottare e/o pranzare a Casa Cares.

Contatti: [email protected]

A seguire il commento di un nostro collaboratore sulla recente ostensione in Roma delle spoglie mortali di p. Pio e del meno noto p. Leopoldo da Castelnuovo. Tale contributo si inserisce nel più ampio controsservatorio sul Giubileo, attualmente in corso sul web e su riviste.

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All’inizio del mese di febbraio a Roma, prima presso la basilica di San Lorenzo al Verano (sede romana dei Cappuccini) e poi nella basilica di San Pietro è avvenuta l’ostensione delle spoglie mortali di Padre Pio da Pietralcina e di Leopoldo da Castelnuovo.

Se del primo non c’è nulla che non sia già stato detto, il secondo è, per i più, un illustre sconosciuto. Ma – e veniamo al punto – per la Chiesa Cattolica e per migliaia di fedeli, Leopoldo da Castelnuovo non è affatto un’anonima “spalla” o una semplice comparsa, anzi. É (meglio: è stato) un frate cappuccino  vissuto dal 1866 al 1942, e fatto santo da papa Wojtyla nel 1983.

I “meriti di servizio” che gli hanno fatto guadagnare l’aureola sono stati conquistati avendo passato praticamente tutta la vita dentro a un confessionale (dalla parte del confessore, ovviamente).

Al secolo Bogdan Ivan Mandić, Leopoldo, un po’ per amore e un po’ per forza (la fragile costituzione fisica gli impedì di dedicarsi alla missione in terre lontane e alla predicazione in patria, come egli avrebbe desiderato) fu quindi essenzialmente un frate confessore. Ma non un frate confessore qualunque: narrano infatti le cronache che a lui si rivolgessero non solo i semplici popolani, ma anche membri di famiglie aristocratiche e addirittura molti fra i professori della (laica) Università di Padova, città nella quale il religioso cappuccino visse e operò per gran parte della sua vita. Questo perché gran parte della sua fama era dovuta alla sua benevolenza e alla facilità con cui concedeva l’assoluzione (al punto che fu più volte accusato di “lassismo” da parte degli stessi confratelli), facendosi spesso e volentieri addirittura carico egli stesso delle penitenze inflitte ai propri “confessandi”.

Insomma: un sant’uomo o un pover’uomo, a seconda – come sempre – del punto di vista.

Ma non ci interessa qui discutere della vita e delle opere di Bogdan Mandić, quanto piuttosto del significato che questo Papa e questa Chiesa gli hanno voluto attribuire, mettendolo in mostra assieme al confratello Pio, in occasione della prima manifestazione di massa del Giubileo Straordinario nell’Anno del Signore 2016.

Si è detto sopra che questo è uno di quei casi in cui “il minore” spiega e sostanzia “il maggiore”, e i due, assieme, illuminano e illustrano ciò che sta loro attorno.

Che tradotto significa: se Padre Pio è il personaggio che tutti conoscono perché è stato, prima di tutto, un confessore, tanto quanto Padre Leopoldo, i due lo sono stati in maniera radicalmente diversa: se infatti il secondo ha operato nel segreto del confessionale e da lì non si è mai mosso, il primo ha agito – ed è rimasto anche dopo morto – sotto i riflettori della ribalta.

Ma se quello dei due che fa più comodo alla Chiesa – e che per questo viene “ostentato”- è Pio (perché garantisce folle abbondanti e abbondanti offerte) è Leopoldo a portare con sé il messaggio che, in questo momento, si vuole fare passare, ai fedeli e ai non-fedeli.

C’è un elemento – che a volte si tende a dimenticare – fondativo e cogente della politica ecclesiale attuale, la quale vede come suo protagonista assoluto Jorge Mario Bergoglio, in arte Francesco I: quest’ultimo è un gesuita. E chi c’è, ora come ora, meglio di un gesuita per risollevare le sorti della malandata Chiesa Cattolica?

Il motivo è presto detto: il fulcro della leva del potere, il punto di forza della dottrina teologica e politica dei Gesuiti è, ed è stato fin dalla fondazione dell’Ordine, la confessione.

A motivo del fatto che la confessione dei Gesuiti ha sempre avuto una caratteristica teologica e pastorale (leggi: “cura delle anime”) fondamentale: è “probabilistica”. Ovvero: a fronte dell’errare oggettivo, ha più valore la volontà dell’errante nel non aver voluto (o saputo di) errare. In altre parole: il peccato è certo, ma il peccatore solo “probabile”. Quindi aumenta anche la “probabilità” che questi ha di essere perdonato e giustificato.

Ma questo non è forse stato lo stesso modus agendi di frate Leopoldo? E questo è il messaggio che il progressista, l’aperturista, l’innovatore papa Francesco ha il compito e il desiderio di comunicare al mondo: guardate Leopoldo, guardate Pio, ammirateli… e confessatevi!

Confessatevi, e la Chiesa nella sua misericordia avrà pietà di voi e sarà sempre pronta ad accogliervi fra le sue braccia. Non abbiate paura, fatevi avanti: più siete e meglio è!

Perché (ma questo non lo dite con nessuno, mi raccomando…) è confessandovi che metterete la vostra scalcagnata e sconclusionata vita nelle mani amorevoli e accoglienti di Santa Madre Chiesa; perché è confessandovi che la farete giudice e maestra della vostra esistenza; perché è confessandovi che ammetterete una buona volta la vostra dipendenza da qualcos’Altro che non siete voi… ma che siamo Noi!

La confessione è l’araba fenice che rinasce dalle ceneri del Concilio di Trento, dopo il fuoco purificatore della Riforma Protestante (non a caso prossimo obiettivo di “riconciliazione” – nome attuale della confessione, per i non addetti – del pontificato francescano); rinascita della quale è principale artefice -guarda caso- proprio la Compagnia di Gesù.

[Breve inciso: in un altro momento critico per la Chiesa, successivo al Concilio Vaticano II, fu Giovanni Paolo II a rivolgersi ad un’altra Compagnia, quella “delle Opere”. Ma questa è un’altra storia.]

Ecco allora che una volta trovata la chiave, è facile interpretare i gesti, le parole, le scelte e le motivazioni. È facile “smascherare” ciò che viene “rappresentato”.

Perché anche al di là della buona fede con cui viene attuato tutto questo, anche sotto la forma della “misericordia” – tema del Giubileo Straordinario – la confessione cattolica era ed è la negazione esatta dell’assunzione di responsabilità e dell’autonomia di giudizio dell’uomo e della donna, dal momento che ha bisogno di un’alterità che si faccia carico degli errori e delle mancanze di un individuo. Perché la confessione fa leva sul senso di colpa, lo alimenta, volgendo a proprio vantaggio la “naturale” condizione di “limite” propria dell’essere umano e schiacciando la carne (debole per definizione) con la prepotenza dello Spirito. Il trucco consiste nel far credere all’uomo che sia egli stesso ad avere bisogno di scaricarsi la coscienza e di dovere giustificarsi davanti a un dio. D’altronde, non è forse vero che «Il più grande inganno del diavolo è quello di farci credere che lui non esiste» (Charles Baudelaire)? Un gioco di specchi, la cui illusione non verrà mai abbastanza svelata.

La Chiesa – anche la Chiesa dell’attuale papa, ebbene sì – non ha mai fatto altro che questo: sostituire Dio all’uomo, il che in fin dei conti significa sostituire se stessa e la sua dottrina (in nome di Dio) all’esistenza concreta di ogni uomo, pretendendo di insegnargli, a lui povero derelitto incapace di farlo da sé solo, a stare al mondo. Certo, lei lo fa per il suo bene (che madre misericordiosa sarebbe, altrimenti?) oltrechè, naturalmente, ad majorem Dei gloriam!

 Andrea Babini

Scandali e redenzioni impossibili

Autore: liberospirito 14 Nov 2015, Comments (0)

Diceva Hegel che la lettura del giornale rappresenta la preghiera del mattino del borghese. In regime di secolarizzazione le cose vanno più o meno così. E oggi non ci sono solo i quotidiani, lo sappiamo, c’è la rete, ecc. ecc. Dunque, chi segue con una certa regolarità le notizie diffuse dai media sarà senz’altro incappato in quello che viene chiamato l’affare Vatilealks. Vale a dire gli scandali che si annidano dentro le mura vaticane. Certo è che tali scandali (comprese gli interventi pubblici a riguardo da parte dello stesso papa) funzioneranno benissimo per la promozione dei due libri-inchiesta di Nuzzi e Fittipaldi. Così va il mondo. A dirla tutta: a noi questi scandali non scandalizzano più di tanto (con l’EcclesiasteNihil sub sole novum). E’ comunque bene che le cose vengano alla luce, aprendo almeno un po’ gli occhi ai dormienti. Dal sito di MicroMega proponiamo un’intervista di Valerio Gigante a Emiliano Fittipaldi, autore di uno dei due libri in questione. In estrema sintesi: secondo noi non si può redimere qualcosa che è costitutivamente irredimibile (almeno dal Concilio di Nicea in poi…). In altri termini: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti» (Lc 9,60).

vatileaks

Il tuo libro è stato accolto in modo contrastante dai giornalisti che si occupano di informazione ecclesiastica. Molti ti hanno rimproverato di non fare un buon servizio alla causa di papa Francesco. Ma il ruolo di un giornalista, di chi fa una inchiesta, è quello di servire una “causa”?

Quello che hai rilevato non è avvenuto solo nel mondo dell’informazione vaticana, ma nel mondo giornalistico tout court. Basta pensare che Massimo Franco nel corso di una trasmissione televisiva mi ha incalzato chiedendomi se prima di pubblicare il mio libro non mi fossi posto il dubbio di essere stato strumentalizzato da qualcuno. È una domanda maligna, perché un giornalista in generale e uno di inchiesta in particolare ha il compito di trovare una notizia – se ne è capace –
verificarla, capire se sia di interesse pubblico, se sia deontologicamente corretto pubblicarla e poi, fatto questo, ha il diritto ma anche il dovere di pubblicare, altrimenti è sospettabile di essere un potenziale ricattatore, che tiene per sé informazioni rilevanti. Una domanda del genere di quella di Franco in Paesi come gli Stati Uniti non avrebbero mai potuto farla. Fatte le dovute differenze, sarebbe stato come chiedere ai giornalisti che svelarono il Watergate portando successivamente Nixon alle dimissioni se fossero stati strumentalizzati dalle loro fonti.
La domanda di fondo è invece secondo me questa, e cioè se noi giornalisti dobbiamo raccontare ciò che il potere politico, economico, ecclesiastico rappresenta di se stesso; oppure, come credo di aver fatto, raccontare quello che il potere non vuole che sia raccontato.

La figura, il carisma, i modi informali e lo stile sobrio del papa hanno, di fatto, contribuito ad occultare all’opinione pubblica ed all’informazione ciò che invece il tuo libro ha svelato. Dalle tue ricerche che immagine ti sei fatto del ruolo svolto dal papa in questi oltre due anni di pontificato?

Il mio libro racconta quello che non il papa, ma la propaganda vaticana era riuscita ad occultare, sostenendo che sotto Francesco la riforma della Chiesa fosse stata già in fase avanzata. In realtà io penso che Francesco stia veramente tentando di riformare la Chiesa. Lo sta facendo in maniera molto cauta, anche perché è papa da soli 2 anni e mezzo, e che abbia trovato delle resistenze straordinarie, come abbiamo visto anche durante il Sinodo sulla Famiglia. La Chiesa povera dei poveri che Francesco auspica e chiede ai suoi cardinali che sia realizzata è ancora molto lontana dal diventare realtà. Ovviamente un giornalista ha il compito, se riesce a scoprirlo, di raccontare questa verità, anche se molto scomoda perché imbarazza non soltanto il Vaticano, ma tutti quelli che nei mass media hanno voluto fare da semplici amplificatori della propaganda vaticana, senza approfondirla e svelarne le contraddizioni.

È però un fatto incontrovertibile che il card. Pell, sulla cui figura ti soffermi a lungo nel tuo libro, lo abbia voluto papa Francesco…

Rispondo con una battuta: il papa avrebbe bisogno di un buon direttore del personale… nel senso che è vero: i commissari della Commissione referente sull’Organizzazione della Struttura Economico-Amministrativa della Santa Sede (Cosea) sono stati scelti da lui; e anche Pell, il braccio destro economico della nuova gigantesca segreteria dell’economia è stato nominato da Bergoglio. Ma il papa viene da Buenos Aires, non può conoscere tutto e tutti. Si è, a mio giudizio, fidato di qualcuno in Curia che gli ha consigliato di scegliere Pell perché il cardinale australiano ha una fama di ottimo amministratore finanziario, che si è formata sin dai tempi in cui era arcivescovo. Si tratta però di una fama che nasconde più di una insidia, nel senso che Pell, per tutelare la sua diocesi dal punto di vista finanziario, ha attuato una politica molto aggressiva nei confronti delle vittime dei pedofili che chiedevano alla sua Chiesa, quella di Sydney, ingenti risarcimenti. Una relazione della commissione di inchiesta sulla pedofilia istituita dal governo di Canberra, di cui riferisco nel mio libro, definisce il comportamento di Pell addirittura non in linea con quello di un buon cristiano. Insomma, Pell era già chiacchierato al tempo della sua nomina. E chiamarlo in Vaticano è stata senza dubbio una scelta sbagliata.

C’è poi la questione degli immobili vaticani affittati a prezzi di favore a vip, raccomandati e potenti di vario tipo. Un’altra bella contraddizione per il papa che fa costruire le docce per i poveri dentro le mura vaticane e chiede a diocesi ed istituti religiosi di aprire le proprie case ai migranti ed ai rifugiati…

In questi anni ci si è concentrati solo sul povero Bertone, per la storia del suo appartamento che poi è risultato essere di dimensioni inferiori, seppure cospicue, rispetto a quello che è stato scritto sui giornali. Ma ci sono ecclesiastici che vivono in appartamenti molto più grandi di quello di Bertone. Sono circa 5000 gli appartamenti di Propaganda Fide, molti sfitti, che valgono una cifra che secondo me è sottostimata, ma che si aggirerebbe intorno ai 4miliardi di euro. Questa cifra permette però di fare una significativa considerazione. Alla luce di essa, infatti, la storica inchiesta dell’Europeo del 1977 che quantificava in un quarto circa degli immobili presenti a Roma quelli di proprietà riconducibili alla Chiesa cattolica risulterebbe decisamente esagerata, anche al netto di tutti gli immobili di proprietà della diocesi di Roma, delle varie Congregazioni ed istituti religiosi, delle arciconfraternite, ecc. Non si arriva comunque nemmeno vicini ad un quarto del valore totale del patrimonio immobiliare presente a Roma, stimato attorno ai 590 miliardi. Un aspetto che ridimensiona moltissimo quello che ha rappresentato uno dei cavalli di battaglia della propaganda anticlericale. Una ulteriore dimostrazione che il mio libro intende solo fare chiarezza e verità. Non è certo un libro pregiudizialmente anticlericale. Altrimenti questi dati nemmeno li avrei riportati.

Resta però il fatto che se il papa non sa chi abita negli immobili di proprietà del Vaticano sa però come e dove vivono i suoi cardinali…

Certo, lo sa e a lui piacerebbe che i cardinali si comportassero in maniera più sobria. Lo stesso card. Parolin, lo scrivo nel mio libro, era a Santa Marta ma la scorsa estate si è spostato nel Palazzo Apostolico. Più in generale, è tutta la gestione del patrimonio immobiliare che fa discutere. Ci sono affitti a prezzi molto bassi. La Cosea ha spiegato che per anni sono state accettate trattative al ribasso sugli affitti. Un andazzo che Filoni, il prefetto di Propaganda Fide, sta cercando di cambiare in modo che alla scadenza degli attuali contratti i prezzi di locazione possano essere adeguati alle tariffe di mercato. Questo per dire che Francesco e chi segue la sua linea cerca comunque di darsi da fare.

Arriviamo alla questione forse più scandalosa tra tutte quelle che racconti, quella dello Ior. Lì la propaganda che parlava di rivoluzione, trasparenza, pulizia era in atto da anni, dai tempi di Benedetto XVI. Tutti raccontavano di una dinamica inarrestabile di adeguamento agli standard internazionali. Invece…

Allo Ior è ancora in atto un enorme scontro di potere. E a governarlo sono stati messi personaggi controversi, come Joseph Zahra e Jean-Baptiste de Franssus. Soprattutto Zahra, finanziere maltese di un paese fino al 2010 considerato paradiso fiscale. A maggio Zahra aveva chiesto al papa il permesso di aprire per conto del vaticano una Sicav (una società d’investimento a capitale variabile) in Lussemburgo. Intendeva così gestire più liberamente i miliardi dello Ior. In un paese, per di più, che presentava indubbi vantaggi dal punto di vista fiscale. Il progetto era stato approvato dal Consiglio di sovrintendenza della banca, ma poi è stato bloccato dalla Commissione cardinalizia di vigilanza e dal papa in persona. Poi c’è Renè Brulhart, capo dell’Aif, che ha sottoscritto un accordo di gentleman agreement con la Banca d’Italia sulla trasparenza; nonostante ciò, si scopre che sono ancora aperti presso lo Ior un centinaio di conti intestati a laici che non dovrebbero averlo. E in ogni caso nessuno sa dove siano finiti i soldi dei vecchi clienti fuoriusciti negli ultimi anni. Migliaia di posizioni che restano misteriose; capitali che, contrariamente alla favoletta della trasparenza, non sappiamo dove siano andati. Si sospetta in parte in Germania, dove le autorità antiriciclaggio sono assai deboli rispetto a quelle di altri Paesi europei e della stessa Uif italiana. Se poi si aggiunge che lo Ior ha chiuso il 2014 realizzando utili per circa per circa 70 milioni, ma che i 4 fondi istituiti presso lo Ior che dovrebbero fare beneficienza non hanno praticamente mosso denaro, il quadro si fa ancora più desolante. Anche perché l’unico fondo che ha fatto un po’ di beneficienza è il “fondo missioni”, che negli ultimi due anni ha stanziato solo 17mila euro!

Questo scandalo esplode a pochi anni di distanza dal precedente. Oggi il re, cioè la Chiesa gerarchica (e forse anche il papa), è di nuovo nudo. E rivestirlo per l’ennesima volta non sarà facile. Cosa pensi succederà ora nella Chiesa?

Sono un sostenitore del papa, di cui ho grande fiducia. Ne vedo i limiti ma anche la grandezza. Spero quindi che il mio libro permetta a Francesco di avere le mani più libere. I fatti raccontati nel mio libro in tanti forse li intuivano, alcuni li sapevano, ma ora tutti hanno la possibilità di verificarli. Tanto più che ad una settimana dall’uscita delle anticipazioni sul mio libro non c’è stata una smentita, nemmeno su qualche aspetto secondario dell’inchiesta. Tutto ciò consentirà – almeno è ciò che auspico – al papa di agire in maniera più rapida ed incisiva. Anche perché ora c’è un’opinione pubblica che comincerà ad esigere reali cambiamenti. Assai più che in passato. E al Vaticano non basteranno più intenzioni, dichiarazioni, gesti simbolici come l’apertura delle docce per i barboni. Tutte cose assolutamente utili, ma che diventano propaganda se non sono accompagnate da reali scelte che la Chiesa è chiamata a fare a favore della trasparenza e in ultima analisi per chi ha veramente bisogno.

Credo insomma che a maggior ragione dopo il mio libro Francesco, assieme con alcuni uomini che sono al suo fianco, a partire dal segretario di stato Parolin, potrà avviare un’opera riformatrice ancora più decisa.

Giubileo e remissione dei beni perduti

Autore: liberospirito 20 Mar 2015, Comments (0)

E’ di alcuni giorni fa l’annuncio da parte del papa di proclamare un giubileo straordinario.  A partire da questa notizia Guido Viale (sul “manifesto” di ieri) ha avanzato alcune riflessioni sull’opportunità di un’iniziativa del genere e sulle possibili implicazioni, strettamente legate al momento presente. Attualizzare i contenuti del giubileo, questo il filo rosso che orienta tutto il discorso di Viale: annullare i debiti, liberare dalla servitù, far riposare la terra, sono alcuni dei temi che il prossimo giubileo, per essere veramente coerente, dovrebbe affrontare. Temi che – ci auguriamo – verranno ripresi e toccati in tutto il loro peso e la loro pregnanza.

giubileo

Il pros­simo 8 dicem­bre l’anno diven­terà “santo”. Per­ché per quella data papa Fran­ce­sco ha indetto un giu­bi­leo, che durerà fino al novem­bre del 2016. Giu­bi­leo è una parola di ori­gine ebraica, indica una ricor­renza che cadeva ogni 50 anni in cui, nella Pale­stina di un tempo, il popolo di Israele con­do­nava i debiti, libe­rava i servi e resti­tuiva i beni ai pro­prie­tari che li ave­vano per­duti. Papa Fran­ce­sco ha indetto il pros­simo giu­bi­leo (straor­di­na­rio, per­ché cadrà a soli 16 anni dall’ultimo) nel segno della mise­ri­cor­dia. Un’attitudine che a molti di noi dice poco; ma credo che sul giu­bi­leo si possa comun­que aprire un con­fronto: non con “il mondo cat­to­lico” — ter­mine vuoto e fin­zione di bassa poli­tica — ma con quei cat­to­lici che cre­dono vera­mente in quello che pro­fes­sano (una com­po­nente impor­tante di coloro che si bat­tono per un mondo diverso). E se avremo anche la bene­di­zione del papa, tanto meglio.

Dob­biamo però attua­liz­zare i con­te­nuti del giu­bi­leo: in ter­mini gene­rali non è dif­fi­cile farlo. Come resti­tuire i beni per­duti al suo pro­prie­ta­rio ori­gi­na­rio? Ripor­tando beni e ser­vizi che sono stati oggetto di appro­pria­zione pri­vata alla loro ori­gine o fun­zione di “beni comuni” — cioè di tutti — al ser­vi­zio di coloro che ne sono stati espro­priati dai pro­cessi di pri­va­tiz­za­zione. E que­sto vale sia per i beni mate­riali quali suoli, edi­fici e risorse di base come acqua, cibo e abi­ta­zione, sia per i ser­vizi – in par­ti­co­lare i ser­vizi pub­blici locali e quelli di pub­blica uti­lità – sia per quei beni che ven­gono al mondo gra­zie al lavoro con­giunto di milioni di per­sone, ma espro­priati quasi con­te­stual­mente alla loro com­parsa, come i saperi, la cul­tura, la socia­lità. E poi, chiu­dendo per sem­pre il capi­tolo delle Grandi Opere: uno spreco (abbi­nato a furti e mal­ver­sa­zioni con­ti­nue) di risorse comuni per deva­stare ter­ri­tori e comunità.

Quanto alla libe­ra­zione dei servi, oggi que­sta cate­go­ria di lavo­ra­tori non è più con­tem­plata dai codici civili; ma è in atto un pro­cesso teso a ricon­durre a una con­di­zione ser­vile il lavoro — sia quello sala­riato che quello auto­nomo, come peral­tro lo è da sem­pre gran parte del lavoro di cura — attra­verso lo sman­tel­la­mento com­pleto di quei diritti, con­qui­stati con dure lotte e immensi sacri­fici, che in una qual­che misura lo pro­teg­ge­vano dall’arbitrio del “padrone” (oggi datore di lavoro, com­mit­tente, o capo­fa­mi­glia). Innan­zi­tutto il giu­bi­leo che libera i servi non può coin­ci­dere per noi che con l’abrogazione del Jobs act e con la rein­tro­du­zione dell’Articolo 18. Ma poi, con molte altre cose che carat­te­riz­zano un lavoro libero, la cui pre­messa è un red­dito uni­ver­sale garan­tito, con­di­zione ine­li­mi­na­bile per­ché il lavoro non sia espo­sto a con­ti­nui ricatti.

Che cosa signi­fi­chi oggi, infine, remis­sione dei debiti non abbiamo biso­gno di andare a cer­carlo lon­tano; per­ché le vicende della Gre­cia e, ancor prima, quelle di casa nostra lo hanno messo al cen­tro del dibat­tito poli­tico. Il primo debito da cui dob­biamo essere libe­rati è quello da cui cia­scuno di noi è gra­vato senza averlo mai sot­to­scritto, per­ché lo hanno con­tratto, a nome e per conto nostro, senza esserne auto­riz­zati, i nostri Governi: e non nei con­fronti di un’entità pub­blica come una banca cen­trale (il che, in ultima ana­lisi, avrebbe voluto dire essere debi­tori verso se stessi); bensì nei con­fronti di isti­tu­zioni finan­zia­rie come ban­che pri­vate, assi­cu­ra­zioni e ric­chis­simi spe­cu­la­tori, che hanno fatto del debito cosid­detto “sovrano” uno stru­mento di governo delle poli­ti­che pub­bli­che e messo nelle loro mani — nel loro esclu­sivo inte­resse — la vita di milioni di cit­ta­dini e di lavoratori.

Poi cia­scuno di noi può anche essersi inde­bi­tato per far fronte a esi­genze che il suo red­dito non gli per­met­teva di sod­di­sfare: mutui, ratei, fidi, carte di cre­dito, “pre­stiti d’onore”. E die­tro quei debiti ritro­viamo le stesse isti­tu­zioni. Tutto ciò fa del cit­ta­dino delle società odierne un “uomo inde­bi­tato”: la con­di­zione esi­sten­ziale per­ma­nente di un “sog­getto” – nel senso di sud­dito – da cui si potrà inde­fi­ni­ta­mente estrarre valore e a cui si potrà sem­pre imporre sot­to­mis­sione per il solo fatto che non sarà mai più nella con­di­zione di libe­rarsi dal suo debito.

In nes­sun caso come que­sto la remis­sione del debito è la rispo­sta irri­nun­cia­bile per resti­tuire a un giu­bi­leo il suo senso auten­tico. Poi inter­verrà la neces­sità di arti­co­lare, modu­lare e sca­den­zare nel tempo que­sto obiet­tivo: un eser­ci­zio che vede attual­mente impe­gnato il nuovo governo greco, solo con­tro tutti. Ma quando arri­verà il giu­bi­leo si spera che il governo greco sia riu­scito a resi­stere e che altri attori — governi, isti­tu­zioni, movi­menti di massa, nuove coa­li­zioni sociali — si affian­chino ad esso per con­durre insieme que­sta sacro­santa battaglia.

Ma c’è un altro debito gigan­te­sco che incombe su tutti noi e al cui con­fronto i debiti pub­blici di tutti gli Stati del mondo sot­to­po­sti ai capricci dell’alta finanza non sono che fuscelli tra­spor­tati dal vento della sto­ria. E’ il debito che abbiamo con­tratto e con­ti­nuiamo a con­trarre nei con­fronti della Terra, del vivente, dell’ambiente che abi­tiamo e di cui siamo parte. E’ un debito che non merita e non rende pos­si­bile alcuna remis­sione, per­ché, come dice papa Fran­ce­sco, Dio per­dona sem­pre; l’uomo tal­volta; ma la natura non pedona mai.
Quello che le è stato e con­ti­nua a venirle tolto le va resti­tuito in qual­che modo, pena la scom­parsa delle con­di­zioni stesse della soprav­vi­venza: nostra, dei nostri figli, dei nostri nipoti; e di coloro che avranno la ven­tura di nascere dopo di loro. Dob­biamo resti­tuire alla natura la pos­si­bi­lità di “fun­zio­nare”: di ope­rare nel modo che ha per­messo alla serie lun­ghis­sima dei nostri pro­ge­ni­tori e dei nostri ante­nati di arri­vare a met­terci al mondo.
Ma que­sto immenso debito gene­rale ha molte facce e molti modi per essere sal­dato. Un fac­cia, la prin­ci­pale, è quello di comin­ciare a com­por­tarci, nei nostri con­sumi, nel nostro stile di vita, nelle nostre scelte poli­ti­che — ma anche, e soprat­tutto, nella misura del pos­si­bile, nel nostro lavoro — in modo da offen­derla il meno pos­si­bile; in modo da aiu­tarla a ripren­dersi, a rico­sti­tuire poco per volta la purezza dell’atmosfera e dell’aria che respi­riamo, quella dei mari e dell’acqua che beviamo, la fer­ti­lità del suolo che ci nutre e di quanto della bio­di­ver­sità è ancora soprav­vis­suto. Un com­pito non da poco.

L’altra fac­cia è il debito ambien­tale che noi, cit­ta­dini del mondo occi­den­tale di antica a con­so­li­data indu­stria­liz­za­zione, abbiamo con­tratto nei con­fronti degli abi­tanti del resto del mondo, occu­pando per oltre due secoli, con le nostre emis­sioni cli­mal­te­ranti, l’atmosfera ter­re­stre, che è un bene comune, forse il più grande: aria e spi­rito, respiro e vita sono ori­gi­na­ria­mente sino­nimi. Se non vogliamo che il resto del mondo segua – come già sta facendo – la nostra stessa strada mol­ti­pli­cando per tre, per cin­que, per sette, l’occupazione dell’atmosfera con emis­sioni pro-capite altret­tanto nefa­ste (e con sca­ri­chi e rifiuti inqui­nanti in ogni angolo del pia­neta) fino a creare, nel giro di pochi anni, un’alterazione irre­ver­si­bile del clima e un inqui­na­mento della Terra che la sta ren­dendo invi­vi­bile, dob­biamo spar­tire lo “spa­zio car­bo­nico” ancora dispo­ni­bile tra la gene­ra­zione attuale e quelle future, e, all’interno della gene­ra­zione attuale, tra chi ha già con­su­mato molto car­bo­nio e chi ha appena comin­ciato a farlo. E com­por­tarci in modo ana­logo con i pre­lievi di risorse e i rifiuti solidi e liquidi. Un altro obiet­tivo non da poco.

Guido Viale

Italia in guerra

Autore: liberospirito 17 Set 2014, Comments (0)
Quello che segue è un nuovo intervento di Alex Zanotelli (proveniente dal sito www.ildialogo.org) di Alex Zanotelli contro le folli aspirazioni belliciste del nostro nuovo governo, il quale non fa altro che seguire pedissequamente il volere USA e NATO. Zanotelli propone anche due appuntamenti, uno dei quali è la consueta marcia Perugia-Assisi, lanciata a suo tempo da Aldo Capitini.
terza guerra mondiale
La guerra imperversa ormai dall’Ucraina alla Somalia, dall’Iraq al Sud Sudan, dal Califfato Islamico (ISIS), al Califfato del Nord della Nigeria (Boko Haram), dalla Siria al Centrafrica, dalla Libia al Mali, dall’Afghanistan al Sudan, fino all’interminabile conflitto Israele –Palestina.
Mi sembra di vedere il ‘cavallo rosso fuoco’ dell’Apocalisse : “A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace della terra e di far sì che si sgozzassero a vicenda , e gli fu consegnata una grande spada.” (Ap.6,4). E’ la “grande spada” che è ritornata a governare la terra. Siamo ritornati alla Guerra Fredda tra la Russia e la NATO che vuole espandersi a Est, dall’Ucraina alla Georgia.
Nel suo ultimo vertice, tenutosi a Newpost nel Galles(4-5 settembre 2014), la NATO ha deciso di costruire 5 basi militari nei paesi dell’Est, nonché pesanti sanzioni alla Russia. Il nostro Presidente del Consiglio, M. Renzi, ha approvato queste decisioni e ha anche aderito alla Coalizione dei dieci paesi , pronti a battersi contro l’ISIS , offrendo per di più armi ai Curdi. Inoltre si è impegnato a mantenere forze militari in Afghanistan e a far parte dei “donatori” che forniranno a Kabul 4 miliardi di dollari. Durante il vertice NATO, Obama ha invitato gli alleati europei a investire di più in Difesa, destinandovi come minimo il 2% del PIL. Attualmente l’Italia destina 1,2% del proprio bilancio in Difesa .
Accettando le decisioni del Vertice, Renzi è ora obbligato ad investire in armi il 2% del PIL .Questo significa 100 milioni di euro al giorno!!! Questa è pura follia per un paese come l’Italia in piena crisi economica. E’ la follia di un mondo lanciato ad armarsi fino ai denti. Lo scorso anno, secondo i dati SIPRI, i governi del mondo hanno speso in armi 1.742 miliardi di dollari che equivale a quasi 5 miliardi di euro al giorno (1.032 miliardi di dollari solo dagli USA e NATO). Siamo prigionieri del “complesso militare-industriale” USA e internazionale che ci sospinge a sempre nuove guerre, una più spaventosa dell’altra, per la difesa degli “interessi vitali”, in particolare della “sicurezza economica”,come afferma la Pinotti nel Libro Bianco. Come quella contro l’Iraq , dove hanno perso la vita 4.000 soldati americani e mezzo milione di iracheni, con un costo solo per gli USA di 4.000 miliardi di dollari. Ed è stata questa guerra che è alla base dell’attuale disastro in Medio Oriente ,che fa ripiombare il mondo in una paurosa spirale di odio e di guerre. Papa Francesco ha parlato di Terza Guerra Mondiale.
Davanti ad una tale situazione di orrore e di morte, non riesco a spiegarmi il silenzio del popolo italiano. Questo popolo non può aver dimenticato l’articolo 11 della Costituzione :”L’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.” Non è possibile che gli italiani tollerino che il governo Renzi spenda tutti questi soldi in armi, mentre lo stesso non li trova per la scuola, per la sanità, per il terzo settore. Tantomeno capisco il silenzio dei vescovi italiani e delle comunità cristiane, eredi del Vangelo della nonviolenza attiva.
E’ ora che insieme, credenti e non, ci mobilitiamo , utilizzando tutti i metodi nonviolenti , per affrontare la “Bestia “(Ap.13,1)” . Ritorniamo in piazza e per strada, con volantinaggi e con digiuni e, per i credenti, con momenti di preghiera. Chiediamo al governo sia di bloccare le spese militari che di “tagliare le ali” agli F-35 che ci costeranno 15 miliardi di euro.
E come abbiamo fatto in quella splendida “Arena di Pace” del 25 aprile scorso, ritroviamoci unitariamente nei due momenti collettivi che ci attendono:Firenze e la Perugia-Assisi.
Tutto il grande movimento della pace in Italia ci invita a un primo appuntamento, il 21 settembre, a Firenze, dalle ore 11 alle 16 , al Piazzale Michelangelo. Il tema sarà :”Facciamo insieme un passo di pace”. Sarà l’occasione per lanciare la campagna promossa dall’Arena di Pace: Legge di iniziativa popolare per la creazione di un Dipartimento di Difesa Nonarmata e Nonviolenta.
Il secondo grande appuntamento sarà la Perugia-Assisi, il 19 ottobre, con una presenza massiccia di tutte le realtà che operano per la pace. Noi non attendiamo più nulla dall’alto. La speranza nasce dal basso, da questo metterci insieme per trasformare Sistemi di morte in Sistemi di vita. Ce la dobbiamo fare!
Noi siamo prigionieri di un Sogno così ben espresso dal profeta Michea:
“Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci, una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra.” (Michea,4,3)
Napoli, 10 settembre 2014
Alex Zanotelli

Riprendiamo da un articolo di Luca Kocci su “Il manifesto” di oggi, 23 maggio, la notizia della scomunica che ha colpito Martha Heizer,  presidente e co-fondatrice del movimento We are Church (Noi siamo Chiesa). Non c’è che dire: un bel regalo della Chiesa di papa Francesco…

church-today

Durissimo provvedimento della Santa sede contro i gruppi cattolici di base. La Congregazione per la dottrina della fede ha scomunicato – quindi escluso dai sacramenti ed espulso dalla Chiesa cattolica –

Martha Heizer, cofondatrice e presidente di We are Church (Noi siamo Chiesa), il principale movimento cattolico internazionale progressista, presente in oltre 20 nazioni e impegnato per una riforma della Chiesa in direzione di una maggiore collegialità, pluralismo e povertà.

Da tre anni Martha Heizer e suo marito Ehemann Gert (scomunicato anche lui), per sollevare pubblicamente la questione dell’ordinazione presbiterale delle donne, celebrano l’eucaristia nella loro casa ad Absam (vicino Innsbruck, in Austria) insieme ad altre persone della comunità e senza preti. Una prassi peraltro comune nelle comunità cristiane di base, moltissime delle quali anche in Italia.

La Congregazione per la dottrina della fede (l’ex sant’Uffizio) – guidata dal card. tedesco Müller, nominato da Ratzinger e annoverato fra i conservatori – ha avviato un’indagine che mercoledì sera si è conclusa con la consegna, da parte del vescovo di Innsbruck, mons. Manfred Scheuer, del decreto di scomunica proprio per aver infranto le regole canoniche sul sacramento dell’eucaristia. La coppia però lo ha respinto e non ha nemmeno voluto ritirarlo. «Siamo stati trattati come i preti che hanno compiuto delitti gravissimi, come gli abusi sessuali sui minori, anzi peggio perché non conosciamo un solo caso di un prete pedofilo che è stato scomunicato», dichiarano Heizer e suo marito. «Abbiamo rifiutato di ritirare il decreto, non lo accettiamo perché sappiamo di non aver commesso abusi tali da essere scomunicati. Anzi continueremo a impegnarci con maggior forza per la riforma della Chiesa cattolica: proprio queste modalità mostrano con quanta urgenza la Chiesa debba essere rinnovata». «Con le loro azioni, Heizer e suo marito hanno creato una situazione per cui era necessario prendere provvedimenti», lo scarno commento di mons. Scheuer, «in un certo senso si sono auto scomunicati».

Per Vittorio Bellavite, portavoce della sezione italiana di Noi siamo Chiesa, l’intervento è un attacco dell’ala conservatrice delle gerarchie al nuovo clima ecclesiale: «Il card. Müller ha “usato” questa vicenda per un attacco, indiretto ma molto duro, al nuovo corso di papa Francesco e alle riforme indispensabili che egli cerca di proporre. Non è possibile nessuna altra interpretazione davanti a un intervento nei confronti della presidente del principale movimento che da anni si impegna per la riforma della Chiesa cattolica nella linea del Concilio e che, ora, ha accolto con convinzione il messaggio del nuovo vescovo di Roma. La questione, di cui era imputata Martha, era ferma da tre anni e sembrava abbandonata. Non a caso viene risollevata ora che nella Chiesa lo scontro si sta facendo vivace».

Noi siamo Chiesa è nata in Austria nel 1996 attorno ad un “Appello al Popolo di Dio” che raccolse 2 milioni e 500mila firme in tutta Europa (oltre 35mila in Italia) e che chiedeva riforme radicali nella Chiesa cattolica: maggiore democrazia, abolizione dell’obbligo del celibato ecclesiastico, fine delle discriminazioni contro gli omosessuali, accesso ai sacramenti per i divorziati risposati. La scomunica alla presidente è un duro colpo al dialogo con il mondo cattolico di base, che sembrava essersi riaperto con papa Francesco, il quale però era sicuramente informato del provvedimento.

Luca Kocci

Delegando si muore

Autore: liberospirito 20 Mag 2014, Comments (0)
Riportiamo una larga parte del recente editoriale di Giovanni Sarubbi apparso su sito www.ildialogo.org (dove è possibile leggerlo integralmente). Vi è una critica del potere, nelle righe sotto riportate, altamente condivisibile (Ivan Illich diceva proprio a proposito del cristianesimo: Corruptio optimi pessima, vale a dire: Ciò che era ottimo, una volta corrotto, diviene pessimo). Si tratta di riprendere nelle proprie mani, senza delega alcuna, il rapporto con la religione e con la dimensione di senso in essa contenuta (e la critica al potere degli esperti di professione era un motivo assai caro proprio a Illich).
sterco del diavolo
Purtroppo, fra i comandamenti che dovrebbero essere universalmente accettati da chi si dichiara cristiano, “il non dire falsa testimonianza” è quello più violato.
Non c’è organizzazione umana dove vi sia un potere da gestire di qualsiasi tipo, sociale, politico, religioso, che non è intrisa di bugie. La dove c’è un potere da gestire li c’è anche la bugia, che si manifesta in vario modo, dal semplice nascondere le informazioni che permetterebbero alle persone di orientarsi correttamente e di poter decidere in tutta libertà e coscienza, alla bugia vera e propria, alla mezza verità, che spesso è peggiore di una bugia completa. E man mano che si sale nella scala organizzativa il livello di bugie è via via crescente. Ciò che circola ai livelli più alti di una organizzazione è quasi sempre sconosciuto ai bassi livelli a cui arriva solo ciò che deve arrivare per continuare a mantenere il potere di tutta l’organizzazione nelle mani di chi la dirige.
Sono giunto a questa amara considerazione attraversando tutta una serie di organizzazioni sociali, da quella sindacale, a quella politica, a quella religiosa che hanno tutte questo tratto caratteristico.
Da questa esperienza ho anche tratto la convinzione che sulle bugie non si può costruire nulla di buono. Basta pensare che sulle bugie si sono costruite tutte le guerre passate e quelle attualmente in corso; sulle bugie si sono costruiti tutti gli scismi e i sotto-scismi all’interno delle chiese cristiane; sulle bugie si costruiscono gli odi fra le persone di diversa etnia, cultura, religione, colore della pelle.
Lo so, quello che sto dicendo è banale, fa parte della vita di tutti i giorni. Ma spesso più banali sono le considerazioni più esse vengono ignorate e non considerate nel loro giusto valore dalla grande massa della popolazione. E così quando una verità che è sotto gli occhi di tutti ,ma che tutti non vedono o fanno finta di non vedere, viene detta in modo chiaro ed inequivocabile, ecco che ci sono le alzate di scudo, le reazioni di chi sente minacciato il proprio potere. Scatta anche il meccanismo di chi, pur non essendo il Re, è più realista del Re ed è anzi quello che più di altri si oppone a qualsiasi cambiamento e giura sulla buona fede del Re. E anche queste cose fanno parte della vita di tutti i giorni.
Ciò premesso, sul tema della crisi delle Chiese noi crediamo fortemente che una discussione aperta e senza falsità sia improrogabile. E diciamo questo perché la situazione dell’intera umanità è ad un punto di svolta drammatico, soprattutto per la questione ambientale che minaccia la sopravvivenza stessa della specie umana e non soltanto per i cambiamenti climatici in atto ma anche per le nuove e sempre più devastanti malattie che si diffondono.
Le chiese cristiane nel loro complesso sono corresponsabili della situazione nella quale siamo, lo abbiamo ripetuto più volte e più volte continueremo a farlo. Certo analoghe responsabilità hanno anche altre religioni o altre ideologie politiche ma noi parliamo per quel che ci compete. Noi cerchiamo di dare un contributo per quel che riguarda la religione nella quale siamo cresciuti e che condiziona la società nella quale viviamo.
Noi sappiamo bene di non avere alcuna verità indiscutibile e alcuna ricetta risolutiva. Poniamo problemi e stimoliamo tutti a confrontarsi con essi e a cercare insieme le soluzioni. E se proponiamo qualche soluzione o via da seguire lo facciamo con lo spirito della proposta possibile, non certo del diktat che deriva da chissà quale mandato divino. Non ne abbiamo noi e non ne riconosciamo a nessun altro essere umano.
Quello che è francamente diventato insopportabile è l’atteggiamento di chi è più realista del Re, di chi, per esempio, pur vivendo una condizione di miseria giustifica o accetta la mitologia e il simbolismo di chi è ricco ed è responsabile diretto della sua povertà. Sono atteggiamenti non più sostenibili sia sul piano civile, sia soprattutto sul piano religioso.
Io so bene che ci sono tanti preti e religiosi cattolici che dedicano la loro vita a favore degli ultimi della Terra. Ne conosciamo diversi e con molti di essi abbiamo l’onore di condividere scelte ed iniziative. Ma questi preti e religiosi sono emarginati all’interno della chiesa. Nella stessa chiesa ci sono anche preti che lucrano su ogni atto ecclesiale che sono chiamati a compiere, violando persino le pur blande regole scritte dal loro vescovo. E’ di questi giorni la notizia di un parroco che alla sua morte ha lasciato un milione di euro in eredità. E ci sono stati e ci sono ancora nel mondo cattolici che ammazzano altri cattolici (vedi Argentina o San Salvador), e mentre c’è chi vive in povertà, nella stessa chiesa c’è chi è dedito all’uso sfrenato di quel dio denaro che Papa Francesco ha giustamente chiamato “lo sterco del diavolo”. Domandiamo sommessamente è possibile continuare così? E’ possibile continuare ad ingannarsi facendo leva sulle emozioni o sulle mega santificazioni che continuano ad annunciarsi a getto continuo?
Noi pensiamo di no, e continueremo ad affrontare questo tema perché siamo convinti che una svolta positiva alla storia del mondo la potranno dare i cristiani che sappiano liberarsi di quel potere che, a partire dal quarto secolo d.C. , ha distrutto lo spirito originario del profeta di Nazareth, che non voleva creare alcuna organizzazione di potere. E non importa a quale chiesa questi cristiani appartengano ne serve costruirne di altre. E’ il potere la malattia, la partecipazione ed il coinvolgimento di tutti è la cura. E’ l’accentramento delle decisioni e della ricchezza in poche mani che è la malattia, la democrazia e la condivisione dei beni è la cura. E se in una comunità si deve delegare qualcuno a gestire una piccola fetta di un potere che attiene a tutta la comunità, questa delega deve essere sottoposta a controllo, nessuna informazione deve essere tenuta nascosta e questa delega non deve mai essere a vita.
Siamo anarchici, libertari, estremisti, fondamentalisti? Chiamateci pure come volete, le etichette non ci interessano. Noi siamo persone che non vogliamo più delegare ad alcuno la gestione della società in tutti i suoi aspetti, politici, culturali o religiosi che siano. E chiediamo a tutti di fare altrettanto perché delegando ad altri ci si scava solo la propria fossa e con la propria quella dell’intera umanità.
Giovanni Sarubbi

Dei discorsi pubblici del nuovo papa se ne parla tanto. In genere positivamente. Le voci fuori dal coro, aperte e senza pregiudizi sono rare. Fra queste c’è l’articolo a firma di Marcello Vigili, apparso recentemente sul sito www.italialaica.it, che pubblichiamo qui sotto. Il testo non parla solo del papa, ma dell’atteggiamento comune, da “sepolcri imbiancati”, sia delle gerarchie politiche di casa nostra, sia delle gerarchie ecclesiastiche. Le parole dure e incisive di Francesco I contro le caste politche e religiose si scontrano contro muri di gomma senza fine. Il fatto che quei discorsi, addirittura esaltati, non vengano mai tradotti in prassi dalla Chiesa o dai politici estimatori del papa, dovrebbe essere il vero tema di riflessione. 

sepolcri imbiancati

La crisi ucraina, la visita di Obama in Italia e il suo appuntamento in Vaticano non possono certo essere considerati motivi sufficienti per giustificare lo scarso interesse mostrato dai nostri commentatori politici per la dura lezione impartita da papa Francesco ai parlamentari italiani durante la messa organizzata per il 27 marzo in San Pietro dal cappellano di Montecitorio. Erano presenti 492 parlamentari, 9 ministri, 19 sottosegretari, 3 parlamentari europei e 23 ex parlamentari.

Un evento che ha offerto al papa l’opportunità di confermare la scarsa considerazione verso la classe politica italiana, già manifestata in altre occasioni a partire dalla sua visita a Lampedusa. Commentando i testi biblici del giorno, ha denunciato i farisei che hanno rifiutato l’amore del Signore, additandoli come esempio negativo di classe dirigente che si era allontanata dal popolo. Ed era soltanto con l’interesse nelle sue cose: nel suo gruppo, nel suo partito, nelle sue lotte interne.

Il riferimento ai suoi diretti interlocutori è stato evidente a tutti.

A loro era rivolto l’invito a riflettere ricordando che per i peccatori c’è perdono, ma non c’è per quei peccatori che sono scivolati diventando corrotti. È tanto difficile che un corrotto riesca a tornare indietro. Il peccatore sì, perché il Signore è misericordioso e ci aspetta tutti. Ma il corrotto è fissato nelle sue cose, e questi erano corrotti.

Erano Uomini di buone maniere, ma di cattive abitudini. Gesù li chiama, ‘sepolcri imbiancati’.

Sono parole dure e incisive quali nessuno dei suoi predecessori aveva usato, nel sollecitarli all’impegno e ad essere adeguati alla gravità dei tempi.

Non sembra, però, che siano servite a promuovere pentimenti e assunzioni di responsabilità, in verità, neppure nelle gerarchie ecclesiastiche e nei movimenti ecclesiali, che li hanno fin qui appoggiati, e non rinunciano a interloquire con loro.

Eppure indirettamente, ma non troppo, le parole del papa sono rivolte anche a loro che continuano a chiedere favori e privilegi come il Sinedrio dei tempi di Gesù che tresca con Erode e con Pilato per far fuori questo nazareno ribelle: predica amore e uguaglianza alle folle osannanti, che però lo abbandonano dopo aver goduto dei suoi miracoli e averlo acclamato come Messia.

Il cardinal Bagnasco, sempre pronto a cogliere ogni piccola minaccia ai privilegi cattolici, è intervenuto per confermare l’impegno a rafforzare il predominio ideologico sulla scuola. Ha denunciato la diffusione nelle scuole pubbliche di tre volumetti informativi, Educare alla diversità a scuola, a cura dell’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) per contrastare l’omofobia ottenendone dal Ministro l’immediato ritiro.

In verità frequenti sono i casi in cui si evidenzia che le parole di papa Francesco, pur esaltate, non sono tradotte nella prassi della sua Chiesa.

Recentemente la stessa Conferenza episcopale italiana, nel recepire nella sua ultima riunione, il pesante intervento della Congregazione per la Dottrina della Fede, che ha chiesto di modificare le “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” da essa approvate nel 2012, lo ha di fato ignorato confermando il suo ruolo esclusivo in materia. Nel nuovo testo non si riconosce l’obbligo di deporre o di esibire documenti ad autorità esterne, non si garantisce alle vittime il diritto di essere parte nel procedimento canonico e assolutamente nulla si dice su possibili risarcimenti nei loro confronti. Tutto viene lasciato al prudente discernimento del vescovo o al suo solo “dovere morale di contribuire al bene comune! .

Il Movimento Noi siamo Chiesa ha così commentato: Ma la fiducia nella discrezionalità e nella buona volontà del singolo vescovo è stata ridotta a zero dai tanti anni in cui la totalità dei vescovi nel nostro paese ha sempre avuto come del tutto prioritaria la preoccupazione per l’onore della Chiesa, non intesa come comunità dei credenti ma come corpo sacerdotale.

Non c’è quindi da meravigliarsi se il richiamo di papa Francesco è stato così facilmente ignorato anche dai parlamentari, cattolici e non, che, invece, proprio in questi giorni sono chiamati ad una maggiore responsabilità nell’esercizio del loro mandato. La fase di revisione del sistema istituzionale si è aperta drammaticamente perché resa accidentata dalla scelta di Renzi di usare l’arma del ricatto e di travisare le posizioni degli oppositori per imporre le sue scelte.

Le sue false accuse contro il Presidente Grasso, reo di volere un Senato rinnovato ma diverso da quello da lui previsto, e il disprezzo per i firmatari del documento, che rileva nelle sue scelte una deriva autoritaria, non sollecitano, infatti, un franco dibattito ma pretendono un pronunciamento di fedeltà a chi sarà, presto, chiamato a formare le liste dei candidati per le prossime elezioni.

Forte sarà per i parlamentari la “tentazione” di lasciarsi corrompere a servire la volontà del capo piuttosto che l’interesse della comunità nazionale.

Un parlamentare è corrotto non solo se incassa una mazzetta, ma anche se offre il suo sostegno al miglior offerente e non vota” secondo coscienza”.

Marcello Vigili

Auguri Francesco, nonostante tutto…

Autore: liberospirito 13 Mar 2014, Comments (0)

Oggi è un continuo rimando da parte dei media riguardo l’avvenuto primo anno del pontificato di Francesco I. I commenti si sono pressoché uniformati, tanto per cambiare… Una voce fuori dal coro la possiamo leggere sul sito di don Vitaliano Della Sala (www.donvitaliano.it).

don vitaliano della sala

È trascorso solo un anno dalla rinuncia di papa Ratzinger e dall’elezione di papa Bergoglio. Solo un anno: per chi lo vive un’eternità; per l’eternità un attimo. «Dissi un giorno a uno spaventapasseri: “Devi essere stanco di stare in questo campo solitario”. E lui rispose: “La gioia di spaventare è profonda e durevole, e non me ne stanco mai”. “È vero – aggiunsi – anch’io infatti ho conosciuto quella gioia”. E lui a me: “Solo quelli che sono imbottiti di paglia possono conoscerla”. Allora me ne andai, senza comprendere se il suo fosse stato complimento o disprezzo. Trascorse un anno, e quando mi ritrovai di nuovo a passare di là, vidi che due cornacchie stavano costruendo il nido sopra il suo cappello: la gioia di spaventare è degna di una testa di paglia!» (Gibran).

Solo un anno fa eravamo alle prese con una gerarchia vaticana che godeva nel mostrare il suo volto peggiore, con tratti marcatamente reazionari e antidemocratici, incline a sorvolare sulla pedofilia e sugli scandali legati alla banca vaticana, capace di punire duramente non solo chi dissentiva, ma anche chi si permetteva di porsi domande sull’ecclesiologia, sull’infallibilità del papa, sulla reale portata storica del Concilio, sul sacerdozio alle donne, sul celibato dei preti, sui diversi modi di essere famiglia, su quei valori cosiddetti “non negoziabili”. Discutere di questi e altri argomenti ha significato, per molti, subire punizioni canoniche di ogni tipo: «La gioia di spaventare è profonda e durevole, e non me ne stanco mai». Non avveniva da decenni che nella Chiesa ci fosse tanto terrore ad esternare le proprie idee, come è avvenuto nel trentennio di pontificato Wojtyla-Ratzinger; con loro si sono rafforzati i tratti di una Chiesa intollerante, arrogante, inumana, che pretende il rispetto dei diritti dell’essere umano all’esterno, ma non li rispetta per nulla al proprio interno.

Ora, dopo un anno, tutto sembra essere cambiato. La gerarchia, che ha al vertice papa Francesco, non spaventa più “gli uccelli” che, anzi, cominciano a costruire il nido sul cappello di chi, solo un anno fa, spaventava e scacciava chi non la pensava o viveva secondo il pensiero unico. Mi chiedo, e con me se lo chiedono in tanti: è veramente iniziato il tempo di una Chiesa inclusiva, che non emargina, non usa la pesante scure del giudizio contro nessuno, una Chiesa degli esclusi e non dell’esclusione? Ammirando i gesti e ascoltando le parole del papa sembrerebbe di sì; ma poi arrivano immancabili le smentite, i chiarimenti, le precisazioni, le pignolerie morali del solito p. Lombardi, affabile direttore della Sala Stampa vaticana, o del cardinale di turno: una sorta di “profilattico” imposto alla libertà dello Spirito Santo, che vorrebbe soffiare dove vuole.

Forse in piazza San Pietro o in televisione è evidente il cambiamento. Non così in molte parrocchie e diocesi. Che Francesco, come l’omonimo di Assisi, stia sostenendo e restaurando la Chiesa in rovina, non me ne sto accorgendo affatto, e penso di non essere il solo.

Perciò, se mi telefonasse papa Francesco, oltre agli auguri e all’assicurazione di preghiere, “con cristiana franchezza” gli chiederei se non è giunta l’ora di aprire, di spalancare le porte e le finestre di ogni forma di conclave, per far sapere a tutta la Chiesa il perché di certe scelte; ad esempio, perché i cardinali hanno eletto proprio Bergoglio. Si giocherebbe così a carte scoperte, e sarebbe un bene per tutti, alla faccia degli intrighi e dei retroscena.

E perché non discutere di gerarchia? È possibile – è auspicabile – che si capovolga la piramide gerarchica della Chiesa cattolica, e il papa ridiventi “servo dei servi di Dio”? Oppure perché, evangelicamente, non la si spiana del tutto per far ridiventare la Chiesa una comunità di fratelli e sorelle?

E, infine, gli chiederei: la Chiesa è, come afferma il Concilio, «una umana realtà impregnata di divina presenza» o un regno che assomiglia troppo a quelli medievali e poco a quello di Dio, descritto dal Vangelo? In quello secondo Marco, Gesù racconta una parabola, che ricorda il racconto di Gibran, nella quale paragona il Regno di Dio a un granello di senape, il più piccolo tra i semi che però diventa un albero frondoso, «e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra»: paradigma della Chiesa-altra che tanti cristiani sognano e si impegnano a costruire. E in quello secondo Luca, Gesù conclude le anti-beatitudini con un arrabbiato «guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi»: se ci si sforza di essere un vero profeta, un autentico discepolo di Cristo, si finisce immancabilmente per essere contrastati dal sistema di potere; quando questo ti ossequia, ti loda, ti applaude, vuol dire che non sei un buon discepolo, significa che hai tradito il messaggio di Gesù, troppo scomodo per essere applaudito da tutti. Al contrario, quando il potere che controlla la società, ti osteggia, ti perseguita, ti zittisce, allora rallegrati, perché sei sicuro di stare dalla parte del Signore!

Sono certo che papa Francesco sarebbe dispostissimo a discutere di questi e di altri argomenti… ma già prevedo l’immancabile smentita di p. Lombardi & Co.

Perciò, auguri di cuore, papa Francesco.

don Vitaliano Della Sala

La Teologia della Liberazione, oggi

Autore: liberospirito 22 Set 2013, Comments (0)

Riportiamo i punti conclusivi (li riprendiamo dal sito www.ildialogo.org) del 33° Congresso di Teologia della Liberazione svoltosi di recente a Madrid. Si tratta di una piattaforma largamente condivisibile per chi ritiene imprescindibile saper coniugare religione e libertà all’interno della propria esperienza di vita.

teologia-della-Liberazione

Dal 5 all’8 settembre, si è svolto in Madrid il 33° Congresso di Teologia su La Teologia della Liberazione, oggi, che ha riunito un migliaio di persone provenienti da vari paesi e continenti in un clima di riflessione, comunione fraterna e dialogo interreligioso, interculturale, interetnico.
1. Viviamo in un mondo gravemente ammalato, ingiusto e crudele, dove la ricchezza si concentra sempre più in meno mani mentre crescono le disuguaglianze e la povertà. Tra 40.000 e 50.000 persone muoiono ogni giorno per la fame e per le guerre, quando ci sono risorse sufficienti per nutrire il doppio della popolazione mondiale. Il problema non è, quindi, la scarsità, ma la competitività, l’accumulo smisurato e la distribuzione ingiusta, prodotte dal modello neoliberale. I governanti lasciano che governino i poteri finanziari e la democrazia non è arrivata all’economia. L’attuale crisi europea ha come effetto lo smantellamento della democrazia.
2. La crisi economica si è trasformata in una crisi dei diritti umani. Gli eufemisticamente chiamati “tagli” in materia di istruzione e sanità sono, in realtà, violazioni sistematiche dei diritti individuali, sociali e politici, che avevamo ottenuto con tanto sforzo nel corso dei secoli precedenti.
3. Questa situazione, però, non è inevitabile, né naturale, né risponde alla volontà divina. Si può rompere la passività cambiando il nostro modo di vivere, di produrre, di consumare, di governare, di legiferare e di fare giustizia e cercando modelli alternativi di sviluppo nella direzione che propongono e praticano non poche organizzazioni oggi nel mondo.
4. In questi giorni abbiamo ascoltato le testimonianze e le molteplici voci delle differenti Teologie della Liberazione presenti in tutti i continenti e che cercano di collaborare per dare risposte ai più gravi problemi dell’umanità: in America Latina, in sintonia con il nuovo scenario politico e religioso e con le esperienze del socialismo del XXI secolo; in Asia, in dialogo con le visioni del mondo orientali, scoprendo in esse la loro dimensione liberatrice; in Africa, in comunicazione con le religioni e le culture originarie, alla ricerca delle fonti della vita nella natura.
5. Abbiamo verificato che la Teologia della Liberazione continua ad essere viva e attiva di fronte ai tentativi del pensiero conservatore e della teologia tradizionale di condannarla e darla per morta. La TdL è storica, contestuale e si riformula nei nuovi processi di liberazione attraverso soggetti emergenti di trasformazione: donne discriminate che prendono coscienza del loro potenziale rivoluzionario; culture, in altri tempi distrutte, che rivendicano la loro identità; comunità contadine che si mobilitano contro i Trattati di Libero Commercio; giovani indignati, ai quali viene negato il presente e chiuse le porte del futuro; la natura saccheggiata, che grida, soffre, si ribella ed esige rispetto; emigranti maltrattati che lottano per migliori condizioni di vita; religioni indigene e di origine africana che rinascono dopo essere state per secoli ridotte al silenzio.
6. La TdL è teologia della vita, che difende con particolare intensità la vita più minacciata, quella dei poveri, che muoiono presto, prima del tempo. Fa realtà le parole di Gesù di Nazaret: «Sono venuto affinché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». Chiama a scoprire Dio negli esclusi e crocifissi della terra: questa è la missione fondamentale delle chiese cristiane, una missione dalla quale sono state finora molto lontane.
7. I riformatori religiosi hanno aperto e continuano ad aprire percorsi di compassione e di liberazione integrale, che devono tradursi politicamente, socialmente ed economicamente in ogni momento storico, in modo particolare, Siddhartha Gautama il Buddha e Gesù di Nazareth il Cristo (tema dell’ultima conferenza del Congresso).
8. Denunciamo la mancanza di etica nelle politiche dello Stato che presentano i tagli come riforme necessarie per la ripresa economica. La nostra denuncia si estende a banche, multinazionali e poteri finanziari come veri responsabili della crisi attuale in connivenza con i governi che lo permettono. Optiamo per un altro modello economico i cui criteri siano il principio del bene comune, la difesa dei beni della terra, la giustizia sociale e la condivisione comunitaria.
9. Denunciamo l’uso della violenza, il militarismo, la corsa agli armamenti e la guerra come forme irrazionali e distruttive di soluzione dei conflitti locali e internazionali, a volte giustificati religiosamente. Optiamo per un mondo in pace, senza armi, dove i conflitti vengono risolti attraverso la via del dialogo e del negoziato politico. Sosteniamo tutte le iniziative pacifiche che vanno in quella direzione, come la giornata di digiuno e preghiera proposta da Papa Francesco. Rifiutiamo la teologia della guerra giusta e ci impegniamo a elaborare una teologia della pace.
10. Denunciamo il razzismo e la xenofobia che si manifestano soprattutto nelle leggi discriminatorie, nella negazione dei diritti degli immigrati, nel trattamento umiliante cui sono sottoposti da parte delle autorità e nella mancanza di rispetto per il loro stile di vita, cultura, lingua e costumi. Optiamo per un mondo senza frontiere retto sulla solidarietà, l’ospitalità, il riconoscimento dei diritti umani senza alcuna discriminazione e della cittadinanza-mondo contro la cittadinanza restrittiva vincolata all’appartenenza ad una nazione.
11. Denunciamo la negazione dei diritti sessuali e riproduttivi e la violenza sistematica contro le donne: fisica, simbolica, religiosa, di lavoro, esercitata dall’alleanza dei differenti poteri: leggi sul lavoro, pubblicità, mezzi di comunicazione, governi, imprese, ecc. Tale alleanza favorisce e rafforza il patriarcato come sistema di oppressione di genere. Nella discriminazione e maltrattamento delle donne hanno una responsabilità non piccola le istituzioni religiose. La teologia femminista della liberazione cerca di rispondere a questa situazione, riconoscendo le donne come soggetto politico, morale, religioso e teologico.
12. Chiediamo la sospensione immediata delle sanzioni e la riabilitazione di tutti le teologhe e teologi discriminati (coloro che hanno visto le proprie opere proibite, condannate o soggette a censura, coloro che sono stati espulsi dalle cattedre di insegnamento, coloro ai quali è stato ritirato il riconoscimento di “teologi cattolici”, quelli sospesi a divinis, ecc.), soprattutto durante i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, che furono particolarmente repressivi in questioni di teologia morale e dogmatica, nella maggioranza dei casi per il loro coinvolgimento con la Teologia della Liberazione e anche per seguire gli orientamenti del Concilio Vaticano II. Tale riabilitazione è esigenza di giustizia, condizione necessaria per la tanto attesa riforma della Chiesa e prova dell’autenticità della stessa. Rivendichiamo, a sua volta, all’interno delle chiese, l’esercizio dei diritti e libertà di pensiero, riunione, espressione, insegnamento, pubblicazione, spesso non rispettati, e il riconoscimento dell’opzione per i poveri come criterio teologico fondamentale.
Con Pedro Casaldáliga affermiamo che tutto è relativo, compresa la teologia, e che sono assoluti soltanto Dio, la fame e la liberazione.

Madrid, 8 settembre 2013

Matthew Fox in Italia

Autore: liberospirito 15 Set 2013, Comments (0)

Tra la fine di settembre e i primi di ottobre sarà in Italia il teologo americano Matthew Fox (già frate domenicano, espulso dall’ordine nel 1993 su richiesta dell’allora cardinale Ratzinger), con diverse tappe e un fitto calendario: il 23 settembre a Soave (Verona), il 24 a San Bonifacio (Verona), il 25 a  Rimini, il 26 a Roma, il 28 e il 29 aTorino, il 1° ottobre  a  Milano e infine il 2 ottobre  a Firenze. Saranno una serie di incontri e di seminari nei quali Fox svilupperà le parole-chiave che sostengono la sua visione antropologica dell’uomo e il significato profondo e divino della felicità nel piano salvifico di Dio. Riportiamo una recente intervista di Silvia Lanzi a Fox, ripresa dal sito www.gionata.org, in cui si parla di questo suo prossimo viaggio in Italia. Ricordiamo che sul nostro sito www.liberospirito.org si può leggere e scaricare un testo di Fox dal titolo La spiritualità ecologica.

fox Matthew

Come mai ancora in Italia a poco tempo dal lancio del suo ultimo libro In principio era la gioia?

La risposta a quel libro in Italia è stata profonda. Vorrei incontrare altri italiani per incoraggiarli a continuare a scoprire la tradizione antica e profonda della spiritualità del creato che è parte integrante del genio italico (pensate, per cominciare, a san Francesco, san Tommaso e Dante) e che è ciò di cui il mondo oggi ha bisogno come giustizia ecologica, giustizia sociale, giustizia di genere, giustizia di “preferenza di genere”, festa, gioia, comunità. Inoltre ci sono altri libri miei che sono stati pubblicati o stanno per essere pubblicati in italiano, compreso il volume Creatività, e chi conosce meglio la creatività degli italiani?

Lei sottolinea in questo ciclo di conferenze, come del resto in In principio era la gioia, il tema della gioia, della spiritualità e del rinnovamento. In che cosa si differenzia, se si differenzia, dall’impostazione cattolica “classica”?

Il vecchio insegnamento riguardo al cammino spirituale parlava di purgazione, illuminazione e unione. Questo non è biblico e non è ebraico. Viene da Plotino, un filosofo del terzo secolo che non conosceva la Bibbia o i Vangeli. Esclude la gioia, esclude la creatività, esclude la giustizia. Tommaso dice: “La gioia è il più nobile degli atti umani”. Perché non cominciare da lì?
L’archeologa femminista Marija Gimbutas dice che “l’essenza della civiltà della dea era la celebrazione della vita”. Perché non cominciare da lì? Perché non possiamo costruire un movimento spirituale globale a partire dalla gioia e dalla giustizia invece che dalla purgazione? La vita ha le sue lotte, e certamente anche i suoi momenti di purgazione. Ma non c’è motivo di aggiungerne altri. Un rabbino ha detto: “La gioia è una mitzvah”, cioè una buona azione. Questa è la tradizione di Gesù.

Qual è la sua idea sul nuovo pontefice?

Il suo rifiuto di andare a vivere nel palazzo, la sua forte condanna del “capitalismo selvaggio”, la sua apertura alle piccole comunità, i suoi sforzi di iniziare a fare pulizia per quanto riguarda gli scandali della pedofilia, la banca vaticana e l’intorpidimento della curia; la sua scelta di alcuni preti che non sono dell’Opus Dei come vescovi, la sua apertura al dialogo con persone di altre fedi e con gli scienziati (penso al suo libro di dialoghi con il rabbino argentino che è anche uno scienziato) e la sua apertura all’ascolto… tutte queste cose fanno ben sperare.
Ho scritto una serie di lettere a questo papa nel mio nuovo libro Lettere a Papa Francesco. In queste lettere lo sfido a essere fedele al suo nome, che ha scelto lui stesso per sottolineare il suo impegno nei confronti dei poveri e dell’ecologia. Vorrei vederlo viaggiare per il mondo insieme al Dalai Lama per parlare delle pressanti questioni morali del nostro tempo, inclusa la disoccupazione, il modo in cui trattiamo la terra e il modo in cui trattiamo le donne. Proprio sui questo sembra che il papa abbia molto da imparare.
Ha detto che non esiste una teologia delle donne, che è un’affermazione assurda. Le donne fanno teologia da tempo, e alcuni teologi maschi sono femministi da tempo (io lo sono da 45 anni), ma siamo stati condannati a più riprese dai due papi precedenti.
L’obiezione principale di Ratzinger alla mia teologia, quando mi ridusse al silenzio, fu che ero “un teologo femminista” e che chiamavo Dio “madre”. Molti mistici medievali chiamavano Dio “madre”, ma la Chiesa patriarcale istituzionale è contro le donne in maniera viscerale.

Quali sono i suoi progetti futuri?

La prossima settimana esce il mio nuovo libro Occupy Spirituality. Si tratta di un dialogo con Adam Bucko, un giovane straordinario che lavora con i giovani adulti che vivono per strada nella città di New York. Il libro riguarda la generazione dei giovani adulti, ne abbiamo intervistati molti, sia per mezzo di questionari sia con la telecamera, e abbiamo incluso le loro parole nel libro. Come vedono loro la spiritualità, la religione, la Chiesa, le generazioni precedenti? Cosa pensano del rapporto tra sessualità e spiritualità? Cosa pensano delle pratiche spirituali? In realtà il libro tratta del futuro della religione/spiritualità. La chiave è il misticismo unito alla lotta, la contemplazione unita alla giustizia sociale, in una parola: l’attivismo spirituale. Ho appena terminato il manoscritto di un altro libro su Meister Eckhart, che ho intitolato Meister Eckhart: A Mystic-Warrior for our Times e in cui lo metto a confronto con altre persone come Thich Naht Hahn, Bede Griffiths, David Korten, Heschel e Alce Nero. Eckhart era così profondo che può entrare in un profondo dialogo ecumenico con questi grandi pensatori contemporanei.  Continuo ad occuparmi delle Messe Cosmiche che combinano danza estatica e culto (ne abbiamo appena creata una alla Sounds True Conference in Colorado), e di Awe Project, che riguarda la reinvenzione dell’educazione per i bambini che vivono nei quartieri poveri, un tipo di insegnamento che inizia con la creatività e porta alla luce la saggezza che è viva dentro di loro. Il direttore di questo progetto si trova in questo momento in Messico per lavorare insieme a dei giovani locali.

Sono bastate davvero poche parole, di poco fuori dalla genericità della retorica tradizionale, perché le dichiarazioni dell’attuale pontefice sulla minaccia di guerra in Siria venissero ignorate dai potenti della terra, creando imbarazzo e un implicito fastidio in quel mondo che si reputa fuori dal mondo e al di sopra dei comuni mortali (ci riferiamo ai vari presidenti, monarchi, economisti, politici, banchieri, generali, opinion-maker, etc.). A questo proposito pubblichiamo l’articolo, uscito ieri su “Il manifesto”, firmato da Manlio Dinucci.

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L’imbarazzato silenzio dei governanti

È’ tradizione consolidata in Italia che, ogni volta che il Papa apre bocca, si leva dai politici un coro bipartisan di consensi. Ora però Papa Francesco si è espresso contro la guerra, riferendosi implicitamente ma chiaramente all’attacco in preparazione contro la Siria. E si è chiesto: «Questa guerra di là, quest’altra di là – perché dappertutto ci sono guerre – è davvero una guerra per problemi o è una guerra commerciale per vendere queste armi?». Di fronte a tale presa di posizione e alla vasta mobilitazione popolare che la sostiene, i coristi si sono ammutoliti. Praticamente assenti, sui media, i soliti plausi del presidente della repubblica, del capo e dei membri del governo, dei segretari dei maggiori partiti. In compenso, il segretario del Pd Guglielmo Epifani ha lodato il governo perché ha fatto «una scelta giusta fin dal principio, dichiarandosi contrario all’intervento in Siria». Si è dimenticato Epifani che il giorno prima il governo Letta aveva sottoscritto, ai margini del G-20 a San Pietroburgo, la Dichiarazione sulla Siria presentata dagli Stati uniti, che condanna il governo siriano per il «terrificante attacco con armi chimiche», accusa il Consiglio di sicurezza di essere «paralizzato» (dal veto russo) e chiede «una forte risposta internazionale». Tace Epifani anche sul fatto che l’Italia è in prima linea nella preparazione dell’attacco aeronavale alla Siria: come quello contro la Libia nel 2011, sarebbe diretto dal Comando Usa di Napoli e sostenuto dall’intera rete di basi Usa/Nato in Italia, in particolare da quelle di Sigonella e Camp Darby. Per un primo attacco, della durata di alcuni giorni, sono più che sufficienti le forze aeronavali messe in campo da Stati uniti e Francia, che lancerebbero centinaia di missili e bombe a testata penetrante. Sarebbero probabilmente impiegati anche bombardieri strategici B-2 Spirit, gli aerei più cari del mondo (oltre 2 miliardi di dollari ciascuno), già usati contro la Serbia, l’Iraq e la Libia. Concepiti per l’attacco nucleare, possono trasportare oltre 18 tonnellate di bombe e missili a testata non-nucleare. Una partecipazione diretta italiana nella prima fase è quindi superflua sul piano militare, anche se non esclusa: con la motivazione ufficiale di proteggere il contingente italiano in Libano, è stato inviato nel Mediterraneo orientale il cacciatorpediniere lanciamissili Andrea Doria, che si aggiunge alle unità statunitensi, francesi, israeliane e turche che fronteggiano quelle russe. Situazione sempre più pericolosa: con quelle in arrivo, le navi da guerra russe nel Mediterraneo orientale saliranno a 12.
Epifani passa sotto silenzio anche il fatto che l’Italia è da tempo impegnata a sostenere la guerra interna: partecipa al gruppo intergovernativo degli «Amici della Siria» che, lo scorso giugno a Doha, si è apertamente impegnato a fornire armi ai «ribelli» (cosa che da tempo già faceva sotto direzione Cia). Pur tacendo, il governo non ha però fatto mancare la sua presenza alla preghiera per la pace. Il ministro della difesa Mario Mauro è giunto alla veglia in piazza San Pietro, senza però rispondere ai giornalisti che gli chiedevano come possa conciliarsi la preghiera per la pace con l’acquisto degli F35. Il premier Letta è andato in chiesa a Cernobbio, ma ha taciuto quando gli hanno chiesto se partecipava al digiuno per la pace. La regola del silenzio l’ha imparata partecipando al gruppo Bilderberg, cupola dei poteri occulti, che nel meeting 2012 (sempre a porte chiuse e in silenzio stampa) ha invitato insieme a Letta oscuri «rappresentanti dell’opposizione siriana».

Manlio Dinucci

Manlio Dinucci

No alla guerra in Siria!

Autore: liberospirito 9 Set 2013, Comments (0)

Riportiamo da “Adista Notizie” il seguente articolo riguardante le mobilitazioni in corso per fermare la guerra in Siria. E’ possibile trovare il resoconto su varie iniziative e il link ad alcuni siti dove leggere interventi e sottoscrivere petizioni. Come si diceva un tempo: leggi fai girare!

No-War

Dall’internazionalizzazione del conflitto siriano che si sta profilando l’Italia potrebbe rimanere fuori: non vi parteciperà senza un mandato delle Nazioni Unite, ma anche in presenza di questo, la decisione verrà presa solo dopo un voto del Parlamento. Al momento in cui scriviamo, sono queste le ultime dichiarazioni della nostra ministra degli Esteri Emma Bonino (28 agosto). Non è un atteggiamento pilatesco ovviamente, ma l’osservanza dell’art. 11 della nostra Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Disposizione che in nessun caso consente alla nostra nazione di agire un attacco armato.

Come fa notare l’appello al governo italiano “Se vuoi la pace, prepara la pace” lanciato da Stefano Rodotà, Maso Notarianni, Cecilia Strada, Maurizio Landini, Marcello Guerra, Fiorella Mannoia, Alessandro Robecchi, Marco Revelli e altri (lo si può firmare su change.org), il secondo comma dell’art. 11 recita: «Consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Ovvero, sottolineano i firmatari, «la Costituzione non dice che l’Italia può cedere sovranità per fare guerre ma, anzi, afferma che il nostro Paese pur di assicurare pace e giustizia tra le Nazioni è disposta a “cedere parte della sua sovranità”». Il popolo siriano «ha bisogno della comunità internazionale, ma non dall’alto di un bombardiere», «ha bisogno che la comunità internazionale smetta di considerare la guerra come opzione possibile». «L’Italia – è la sollecitazione finale – si metta a lavorare per costruire nel mondo pace e diritti e si chiami fuori da questa guerra, chiunque decida di farla».

La nonviolenza è realistica

Anche Pax Christi Italia sul suo sito, con un appello firmato da Sergio Paronetto, pubblicato anche su Avvenire (27/8) nella rubrica delle “Lettere al direttore”, si richiama all’art. 11 della nostra Carta costituzionale. «Come ripete spesso papa Francesco (con la Santa Sede), la strada da seguire non è l’intensificazione militare del conflitto armato, ma la “riconciliazione nella verità e nella giustizia” che può trovare attuazione nella progettata Conferenza di pace di Ginevra. Occorre attuare una svolta politica nonviolenta. La nonviolenza è realistica», è «la pienezza di una politica attiva, determinata e costante. In Siria, come altrove, è mancata una politica di pace con mezzi di pace», mentre «finora hanno parlato le armi». In questo contesto Paronetto ricorda l’attivismo del Mussalaha (v. Adista Notizie nn. 25, 28/12 e 29/13), il movimento di riconciliazione siriana che il direttore del quotidiano Marco Tarquinio, nella risposta a Paronetto, definisce «unico segno di speranza», «esperienza, non solo una proposta, che nel pieno della guerra, contraddicendola, è animata “dal basso” da nostri fratelli e sorelle di fede ma che coinvolge anche personalità di altre minoranze religiose e della maggioranza islamica. È una traccia viva e preziosa. Che indica un cammino non facile né scontato».

Politici dormienti

“Sveglia!” è il significativo titolo dell’appello che chiama alla mobilitazione politici e pacifisti evidentemente dormienti. Firmato da Savino Pezzotta, don Luigi Ciotti, Flavio Lotti, Antonio Papisca, Beppe Giulietti, Ottavia Piccolo, p. Efrem Tresoldi, Gabriella Stramaccioni e altri (lo si può sottoscrivere all’indirizzo email: [email protected]) e pubblicato sul sito del Sacro Convento di San Francesco di Assisi (www.sanfrancescopatronoditalia.it), lancia l’allarme: «Non c’è più tempo per l’indifferenza e l’ipocrisia. Agire è difficile. Non farlo sarà catastrofico». E dunque, “sveglia!”: «Abbiamo bisogno (…) di aprire un grande dibattito pubblico che consenta all’Italia di definire una proposta politica lungimirante e di trasformarla in politica europea»; «di mettere le istituzioni democratiche della comunità internazionale nella condizione di operare tempestivamente ed efficacemente per la risoluzione pacifica dei conflitti»; «di agire concretamente senza dover ricorrere all’intervento armato».

«Possibile», si chiede incredulo il presidente della Focsiv Gianfranco Cattai, unendosi all’appello di papa Francesco del 25 agosto, «che la comunità internazionale sappia solo passare dall’immobilismo all’interventismo armato? Possibile che non sia capace di affrontare con il dovuto realismo e responsabilità la grave situazione siriana imponendo una soluzione negoziale che garantisca pace nella giustizia?». Eppure, secondo la Focsiv, c’è una road map percorribile: «Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu imponga il cessate il fuoco ed offra alla Russia, nella prospettiva di una Siria unitaria, federale e democratica, la garanzia di un’area di influenza dove ora vi è il loro sbocco al Mediterraneo; instauri efficacemente una Corte internazionale di giustizia per la Siria che accerti i crimini sia da parte dei ribelli che del regime di Assad; aiuti la moltitudine dei civili ridotti ormai ad estrema miseria; favorisca l’autodeterminazione democratica del popolo siriano».

Un’oscenità morale frutto del commercio d’armi

È «profondamente preoccupata» Pax Christi International che chiede «tempestivi sforzi diplomatici» per «bloccare immediatamente il flusso di armi verso entrambe le parti e verso tutti i gruppi militanti» («molti Stati hanno contribuito ad alimentare il conflitto armato in Siria») e «portare al tavolo delle trattative tutte le parti direttamente o indirettamente coinvolte nel conflitto». Nella presa di posizione, datata 29/8, Pax Christi International invita i leader religiosi di ogni fede ad «usare la loro autorità morale per schierarsi, chiaramente e con urgenza, in pubblico e in privato, contro l’uso della violenza», richiedendo «con decisione una soluzione politica al conflitto armato», promuovendo «campagne di preghiera, di non-cooperazione e di testimonianza pubblica per mettere fine alla violenza in Siria».

Dal sito pacifista Sibialiria.org l’associazione No War-Roma il 27 agosto dichiara tutto il suo scandalo: «Senza sapere – si legge nell’appello che chiama alla mobilitazione – che cosa è successo e chi è stato, applicando il principio di colpevolezza senza prove e a dispetto del cui prodest, gli Usa e le altre potenze rivendicano la necessità di un attacco diretto alla Siria parlando di “oscenità morale del regime siriano”. L’oscenità morale è questa guerra. Chiediamo a tutti in tutto il mondo di opporsi nelle strade».

«La guerra è la più grande violazione dei diritti umani, poiché essa consiste della commissione di stragi», esemplifica dal canto suo Peppe Sini del Centro di ricerca per la pace di Viterbo (28/8). «Sostenere che si promuove una guerra per difendere i diritti umani – afferma – è una contraddizione in termini. Solo la pace salva le vite e difende i diritti umani». «L’obiettivo più urgente che l’umanità deve porsi è abolire la guerra, prima che la guerra abolisca l’umanità», evidenzia Sini. Che propone la sua ricetta: «Occorre la scelta della nonviolenza come principio regolatore delle relazioni internazionali» e «ispiratore della politica tout court», come «lotta la più nitida e la più intransigente contro tutte le violenze, le oppressioni e le menzogne» per la «liberazione dell’umanità».

Non è un appello, ma un’approfondita analisi politica della situazione generatasi con la crisi siriana (come anche quella di Un Ponte per…, al sito www.unponteper.it/fermare-lintervento-armato-in-siria-non-tagliamo-la-corda/) la riflessione del Movimento nonviolento (30/8), che considera: «A questo punto un intervento armato esterno, con i bombardamenti dall’alto dei cieli, non solo è completamente privo di senso rispetto alla situazione specifica, non solo, come tutte le guerre, aggiunge crimine a crimine nei confronti della martoriata popolazione civile, non solo è senza alcuna legittimità internazionale, ma è anche, nonostante il dispiegamento di potenti e terrificanti armamenti, un grave di segno di impotenza della comunità internazionale».

“Teo-pro”. A chi?

Autore: liberospirito 23 Giu 2013, Comments (0)

Presentiamo un articolo apparso su “Repubblica” (il 17 giugno scorso) a firma di Paolo Rodari. Riflette sulle aperture nei confronti del nuovo papa compiute da numerosi intellettuali abitualmente critici nei confronti dei mondi vaticani: da Badiou a Zizek fino ad Agamben. Tutto ciò da motivi su cui pensare. Quanto meno andrebbero ribadite alcune elementari verità, a cominciare dal fatto che cristianesimo e cattolicesimo non coincidono necessariamente (ma in terra d’Italia molti preferiscono dimenticare) e che l’esistenza di un’autorità come quella ancora detenuta dal papa (anche se si tratta di un “papa buono”) richiederebbe una radicale rivisitazione, anzichè facili (fin troppo facili) entusiasmi. E altro, molto altro ancora…

bergoglio e ratzinger

Le neo armate del papa

Dai teo-con ai teo-pro. Le “armate” del Papa cambiano casacca. A sancire il passaggio di testimone tanti segni. Non ultimo, una pagina appositamente dedicata al tema da Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani che per anni ha dato voce a quegli intellettuali disposti a tutto pur di riconoscere un ruolo alla religione cristiana non separata dalla sfera pubblica, i teo-con appunto. “Atei devoti”, li ha chiamati qualcuno. «Importanti uomini di cultura non credenti, ma che avvertono il rischio di staccarsi dalle radici cristiane della nostra civiltà», li definì, invece, Benedetto XVI al convengo della Cei di Verona del 2006. Fu come un’investitura ufficiale, quella di Ratzinger, una chiamata alle armi per un esercito disposto a tutto pur di seguirlo.

Ma i Papi cambiano. E chi non vuole soccombere deve allinearsi. Lo scorso 9 giugno Avvenire segnala un cambio di rotta, una virata in perfetto tempismo con l’avvento del primo Papa che ha scelto di chiamarsi Francesco, in onore di una Chiesa diversa, umile, povera, degli ultimi. «C’erano una volta i teo-con, versione italiana dei neo-con americani molto attivi nell’era Bush», scrive Avvenire.

C’erano una volta e ora non ci sono più: «Il dizionario è da aggiornare. Perché si sta affermando a livello internazionale una corrente filosofica teo-pro: intellettuali rigorosamente non credenti e decisamente “progressisti”, i quali prendono il pensiero teologico cristiano (soprattutto quello di san Paolo) e lo trasformano in un dibattito filosofico nuovo e propositivo per l’Occidente».

Come a dire: se fino a pochi mesi fa la difesa dei princìpi non negoziabili andava di pari passo con il kerigma, l’annuncio del Vangelo, ora con Francesco le gerarchie sono ribaltate. I princìpi restano, certo, ma l’accento è anzitutto sull’annuncio della misericordia.

E così non sono più i conservatori americani alla Michael Novak, Richard John Neuhaus, George Weigel, o gli atei devoti italiani alla Marcello Pera e Giuliano Ferrara – ma il direttore del Foglio, a onor del vero, non si è mai considerato tale – a essere tenuti in auge, quanto i nomi, eterogenei fra loro, che Kurt Appel, docente di teologia alla Facoltà teologica di Milano, ha percorso in un volume a più voci dedicato a Cristianesimo e Occidente. Quale futuro Immaginare? (edizioni Glossa).

Dal francese Alain Badiou all’italiano Giorgio Agamben, fino allo sloveno Slavoj Zizek, sono diversi gli intellettuali che, riscoprendo san Paolo come alternativa al relativismo assoluto e mettendo al centro del proprio pensare uno sguardo verso l’altro anzitutto di misericordia, entrano di diritto nelle file dell’“esercito” bergogliano.

Del resto il filosofo francese Rémi Brague l’aveva predetto. Nel volume del 1992 Il futuro dell’Occidente (Bompiani), introdusse la distinzione che tra cristiani e “cristianisti”, prevendendo i pericoli per la Chiesa della corrente che successivamente si sarebbe chiamata teo-con, ma non solo di quella: «Cristianista – scrive Brague -, è chi s’interessa, del (proprio) cristianesimo e non di Cristo. Vede il cristianesimo, astraendolo, come una “tavola di valori”.

E ci sono i cristianisti identitari e i cristianisti del e nel “cattolicesimo democratico”. Il cristianista identitario insiste sul tema dell’Occidente e del suo valore. Richiamando il cristianesimo come uno strumento per il persistere di una “purezza”!». Mentre «il cristianista cattolicodemocratico pratica e impone un cristianesimo come faccenda individuale e socialmente irrilevante e/o arrendevole. Irreprensibile sul piano della vita privata finisce per asservirsi al “volontarismo politico” delle sinistre riconoscendogli, con la sconfessione pratica dell’antropologia cristiana, una presunta superiorità etica».

Esiste una sintesi? Difficile rispondere. Di certo, i cosiddetti teo-pro, nonostante l’endorsement di Avvenire, non sembrano riuscire a stare nel mezzo. Anche loro rivalutano il cristianesimo, però soltanto in chiave culturale. Non c’è conversione in loro, c’è soltanto un riscatto culturale, da sinistra, del cristianesimo. La differenza fra loro e i nuovi atei, insomma, (da Richard Dawkins a Sam Harris fino a Christopher Hitchens) risiede soltanto nel fatto che per questi ultimi il cristianesimo è falso e insano. Mentre per i teo pro è un qualcosa da valorizzare ma non a cui aderire. Avvenire li prende, invece, a modello. Ma cosa diranno i settori più conservatori del cattolicesimo in merito? E cosa i teologi più illuminati del cattolicesimo oggi?

Pierangelo Sequeri, preside della facoltà teologica dell’Italia settentrionale, vede note positive. Dice, infatti, che «la corrente teo-pro è interessante perché marca una distanza netta dal pensiero debole e rappresenta una via per ridare vita all’autentico umanesimo».

Di autentico umanesimo, in effetti, parla Zizek quando in La mostruosità di Cristo (Transeuropa) spiega con San Paolo che è questo il tempo di «una vita vera nell’amore, accessibile a tutti noi attraverso la grazia». È il tempo, dice, di «un cristianesimo focalizzato sull’agape».

Eppure i rischi ci sono, come Brague insegna. Dice in proposito il sociologo Luca Diotallevi, fresco autore di La pretesa. Quale rapporto tra Vangelo e ordine sociale ( Rubbettino). «Da una parte esistono nostalgie di cristianesimo giocate come avversione alla modernità avanzata. In un certo senso la versione originale dei teo-con è la declinazione di destra di questo fenomeno. Ma ne esiste anche una di sinistra, speculare, affine alla prima.

Nella direzione opposta, è invece presente, e robusta, nel mondo anglosassone ma anche in quello francese, l’idea di un cristianesimo come vettore di un cammino che accetta e sfida la modernità avanzata per una società in cui il primato dell’amore non contrasti con una prospettiva sociale ancora più libera e aperta.

L’alternativa principale è quella tra un cristianesimo che rifiuta e uno che affronta e attraversa la modernità avanzata. Quando Tony Blair si converte al cattolicesimo dice proprio che una civitas aperta ha bisogno del cristianesimo. Nel mondo francofono è il filosofo Jean-Luc Nancy, erede di Jacques Derrida, a dire che la decostruzione, e dunque il principio dell’apertura, sono un prodotto del cristianesimo e che vive di cristianesimo.

In questo prevalere della speranza sulla nostalgia, che è anche lo spirito del Vaticano II, si può cogliere l’eco della patristica e di una lettura liberante di Agostino. Per lui, nel secolo della civitas terrena permixta alla civitas celeste l’amore alimenta la libertà e conosce e non teme il conflitto. Il filone che è stato chiamato teo-pro è esso stesso attraversato da un alternativa più profonda, intorno alla conciliabilità o meno di libertà e amore».

Paolo Rodari

Riguardo al dramma del femminicidio, fra i numerosi interventi che di recente sono usciti sui giornali e sul web, riportiamo la riflessione proposta da Ileana Montini – recentemente apparsa sul sito www.ildialogo.org – che prende spunto da un pubblico sermone di papa Francesco.

femminicidio

Domenica 12 maggio all’Angelus, papa Francesco affacciandosi alla finestra, non si è limitato al solito saluto da parroco di campagna. Ha voluto rivolgersi esplicitamente ai partecipanti (sindaco Alemanno in testa) alla processione in favore della “famiglia naturale” e in “difesa della vita dall’embrione alla morte”. Il suo stile di vita francescano che è piaciuto a tutti/e meno, sicuramente, ai curiali romani e ai monsignori di tutto il mondo cattolico, ha permesso di ignorare il suo pensiero dottrinale che corrisponde in tutto e per tutto, a quello del suo predecessore e a quello del papa polacco.

Chi ha letto il primo libro immediatamente tradotto e pubblicato all’indomani della sua elezione, se n’è reso conto subito. Il cielo e la terra è un dialogo con il rabbino Abraham Skorka, entrambi argentini. A proposito del matrimonio, per esempio, d’accordo con il rabbino, Bergoglio, spiega che l’unione dell’uomo e della donna è la base del diritto naturale. E che “la natura ha in sé una normativa che regola il comportamento umano. Ne discende che Dio stesso ha infuso questo messaggio nella Creazione.”.

La sociologa Chiara Saraceno ha scritto un saggio dedicato alle trasformazioni storiche del fare coppia e famiglia per dimostrare che la presunta natura è un non senso (Coppia e famiglie, non è questione di natura, Feltrinelli, 2012).

E quindi che è un non senso sancire le differenze di ruolo sessuale tra maschi e femmine che ben conosciamo come, appunto, secondo natura. Tra ruolo di accudimento e affettività da un lato e autorevolezza dall’altro, per Bergoglio e per i laici tradizionalisti, c’è una contrapposizione precisa e irriducibile che sottende all’essere femmina e maschio.

Alle donne tocca e toccherà sempre il ruolo (materno) dell’accudimento e agli uomini il ruolo (paterno) del trasmettere la legge e proteggere la prole.

Alle suore riunite in San Pietro, il Papa argentino ha raccomandato di essere madri e non zitelle. Le zitelle, termine obsoleto in lingua italiana postmoderna, indicava le “signorine” che avevano superato i 25/30 anni senza “trovare marito”. Le suore “madri” non inacidite zitelle possono sopportare meglio l’esclusione dal sacerdozio, cioè dal potere vero nella Chiesa. La donna nella Chiesa, scrive Bergoglio non può diventare presbitero perché Gesù, sommo sacerdote è un maschio. Nel cristianesimo la donna “ha un’altra funzione, che si riflette nella figura di Maria. E’ quella che accoglie la società, che la contiene, la madre della comunità. La donna ha il dono della maternità, della tenerezza”.

Saraceno nel suo libro scrive anche che “nel resoconto psicoanalitico classico basato sul modello ideale della famiglia borghese, intima ma strutturata attorno a una forte divisione delle competenze delle attività e del potere tra i sessi, questo mandato è rappresentato dall’intervento paterno che rompe la fusionalità madre bambino…”. In altri termini lo transita nel mondo, nella realtà per l’assunzione di responsabilità. Si tratta del figlio maschio. La figlia può restare nella stretta relazione con la madre per imitare, da adulta, la funzione di contenimento emotivo e affettivo, del tipo “riposo del guerriero”.

Le tre religioni monoteiste, le grandi agenzie del sapere come la psicologia, la psicoanalisi, la pedagogia e, dunque i corollari istituzionali come l’università e le scuole, sono, in genere, ancora ancorate al principio dell’ eterna natura che genera le modalità dell’esistere. Per i credenti si tratta di un disegno divino, come recita anche il nuovo catechismo della Chiesa Cattolica.

A fronte delle svariate storiche forme delle relazioni sessuali e del fare famiglia, persiste un pensiero tradizionale fondato sulla divisione sessuale tra i sessi “secondo natura”.

Scrive la psicologa Daniela Benedetto: “Il ruolo della figura materna è stato più volte delineato e sembra avere certezze ed essere maggiormente ancorato a una cultura condivisa a dinamiche di accadimento, affettive e di sostegno, di scambi emotivi e comunicativi ritenuti validi per tutti, soprattutto nei primi mesi di vita, come rilevanti ai fini di una sana crescita fisica e psicologica del bambino”.

Scrive la psicologa Mariangela Corrias: “Il codice materno è fondamentalmente affettivo, protegge e aiuta il bambino ad acquisire quella sicurezza di base che gli permette di affrontare la vita con equilibrio. Il codice paterno definisce limiti e regole ed è altrettanto importante per la sicurezza del figlio, gli fornisce strumenti per confrontarsi con la realtà e interagire con essa, gli dona maggiore sicurezza e gli permette di acquisire la capacità di comunicare le emozioni, di costruire un’identità stabile, responsabile e autonoma”. Come dire: se ci si discosta da questo modello naturale ed eterno, le derive psicologiche saranno inevitabili.

Se ci discostiamo dalla massa di psicologi, psicoanalisti e psicoterapeuti formati dall’università e dalle scuole di formazione, incontriamo (qualche volta) un pensiero diverso, come si evince leggendo ciò che scrive la psicoanalista Simona Argentieri che auspica una ridefinizione delle identità di genere “in modo da arrivare a permettere lo svolgimento di ambedue i ruoli, e di entrambi le funzioni di entrambi i sessi: perché i maschi non dovrebbero svolgere anche una funzione materna nei confronti dei figli? Anche la funzione paterna va distribuita equamente tra uomini e donne, se per funzione paterna (io per lo meno così la intendo) il poter esercitare un’autorità, dare dei limiti, essere protettivi, favorire la crescita”.

Manuela Fraire, autorevole psicoanalista femminista, fornisce una lettura nuova rispetto al modo di essere, tradizionale e sostenuto dalla psicologia, della donna: “L’amore di sé ancora passa per una donna innanzitutto attraverso la cura dell’altro.(…) La salute mentale di una donna è ancora misurato – da lei stessa – dalla capacità di prendersi cura in tutti i suoi significati privati e pubblici del mondo in cui vive.”

Una psicanalista, in visita a un amico in un condominio, leggendo le targhette dei nomi, lesse anche quella di una sua paziente. Quando la paziente si recò in seduta, l’analista le fece notare con evidente disappunto, che non era giusto il suo cognome e quello del marito, perché avrebbe dovuto –per la sua sanità psichica- omettere il suo per quello del marito preceduto dal solito “fam.” per famiglia; anche se si trattava di due coniugi senza figli.

Una giovane dice alla strizzacervelli che, una volta sposata, sa che dovrà sobbarcarsi “naturalmente” la cura della casa, ma spera che il marito resti con lei qualche sera e condivida anche qualche sabato e domenica sottraendolo ai suoi hobby. Ancora oggi persino i giovani e le giovani danno per scontati i ruoli praticati da genitori e nonni. L’educazione di genere, in altre parole il modellamento di genere, si configura dunque come pressione omologatrice alla tradizione.

Bambine e bambini assimilano la tradizione attraverso processi di osservazione e identificazione con le figure genitoriali, imparando le richieste a loro rivolte di rispetto dei confini in ordine a ciò che si deve o non si deve fare per essere accolti, accettati e autorizzati a vivere da “normali”.

L’educazione di genere è proprio un insieme di comportamenti, di azioni e d’intenzioni circa esplicitate da chi ha la responsabilità educativa in merito al vissuto di genere e alle relazioni di genere. Cioè, i gruppi sociali e culturali – dalla scuola, alle istituzioni universitarie, alle chiese, alle televisioni, alle istituzioni psicoanalitiche ecc., praticano un’educazione di genere che influenza i soggetti.

La stessa cosa vale per la religione islamica soprattutto nell’emigrazione. Sono numerosi i libri e gli interventi in Internet volti a dare indicazioni al popolo credente musulmano, dalle varie istituzioni come l’UCOOI. Si può leggere che “Per una donna musulmana la casa è dunque al centro dell’attenzione, ed il benessere del marito e dei figli la sua prima preoccupazione, subito dopo i suoi doveri verso Dio. Questo ruolo non le impedisce, col consenso del marito, di intraprendere un lavoro fuori di casa, di continuare la propria educazione, e di prestare un servizio volontario nella comunità. Ma deve far sì che le proprie responsabilità, verso la casa e a famiglia, siano sempre assolte, nel timore che la famiglia stessa, la struttura base della società islamica, sia trascurata, con la sua assenza, a mancare la sicurezza e l’esempio necessari al marito ed ai figli.”

Modelli multipli di mascolinità e femminilità, multipli e flessibili esistono nella pratica, ma la loro legittimazione istituzionale è perlomeno equivoca. La pubblicità deve tenere conto del punto di arrivo dell’evoluzione dei costumi, ebbene, ecco che un nuovo prodotto per la pulizia della casa è spiegato da un uomo alla “inesperta” o superficiale moglie/madre allieva attenta e disponibile. Perfino quando si tratta della cucina, è il marito a indicare alla moglie il nuovo modo di cucinare rapido e appetitoso e a ricevere la conferma di ruolo da lui e dai figli.

Forse occorrerebbe chiedersi quanto influisca in Italia il pensiero della naturalità della divisione dei ruoli, sull’aumento esponenziale del femminicidio.

Loredana Lipperini e Michela Murgia hanno dato alle stampe un libretto denso di concetti intorno al problema del femminicidio (“L’ho uccisa perché lo amavo”. Falso!, Laterza, 2013). Scrivono che nella maggioranza dei casi le donne uccise, sono donne abbandonanti e che occorre partire proprio da qui, “da quel racconto deviato che riporta tutto a un concetto ‘naturale’ (si è maschi e femmine per natura e non per ’cultura’) ancora non scalfito nonostante i secoli (…) Il femminicidio si chiama così proprio perché definisce un tipo di delitto che avviene all’interno di relazioni impregnate di una struttura culturale arcaica, che ancora, non si dissolve.”

Le donne, appunto, non devono in nome del diritto alla propria libera realizzazione, decidere di separarsi, di abbandonare il figlio/marito. Devono, le donne, rispettare il principio (naturale e divino) che: “L’uomo deve incarnare la guida, la regola, l’autorevolezza. La donna deve uscire dalla logica dell’emancipazione e riabbracciare con gioia il ruolo dell’accoglienza e del servizio”. Murgia e Lipperini riportano le parole di Costanza Miriano, giornalista e scrittrice che ha dato alle stampe il libro Sposati e sii sottomessa.

Il femminicidio può allora essere considerato la reazione naturale – scrivono ancora Murgia e Lipperini- la reazione naturale all’indebita pretesa di instaurare un ordine non naturale.

Ileana Montini

ileana montini